Suor Mirella Muià è un’eremita diocesana e iconografa che vive a Gerace, in Calabria, nell’Eremo dell’Unità, presso il santuario della Madonna di Montserrat. Dopo gli studi e l’attività accademica a Parigi, una figlia, una grave malattia e un lungo percorso di riscoperta della fede, ha scelto un’esistenza scandita da preghiera, meditazione, silenzio, accoglienza e dialogo tra le diverse tradizioni cristiane.
La sua vita eremitica non è isolamento, né fuga dalle relazioni umane: l’eremo è diventato un luogo di ascolto, confronto ed esperienza ecumenica, aperto a cattolici, ortodossi, riformati, ebrei e persone in ricerca. Dal 2002 suor Mirella coltiva a Gerace una vocazione all’unità tra Oriente e Occidente cristiano, radicata nella storia del monachesimo italo-greco della Calabria.
L’Eremo dell’Unità e la chiesa di Santa Maria di Monserrato
A Gerace si trova la Chiesa di Santa Maria di Monserrato, affacciata su un terrazzo dal quale si ammira il Mar Jonio, Locri, Siderno e Gioiosa Jonica. Accanto alla piccola chiesa sorge un eremo: qui risiede suor Mirella, che ha voluto chiamarlo Eremo dell’Unità.
L’eremo, affidato nel 2002 dall’allora vescovo di Locri-Gerace Giancarlo Bregantini, era quasi un rudere. È in questo luogo che suor Mirella ha incrociato la propria vita con quella degli eremiti che nei secoli l’avevano preceduta proprio in Calabria.
L’Eremo dell’Unità era sede di una Laura, cioè del punto di incontro per le celebrazioni domenicali, degli anacoreti che in quella zona vivevano fin dai primi secoli dell’era cristiana: giunti in fuga dal decadimento sociale e morale del Nord Africa imperiale e poi ancora dalle invasioni barbarica e islamica.
L’eredità e lo stile più che millenari di quegli uomini e donne di preghiera sono come rinati in lei, che li ha assunti quale compimento della sua vita nuova. A Gerace, precisamente nella Chiesa di Santa Maria di Monserrato, vive una suora che ha scelto la vita da eremita.

La “cattolica” del X secolo, con la sua caratteristica cupola a embrici, fu trasformata oltre seicento anni dopo dagli Aragonesi in santuario della Moreneta, la Virgen de Montserrat di Barcellona. Dal 2002 suor Mirella, in questo lembo di terra affacciato a est, coltiva la fragile pianta dell’unità, tra i popoli e tra le fedi.
Sull’altare della chiesa c’è l’iconostasi, dipinta da lei stessa con raffinatezza. Su un tavolino adornato col tallit, accanto a un candelabro a sette braccia, è posta la Bibbia in ebraico.
Una vocazione tra Oriente e Occidente
Gerace conserva una storia cristiana segnata dall’incontro tra tradizioni diverse. L’imponente cattedrale romanica fu costruita nell’anno Mille con le colonne dei templi di Locri Epizefiri, simbolo di morte e risurrezione: per ogni civiltà che sparisce, ce n’è una che prende vita.
Questo fu l’ultimo caposaldo in Italia del rito bizantino, prima che, nel 1480, proprio un vescovo greco, Attanasio Calceopulo, ne guidasse il passaggio a quello latino. E qui si è tornati cristianamente a respirare a due polmoni, tenendo insieme le tradizioni d’Occidente e d’Oriente.
Ne è un esempio l’eremo di Monserrato, dove vive suor Mirella Muià. La Calabria, specialmente questo versante, è da sempre luogo di approdi e di incontri, di partenze e di ritorni.
«Quando sono arrivata in Calabria, dopo la conversione, ho visto che qui c’erano le radici del mio battesimo. Ho cercato di vederle come una realtà presente, anche se sommersa. E le ho incontrate al presente, ancora, anche a Cosenza, avendo lì trascorso un breve periodo prima di venire a Gerace».
