La trasfigurazione del Signore: commento di padre Fernando Armellini

La trasfigurazione è una pagina di teologia nella quale Gesù manifesta ai discepoli la gloria nascosta della sua identità e illumina il cammino che conduce alla Pasqua. Il volto luminoso, le vesti splendenti, la nube e la voce dal cielo rivelano che il Messia non deve essere interpretato secondo i criteri del successo umano, ma secondo il progetto del Padre, che passa attraverso la sofferenza, il servizio, la morte e la risurrezione.

Il racconto invita quindi a contemplare nel volto sfigurato dagli uomini il volto del Cristo trasfigurato. Gesù sale sul monte con Pietro, Giacomo e Giovanni, li conduce lontano dai ragionamenti e dai calcoli umani e li introduce negli imperscrutabili disegni del Padre, per riportarli poi trasformati sulla terra dove sono chiamati ad operare.

Il contesto della trasfigurazione

Il racconto della trasfigurazione di Gesù, riferito in modo quasi identico da Marco, Matteo e Luca, ne è un esempio. Nell’interpretazione di un testo evangelico bisogna sempre essere molto cauti perché quella che, a prima vista, può apparire la semplice cronaca di un fatto, ad un esame più accurato si rivela spesso una pagina di teologia, redatta secondo i canoni del linguaggio biblico.

Compito del biblista è identificare la forma letteraria del racconto, evidenziare i riferimenti all’Antico Testamento e decodificare le varie immagini, in modo che dal brano possa emergere, nitido, il messaggio che l’evangelista intende comunicare. La pagina evangelica che ci viene proposta oggi richiede un approccio attento e uno studio accurato, anche se potrà sembrare meticoloso e forse anche un po’ arido.

Iniziamo con l’annotazione apparentemente irrilevante con cui inizia: “Sei giorni dopo”. Non viene notato dopo che cosa, ma il riferimento più probabile è al dibattito sull’identità di Gesù avvenuto poco prima nella regione di Cesarea di Filippo (Mt 16,13-20).

Là Pietro aveva professato la sua fede in Gesù: “Tu sei il Cristo”; ma i sogni che coltivava non erano quelli del Maestro che infatti lo aveva ammonito: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” e aveva ingiunto ai discepoli di non parlare di lui a nessuno (Mt 16,20).

Prima doveva essere chiarito l’equivoco, il fraintendimento riguardo alla sua identità di Messia: continuavano caparbiamente a volerlo orientare verso il successo, mentre la meta stabilita da Dio si trovava nella direzione opposta. È in questo contesto di cambiamento di mentalità che è collocata da Matteo la “trasfigurazione”.

Il testo evangelico secondo Matteo

Vangelo (Mt 17,1-9)

1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”.

5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”.

6 All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”.

8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. 9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

Il monte come luogo dell’incontro con Dio

Gesù prende con sé tre discepoli e sale su un monte. Il monte, nella Bibbia - come, del resto, presso tutti i popoli dell’antichità - era il luogo dell’incontro con Dio.

Sul Sinai Mosè era stato testimone della manifestazione di Dio e aveva ricevuto la rivelazione che poi aveva trasmesso al popolo; anche Elia aveva incontrato il Signore in cima all’Oreb.

La tradizione colloca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, un monte che sorge, isolato, al centro della fertile pianura di Esdrelon. Coperto di lecci, carrubi e pini, fin dai tempi più remoti, era chiamato il monte santo e sulla sua cima erano offerti culti alle divinità pagane.

Oggi il luogo invita al raccoglimento e alla preghiera. Lì viene spontaneo elevare lo sguardo al cielo e il pensiero a Dio.

Per quanto possa essere suggestiva questa esperienza, va tenuto presente che il vangelo non parla del Tabor, ma di un monte elevato e, nel linguaggio biblico, il monte non indica un luogo materiale, ma l’esperienza interiore di una manifestazione di Dio, il momento in cui l’intimità con il Signore raggiunge il culmine.

