A nonn chiagnenn annanz o crocifisso

«A nonn chiagnenn annanz o crocifisso» esprime il pianto e la preghiera davanti al Crocifisso, percepito non soltanto come immagine del dolore, ma come presenza di Gesù, compagno di strada e fonte di speranza, amore e vita.

Il Crocifisso, per i cristiani, ha un profondo significato simbolico, non di morte, come si potrebbe pensare, ma di nuova vita e, si spera, di pace tra gli uomini. Guardando il Crocifisso, non vediamo un’idea, ma un volto e quel volto ci dice la verità su Dio.

Il significato della Croce davanti al Crocifisso

Per ogni cristiano, d’altronde, è sempre confortante contemplare la Croce e indicarla magari con le parole lasciateci da san Venanzio Fortunato, un vescovo del VI secolo e ottimo poeta latino. Suo è l’inno che ancora oggi la Chiesa ci fa cantare al Venerdì santo e che comincia così: Crux fidelis … Croce fedele, tu sei il più nobile fra tutti gli alberi: tu sola sei stata degna di sostenere la vittima del mondo, di essere l’arca capace di guidarci nel porto e salvare tutti noi dal naufragio della vita (cf. Hymnus in hon. sanctae crucis: PL 88, 88-89).

In questa domenica, carissimi, la Croce vogliamo contemplarla alla luce delle parole ascoltate durante la proclamazione del vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Sono parole con le quali Gesù presenta se stesso, ci dice dove vuole condurci e cosa intende donarci. Riflettiamo allora brevemente sulle sue parole, sapendo che il loro senso possiamo comprenderlo fino in fondo solo davanti alla Croce.

«Io sono la via»: il Crocifisso cammina con l’uomo

Io sono la via, dice Gesù. Nella nostra vita noi abbiamo sempre bisogno di una strada, poiché l’umana esistenza è un cammino, che, per non deviare ed entrare in un vicolo cieco, ha bisogno di indicazioni giuste e precise. Quante volte ci accade di dovere amaramente osservare di qualcuno: «Ha preso una cattiva strada» …

Ecco allora la persona di Gesù: egli non si presenta dando buoni consigli, norme di comportamento morale, civile e neppure religioso. No. Gesù ci presenta se stesso! Si fa nostro amico, nostro compagno di strada. Come fece con i due discepoli, che andavano verso Emmaus: erano delusi, sconcertati, abbattuti ed egli, avvicinandosi a loro e parlando con loro, li riaprì alla speranza, alla missione, alla gioia.

È il mistero che vuole richiamare anche la processione che si terrà fra qualche ora. Il vostro Crocifisso non se ne sta fermo: scende incontro a voi, percorre le vostre strade. Anche così egli si mostra come la via: percorre le vostra strade non come un combattente vittorioso che vuole ricevere i vostri omaggi, ma come uno che ha scelto di camminare dentro la nostra umanità fino in fondo, «fino alla morte e alla morte di croce», come scrive san Paolo (Fil 2,8).

La via che Gesù ci mostra non è quella del potere, dell’orgoglio e della prepotenza, ma quella dell’amore che si dona. Sant’Agostino diceva: «Assumendo la natura dell’uomo il Figlio di Dio si è fatto via. Passa attraverso di lui e giungerai a Dio. Allora, alzati e cammina; cammina non con i piedi, ma con il tuo modo di vivere» (cf. Sermo 141,4: PL 38, 777).

Processione religiosa con Crocifisso

«Io sono la verità»: il volto di Dio nella Croce

Poi il Signore prosegue: Io sono la verità. Viviamo in un mondo pieno di opinioni, dietrologie, versioni diverse della realtà, fake news, propaganda … Ma su Dio, qual è la verità?

Guardando il Crocifisso, non vediamo un’idea, ma un volto e quel volto ci dice la verità su Dio. Non è un Dio distante, un Dio che salva restando lontano dal dolore umano, ma un Dio che dona la salvezza proprio entrando nel dolore e abitandolo sino in fondo.

San Leone Magno esclamava: «O ammirabile potenza della croce. Essa è fonte di ogni benedizione e causa di tutte le grazie: per mezzo della Croce è data ai credenti forza dalla debolezza, gloria dall’obbrobrio, vita dalla morte» (cf. Sermo VIII de Passione, 7: PL 54, 341). La verità della fede non è un concetto, ma un amore che si lascia ferire.

Ancora Venanzio Fortunato nel suo inno esclamava: dulce lignum, dulces clavos, dulce pondus sustinens; la croce di Gesù non mostra più l’orrore del supplizio, ma la dolcezza dell’amore.

