Nel Vangelo di Giovanni, il “discepolo che Gesù amava” è tradizionalmente identificato con Giovanni, figlio di Zebedeo, apostolo ed evangelista, autore del quarto Vangelo secondo una solida tradizione cristiana. Egli trova la propria identità non nel nome, nel ruolo o nel prestigio, ma nell’amore ricevuto da Gesù e nella risposta fedele con cui corrisponde a quell’amore.
Durante l’ultima cena Giovanni si accosta a Gesù e posa il capo sul suo petto, o meglio, secondo il termine greco, «nel grembo di Gesù». Quel gesto esprime intimità, fiducia, ascolto e tenerezza: il discepolo cerca il cuore del Maestro per comprendere il suo amore, condividere la sua sofferenza e imparare a vivere nella fedeltà fino alla croce.

Chi è il discepolo che Gesù amava?
Nel Vangelo di Giovanni entra in scena il “discepolo che Gesù amava”: di chi si tratta? L’articolo ci guida alla scoperta di una delle figure di spicco fra gli apostoli, autore del quarto Vangelo, testo caratterizzato da un linguaggio teologico molto raffinato, ma soprattutto dove entra in scena per sei volte il “discepolo che Gesù amava” (Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20.24).
La tradizione ha individuato in Giovanni il discepolo amato e in lui ha riconosciuto tutti noi, assetati di amore, che camminiamo dietro a Gesù. Nella sua vita di apostolo ed evangelista ci sono alcuni episodi che sono di grande aiuto per il nostro cammino di fede, per sperimentare la presenza viva ed operante di Gesù in noi, con noi e per noi.
Giovanni, figlio di Zebedeo, è stato discepolo e apostolo di Gesù di Nazaret. Gli scritti del Nuovo Testamento lo presentano come uno dei discepoli più vicini al Maestro. Nelle liste degli apostoli - i dodici discepoli e collaboratori più stretti di Gesù - fornite dai Vangeli, il suo nome viene tra i primi, subito dopo quello di Pietro, Andrea e Giacomo, suo fratello.
Una solida tradizione ci consegna in effetti questo dato, attribuendo a lui il Vangelo detto appunto “secondo Giovanni”. Oltre alla tradizione, risalente ai primi autorevoli testimoni cristiani, come Ireneo nel II secolo e molti altri, esistono motivi interni ai Vangeli che rendono probabile l’identificazione dell’evangelista con l’apostolo.
Non è necessario per noi esaminare le evidenze o arrivare a un giudizio certo. Possiamo lasciare la discussione agli esegeti e agli storici e assumere tranquillamente che sia così, per osservare il nostro personaggio in una visione più completa, che ci permette di comprendere la sua evoluzione.
L’inizio di un’avventura entusiasmante
«Il giorno dopo Giovanni [Battista] stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,35-39).
Qui comincia la nostra storia. La storia di un giovane israelita, forse di 15 o 16 anni, che avrà la fortuna di incrociare Gesù di Nazaret e diventare suo discepolo, anzi, il prediletto nel gruppo dei “dodici”.
Così incomincia per Giovanni un’avventura entusiasmante a fianco del Maestro. Seguire Gesù è la sintesi dell’esperienza di ogni battezzato. Essa non è un insieme di belle teorie; è seguire una persona, Gesù, perché lo si ama.
Tuttavia, ci vuole del tempo prima che l’incontro diventi conoscenza, e la conoscenza intimità. La sua chiamata sulle rive del lago di Galilea, insieme al fratello Giacomo, è narrata nello stesso contesto di quella di Pietro e Andrea.
La risposta di Giovanni e degli altri è pronta e generosa: «essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono» (Matteo 4,22). Giovanni lascia la cittadina di Cafarnao, dove abitava e dove svolgeva il mestiere di pescatore nell’azienda paterna.
Il fatto che il padre avesse diversi operai alle dipendenze indica che la famiglia di Giovanni fosse di condizioni relativamente agiate. Conosciamo il nome di sua madre, Salome, che farà parte del gruppo di donne che assisteranno Gesù e i suoi discepoli nel corso dell’intensa attività di predicazione itinerante negli anni successivi.
Comincia per Giovanni di Zebedeo un’avventura entusiasmante a fianco di quel Maestro in cui egli, come gli altri discepoli, riconosce il Messia tanto atteso, l’inviato di Dio nel quale erano riposte le speranze più grandi dell’intero popolo di Israele.