Ricorrendo al linguaggio dei mistici potremmo definirlo la condizione spirituale dell’anima che si sente dissolvere in Dio, giungendo quasi a identificarsi con i suoi pensieri e i suoi sentimenti.

Gesù lascia la pianura e conduce in alto alcuni discepoli; li allontana dai ragionamenti e dai calcoli umani per introdurli negli imperscrutabili disegni del Padre. Li fa salire per riportarli poi, trasformati, sulla terra dove sono chiamati ad operare.

Monte Tabor e trasfigurazione di Gesù

La luce del volto di Cristo

Deve soprattutto avere “visto” colui che fa della vita un dono non nella veste oscura dello sconfitto, ma avvolto di luce sfolgorante e gloriosa.

Sul “monte”, Gesù appare diverso da come lo hanno giudicato gli uomini. Lì si assiste a una metamorfosi: il suo volto sfigurato si trasfigura, il buio dell’insuccesso si illumina, l’abito logoro del servo si tramuta in splendida veste regale, la tenebra della morte si dissolve nell’aurora della Pasqua.

La luce sul volto di Gesù indica che, durante la preghiera, egli ha compreso e fatto suo il progetto del Padre; ha capito che il suo sacrificio non si sarebbe concluso con la sconfitta, ma nella gloria della risurrezione.

Durante la preghiera, il volto di Gesù cambia d’aspetto (v.29); a differenza degli altri evangelisti, Luca non parla di trasfigurazione, ma di “cambiamento d’aspetto”. Questo splendore è il segno della gloria che avvolge chi è unito a Dio.

Anche il volto di Mosè diveniva brillante quando egli entrava in dialogo con il Signore (Es 34,29-35). Ogni autentico incontro con Dio lascia qualche traccia visibile sul volto dell’uomo.

Dopo una celebrazione della Parola vissuta intensamente, tutti torniamo alle nostre case più felici, più sereni, più buoni, più sorridenti, più disposti ad essere tolleranti, comprensivi, generosi e anche i nostri volti sono più distesi e sembrano rifulgere di luce.

Il significato di Mosè ed Elia

Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Essi sono il simbolo della Legge e dei Profeti, rappresentano tutto l’AT.

Tutti i libri sacri d’Israele hanno lo scopo di condurre a dialogare con Gesù, sono orientati a lui. Senza Gesù l’AT è incomprensibile, ma anche Gesù, senza l’AT, rimane un mistero.

Nel giorno di Pasqua, per far capire ai discepoli il significato della sua morte e risurrezione, egli ricorrerà all’AT: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti - nota l’evangelista - spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

Se scorriamo il libro dell’Esodo, scopriamo che anche Mosè era salito sul monte “dopo sei giorni” (Es 24,16), che non vi era andato da solo, ma aveva preso con sé tre persone, Aronne, Nadab e Abiu (Es 24,1.9), che anch’egli era stato avvolto da una nube e che il suo volto era stato trasfigurato dallo splendore della gloria divina (Es 34,30).

Anche Marco e Matteo introducono Mosè ed Elia, ma solo Luca ricorda il tema del loro dialogo con Gesù: parlavano del suo esodo, cioè del suo passaggio da questo mondo al Padre.

Ecco da dove è venuta a Gesù la luce che gli ha svelato la sua missione: dalla parola di Dio contenuta nell’AT. È lì che egli ha scoperto che il Messia non era destinato al trionfo, ma alla sconfitta, che doveva soffrire molto, essere umiliato e rigettato dagli uomini, come è detto del servo del Signore (Is 53).

La nube e la voce del Padre

Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. La nube richiama le manifestazioni divine dell’Antico Testamento e indica la presenza misteriosa di Dio.

Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. La voce del Padre non invita anzitutto a guardare, ma ad ascoltare il Figlio.

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”.

Il timore dei discepoli non è l’ultima parola dell’esperienza sul monte. Gesù si avvicina, li tocca, li rialza e li libera dalla paura.

Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. Questa è la conclusione della visione: Mosè ed Elia scompaiono e rimane Gesù solo, colui che deve essere ascoltato.