«Io sono la vita»: dalla morte alla speranza

È proprio così. Per questo Gesù conclude: Io sono la vita. Potrebbe sembrare un paradosso: la croce è morte, eppure in Cristo diventa fonte di vita. Qui si rivela il mistero cristiano. Ciò che sembra finire, in Cristo ricomincia.

Il 5 giugno 2010, trovandosi in viaggio apostolico a Cipro Benedetto XVI tenne una bellissima omelia dove, parlando della Croce, dice così: «La croce parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore.

Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine».

Quanto, ancora oggi, sono da meditarsi queste parole!

Il Crocifisso nella pietà popolare

È quello che ancora oggi intuisce la pietà popolare. Le antiche cronache definiscono la vostra processione come un «impeto d’amore a Gesù Crocifisso» e ancora oggi voi lo dimostrate con l’espressione carica d’affetto con cui lo salutate: Patruzzu Amurusu.

Simile invocazione è ripetuta dalle confraternite spagnole di Siviglia, Granada … dove Gesù è invocato come Nuestro Padre e, pure, come ho veduto a Jaén in occasione di una beatificazione, El Abuelo, cioè il Nonno. Sono espressioni con le quali il popolo cristiano legge dentro il mistero della Croce e vi scopre l’amore fecondo, l’amore dal quale nasce la vita.

Il Crocifisso non rimane così soltanto un’immagine dipinta o scolpita, ma diventa una presenza verso la quale rivolgere il dolore, il pianto e la fiducia. La preghiera davanti al Crocifisso nasce dall’incontro con un amore che entra nella sofferenza e la trasforma in speranza.

Cosa significa il segno della croce?

«Crocifisso» o «crocefisso»?

Alcuni lettori ci chiedono quale sia la forma “corretta” o comunque preferibile tra crocefisso e crocifisso.

Già nel latino tardo il verbo crucifigere, pur rinviando al supplizio atroce e infamante inflitto agli schiavi ribelli o ai traditori lasciati morire sulla croce, registra le attestazioni più numerose nei testi della letteratura cristiana, con riferimento alla condanna subita da Cristo. Il participio crucifixus, inoltre, acquista negli scritti dei cristiani valore di sostantivo e si identifica con il Signore (ThLL - Thesaurus linguae latinae, s.v. crucifigo), rientrando così tra i cosiddetti “cristianismi”, tra quei neologismi, cioè, che nel latino dei cristiani erano rappresentati o da prestiti dal greco e, più raramente, dall’ebraico e dall’aramaico, o, come nel caso di crucifixus, da estensioni semantiche di parole latine già esistenti.

Da qui deriva l’italiano crocifisso, che ha la sua prima attestazione nella Rettorica di Brunetto Latini, volgarizzamento tratto dal ciceroniano De inventione intorno al 1260 (TLIO). Nel testo di Brunetto la parola ha funzione di sostantivo e rinvia all’immagine dipinta o scolpita di Cristo; nelle tante testimonianze successive, però, può identificarsi con la persona stessa di Gesù o, molto più raramente, con il supplizio della croce e con chiunque lo abbia subito.

La forma in -i- è dunque la più antica e la più vicina al latino, ma l’evoluzione popolare in -e, crocefisso, è solo di pochissimo posteriore e nasce, quasi sicuramente, per influenza del sostantivo croce, presente in volgare fin dal X secolo (TLIO, s.v.).

In base a quanto ricaviamo dal Corpus OVI dell’italiano antico (s.v.), la prima attestazione di crocefisso sembra collocarsi tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo e, a giudicare dalle testimonianze che la riproducono, non è motivata da influenze regionali: le sue occorrenze, infatti, pur prevalendo in Toscana e nell’Italia centrale, sono rintracciabili in più aree della penisola.

Le attestazioni storiche delle due forme

Crocefisso si incontra anche nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante composte da Giovanni Boccaccio, che nel Decameron, però, preferisce la forma in -i-: gli fu tagliata la testa, e non fu, come san Piero, crocefisso (Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 109).

“Perché questo cruccio, messere? ho io crocifisso Cristo?” [. ]. E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo; e in su l’ora della compieta andare in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi [. ] distender le braccia a guisa di crocifisso (Decameron, edizione critica secondo l’autografo hamiltoniano, a cura di Vittore Branca, Firenze, Accademia della Crusca, 1976, pp. 200 e 204).

Le due forme risultano dunque equivalenti fin dalla loro prima apparizione, nonostante sia indubbio che, almeno fino alla metà del XIV secolo, le attestazioni di crocifisso (anche con grafia crocifixo) sono molto più numerose: nel Corpus OVI superano di gran lunga il numero di 500 contro le circa 48 occorrenze di crocefisso (crocefixo).