Il discepolo vicino al Maestro
Insieme a Pietro e a Giacomo, Giovanni è testimone privilegiato, per volere di Gesù, di alcuni degli avvenimenti più importanti: la risurrezione della figlia di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao; la trasfigurazione sul monte Tabor, in cui i tre discepoli assistono al manifestarsi della gloria divina di Gesù; la sua preghiera nell’orto del Getsèmani, poco prima di consegnarsi per essere processato e condannato.
Insieme al fratello Giacomo e a Pietro, Giovanni è testimone privilegiato, per volontà di Gesù, di alcuni degli avvenimenti più importanti: il risuscitamento della giovane figlia di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao (Marco 5,21-43); la trasfigurazione sul monte Tabor, in cui i tre discepoli assistono al manifestarsi della gloria divina di Gesù (Marco 9,2-10); la sua preghiera nell’orto del Getsemani, poco prima di consegnarsi per essere processato e condannato (Marco 14,32-42).
Giovanni insomma, come pochi altri, riesce a entrare in relazione profonda con il Maestro. Giovanni ha insomma accesso, come pochi altri, all’intimità del Maestro, che impara a conoscere in una condivisione di vita molto profonda.
Il temperamento e l’entusiasmo con cui corrisponde alla fiducia e alla predilezione di Gesù si manifestano in più occasioni. Quando il suo Maestro non viene accolto in un villaggio della Samaria, a motivo della storica diffidenza tra i samaritani e gli altri abitanti della Terra Santa, Giovanni e Giacomo si indignano e vorrebbero invocare un fuoco divino su quel villaggio (Marco 9,2-8).
I due fratelli dimostrano così di meritare pienamente il soprannome assegnato loro da Gesù stesso: “figli del tuono” (Marco 3,17). L’amore “geloso” e la stima sconfinata per il Maestro emergono anche in un’altra circostanza, quando Giovanni riferisce di aver impedito a un uomo, non appartenente al gruppo dei seguaci di Gesù, di compiere esorcismi in suo nome (Luca 9,49-50).
L’amore dell’apostolo è però venato anche di protagonismo e di ambizione, come traspare nella richiesta, fatta insieme al fratello (e alla loro madre, anzi, forse ispirata proprio da lei), di poter occupare i posti di maggior prestigio, uno alla destra e uno alla sinistra del Messia, una volta instaurato il suo regno (Matteo 20,20-23; Marco 10, 35-40).
Il nome più vero: “il discepolo che Gesù amava”
Una prospettiva interessantissima, che ci permette di conoscere l’apostolo Giovanni “dal di dentro” e non solo a partire dai fatti di cui è protagonista, narrati nei Vangeli sinottici, si apre se si riconosce in lui l’autore del quarto Vangelo.
L’interiorità del discepolo-evangelista ci si svela già a partire da un primo dato significativo. Come autore del quarto Vangelo, egli ha cura di rimanere anonimo.
Così, ad esempio nel narrare il primo incontro con Gesù da parte di due discepoli del Battista, egli si limita a nominare uno solo dei due, Andrea, mantenendo riserbo sul nome del compagno, nel quale, come già abbiamo visto, si può indovinare l’identità dell’autore stesso (Giovanni 1,35-40).
In altri luoghi della narrazione, l’autore lascia invece intuire la propria presenza accanto a Gesù nelle vesti di uno dei discepoli che designa come “il discepolo che Gesù amava” (cfr. Giovanni 13,23; 19,26-26; 20,1-10).
Egli dunque non menziona mai il proprio nome, a differenza dell’altro apostolo-evangelista, Matteo, che si riferisce a se stesso in terza persona, quando necessario, con il proprio nome (Matteo 9,9).
Giovanni preferisce designare se stesso come “il discepolo che Gesù amava”: come a dire che questo è il suo nome più vero, questa è la sua più autentica identità. Egli si auto-comprende cioè a partire dall’amore di Gesù: è conquistato dall’amore di Cristo e in questo amore ha trovato le sue radici.
Giovanni, nel Vangelo che egli scrive, preferisce riferirsi sé stesso come “il discepolo che Gesù amava”: per dire che questo è il suo nome effettivo, che questa è la sua vera identità. Egli si definisce cioè proprio in relazione all’amore di Gesù: egli è conquistato dall’amore di Cristo e in esso ha trovato il suo senso più profondo.
Si spiega così forse l’intensità della dedizione e dell’entusiasmo di Giovanni verso Gesù. Non solo la sua convinzione che fosse il Messia, sostenuta dall’evidenza dei segni straordinari che compiva -miracoli sulla natura e sulle persone, esorcismi, persino risuscitamenti- ma forse soprattutto l’affetto e la simpatia che l’amato Maestro gli manifestava, alimentavano l’amore e la stima incondizionata del giovane apostolo.