La trasfigurazione nel Vangelo di Luca

Vangelo (Lc 9,28b-36)

28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

30 Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.

32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva.

34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.

36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Questo brano è interpretato da alcuni come una breve anticipazione dell’esperienza del paradiso, concessa da Gesù ad un gruppo ristretto di amici per prepararli a sopportare la dura prova della sua passione e morte.

Oggi ci soffermeremo soprattutto su alcuni particolari significativi che si ritrovano soltanto nella versione di Luca. Solo questo evangelista specifica la ragione per cui Gesù sale sul monte: va là per pregare (v.28).

Gesù è solito dedicare molto tempo alla preghiera. Non sapeva fin dall’inizio come si sarebbe svolta la sua vita, non conosceva il destino che lo attendeva, lo venne scoprendo gradualmente, attraverso le illuminazioni che riceveva durante la preghiera.

È in uno di questi momenti spiritualmente intensi che Gesù si rende conto che è chiamato a salvare gli uomini non mediante il trionfo, ma attraverso la sconfitta.

A metà del suo Vangelo, Luca comincia a rilevare i primi segnali dell’insuccesso: le folle, prima entusiaste, abbandonano Gesù, qualcuno lo prende per un esaltato e un sovversivo, i suoi nemici tramano per ucciderlo.

E’ comprensibile che egli allora si interroghi sul cammino che il Padre vuole che percorra. Per questo “va sul monte a pregare”.

Il sonno dei discepoli e la difficoltà di comprendere

I tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni non comprendono nulla di quanto sta accadendo (vv.32-33). Sono colti dal sonno.

Difficile pensare - anche se qualcuno lo ha fatto - ad un bisogno di appisolarsi perché la salita sul monte è stata faticosa e perché pare che la scena si svolga di notte.

Nel linguaggio dell’AT questo perdere la testa è reso con l’immagine del dormiveglia o del sogno. Durante il sonno di Adamo viene creata la donna (Gen 2,21); quando il torpore cade su Abramo, il Signore viene a stringere un patto con lui; sul monte della trasfigurazione i tre discepoli contemplano la gloria del Signore quando sono colti dal sonno.

Sembra quasi che l’affievolimento o un certo ottundimento delle facoltà dell’uomo sia la premessa necessaria alle rivelazioni e agli interventi di Dio.

È vero: solo chi perde la testa per Cristo può credere che morendo per amore si giunge alla vita.

Pietro e il desiderio di restare sul monte

Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”.

Il desiderio di Pietro è comprensibile: l’esperienza della gloria è bella e rassicurante, mentre la discesa dal monte conduce verso Gerusalemme, verso la sofferenza e la croce.

Ma il discepolo non ha ancora compreso che la trasfigurazione non è una fuga dalla storia. Gesù non conduce i suoi sul monte per sottrarli al mondo, ma per trasformarli e restituirli al mondo con una nuova capacità di affrontare il male.

Li fa salire per riportarli poi, trasformati, sulla terra dove sono chiamati ad operare.

Dalla gloria del monte alla vita quotidiana

Chi ama veramente l’umanità e vuole impegnarsi nella costruzione del regno di Dio nel mondo deve prima alzare gli occhi al Cielo, sintonizzare i propri pensieri e progetti con quelli del Signore.

Subito dopo il racconto della trasfigurazione, i tre vangeli sinottici narrano l’episodio della guarigione di un ragazzo epilettico.

Gesù scende dal monte con Pietro, Giacomo e Giovanni ed ecco un uomo staccarsi dalla folla, corrergli incontro e chiedergli aiuto. Mio figlio - dice - è “posseduto da uno spirito” che lo afferra, lo getta a terra, lo fa schiumare e urlare finché non si accascia sfinito; “ho supplicato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti” (Lc 9,38-40).

Gesù aveva conferito loro “potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie” (Lc 9,1). Come mai non sono stati capaci di svolgere la loro missione?

La ragione è presto trovata: perché non sono stati sul monte con il Maestro. Chi non ha visto il suo volto glorioso è incapace di contrastare efficacemente le forze del male che affliggono l’umanità.