FormaCaratteristica
crocifissoForma più antica e più vicina al latino
crocefissoVariante equivalente, nata per influenza del sostantivo croce

Lungo i secoli il divario si accorcia ma non si annulla: tramite la ricerca avanzata di Google libri, infatti, rileviamo, tra il 1600 e il 2000, circa 255 testi che ricorrono alla forma in -e-, contro i 287 che si servono di crocifisso.

L’oscillazione tra le due forme risulta indipendente dai contenuti e dalle finalità delle varie opere e riguarda anche l’alternanza tra crocifiggere/crocefiggere e crocifissione/crocefissione, per le quali, però, non è facile stabilire quando si sia affermata la seconda forma.

Il TLIO, infatti, rileva le prime attestazioni di crocifiggere e crocifissione rispettivamente nel 1298 e nel 1309, ma il Corpus OVI dell’italiano antico, a fronte di un numero non irrilevante di occorrenze delle forme in -i-, non dà alcuna attestazione delle seconde.

La ricerca su Google libri, d’altro canto, offre, a partire dal Seicento, un’ampia presenza di entrambe le versioni, sia pure, ancora una volta, con una netta prevalenza del verbo e del sostantivo più vicini alla base latina.

Quale forma preferire nell’italiano contemporaneo

La costante preferenza per le forme latineggianti potrebbe anche spiegarsi con una sovrapposizione della conservazione della -i- latina (di quantità lunga in crucifīgĕre e crucīfixus) al fenomeno fiorentino, trasmessosi all’italiano, della chiusura in i di ĕ e ĭ brevi latine che precedono la vocale accentata (secondo il tipo dĕcembrem > dicembre, mĭnorem > minore).

Per quanto riguarda i repertori lessicografici, il Vocabolario degli Accademici della Crusca, dall’impressione del 1612 fino alla quinta incompiuta edizione dell’Otto-Novecento, lemmatizza soltanto crocifisso, mentre il GDLI Grande dizionario della lingua italiana (così come precedentemente il Tommaseo-Bellini) alla voce crocifisso segnala, tra parentesi e senza alcuna notazione, la variante crocefisso.

La gran parte dei dizionari dell’uso, alla voce crocifisso, indica come meno comune o meno frequente crocefisso (Devoto-Oli 2025; Sabatini-Coletti 2024; Zingarelli 2026); il Vocabolario Treccani online lemmatizza solo crocifisso, mentre il GRADIT Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro rinvia da crocefisso al lemma principale crocifisso.

In conclusione, appare chiaro che le due forme sono, dal punto di vista grammaticale, equivalenti e che non può considerarsi errore adoperare crocefisso; è anche vero, tuttavia, che, fin dalle origini, la comunità linguistica di ogni area della penisola ha privilegiato la forma crocifisso e che sarebbe dunque preferibile confermare questa scelta, ricordando, soprattutto in questi giorni di Pasqua, che il crocifisso, al di là delle forme assunte dal nome, ha per i cristiani un profondo significato simbolico, non di morte, come si potrebbe pensare, ma di nuova vita e, si spera, di pace tra gli uomini.

Il significato lessicale di «crocifisso»

crocifisso (o crocefisso; ant. crucifisso) agg e s. m. [part. pass. di crocifiggere, dal lat. crucifixus, part. pass. di crucifigĕre].

  • Come aggettivo: Messo in croce, inchiodato sulla croce: Gesù c.; anche con valore verbale: a l’occhio mi corse un, crucifisso in terra con tre pali (Dante).
  • Come sostantivo: Sempre con iniziale maiuscola, Gesù, in quanto fu messo in croce: chiedere aiuto al C.; le piaghe, i patimenti del Crocifisso.
  • Come immagine sacra: Immagine dipinta o scolpita, in legno, ferro, metalli preziosi, ecc., della figura di Gesù Cristo in croce: un c. d’argento; stare in adorazione davanti al crocifisso.

◆ Dim. crocifissino, crocifissétto (entrambi nel sign. 2 b): portava al collo un crocifissino d’oro.

Una preghiera davanti al Crocifisso

Ed allora, carissimi, mentre fra poco procederete per le vostre strade portando l’immagine del Crocifisso, chiedetegli nell’intimo del cuore: «Signore Gesù, fa’ che non smettiamo di seguire te che sei la via; aiutaci a farlo riconoscendo sempre la tua verità, che ci rivela il volto del Padre e vivendo della tua vita, che vince la morte.

Sii tu, Signore, il nostro compagno di strada e trasforma il nostro stanco cammino in un viaggio di speranza». Amen.

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