Il significato di “sul petto di Gesù”
Insomma, alla scuola del cuore di Cristo il giovane discepolo fa esperienza e impara l’amore di Dio: nell’Ultima cena lo vediamo poggiare la testa sul petto, sul cuore, o meglio, secondo il termine greco, «nel grembo di Gesù».
Momento travolgente, commovente e indimenticabile in cui egli sente i battiti del cuore del suo Maestro poche ore prima della sua morte. In quel momento egli è testimone sia della sofferenza profonda e sia dell’amore incondizionato che Gesù nutre nei confronti di tutti noi, anche se siamo peccatori e traditori.
È alla scuola del cuore di Cristo che il giovane discepolo Giovanni imparerà le lezioni più profonde sull’amore di Dio. Nell’ultima cena lo vediamo appoggiare la testa sul petto di Gesù, nell’atto di domandargli chi è colui che lo tradirà.
Egli è testimone allora della sofferenza profonda e insieme dell’amore incondizionato che Gesù nutre nei confronti di Giuda, l’apostolo traditore. È così che Giovanni inizia a comprendere il modo in cui il Maestro intende amare i suoi “fino alla fine” (Giovanni 13,1).
Il «chinarsi» del discepolo sul «cuore turbato» di Cristo non solo indica un segno di discrezione, ma rappresenta un gesto di affidamento filiale e di tenerezza. Nel dramma che sta per consumarsi, il «discepolo che Gesù amava» è accanto al suo Signore che soffre e con la sua amicizia si fa prossimo di Cristo.
Quello di Giovanni è l’atteggiamento di chi sa ascoltare il cuore del Signore per lasciarsi generare ogni giorno da lui, per lasciarsi plasmare dalla sua mentalità e per lasciarsi abitare dai suoi sentimenti.
Questo è ciò che possiamo fare anche noi: posare il nostro capo sul cuore di Gesù per sentirci amati, capiti, consolati, perdonati, guariti.
Il testo evangelico dell’ultima cena
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Ora, a tavola, inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava. Simon Pietro gli fece cenno di domandare chi fosse colui del quale parlava. Egli, chinatosi così sul petto di Gesù, gli domandò: «Signore, chi è?».
Or uno dei discepoli, quello che Gesù amava, era appoggiato sul petto di Gesù. Allora Simon Pietro gli fece cenno di domandare chi fosse colui del quale egli parlava. E quel discepolo, chinatosi sul petto di Gesù, gli chiese: «Signore, chi è?».
La cena, la lavanda dei piedi e l’amore fino alla fine
La seconda parte del vangelo giovanneo si apre con il gesto esemplare della lavanda dei piedi compiuto dal Signore. Nell’esordio narrativo l’evangelista annota che Gesù «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
L’amore oblativo (agápē) del Cristo assume il carattere del dono pieno e totale di sé a favore dei suoi discepoli. Egli li amerà «fino alla fine» (eis télos).
Questa affermazione non ha solo un valore temporale ma esistenziale e trova conferma nel grido finale di Cristo sul punto di morire: «È compiuto!» (tetélestai: 19,30). Donando la vita sulla croce il Signore porta a conclusione l’opera di amore che ha caratterizzato la sua missione nel mondo.
Nello sviluppo della sezione di Gv 13-19 Gesù insegna e testimonia il valore profondo dell’amore, affidando come testamento ai suoi l’impegno ad «amarsi gli uni gli altri come il Padre ama il Figlio» (15,9.12).
Il racconto della lavanda dei piedi (vv. 1-20) costituisce il gesto del «servo» che si china davanti ai discepoli per insegnare loro lo stile dell’amore redentivo.
Durante la cena (v. 2), nella piena obbedienza alla volontà del Padre, mentre il diavolo opera nel cuore di Giuda Iscariota, Gesù «si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto» (vv. 4-5).
La scena è descritta visivamente in tutte le sue fasi: preparazione, esecuzione e conclusione; otto azioni consecutive dal momento in cui Gesù si alza da tavola fino a quando si risiede (v. 12), durante la cena.
Si tratta di un gesto non usuale, in quanto secondo gli usi locali del tempo, esso avveniva prima del pasto. I presenti accolgono il gesto. Tra di essi c’è anche il discepolo amato. Solo Simon Pietro mostra la sua contrarietà.
Nella risposta del Cristo si rivela il valore spirituale e programmatico del gesto di Cristo: egli vuole esprimere il suo amore in forma estrema e dare l’esempio perché anche i discepoli in futuro possano fare altrettanto (vv. 12-15).