La contemplazione della gloria non elimina il servizio, ma lo rende possibile. La luce ricevuta nella preghiera deve diventare forza per affrontare il dolore, l’ingiustizia e tutte le forme di male presenti nella storia.

La trasfigurazione e il Figlio dell’uomo

La prima lettura presenta la visione di Daniele, nella quale il dominio delle belve viene sostituito dal regno di uno simile a un figlio d’uomo.

Prima Lettura (Dn 7,9-10.13-14)

9 Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente.

10 Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti.

13 Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, 14 che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto.

Il capitolo dal quale è tratta la lettura si apre con una drammatica visione notturna. Daniele vede emergere dall’oceano - che nell’antico Medio Oriente era il simbolo del mondo ostile e del caos - quattro enormi bestie: un leone, un orso, un leopardo e una quarta belva spaventosa, terribile, dalla forza eccezionale, capace di stritolare ogni cosa con i suoi denti di ferro (Dn 7,2-8).

Il linguaggio e le immagini sono apocalittiche. I riferimenti e le allusioni alla storia dei popoli che vi sono simboleggiati non sono difficili da decodificare perché è lo stesso profeta, nel seguito del racconto, a chiarirne il significato (Dn 7,17-27).

Le fiere rappresentano i quattro grandi imperi che si sono succeduti nel mondo e che hanno oppresso il popolo di Dio.

ImmagineSignificato
Il leoneIl regno sanguinario di Babilonia
L’orsoIl popolo della Media
Il leopardo con quattro testeIl simbolo dei persiani
La quarta bestiaIl regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, i diadochi

Il leone indica il regno sanguinario di Babilonia, la maledetta, la città crudele che ha distrutto Gerusalemme e il suo tempio; l’orso è il popolo della Media, vorace e sempre pronto ad aggredire; il leopardo con quattro teste è il simbolo dei persiani che scrutano in ogni direzione in cerca di preda; la quarta bestia, la più spaventosa, raffigura il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, i diadochi.

Di questi, uno si presenta particolarmente sinistro, Antioco IV, il persecutore dei santi fedeli alla legge di Dio. Egli detiene il potere proprio nel tempo in cui viene redatto il libro di Daniele.

Nella storia si sono sempre succeduti regni crudeli e impietosi con i deboli, imperi che hanno violato i diritti dei popoli e si sono imposti con la violenza e il sopruso, che si sono comportati come le belve.

Il mondo sarà sempre vittima di dominatori arroganti che fanno della forza il loro dio? Il Signore assisterà indifferente all’oppressione del suo popolo? Sono questi gli interrogativi angoscianti ai quali Daniele, in nome di Dio, vuole rispondere.

Eccolo infatti introdurre la scena grandiosa che è ripresa nella prima parte della nostra lettura (vv. 9-12). In cielo vengono collocati dei troni, un vegliardo - che rappresenta lo stesso Signore - si asside per il giudizio e pronuncia la sentenza: alle belve è tolto il potere e l’ultima viene uccisa, fatta a pezzi e gettata nel fuoco (Dn 7,9-12).

Poi cosa accade? Il veggente continua a riferire la sua rivelazione: “Guardando nelle visioni notturne, ecco apparire, con le nubi del cielo, uno simile ad un figlio d’uomo” al quale il vegliardo - Dio - affida il potere, la gloria ed il regno.

Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo. Il mondo è sempre stato gestito da persone mosse da istinti bestiali, ora non più, sta per giungere uno con cuore d’uomo.

Chi è questo personaggio? Non viene dal mare come i quattro mostri, ma dal cielo, cioè da Dio.

L’autore del libro di Daniele non pensava a un singolo individuo, si riferiva a Israele che, dopo la grande tribolazione sopportata sotto Antioco IV, avrebbe ricevuto da Dio un regno eterno che non sarebbe mai tramontato.

Tutti i popoli gli sarebbero stati sottomessi, senza essere oppressi, perché il suo re avrebbe avuto un cuore d’uomo.

