La Trasfigurazione di Gesù a Medjugorje: significato, Vangelo e cammino di fede

La Trasfigurazione di Gesù è l’evento nel quale Cristo manifesta davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni la gloria divina nascosta nella sua umanità. Il suo volto risplende come il sole, le sue vesti diventano candide come la luce, Mosè ed Elia conversano con lui e dalla nube si ode la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

A Medjugorje il mistero della Trasfigurazione può essere contemplato come un invito a salire interiormente verso Dio, a riconoscere Gesù come vero Dio e vero uomo, ad accogliere la croce con speranza e a lasciarsi trasformare dalla preghiera, dalla fede, dalla carità e dall’Eucaristia. La luce del Tabor non separa dalla vita quotidiana, ma sostiene il credente nel momento in cui deve “scendere dal monte” e seguire Cristo nel servizio, nella sofferenza e nell’amore.

Il racconto evangelico della Trasfigurazione

L’episodio della Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, in Galilea, è narrato sia dal Vangelo di Matteo (17,1-8) che in quelli di Marco (9, 2-8) e Luca (9,28-36).

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: "Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia".

Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo".

All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi e non temete". Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti" (Mt 17,1-9).

Subito dopo apparvero Mosè ed Elia che parlavano con lui e quando Pietro prese la parola, una nuvola li avvolse nella sua ombra e una voce dichiarò la discendenza divina di Gesù.

Gesù trasfigurato sul monte Tabor

Il significato della Trasfigurazione

La Trasfigurazione rivela anzitutto l’identità di Gesù. Egli è il Verbo eterno, uguale al Padre nella divinità, che ha assunto la nostra natura umana.

Questa è unita alla divinità senza divisione e senza confusione; ma abitualmente “nascondeva” la gloria della divinità. Nella Trasfigurazione la gloria divina penetra e irradia l’umanità di Gesù in modo tale che questa risplende di bellezza paradisiaca, tanto che Pietro ne rimane estasiato.

La luce che trasfigura l’umanità proviene non dall’esterno, ma dall’interno della Sua Persona. Il Padre conferma con la Sua parola l’identità di Gesù dicendo «Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (Lc 9, 35).

È di fondamentale importanza che crediamo fermamente nell’identità vera di Gesù: vero Dio e vero uomo uniti indissolubilmente. Questo è lo specifico della fede cristiana.

Tutte le religioni credono in Dio; solo il cristianesimo rivela e crede Dio fatto uomo. Questa verità è il fondamento della trasfigurazione di tutto l’umano e della sua divinizzazione.

La Trasfigurazione sul monte Tabor, tuttavia, è durata quel tanto che era necessario per gli apostoli. Essa prefigurava la Trasfigurazione permanente e definitiva che sarebbe avvenuta con la Risurrezione.

Il Tabor e il cammino verso la Pasqua

La Trasfigurazione di Gesù davanti ai tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, ha un altro significato molto importante per il nostro cammino quaresimale verso la Pasqua di Risurrezione.

Gesù ha mostrato la sua identità divino-umana per confermare la fede degli apostoli quando nel Getsemani e sulla Croce avrebbero visto il suo volto umiliato e intriso di sangue.

Ed ecco allora l’insegnamento: alla gloria della Trasfigurazione si arriva passando per l’esperienza della croce. Non basta seguire Gesù fino al Tabor, occorre seguirLo fino al Calvario.

Gesù ha posto in modo chiaro e netto la condizione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23).

Questa esigenza la conosciamo in modo teorico. In questa Quaresima sforziamoci, con l’aiuto di Gesù, di metterla in pratica.

Il nucleo di questa esigenza è di imitare l’atteggiamento fondamentale di Gesù. Egli ci ha amati sino a sacrificare la sua vita per noi; così anche noi dobbiamo proporci di amare Dio e il nostro prossimo fino al sacrificio di noi stessi.

Invece, a volte o spesso, si sacrificano gli altri per il proprio interesse, la propria soddisfazione, la propria gloria. Ma così si producono caos e tenebre.

Chiediamo al Signore la forza di accettare le tribolazioni della vita sostenuti dalla speranza: «Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2 Cor 4, 17).

La montagna come luogo dell’incontro con Dio

“La montagna - ricorda il profeta Isaia - è dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1).