L’ultima parte della pericope (vv. 16-20) è connotata dalla ripetizione della formula di rivelazione (vv. 15.20: «in verità in verità vi dico») e tratteggia lo stile diaconale che deve ispirare le relazioni ecclesiali: mettersi a servizio degli altri riconoscendo la presenza di Cristo come modello dell’amore accogliente che proviene dal Padre.
Il discepolo amato durante l’annuncio del tradimento
Dopo l’insegnamento sul servizio, Gesù si commuove profondamente (cf. 11,35) e dichiara che uno dei suoi discepoli lo tradirà (v. 21). Segue la reazione di sconcerto e di smarrimento dei presenti, che non comprendono il dramma che sta per consumarsi.
È importante osservare l’intreccio narrativo della scena descritta dall’evangelista: al centro si pone la figura di Cristo e di fronte a lui quella del traditore Giuda. Ai due lati del Signore sono presenti Simon Pietro e quel «discepolo che Gesù amava».
Benché ricoprisse un ruolo primaziale, Simon Pietro sceglie la mediazione del «discepolo amato» per avere informazioni da Gesù e invita l’altro discepolo a domandare l’identità del traditore.
Il particolare descritto dall’evangelista è indicativo dell’intimità con il Signore: il discepolo amato «chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose Gesù: “È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò”. E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota» (vv. 25-26).
Il segno del boccone offerto all’Iscariota rende manifesta la condizione terrificante del cuore di Giuda, reso schiavo del potere di Satana (cf. Lc 22,3). Mentre il gesto di Cristo voleva esprimere la compartecipazione e il coinvolgimento nella commensalità, il traditore prende quel boccone, entrando definitivamente nella notte tenebrosa del male.
Sembra che il boccone offerto da Gesù a Giuda diventi il segnale per Satana di prendere pieno possesso del traditore. In quell’istante Gesù si rivolge a Giuda dicendo: «Quello che vuoi fare, fallo presto» (v. 27), ma nessuno dei presenti comprende il vero senso della frase (vv. 28-29).
Così, in silenzio Giuda esegue immediatamente l’ordine di Gesù (v. 30) e si inoltra nella «notte» mortale.
Tre figure davanti al cuore di Cristo
Il racconto evidenzia le tre figure principali che ruotano intorno a Cristo: Simon Pietro, che rappresenta il «discepolo reticente», Giuda che è l’«anti-discepolo» e il «discepolo che Gesù amava», esempio di fedeltà e di tenerezza.
Simon Pietro, il discepolo reticente
Dal racconto emerge anche il profilo di Simon Pietro e il suo carattere duro ma reticente. Di fronte al gesto umile di Gesù, il pescatore di Betsaida si oppone, cerca di resistere alla logica del servizio, condizionato dal contesto sociale che relegava solo agli schiavi quel ruolo subalterno.
Egli fa fatica ad accettare un amore oblativo così radicale. Alla fine Pietro accetta di condividere l’amore di Cristo.
La sua incomprensione si traduce nella solitudine. Egli evita di rivolgersi direttamente a Gesù, che aveva annunciato il tradimento e preferisce la mediazione del discepolo amato.
Nello sviluppo del racconto di passione, Pietro evidenzierà la sua incapacità di donarsi e la sua fragilità nella fede: la promessa di dare la vita per Cristo (13,36-38), il tentativo di difendere il Signore (18,10-11), il triplice rinnegamento (18,25-27).
Dietro la sua fragilità si cela l’insicurezza della fede e l’incapacità di fare un profondo discernimento sulla propria esistenza. Solo nella luce pasquale, l’apostolo potrà rileggere la propria identità e riscoprire il senso della sua missione, fondata sull’amore (Gv 21,15-19).
Giuda e la notte del tradimento
La descrizione giovannea dell’annuncio del tradimento pone in evidenza il contrasto tra il bene luminoso rappresentato dall’amore di Cristo per i suoi discepoli e il male tenebroso delineato dalla figura di Giuda Iscariota in balia di Satana.
In questa lotta si coglie il turbamento di Gesù e il dramma della sua solitudine. Mentre l’ultima cena rappresenta il vertice della comunione tra Cristo e i discepoli, il gesto del tradimento costituisce la profonda ferita che lacera la fiducia e la comunione reciproca.
La citazione del Sal 41,10: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18) esprime tutta l’amarezza dell’inganno di colui che è amico e che si trasforma in nemico (Sir 6,9-10).