Con questa profezia, scritta durante la persecuzione dell’empio Antioco IV (167-164 a.C.), l’autore voleva infondere coraggio e speranza nel suo popolo.

L’oppressione - assicurava - stava volgendo alla fine; ancora pochi anni e Dio avrebbe consegnato a Israele il dominio del mondo.

Quando si è compiuta questa profezia? Dopo due o tre anni, Israele riuscì a ottenere l’indipendenza politica e molti ritennero che era finalmente giunto il regno del “figlio d’uomo” promesso da Daniele.

I fatti, purtroppo, smentirono queste attese. I Maccabei - eroici capi della resistenza giudaica - conquistato il trono, dimenticarono presto l’alleanza con il Signore e si tramutarono in oppressori.

Continuarono a recitare il copione delle fiere: faide familiari, intrighi per il potere, crudeltà, vita di corte raffinata, corruzione religiosa e morale.

La profezia - oggi noi lo sappiamo - non si è realizzata con loro, ma con l’avvento di Gesù, il “figlio d’uomo” che ha dato inizio al regno dei santi dell’Altissimo (Mc 14,62).

Un regno fondato sul servizio

Egli non ha messo in scena attori nuovi per recitare il copione antico, ha cambiato il copione, ha introdotto un criterio nuovo, opposto a quello che, in ogni epoca, ha dato origine a regni di belve: non più salire per dominare, ma scendere per ricevere ordini, non più l’asservimento dei deboli, ma il servizio reso ai deboli.

Il suo regno non è iniziato con una vittoria, ma con una sconfitta. I poteri politico, economico e religioso del suo tempo si sono coalizzati per eliminarlo e lo hanno ucciso, certi di aver posto fine alla sua proposta.

Invece la sua sconfitta ha segnato l’inizio del mondo nuovo.

Avendo in sé una forza divina, questo regno del Figlio d’uomo, malgrado le rabbiose opposizioni che dovrà sempre affrontare, è destinato espandersi e a prendere possesso di tutti i cuori.

Sarà “come la luce dell’alba, che va aumentando in splendore fino a quando è giorno pieno” (Pr 4,18).

La testimonianza del santo monte

Seconda Lettura (2 Pt 1,16-19)

16 Fratelli, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.

17 Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

18 Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. 19 E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori.

I primi cristiani - e lo stesso Paolo - erano convinti che il Signore si sarebbe presto manifestato nella sua gloria e avrebbe introdotto i suoi fedeli nel suo regno.

Verso la fine del I sec. d.C. cominciò però a serpeggiare fra i discepoli la delusione per la mancata venuta del Signore, mentre i miscredenti chiedevano beffardi: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).

Per minare la fede dei discepoli, alcuni scettici diffondevano anche il sospetto che la profezia della venuta del Signore altro non fosse che un mito elaborato da gente scaltra per mantenere sotto controllo le persone ingenue e credulone.

A queste malevole insinuazioni risponde un discepolo di Pietro che, scrivendo in nome del maestro, adduce, come prove inconfutabili della verità del messaggio annunciato, l’esperienza personale vissuta da Pietro “sul santo monte” e la testimonianza resa dagli apostoli che hanno “visto” la grandezza del Signore Gesù.

Avvolti nella gloria di una epifania divina, essi hanno “udito” la voce del Cielo: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.

Non è stata dunque inventata alcuna favola. È stata trasmessa una rivelazione ricevuta da coloro che sono vissuti accanto a Gesù di Nazaret.

Essi, illuminati dall’alto, hanno contemplato il suo volto luminoso e glorioso.

Poi continua: noi siamo come le sentinelle che vegliano durante la notte e scrutano l’orizzonte, in trepida attesa, per veder apparire la radiosa “stella del mattino” (Ap 2,28; 22,16), apportatrice del nuovo giorno.

Nell’attesa di questa gioiosa aurora, i volti dei credenti sono illuminati e i loro passi guidati da una lampada che brilla in un mondo ancora avvolto in dense tenebre. La lampada è la parola di Dio trasmessa dalle sacre Scritture (v. 19).