«Lì è presente un respiro orientale grazie all’Eparchia di Lungro. È una realtà di quelle radici che sembravano morte ed invece ci proietta nel futuro verso il mistero della comunione con le chiese orientali e con tutte le chiese divise. Proprio perché questa è la vocazione della nostra chiesa di Calabria, quella di essere un ponte tra le chiese di oriente e occidente».
La sua chiamata è dunque ecumenica: «La Chiesa è il corpo del Risorto, ma è ferito e io voglio essere un piccolo unguento sulle piaghe delle divisioni».
La vita di Mirella Muià: dall’infanzia calabrese alla Sorbona
Mirella Muià è nata nel 1947 a Siderno ed è emigrata a cinque anni a Genova, dove il papà faceva il lavoratore marittimo. Da ragazzina cresce come una piccola “straniera”, poi studia Lingue e partecipa alle proteste del Sessantotto.
Originaria di Siderno, Mirella Muià è emigrata giovanissima a Genova, con la famiglia. Qui ha frequentato le superiori e l’Università, con parentesi in Austria e Germania.
In Francia, a partire dal 1971, ha insegnato in vari licei e ha iniziato la carriera di ricercatrice alla Sorbona. Mirella Muià è stata ricercatrice presso la Sorbona di Parigi dal 1977 al 1989.
Conosce Claude, un giovane francese col quale, nel 1970, si trasferisce a Parigi, dove insegna nei licei e tiene conferenze di letteratura italiana alla Sorbona. La coppia mette al mondo una figlia, oggi volontaria in Amazzonia.
Mirella non ha imbarazzi a parlare della sua doppia maternità, biologica ed ecclesiale: «Da religiosa ho scoperto il dono di essere madre, anche nell’accogliere donne che hanno difficoltà in famiglia e nel ruolo genitoriale».
Ha avuto una figlia e presto si è ritrovata a crescerla da sola. Nel frattempo l’allontanamento dalla fede, cominciato all’università, si era trasformato in un razionale rifiuto di Dio, accompagnato dal continuo mettere a tacere di ispirazioni, segni e richiami interiori alla vita spirituale, presenti già all’epoca del liceo.
Ma di lei resta solo una pagina “Scrivere come respirare…”, con i puntini di sospensione perché di tutte le altre cose nel diario che teneva da bambina non c’è più traccia, se non questa magna carta, di una riga soltanto, che scrisse quando aveva tredici anni.
La crisi, la malattia e la riscoperta della fede
Negli anni Novanta una crisi profonda sfocia nella separazione dal compagno e nella riconversione al cristianesimo, abbandonato nell’adolescenza. Poi il baratro della malattia in cui, giunta al fondo, sperimenta il misterioso sostegno di Dio.
Dopo varie vicissitudini e una grave malattia, trova una Bibbia che segna una svolta nella sua vita. La rinascita è progressiva, quasi inesorabile.
Nella basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, conosce un grande iconografo, il gesuita Egon Sendler, che la introduce all’arte sacra e alla spiritualità russe. «Fu un’esperienza fondamentale per me», racconta Mirella.
«Ci incontravamo in quella che fu la casa di Jaques Maritain. Ero digiuna di tutto. L’Assoluto era nel mio vuoto e io ancora non lo sapevo».
Sempre in Francia, per due anni, frequenta un corso di iconografia durante il quale non solo impara quell’arte, ma anche scopre un’irresistibile attrazione verso la spiritualità ortodossa, che vive come una chiamata al ritorno a casa, in quella Calabria che da secoli è ponte, misconosciuto e incompreso, fra Oriente e Occidente cristiano.
Avviene così anche la riscoperta delle proprie radici. Mirella sente il richiamo irresistibile della terra d’origine. Prende contatto con l’Università di Cosenza, dove trova un incarico di lettrice e con la figlia lascia definitivamente Parigi nell’89.