L’evangelista sottolinea la condizione «diabolica» del cuore del discepolo, che rifiuta di venire alla luce, preferendo l’ambiguità e l’oscurità delle sue azioni. Il simbolo della notte in Giovanni richiama la presenza operante del male nel mondo (9,4; 11,10).
Anche i discepoli sperimenteranno il dramma della «notte» nella sofferenza al Getsemani, nell’arresto di Gesù e nella sua condanna.
Il discepolo del cuore: intimità, fedeltà e tenerezza
La presentazione del «discepolo che Gesù amava» assume una funzione peculiare nel racconto giovanneo. Senza la pretesa di risolvere le problematiche collegate alla sua identità, lasciamoci guidare dalla tradizione che lo identifica con Giovanni di Zebedeo.
L’evangelista lo descrive con la perifrasi relazionale dell’amore, associando la sua figura al giovane discepolo che ha posto la sua testa sul petto di Gesù. È l’icona dell’amicizia profonda, che si realizza quando si fa l’esperienza della sintonia degli affetti e della comunione.
In questa figura anonima ci sono tutti i giovani del mondo, che cercano risposte di vita e vivono il bisogno di comunicare con la mente e con il cuore. Sul petto di Cristo potranno trovare quel riposo a cui aspirano e quell’accoglienza che cercano.
Nella pagina giovannea il «discepolo amato» riveste il ruolo dell’intimità, della fedeltà e della tenerezza. L’intimità evoca il bisogno di scoprire la ricchezza profonda dell’amore di Dio.
La fedeltà impegna il discepolo a vivere con coerenza e lealtà il rapporto con Cristo, testimoniando la sua Parola senza ambiguità né tradimenti. La tenerezza rivela la dimensione misericordiosa delle relazioni interpersonali che è in grado di guarire le ferite, di dare certezze nei momenti di turbamento e di aprire strade nuove verso il futuro.
Giovanni è amato, così come tutti noi siamo amati in un modo particolare dal Signore. Allora riconosciamo di essere amati di un amore infinito, malgrado la nostra fragilità, la nostra debolezza, il nostro egoismo e la nostra pigrizia, perché questa è la novità portata da Cristo che dovrebbe abitare in noi.
L’amore ricevuto diventa amore donato
Proprio perché Giovanni ha imparato dal suo Signore, che vedrà risorto il giorno di Pasqua, cosa significa amare, dobbiamo a lui la rivelazione del vertice dell’amore. Gesù Cristo è venuto a manifestarci che: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16).
Giovanni ha compreso che il segno dell’essere discepoli del Maestro è di amare Dio e di amare tutti gli altri come egli ha amato noi.
Conoscere Gesù non significa solo capire i suoi insegnamenti e metterli in pratica, ma significa vivere in intimità con lui nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola, nel cercare di compiere la sua volontà nella concretezza della nostra vita, nell’amare gli altri incondizionatamente.
Chi sceglie di amare, decide di fare sua la stessa logica del Maestro che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita.
Da amato Giovanni diventa “amante” e fino al termine della sua lunga vita si dedicò alla missione che lo aveva conquistato da giovane, quando per la prima volta, alle quattro di un pomeriggio assolato, era stato invitato a fermarsi presso Gesù, la missione di far conoscere a tutti l’amore di Dio, un amore che egli ha ricevuto direttamente dal cuore di Cristo su cui aveva potuto poggiare il capo.
Anche il nostro cuore è chiamato a diventare un cuore che ama tutti, che ama sempre, che ama gratuitamente così come ama Cristo.
Il comandamento dell’amore reciproco
Ha imparato dal Figlio di Dio fatto uomo ad amare ogni uomo, per quanto debole, meschino o peccatore. E ha compreso che il segno più eloquente dell’essere discepoli del Maestro sarà sempre quello dell’amore reciproco e della misericordia verso tutti (Giovanni 13,34-35).
Dobbiamo a Giovanni il vertice della rivelazione dell’amore e, al tempo stesso, della comprensione di Dio condensata nell’affermazione che Dio stesso è Amore, come scrive nella prima delle Lettere che recano il suo nome, quella di più sicura attribuzione (1 Giovanni 4,8.16).
Nella stessa Lettera, Giovanni sembra avere una sola preoccupazione, un solo desiderio nei confronti della comunità cristiana a cui scrive. Lo esprime così:
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi (1 Giovanni 4,7-12).
Dal petto di Gesù alla croce
Quella notte stessa, Giovanni è uno dei tre discepoli che Gesù vuole avere più vicini a sé mentre prega nell’orto degli ulivi, facendo sua la volontà di Dio che gli chiede di consegnarsi nelle mani degli uomini per essere messo a morte (Matteo 26,36-46).