In questa salita sul monte riecheggiano altre “salite” e altre esperienze di manifestazione di Dio: il monte Oreb/Sinai (Es 3,1; 24,12-18), la salita e la discesa di Mosè (cfr Es 19-34), l’esperienza di Elia (cfr 1Re 19,1-18).

Sul monte, Gesù svela ai suoi tre discepoli che la sua vita è molto più profonda di quanto “vedono” e di quanto “sanno”.

Il monte Tabor, tradizionalmente considerato luogo del prodigio, è rappresentato come un piccolo promontorio. Il posto ricorda l’importanza di salire e superare la legge di gravità.

Legge che non è solo esterna, fisica, è anche purtroppo una tensione dell’uomo. Se non ti impegni nella vita cominci a scendere.

Non è istintivo salire, è istintivo scendere! È difficile che una persona adulta senza darsi delle regole, senza verificarsi continuamente, salga.

Le scalate, non attraggono, c’è bisogno di allenamento, sforzo, attenzione. La vita è salire in alto, senza mai dire “sono arrivato”.

La scelta di un luogo appartato dice il coraggio di prendere distanza dalla folla. Questo per ritrovare se stessi.

Ovviamente è importante stare aggiornati, rendersi conto di quello che succede, ma c’è bisogno estremo di tempo di purificazione dello spirito.

Momenti per stare soli con se stessi, per riflettere, pregare. Ciò richiede scelte decisive e concrete.

La preghiera, fonte della trasformazione

Sappiamo da Luca che Gesù salì per pregare: la trasfigurazione è dunque un avvenimento di preghiera, dove Gesù mostra il suo essere una cosa sola col Padre (cfr Gv 10,30).

«Gesù mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto» (Lc 9,29). Durante la preghiera Gesù si trasfigura, le vesti si fanno di una bianchezza sfolgorante.

Il bianco è simbolo di gloria. La preghiera riallaccia la comunicazione con Dio, è l’irruzione divina nell’anima, colloquio con il Padre.

Gesù è l’uomo della preghiera. Spesso scocca nei momenti decisivi: nel Getsemani, prima della scelta degli Apostoli…

Gesù vi si abbandona, sottraendosi agli uomini per colloquiare con il Padre e per questo cerca luoghi appartati, come la montagna.

La luce della Trasfigurazione di Gesù ci illumina e ci trasforma nella preghiera, nell’adorazione, nel contatto vivo di amore con il Signore.

Con la purificazione del cuore, la preghiera, l’intensità della fede e della carità, riflettiamo la luce di Gesù e la diffondiamo attorno a noi.

Mosè ed Elia accanto a Gesù

“Apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù”: Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge.

In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento. Mosè aveva ricevuto in dono diverse manifestazioni di Dio e proprio in questa intimità di amicizia, il suo volto brillava (cfr Es 34,29-35).

Ma sappiamo anche che Mosè era l’atteso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te e tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!” (Dt 18,15).

Così come Mosè è colui che pregò Dio dicendo: “Fammi vedere la tua gloria” (Es 33,18), sentendosi rispondere: “Non è possibile vedere…e restare in vita” (Es 33,20-23).

Segnalo tutto questo perché sul monte con Gesù, Mosè può finalmente vedere la gloria di Dio, che è Gesù Cristo, il “Signore della gloria” (1Cor 2,8), colui sul quale “brilla lo splendore della gloria di Dio” (2Cor 4,6): Gesù, il nuovo Mosè.

Accanto a Mosè, Elia, il padre dei profeti che, anche lui salito sul monte, sente Dio “nella voce di una brezza/vento sottile” (1Re 19,12).

Egli rappresenta la sintesi ideale di tutta la schiera dei profeti che Giovanni Battista chiuderà, essendo lui l’ultimo profeta, il “nuovo Elia” (cfr Mt 11,14).

La presenza di “Elia e Mosè”. È vero, Gesù deve “rivelarsi” ai discepoli, ma c’è anche un dato più “umano”: Gesù stesso necessita di confrontarsi sulla “sua dipartita” (passione-morte-risurrezione).

Sa di non poterlo fare con i suoi discepoli, i quali non capiscono. Così sceglie due “amici” di grande levatura.

Due amici della Scrittura. Un modo con il quale Gesù suggerisce a me e a ciascuno di noi, che su certe cose dobbiamo saper scegliere con chi confidarci e confrontarci, perché non tutto è alla portata di tutti.