Il ritorno in Calabria e l’incontro con Bregantini
A Rende è accolta da un altro gesuita, padre Pino Stancari. Per dieci anni prega e lavora lì, fin quando, nel 2001, l’allora vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini, le propone di trasferirsi a Gerace.
«Pensa, a Parigi», rivela con un sorriso, «in ricordo dei miei luoghi d’infanzia, tenevo nello studio una vecchia fotografia di Santa Maria di Monserrato».
Fu quasi una sfida: «Bregantini mi disse: “Se vieni, ti darò una chiesa da far rinascere”. Quelle parole corrispondevano alla chiamata che avvertivo da tempo: una Chiesa che rinasca nell’unità, attraverso l’eredità monastica dei padri del deserto».
In Calabria succede che ogni cosa la conduce per mano verso una scelta di vita religiosa. Conosce Bregantini e varie comunità religiose. L’iconografia prende sempre più spazio e con essa la chiamata al dialogo cattolico-ortodosso.
Nello stesso anno è in visita in Calabria il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I. «Parlai con lui del mio progetto di vita eremitica, che approvò a pieno perché si innestava nella storia del monachesimo italo-greco. L’anno successivo venni dunque a Gerace».
La svolta arriva con la visita in Calabria del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I col quale, grazie a Bregantini, instaura un inatteso rapporto confidenziale da cui emerge la conferma che la strada monacale ispirata a quei primi eremiti, simbolo in Calabria della cristianità unita, era quella giusta.

La consacrazione come eremita diocesana
Monserrato pian piano riprende vita. Nel 2012 emette la professione perpetua come eremita diocesana.
Consacrata monaca eremita diocesana nel 2012 da monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, a lei è stato affidato l’eremo dell’Unità e la Chiesa di Santa Maria di Monserrato in Gerace.
A ricordarlo le palpita il cuore: «Mi inginocchiai nella penombra della cattedrale e il vescovo mi impose a lungo le mani, invocando lo Spirito. Per me è stato l’ingresso definitivo del Mistero della Chiesa, con una densità mai assaporata prima».
Mirella è stata sostenuta dai vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi, compreso l’attuale, monsignore Francesco Oliva. La sua esperienza non viene presentata come una rottura con la tradizione, ma come una rinascita del monachesimo italo-greco.
«In realtà, potrei dire che non sono fondatrice, in quanto, il fatto che si tratti di un’esperienza di rinascita del monachesimo Italo-Greco è una continuità, di conseguenza non è una fondazione. Si tratta in realtà della fondazione di un eremo. Questo è vero. Fondare è una parola impegnativa dal punto di vista canonico. E io, confesso, non mi pongo da questo punto di vista».
Come si vive da eremiti
Le sue giornate sono scandite dalla meditazione e dall’aghiagrafia, la sacra scrittura delle icone. E poi, non ultime, ci sono l’accoglienza e l’ascolto.
Il capo è avvolto nel velo delle monache ortodosse, su un abito color sabbia mutuato dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata di Dossetti. Questa donna minuta, dal volto ancora fresco nonostante l’età, è ormai un’altra persona rispetto alla professoressa dell’avanguardia parigina.
«L’eremitismo non è chiusura nell’isolamento, né fuga dalle relazioni umane, ma è una forma di condivisione spirituale. Per questo è essenziale il silenzio, soprattutto interiore, condizione necessaria per l’ascolto di Dio e dei fratelli».
«Il deserto è il nostro mondo. Non c’è bisogno di cercarlo fuori, è nelle nostre città e il monachesimo porta un respiro di vita battesimale. Di questo ha bisogno la gente. Non di idee, ma della pienezza del Signore nella vita».
Ha trasformato il suo eremo in un punto di riferimento per coloro che cercano un’esperienza spirituale autentica e profondamente radicata nella tradizione orientale. Nella piccola foresteria in legno, suor Mirella ospita una religiosa in discernimento per un eventuale passaggio alla vita eremitica.