È Giovanni a riportarci alcuni brani della "preghiera sacerdotale" che Gesù rivolge al Padre, nel contesto dei discorsi che precedono la passione, consegnandoci una delle pagine più emozionanti di tutto il Nuovo Testamento.
Il culmine della rivelazione dell’amore di Cristo, Giovanni lo riconosce proprio nella sua morte in croce. Unico tra gli apostoli, egli accompagna la madre di Gesù fin sotto il patibolo del figlio.
Qui riceve le ultime parole di Gesù che gli affida sua madre, al tempo stesso in cui affida Giovanni a lei. In Gesù, ingiustamente accusato e condannato, il discepolo non scorge nessun sentimento di rabbia o rancore; vede invece il suo affidamento al Padre celeste e sente le sue parole di perdono verso i persecutori: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34).
Vede infine trafiggere dalla lancia del centurione romano il cuore di Cristo, quel cuore il cui insondabile amore per gli uomini egli stava poco a poco comprendendo.

Il cuore di Cristo e il dramma del Sabato Santo
Se Giovanni è presente nei momenti più importanti è perché c’era sempre. Non è come Pietro o Giacomo o Andrea, che erano chiamati a vivere i momenti solenni e ufficiali.
Lui c’era sempre, era sempre col suo Signore e non pensava di scappare, perché sceglieva sempre questo sentiero d’amore, sempre percorribile, sempre, anche sotto la croce.
Gli altri per rimanere avevano bisogno di capire, a lui bastava amare e lo sceglieva continuamente. Ed è per questo, io credo, che Gesù ha affidato sua madre a lui: perché parlavano lo stesso linguaggio.
Anche Maria non capiva Gesù, ma sceglieva di amarlo. Anche Maria non possedeva Gesù, pur vivendo tutta questa dimensione di madre-figlio, questo dramma come l’amico.
Giovanni con Maria, quindi tutta la realtà della Chiesa, che loro giustamente rappresentano, perché hanno fatto la scelta di amare il Cristo e il Cristo sulla croce, il Cristo del Sabato Santo, il più difficile da amare, dove si è proprio vagliati, come dice la Scrittura: "passare al vaglio".
È lì che sei vagliato perché devi amare senza la presenza dell’altro, amare nell’assenza, amare colui che muore, colui che è morto, amare colui che non è rimasto per amor tuo.
Pensatelo lo sforzo di Giovanni nel vedere il maestro andar via, lui che ha sempre creduto di essere amato - e quante volte Gesù glielo ha dimostrato! Ma come? Muori e mi dici di amare, mi dici di amarmi e muori? Te ne vai e mi dici di amarti, te ne vai e sai che ti amo?! Sabato Santo!
Giovanni è diventato grande proprio in questo suo cammino travagliato di amicizia con il Cristo, in uno sforzo costante di amarlo comunque, continuamente. Ha tentato di essere fedele come è fedele Dio, fedele ad un amore deciso, scelto.
Egli ha capito bene il Padre, perché ha capito questa fedeltà d'amore. Il momento del vaglio quando ti viene chiesto di amare ciò che ti sembra assente e che solo l'amore ti dà la certezza che c'è, che non è il nulla ciò che ami.
È veramente quell'esperienza che ti fa restare solo con l'amore e nient'altro; tutto ti viene tolto. Lì sul Calvario ci sono tre persone che si amano e nient'altro.
Ma è tutto: si stanno perdendo vicendevolmente, ma, ostinatamente, per un dono di grazia infinita, si stanno amando. Gesù compie ancora un gesto d'amore per loro due, e loro due altrettanto tra di loro nei confronti del Maestro e del Figlio.
Certo il Calvario è il culmine, ma proprio per questo, perché ci sono tre persone che si amano, le quali non hanno quasi più nessun motivo umano per farlo, anzi, tutto è contro, tutto è buio.
Allora fanno l'esperienza della forza dell'amore, quando questo amore è Dio stesso, è amore divino e un amore che sarà il meccanismo stesso della Risurrezione, un amore che non può essere fermato da niente.
La risurrezione e la testimonianza di Giovanni
Al mattino presto della domenica arriverà per primo al sepolcro dove il cadavere di Gesù era stato deposto, non appena la Maddalena annuncerà agli apostoli perplessi che il sepolcro era aperto e il cadavere scomparso.