Gli amici della Scrittura, così come anche i Santi, che la Chiesa ci indica come “amici e modelli di vita”, bene possono aiutarci con i loro scritti e i loro esempi a capire il senso della vita e a darne un giusto orientamento.

La nube e la voce del Padre

“Venne una nube dal cielo. ”: continua a fare da sfondo l’esperienza dell’Esodo: la faticosa marcia del popolo nel deserto, guidato da una nube (Es 13,21ss); la nube sul monte Sinai (Es 19,16); la nube che accompagna “il tabernacolo” (Es 40,34-35), che custodiva “la legge” di Dio.

“Egli è il figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”: nel momento del battesimo, la voce dal cielo fu udita solo da Gesù (Mc 1,11), ora invece questa stessa voce viene udita anche dai discepoli.

Ascoltatelo: è l’eco dello Shema’ “Ascolta, Israele” (Dt 6,4) e delle parole di Mosè: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15).

La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità (cfr Gv 14,6).

«È bello stare qui»: la tentazione di fermarsi

Pietro non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui” (Mt 17,4).

Questa è la spinta umana: quante esperienze “belle” anche noi viviamo a tal punto da lasciarci tentare e dire “Facciamo tre tende…”, “fermiamo il tempo”.

Col rischio, però, d’inseguire solo esperienze emozionali ma che ci rendono incapaci di “tornare giù dal monte”, lì dove c’è la concretezza della vita.

Gesù m’insegna che l’ascolto fattivo è l’apice dell’esperienza: “Ascoltatelo”. Non possiamo cioè restare sotto la dittatura delle emozioni: servono, sia inteso, ma non bastano.

Servono per riscaldare, per ridare slancio, coraggio…ma noi siamo più grandi delle emozioni.

“È l’ascolto che definisce il discepolo: non si tratta - ricorda B. Maggioni - di essere originali, ma di essere servi della verità. L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”.

Donandoti quanto il tuo cuore cerca: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Dalla paura alla fiducia

Il racconto della trasfigurazione segue la confessione di Pietro a Cesarea e il primo annuncio della passione (cfr 16,13ss).

È la ragione “ultima” per la quale merita avere sempre il coraggio di confessare Gesù quale Signore e Dio, anche nei momenti più ardui e difficili, perché Gesù è il Signore.

La trasfigurazione, quale anticipo della resurrezione, si offre come un orizzonte che mira ad alleggerire la paura e infondere il coraggio nell’affrontare il cammino della vita.

Qualche versetto prima, al cap 16,22, Pietro, così come quella degli altri discepoli, si ribella per il fatto che Gesù aveva annunciato la sua “passione e morte” e loro non potevano accettare di seguire un Messia la cui vicenda umana si sarebbe conclusa in quel modo.

È alla luce di questa premessa che va quindi colta l’esperienza della trasfigurazione. Gesù aveva parlato della sua morte di croce (cfr Mt 16,21ss), e le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me prenda la sua croce…” (Mt 16,24); ora Gesù cerca di aiutare i suoi discepoli a capire che è vero che Lui soffrirà e morirà ma è anche vero che risorgerà.

La trasfigurazione è “vivere” in anticipo la risurrezione, proprio per prepararli ad affrontare il cammino di mezzo, cioè la passione-morte.

Prima della gloria occorre passare attraverso il buio della sofferenza, «Il chicco di grano cade per terra e marcisce; solo così porta molto frutto» (Gv 12,24).

La vita è caratterizzata dal dolore, non esiste vita senza croce. Spesso l’uomo vuole fuggirla ma sempre questa lo precede e lo accompagna.

Allora perché non accettare le prove e decidere di affrontarle.

I tre apostoli e la testimonianza di Pietro

Sulla montagna, infatti, vediamo solo tre apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli stessi saranno presenti nella defigurazione di Gesù al Getsemani.

Gli apostoli presenti erano «stremati dal sonno» (Lc 9,32). La scena si ripeterà nel Getsemani.

Rappresenta il torpore, l’indolenza che spesso assale e blocca le facoltà vitali.

Tra gli Apostoli solo Pietro guarda la scena, infatti è lui a descriverla in prima persona in una sua Lettera:

«Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventatevi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando nella maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,16-18).

Di colpo la voce si spegne. Gesù rimane solo, ritorna la condizione normale, il grigiore di ogni giorno, tempo carico di paure e angosce, lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Dopo quel magnifico anticipo di cielo i tre apostoli ritornano alla precarietà del quotidiano, nella contingenza dell’esistenza storica.