La solitudine come ascolto e appartenenza
La vita eremitica non elimina il rapporto con le persone, ma lo colloca in una dimensione diversa, fondata sull’ascolto e sulla preghiera. Suor Mirella incontra diverse persone, scrive le icone, dialoga con il mondo ortodosso ed ebraico.
Una volta al mese un prete ortodosso, padre Sergej Tikhonov, celebra la lectio divina sui Salmi. Bussano da suor Mirella, per momenti di preghiera e di confronto, anche fratelli riformati ed ebrei, gente in ricerca, oltre naturalmente a tanti fedeli cattolici.
«Quest’eremo è ormai un santuario dell’ecumenismo. Vengono, tra gli altri, gli amici della comunità bizantina di Reggio e quelli dell’eparchia di Lungro, coi quali celebriamo la divina liturgia e meditiamo la Sacra scrittura».
La sua esperienza attrae e fa scuola. La solitudine dell’eremita, in questa prospettiva, non è una separazione dal mondo, ma un modo di riconoscere più profondamente la comune appartenenza alla famiglia umana.
«La fatica più grande è la lotta contro lo scoraggiamento. La vita eremitica può portare allo scoraggiamento non perché la solitudine porta a questo, ma perché questo tipo di solitudine porta in sé un rischio che è quello della tentazione di vedersi come estranei, esclusi, stranieri, incompresi».
«La realtà può anche essere questa, ma non conta, quello che conta è che tu ti senta appartenere alla famiglia umana, non chiedi alla famiglia umana di riconoscere te come suo membro. Sei tu che devi riconoscere loro».
«La fatica accresce anche con la relazione al territorio. C’è un solo antidoto, la preghiera. La maggiore gioia è il fatto di scoprire che la tua povertà è una grande gioia. San Francesco d’Assisi spiegava la perfetta letizia a fra Leone come somiglianza al Signore in termini di povertà e di rifiuto subìto nella pace interiore».
Preghiera, icone e dialogo ecumenico
La vocazione di suor Mirella si esprime attraverso una combinazione di preghiera, silenzio, lavoro artistico e ospitalità. L’iconografia non è soltanto un’attività manuale, ma una forma di meditazione e di servizio alla tradizione spirituale orientale.
Sull’altare della chiesa l’iconostasi dipinta da lei mette in relazione lo spazio liturgico occidentale con la sensibilità delle Chiese orientali. Accanto ai segni della tradizione ebraica, la Bibbia in ebraico richiama la radice comune delle grandi tradizioni bibliche.
Con suor Mirella si è parlato di Calabria, di società, di teologia, di ‘ndrangheta, di chiesa, di filosofia e di religioni. L’eremo diventa così un luogo nel quale la dimensione contemplativa non si separa dalle domande della società e della storia.
Il suo percorso comprende il dialogo cattolico-ortodosso, ma anche l’incontro con fratelli riformati ed ebrei, con persone in ricerca e con fedeli cattolici. L’unità non viene intesa come cancellazione delle differenze, ma come possibilità di incontro tra tradizioni, popoli e fedi.
La Calabria come terra di ritorno
Quello che spesso ci si domanda è: perché restare in Calabria? Cosa c’è di bello qui? È una terra misteriosa, magica, con la pesantezza di un passato difficile delle persone, e che oggi fa fatica ad esprime un pensiero, oppure, lo esprime ma è sottoterra, come i monaci e gli eremiti che abitano questa terra, a viverla con amore, ed è questo il nocciolo dello stare in Calabria.
A Gerace, ogni mattina, si è incantati dal sole che emerge dal Mar Jonio, tra Punta Stilo e Capo Bruzzano, là dove 2.700 anni fa sbarcarono i Locresi, dando vita a una delle più fiorenti colonie magnogreche.
La Calabria, in questo racconto, non è soltanto il luogo natale al quale tornare dopo molti anni. È una terra nella quale convivono tracce della cultura magnogreca, del cristianesimo orientale, della tradizione latina e della storia monastica.
Una sorta di viaggio circolare, questo che ci viene proposto dalla madre Mirella Muià nel suo ultimo libro. Il viaggio della sua vita.