La trasfigurazione come annuncio della Pasqua

La trasfigurazione non è separabile dalla morte e risurrezione di Gesù. Mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

Il volto splendente e le vesti candide anticipano la gloria pasquale. Il buio dell’insuccesso si illumina, l’abito logoro del servo si tramuta in splendida veste regale, la tenebra della morte si dissolve nell’aurora della Pasqua.

Il suo regno non è iniziato con una vittoria, ma con una sconfitta. Invece la sua sconfitta ha segnato l’inizio del mondo nuovo.

Solo Cristo morto e risorto dà una risposta soddisfacente agli interrogativi più profondi dell’uomo: perché vivo e perché muoio? Da dove vengo e dove vado?

La testimonianza nasce dall’incontro con il Risorto

Le parole della Prima lettera di Giovanni descrivono l’esperienza di chi ha incontrato il Signore: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… noi lo annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3).

Un’esperienza invidiabile, ma irrepetibile la sua. Tuttavia, per divenire “testimoni” di Cristo, non è indispensabile aver camminato con Gesù di Nazaret lungo le strade della Palestina.

Paolo - che pure non ha conosciuto personalmente Gesù - è costituito testimone delle cose che ha visto (At 26,16) e riceve dal Signore quest’incombenza: “Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (At 23,11).

Per essere testimone, basta aver visto il Signore realmente vivo, al di là della morte.

Testimoniare non equivale a dare buon esempio. Questo è certamente utile, ma la testimonianza è un’altra cosa.

La può dare solo chi è passato dalla morte alla vita, chi può confermare che la sua esistenza è cambiata e ha acquistato un senso da quando è stata illuminata dalla luce della Pasqua, chi ha fatto l’esperienza che la fede in Cristo dà senso alle gioie e ai dolori e illumina i momenti lieti e quelli tristi.

La risurrezione di Cristo è un punto di riferimento costante in tutti i progetti che facciamo, quando comperiamo, vendiamo, dialoghiamo, dividiamo un’eredità, quando scegliamo di avere un altro figlio, o riteniamo che le realtà di questo mondo non abbiano nulla a che vedere con la Pasqua?

Chi ha visto il Signore non fa più nulla senza di lui.

La vita trasfigurata e le realtà della terra

Seconda Lettura (Col 3,1-4)

1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

Scrivendo ai cristiani di Colossi, Paolo ricorda loro che, nel giorno del battesimo, essi sono nati ad una vita nuova, vita che ha la sua piena realizzazione non in questo mondo, ma nel mondo di Dio.

La fede in questa vita nuova è ciò che differenzia i credenti dagli atei, i quali sono convinti che l’uomo, contando unicamente sulle proprie forze, riesce a raggiungere la salvezza in questo mondo.

Non è difficile rendersi conto che, anche se venissero risolti tutti i problemi materiali, ci fosse cibo per tutti, il dolore e la malattia fossero vinti, pure allora rimarrebbero delle domande irrisolte nell’intimo del cuore dell’uomo: perché vivo e perché muoio? Da dove vengo e dove vado?

Solo Cristo morto e risorto dà una risposta soddisfacente a questi interrogativi.

Paolo non dice che i cristiani non devono interessarsi delle realtà di questo mondo. Essi lavorano e s’impegnano come gli altri.

Tuttavia sono convinti che la pienezza di vita non può essere raggiunta qui (v.2). Le opere buone non possono mancare - dice la lettura - sono una manifestazione della vita nuova, sono segni della sua presenza.

Sono come i frutti che possono spuntare e crescere solo su un albero vivo e rigoglioso.

Fedele al pensiero biblico, l’Apostolo non parla di annientamento del corpo - come invece sosteneva la filosofia greca - ma di una metamorfosi di tutta la persona che diviene conforme al corpo glorioso di Cristo.

Sbagliano dunque coloro che volgono gli occhi a questa terra come se essa fosse la dimora definitiva e fanno del “ventre” il loro Dio.

Il passaggio dalla morte alla vita

La Pasqua permette di comprendere pienamente la trasfigurazione. Nel Vangelo secondo Giovanni, la tomba vuota diventa il punto di partenza della fede nella vittoria della vita.

“Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era ancora buio…” (v.1). In queste prime parole del Vangelo del giorno di Pasqua si percepiscono, quasi si respirano i segni della vittoria della morte.

Sulla terra tutto è silenzio, immobilità, quiete, ed una donna, sola ed impaurita, si muove nell’oscurità della notte.

La morte sembra dominare incontrastata e il silenzio e il buio ne celebrano il trionfo.

Il potere, il principio della forza, la discriminazione, l’ingiustizia, il lievito dell’astuzia sembrano aver avuto definitivamente la meglio sulle forze della vita.

Vediamo invece cosa accade quando Maria scorge il sepolcro vuoto: la scena cambia come d’incanto. Colti da un improvviso fremito, tutti i personaggi si scuotono dal loro torpore e prendono a muoversi rapidamente.

“Maria di Magdala corre da Simon Pietro… che si precipita fuori con l’altro discepolo… Corrono insieme, ma l’altro discepolo corre più veloce…” (vv.2-4).

Cogliendo tutti di sorpresa, il giorno dopo il sabato, la vita riesplode in tutta la sua forza.

Dio è intervenuto e ha spalancato il sepolcro, ma la Maddalena ancora non lo sa, pensa che il cadavere sia stato trafugato.

La sua è una reazione naturale e spontanea, è il primo pensiero che attraversa la mente di chiunque s’imbatte in una tomba vuota.

Ci si può fermare a questa prima constatazione o si può continuare a cercare un senso a ciò che si constata.

Di fronte alla morte ci si può rassegnare e piangere o aprire il cuore alla luce dall’alto.

Il discepolo autentico vede e comincia a credere

Il discepolo senza nome giunge per primo, si china, vede le bende per terra, ma non entra.

Giunge anche Simon Pietro che entra, vede le bende per terra e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù, non per terra con le bende, ma arrotolato in un luogo a parte.

Nulla di miracoloso, non c’è alcuna apparizione di angeli, ovunque si vedono solo i segni della morte.

Forse i due discepoli hanno un’intuizione, quella formulata da Giovanni Crisostomo: “Chiunque avesse portato via il corpo, non lo avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e di arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte”.

Il cadavere non è dunque stato trafugato.

Pietro si ferma, attonito e stupefatto. Constata, ma non riesce ad andare oltre. I suoi pensieri si bloccano davanti all’evidenza della morte.

Il discepolo senza nome invece fa un passo in avanti: vede e comincia a credere (v.8).

E’ il momento culminante del suo cammino verso la fede nel Signore risorto. Di fronte ai segni della morte - la tomba, le bende, il sudario - egli comincia a percepire la vittoria della vita.

L’annotazione che segue accomuna i due discepoli: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (v.9).

Sembra illogica, almeno per quanto riguarda il discepolo senza nome. Ma, a questo punto, l’evangelista Giovanni non sta redigendo una fredda cronaca dei fatti, ma sta indicando ai cristiani delle sue comunità l’itinerario attraverso il quale si giunge alla fede.

Si parte dai segni - quelli documentati dai Vangeli (Gv 20,30-31) - che però rimangono misteriosi e incomprensibili se non ci si lascia guidare dalla parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture.

Sono queste che spalancano la mente e il cuore e danno l’illuminazione interiore che svela il Risorto.

Il discepolo autentico non ha bisogno di altre prove, non ha bisogno delle verifiche che esigerà Tommaso.

Gesù ha detto ai discepoli: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.

Chi ancora non crede considera un’assurdità, una follia il dono gratuito della vita, perché dietro questo dono vede solo i segni della morte.

Alla luce della Pasqua invece, il discepolo autentico “comincia a capire” che la vita donata per i fratelli introduce nella beatitudine di Dio.

La missione dei discepoli

Prima Lettura (At 10,34.37-43)

34 Pietro prese la parola e disse: 37 “Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.

39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.

42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome”.

Questa lettura è presa dal quinto degli otto discorsi pronunciati da Pietro negli Atti degli Apostoli.