La Trasfigurazione come trasformazione dell’uomo

Gesù Cristo è il nostro Capo e ci comunica la grazia di una progressiva trasfigurazione.

La fede cristiana annuncia e dona la grazia di una trasfigurazione della persona, del corpo, delle relazioni sociali, della stessa natura.

Nel Battesimo e nella Cresima abbiamo ricevuto un cuore nuovo, uno spirito nuovo, una grazia di santità.

È una sorgente luminosa capace di irradiare tutto il nostro essere, mente, cuore, sensi.

Purtroppo nel nostro intimo permangono angoli di oscurità non ancora illuminati dalla luce di Cristo.

In questa Quaresima cerchiamo la purificazione del cuore anche con una buona confessione dei nostri peccati.

San Paolo ci assicura: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Potremo così realizzare le parole di Gesù: «Voi siete la luce del mondo […] così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 14.16).

La Trasfigurazione e l’Eucaristia

Teologi nam otkrivaju višestruki smisao ovoga blagdana, tumačeći da nas, kao prvo, podsjeća na Kristovu veličinu i uzvišenost njegove poruke i poslanja.

Druga je poruka da u blagdanu Preobraženja Kristova gledamo i obećanje vlastitoga preobraženja po vjeri i Kristovu zahvatu.

To bi nas, kao treće, trebalo poticati da u svom svagdašnjem životu nastojimo uvijek pobjeđivati negativnosti i uvijek misliti na krajnji ishod svega što činimo, dakle, gledati sve iz perspektive vječnosti.

Četvrtu pak poruku teolozi iščitavaju kao podsjećanje na Euharistiju koja je za nas sakrament preobraženja, a primanje svete pričesti kao sjeme preobraženja.

La festa della Trasfigurazione ricorda la dedicazione delle basiliche del Monte Tabor, celebrata già a fine del V secolo.

La festa è posteriore a quella dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) da cui però dipende per la data, fissata il 6 agosto, 40 giorni prima dell’Esaltazione della Croce.

La festa liturgica della Trasfigurazione

La Festa comincia ad essere celebrata anche in Occidente a partire dal IX secolo e viene inserita nel calendario romano da papa Callisto III nel 1457: occasione storica fu la memoria riconoscente della vittoria ottenuta l’anno prima contro i Turchi, dai quali l’Occidente era seriamente minacciato.

Kršćani u Rimu ovaj su blagdan slavili od 5. stoljeća, i to između kvatrene subote u korizmi i sljedeće nedjelje.

Papa Kalist III. 1457. godine odredio je da se u cijeloj Crkvi slavi na današnji dan kao uspomena na pobjedu koju su kršćani izvojevali nad Turcima kod Beograda 1456. godine, pod vodstvom sv. Ivana Kapistrana i Janka Sibinjanina.

Vijest o pobjedi stigla je u Rim na današnji dan, pa je stoga odlučeno da se blagdan svake godine slavi upravo na taj dan.

La Trasfigurazione nell’arte cristiana

Al centro della Festa troviamo naturalmente il mistero della Trasfigurazione: la visione del “vegliardo” sul trono di fuoco e l’apparizione del “Figlio dell’Uomo” (cfr prima lettura).

Raffaello rappresenta Gesù trasfigurato ammantato di luce e soprattutto con le braccia aperte, gesto che ricorda la crocifissione.

«Per crucem ad resurrectionem».

Alla sua destra Mosè con le tavole della Legge, alla sinistra Elia con in mano i libri delle profezie.

Riassumono la storia di Israele: tutto l’Antico Testamento converge in Gesù, è in attesa di questo Dio che si farà uomo e che porterà la salvezza a tutti coloro che lo vorranno.

È in mezzo a due uomini, così come sarà in mezzo a due criminali sulla croce.

Oggi ho l’onore di presentarti la «Trasfigurazione», capolavoro assoluto di Raffaello e, insieme, sua ultima opera.

Commissionata per la cattedrale di Narbonne dal cardinale Giulio de’ Medici, nel 1520 circa, oggi si trova nella Pinacoteca Vaticana.

I vangeli, subito dopo la Trasfigurazione, raccontano un episodio dall’inizio tenebroso: l’incontro con un indemoniato.