Dal profondo Sud tradizionalista alla Francia dei Lumi con ritorno. Dalla Calabria alla Sorbona di Parigi, passando per Genova, l’Austria, la Germania e poi nuovamente, definitivamente, la Calabria, col suo radicamento nel cristianesimo orientale.
Il viaggio spirituale di suor Mirella
«Ogni vita è un viaggio», ha scritto nel suo ultimo libro appena uscito. Il percorso di Mirella può essere letto come un viaggio esteriore attraverso città, paesi e ambienti culturali diversi, ma anche come un pellegrinaggio interiore verso la fede, le origini e la vita eremitica.
Un viaggio del cuore: dalla sua presenza, a volte invadente, quasi sempre incompresa, alla sua assenza, quasi totale, nel gelido ardore del pensiero razionalista. E poi l’abisso della malattia, del corpo e dell’anima.
Abisso in cui ricomincia la vita vera: il lento e inesorabile riemergere di Dio, la riscoperta, questa volta cosciente, dell’importanza del cuore e della strada di casa.
Un viaggio che per Mirella Muià è durato decenni: un po’ come per Ulisse nel suo ritorno a Itaca, a Penelope, dopo che da avventuriero era partito per una guerra lontana.
Il suo libro, in fondo, è un po’ Iliade e un po’ Odissea senza avere alcuna pretesa di esserlo. Anzi, è narrato con una tale semplicità e spontaneità di parole da risultare efficace e immediato, ma fuori da ogni forma di costruzione letteraria.
Un po’ Iliade nella necessità che è di ogni persona di affrontare le battaglie e le malintese infatuazioni della vita. Un po’ Odissea nell’urgenza, per ognuno, di rimettersi sulla strada per ritrovare quel che conta della verità e dell’amore.
Perché ogni vita si compie davvero nel ritorno alle origini, a quel soffio dello Spirito che ci rende unici e diversi da ogni altra vita.
Il libro e il racconto autobiografico
È in questo luogo che, nel libro La porta aperta dell’orizzonte, colloca la conclusione della sua Storia di un lungo viaggio, come spiega il sottotitolo.
Ha pubblicato nel 2022 La porta aperta all’orizzonte, in cui racconta la sua storia. Il libro racconta un percorso fatto di spostamenti, crisi, esperienze culturali, maternità, malattia, conversione e ritorno alla terra d’origine.
Non quindi un viaggio iniziatico in senso letterario, quello della madre Mirella Muià, perché si tratta di vita concreta, quasi come in presa diretta. Raccontata più a partire dai sentimenti che dagli episodi e dalle date.
Vita fatta dei travagli, delle delusioni e delle piccole e grandi gioie in cui tutti noi siamo quotidianamente immersi. Vita di speranze smarrite, di vocazioni messe a tacere, di lampi di luce oscurati, di profumi spirituali trascurati e persino denigrati.
Di porte mai definitivamente chiuse che, di tanto in tanto, si aprono su un orizzonte che chiama al viaggio che conta davvero e per noi, come è stato per lei, arriva il momento di cogliere l’attimo.
L’ascolto come forma di presenza
L’incontro con suor Mirella conduce anche a una riflessione sull’ascolto. Imparare a guardare, con occhi aperti, senza indifferenza, e imparare l’arte difficile dell’ascolto.
Scrive il filosofo e teologo Vito Mancuso, “Occorre imparare ad ascoltare per evolvere, mentre siamo sempre più egoriferiti e sordi agli stimoli. Noi siamo come suoni, ma possiamo diventare musica e per farlo dobbiamo accordarci con gli altri”.
Il silenzio dell’eremo non è quindi semplice assenza di parole. È una condizione necessaria per ascoltare Dio e i fratelli, per accogliere chi arriva e per riconoscere la propria appartenenza alla famiglia umana.
«Siamo in viaggio, tutti e sempre, ma non ne siamo consapevoli. Il vero pellegrinaggio interiore non si misura in passi, ma in silenzi».