Giovanni vedrà la sindone e le bende che avevano avvolto il corpo morto di Gesù, per terra, come sgonfiate. Gli sembra tutto chiaro adesso, e scriverà: «entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Giovanni 20,8).
Giovanni, “il discepolo amato”, ha imparato dal suo Maestro e Signore, che vedrà risorto il giorno di Pasqua nel cenacolo di Gerusalemme, cosa significa amare.
Forse per questo il suo Vangelo è il più profondo teologicamente e il più ricco di riferimenti all’amore. Per Giovanni, conoscere Gesù significa amarlo.
E amare Gesù è avere la vita eterna, essere fin d’ora in comunione con Dio, perché nel suo amore il Figlio ci unisce al Padre.
Il discepolo amato come immagine di ogni credente
La tradizione ha individuato in Giovanni il discepolo amato e in lui ha riconosciuto tutti noi, assetati di amore, che camminiamo dietro a Gesù.
Quello di Giovanni è l’atteggiamento di chi sa ascoltare il cuore del Signore per lasciarsi generare ogni giorno da lui, per lasciarsi plasmare dalla sua mentalità e per lasciarsi abitare dai suoi sentimenti.
In questa figura anonima ci sono tutti i giovani del mondo, che cercano risposte di vita e vivono il bisogno di comunicare con la mente e con il cuore. Sul petto di Cristo potranno trovare quel riposo a cui aspirano e quell’accoglienza che cercano.
Giovanni è amato, così come tutti noi siamo amati in un modo particolare dal Signore. Allora riconosciamo di essere amati di un amore infinito, malgrado la nostra fragilità, la nostra debolezza, il nostro egoismo e la nostra pigrizia, perché questa è la novità portata da Cristo che dovrebbe abitare in noi.
Questo è ciò che possiamo fare anche noi: posare il nostro capo sul cuore di Gesù per sentirci amati, capiti, consolati, perdonati, guariti.
Come accostarsi al cuore di Gesù
I segreti di solito si raccontano nell’intimità, a tu per tu, in un contesto di silenzio, di ascolto… Difficile rivelare o condividere segreti in un luogo affollato, o gridando ad alta voce!
Ecco l’intimità, ecco la vicinanza, ecco la condivisione d’amore che permette di accostarsi al mistero di Dio, di mettersi in punta di piedi all’ascolto della sua storia d’amore con l’uomo, fino al sacrificio del figlio amato.
È quella posizione privilegiata “sul petto di Gesù”, immaginata e raffigurata da tanti artisti e in tanti capolavori pittorici, che ci fa intuire il calore e il tepore dell’amore, quasi come di un genitore con il proprio figlio, dove il figlio cerca sicurezza, affetto, risposte.
Quante volte anche noi ci siamo rifugiati nell’abbraccio di una persona cara nei momenti di gioia o sconforto?
Il tempo quaresimale costituisce, se lo vogliamo, un’occasione per progredire nella fede; per crescere nell’amore verso Dio e verso gli altri; per cambiare noi stessi e il contesto in cui viviamo; per fare scelte radicali…
Perché possiamo attingere questa forza di cambiamento, questo amore che converte, dal costato di Cristo, squarciato per amore nostro e di tutti gli uomini, in un percorso di preparazione caratterizzato dal silenzio, dalla contemplazione, dalla carità.
Che questo viaggio possa essere per ciascuno di noi un’occasione per ritornare alla vicinanza con Cristo, per riacquistare la pratica della fede, per vivere nuovamente quella relazione spontanea e confidenziale propria dei figli con il Padre.
Da quell’accostarci al petto di Gesù potremo trovare la grazia di scoprire sempre di nuovo la gratuità e la profondità dell’amore.
L’amicizia con Cristo
Giovanni è colui che corrispose all’amore di Cristo: questa è la risposta. È l’unico che fin dall’inizio ha deciso di amarlo anche quando non lo capiva.
Solo a cent’anni forse ha capito, ma quando ne aveva pochi e ha incontrato Gesù il suo cuore ha deciso di amare quel maestro, di amarlo comunque - questa persona così strana, incomprensibile, pericolosa - lui ha deciso di amarlo.
Ed è per questo, ed è in questo la differenza: che un amore corrisposto è molto di più di un amore semplicemente donato.
Giovanni è colui con cui Gesù ha avuto un’amicizia, perché l’amicizia, lo sappiamo, vuole necessariamente corrispondenza, come la figura di Maria di Magdala, l’altra grande amica che ha deciso di amarlo.
Giovanni ha potuto vivere l’amicizia con Cristo e Cristo ha trovato in lui l’amicizia umana, un’esperienza profonda, vera, di amicizia.