Nessuno era stato capace di aiutare quel ragazzo tormentato dal male, nemmeno i nove apostoli che non avevano preso parte alla Trasfigurazione sul monte.

Raffaello, primo ed unico, si è cimentato con la rappresentazione dei due avvenimenti.

In alto sfavilla la trasparenza luminosa del Cristo, immagine del destino di gloria che spetta a ogni uomo, in basso prevale il buio del dramma di tutti e di ognuno, dalla paura, dalla contrastata speranza.

La luce è vocabolo di Cristo Salvatore. Per questo il suo volto risplende come il sole meridiano.

Commuove l’idea che Raffaello abbia dedicato le ultime ore della sua vita cosciente, prima di cadere in coma e morire, a dipingere il volto di Cristo.

Raffaello Trasfigurazione Pinacoteca Vaticana

L’episodio della Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, in Galilea, è narrato sia dal Vangelo di Matteo (17,1-8) che in quelli di Marco (9, 2-8) e Luca (9,28-36).

Gesù, dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi loro con uno straordinario splendore del viso ed una stupefacente bianchezza delle vesti: “la sua faccia risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Matteo 17, 2) “e le vesti divennero risplendenti e bianchissime, come neve, più bianche di ciò che potrebbe fare alcun lavandaio sulla terra” (Marco 9, 3).

Il dipinto risale alla commissione del Granduca Cosimo III e fu pagato la considerevole cifra di 500 scudi.

La consegna alla Guardaroba Generale avvenne il 25 ottobre del 1685, dunque ancora nel pieno della fitta attività fiorentina di Luca Giordano; il carattere trascendente e metafisico dell’apparizione di Gesù sul monte Tabor si presta in modo perfetto alla visione sempre più barocca che caratterizza le opere di Giordano dal tempo degli affreschi fiorentini alla partenza per la Spagna (1682-1692).

La Trasfigurazione preannuncia per le sue caratteristiche di stile maturo le soluzioni degli anni futuri, improntate alla visione di Rubens e Bernini.

Di forte influsso berniniano e in stretta sintonia con gli esiti del Baciccio, è la ricerca di inediti effetti luministici: la luce si riversa come una cascata dallo sfondo sui primi piani, individuando le forme in controluce.

Il contrasto tra la luce del Tabor e il dramma umano

La parte inferiore della Trasfigurazione di Raffaello mostra la scena del fanciullo ossesso dal demonio, che il resto degli apostoli non riesce a liberare.

Il fanciullo è identificabile dai movimenti innaturali degli occhi e dal fatto che è trattenuto dai familiari.

In primo piano di spalle la madre del ragazzo indica agli apostoli il sopraggiungere di una nuova crisi.

Alcuni in questa figura hanno visto la Fede necessaria per ottenere il miracolo.

Il ragazzo posseduto dal male, come ogni vivente, chiede di essere salvato dalla sventura che lo opprime e lo devasta.

Chi gli sta accanto vorrebbe aiutarlo, sanno che la sua salvezza è anche la loro.

Ma solo Cristo può salvare, come mostra sulla sinistra l’evangelista, la mano tesa a indicare il Trasfigurato sul Tabor.

Toni scuri, drammaticamente realistici, quasi caravaggeschi, caratterizzano la parte inferiore. In alto trionfa la luce.

La gloria futura dell’uomo

La Trasfigurazione è immagine della gloria futura che attende l’uomo.

L’immortalità dell’anima per San Paolo non è semplice prolungamento dell’esistenza terrena, ma passaggio ad un’esistenza infinitamente superiore.

Resta sempre misterioso l’«aldilà» sul quale la nostra curiosità non è mai soddisfatta.

Gesù ai suoi apostoli, malinconici per il pensiero della sua prossima morte, dice: «Vado a prepararvi un posto. Tornerò a prendervi con me, in modo che la dove sono io, ci siate anche voi» (Gv 14, 2-3).

La Trasfigurazione preannuncia la Pasqua e mostra il destino verso il quale il credente è chiamato: non una semplice continuazione dell’esistenza terrena, ma una vita trasformata dalla gloria di Dio.

La trasfigurazione - II Domenica di Quaresima

La luce del Tabor non elimina la sofferenza, ma permette di attraversarla con uno sguardo nuovo. La preghiera, l’ascolto della Parola, la purificazione del cuore, la carità e l’Eucaristia diventano vie attraverso le quali la grazia di Cristo penetra nella vita e la orienta verso la risurrezione.

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