La scena si svolge a Cesarea, nella casa del centurione Cornelio dove si è riunito un gruppo di pagani che stanno per ricevere il battesimo.

E’ prezioso questo brano perché, in sintesi, presenta la predicazione fatta nelle prime comunità cristiane.

Ponendola sulla bocca di Pietro, l’autore intende conferirle l’autorevolezza e la garanzia dell’ufficialità.

La predicazione richiama anzitutto la vita di Gesù. Egli è passato facendo del bene e curando tutti coloro che erano vittime del male perché in lui operava la forza di Dio (vv.37-38).

Pietro sottolinea fatti concreti, verificabili, noti a tutti, perché la fede cristiana non si basa su elucubrazioni esoteriche o su un personaggio della mitologia, ma fa riferimento a un uomo concreto, vissuto in un luogo e in un tempo ben precisi.

Ciò che è accaduto prima - la sua infanzia e la giovinezza trascorse a Nazareth - interessa la nostra curiosità, ma non costituisce il punto di riferimento per la nostra fede.

Il secondo punto della predicazione è quanto gli uomini hanno fatto: non hanno riconosciuto in Gesù l’inviato di Dio e lo hanno ucciso inchiodandolo ad una croce (v.39).

E Dio come ha reagito? Egli - dice Pietro - non poteva abbandonare il suo “Servo fedele” prigioniero della morte, per questo lo ha risuscitato.

La sua opera si oppone a quella degli uomini, che danno la morte, portano verso il sepolcro. Dio è colui che risolleva e conduce alla vita.

Questo è l’articolo fondamentale della nostra fede (v.40).

Infine viene indicata la missione dei discepoli: essi sono testimoni di questi fatti (v.39.41) e sono inviati ad annunciare e attestare che Gesù è stato costituito giudice dei vivi e dei morti (v.42).

Questa verità fa parte del “Credo” e non è una minaccia, ma un messaggio lieto.

Gli apostoli devono dire a tutti che Gesù non è un giudice che condanna, ma il modello con il quale Dio confronta la vita di ogni uomo, dichiarandone la riuscita o il fallimento.

Non c’è un’istanza superiore. I Giudei non potranno appellarsi alla loro fede in Dio o all’osservanza della legge.

Il punto di riferimento stabilito da Dio non sono la legge, le tradizioni, né qualunque altro criterio umano, ma è Gesù e soltanto Gesù.

Gli apostoli sono suoi testimoni perché sono stati con lui, hanno mangiato e bevuto con lui, hanno udito i suoi insegnamenti e hanno visto i segni da lui compiuti.

Non sono testimoni per la loro vita esemplare, ma in quanto hanno fatto un’esperienza unica che sono in grado di riferire a chiunque li voglia ascoltare con onestà e purezza di cuore.

La trasfigurazione come criterio per la vita

La trasfigurazione invita a cambiare il modo di guardare Cristo, la storia e le persone. Gesù appare diverso da come lo hanno giudicato gli uomini.

Il volto sfigurato dagli uomini è il volto del Cristo trasfigurato. La sconfitta non è l’ultima parola; il servizio non è umiliazione sterile; la morte affrontata nell’amore non è annientamento, ma passaggio alla vita.

Chi ama veramente l’umanità e vuole impegnarsi nella costruzione del regno di Dio nel mondo deve prima alzare gli occhi al Cielo, sintonizzare i propri pensieri e progetti con quelli del Signore.

La contemplazione non allontana dalla terra: conduce nuovamente alla terra, ma con occhi nuovi, con pensieri nuovi e con la disponibilità a servire i deboli.

Egli non ha messo in scena attori nuovi per recitare il copione antico, ha cambiato il copione, ha introdotto un criterio nuovo, opposto a quello che, in ogni epoca, ha dato origine a regni di belve: non più salire per dominare, ma scendere per ricevere ordini, non più l’asservimento dei deboli, ma il servizio reso ai deboli.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo: Donaci Signore di contemplare nel volto sfigurato dagli uomini, il volto del Cristo trasfigurato.

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