Nel capitolo 13, a quello splendido e tremendo versetto 25, una di quelle cose che più mi ha segnato la vita, troviamo questo Giovanni che si stende sul cuore di Gesù.
E’ esegeticamente non è certo il cuore del Vangelo - sappiamo che il punto massimo è la gloria di Cristo in croce, "Colui che hanno trafitto" - ma lo è nell’esperienza dell’apostolo Giovanni.
Giovanni ha potuto aderire con tutta la sua vita al cuore di Cristo, un dono riservato a lui, ma certo non solo in quel momento.
Quando lo sentiva impossibile da possedere, da trattenere - lo stesso gesto che fa Maria di Magdala - quando lo sentiva amore, ma un amore che ribaltava, che rimandava ad altro, un amore che faceva esplodere fuori, che non teneva lì, che non diceva questo è il Paradiso e facciamo tre tende, fermiamoci qui.
Quando capiva che colui che gli era accanto era il Cielo e che quindi la sua amicizia, il suo tentativo di comunione, era continuamente messo a rischio, messo in forse proprio da questo, dalla stessa persona di Cristo, cosa faceva Giovanni?
Quando viveva tutto questo e non capiva e soffriva e gemeva e non sapeva più che cosa inventare per il Suo Maestro, sicuramente, cosa faceva? Si sdraiava sul cuore, raggiungeva Gesù in questo suo amore.
E’ questo che faceva. Aveva, come ogni amico, scoperto che c’è una via unica dove risolvere tutto e arrivare a Gesù che è questo cuore aperto, diventare la vittima di questo amore, il cuore che non avrebbe mai respinto nessuno.
Il cammino di fede dopo la risurrezione
Non conosciamo con esattezza storica il prosieguo della vita di Giovanni di Zebedeo dopo i primi tempi successivi alla risurrezione di Gesù.
Le testimonianze del Nuovo Testamento lo mostrano specialmente associato a Pietro nel ministero apostolico di predicazione e di guida della Chiesa nascente (cfr. Giovanni 21,20-23; Atti 3,1-11; 4,1-22; Galati 2,9).
Secondo alcuni autori dei primi secoli si sarebbe poi stabilito a Efeso, tenendo presso di sé la madre di Gesù, una tradizione che sembra confermata da recenti scavi archeologici che hanno identificato una “Casa di Maria” sulle alture di Solmisso, non distante dalla città di Efeso.
Il libro dell’Apocalisse, di cui è certamente autore, lo rivela esiliato nell’isola di Patmos, probabilmente ai lavori forzati, sotto la persecuzione di Domiziano.
Da questa isola poté poi far ritorno ad Efeso, sotto l’impero del più tollerante Nerva. La storia di Giovanni continuerà ancora anni, fino alla morte che lo coglierà in età assai avanzata.
Una storia di ricordi, di esperienze vissute e ricordate, messe per iscritto, perché altri potessero giovarsene: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli - scriverà nel vangelo che porta il suo nome - fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Giovanni 20, 30-31).
Fino al termine della sua lunga vita si dedicò alla missione che lo aveva conquistato da giovane, quando per la prima volta, alle quattro di un pomeriggio, era stato invitato a fermarsi presso la casa di Gesù, la missione di far conoscere a tutti l’amore di Dio, un Amore che egli aveva ricevuto direttamente dalla fonte, dal cuore di Cristo su cui aveva potuto posare il capo.
Il cuore di Cristo nella vita cristiana
Conoscere Gesù non significa solo capire i suoi insegnamenti e metterli in pratica, ma significa vivere in intimità con lui nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola, nel cercare di compiere la sua volontà nella concretezza della nostra vita, nell’amare gli altri incondizionatamente.
Dov’è allora che si è veramente amici, soprattutto per noi, se non proprio quando ostinatamente stiamo col Padre nella preghiera, nell’ascolto, nella vita crocefissa, nell’obbedienza piena di gioia.
E’ lì che noi siamo amici, è lì che risuona il comandamento: Amatevi gli un gli altri. La nostra amicizia parte dall’esperienza del Padre e di questo sapore di Padre sempre deve averne l’evidenza.
Chiediamo che questo sia vero, nonostante la nostra voglia di essere servi, non amici - servi indubbiamente meno bello di cristiani, preti - ma Gesù continua a dirci: "Ma io vi ho chiamati amici".
Dov’è la nostra risposta, dov’è il nostro cuore, lì impareremo la compassione, la preghiera di intercessione, la preghiera di benedizione per tutti gli uomini, per tutte le creature.