Il pontificato di Papa Benedetto XVI: fede, ragione e riforma della Chiesa

Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger, è stato il 265° vescovo di Roma e pontefice della Chiesa cattolica, sesto sovrano dello Stato della Città del Vaticano e settimo papa tedesco. Eletto il 19 aprile 2005 al quarto scrutinio, ha guidato la Chiesa per quasi otto anni, fino alla rinuncia al ministero petrino annunciata l’11 febbraio 2013.

Il suo pontificato si è concentrato sulla centralità della parola di Dio, sul rapporto tra fede e ragione, sulla difesa della dignità della persona umana, sulla corretta interpretazione del Concilio Vaticano II, sulla liturgia, sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso. È stato un papa teologo e filosofo che ha cercato di mostrare come verità, amore e libertà non siano realtà contrapposte, ma dimensioni inseparabili della fede cristiana.

Le origini bavaresi e la formazione di Joseph Ratzinger

Joseph Aloisius Ratzinger era nato il 16 aprile 1927, Sabato Santo, a Marktl, in Baviera. Terzogenito di Maria Rieger e Joseph Ratzinger senior, fu battezzato lo stesso giorno. I due fratelli maggiori erano Maria (1921-1991) e Georg (1924-2020), a cui fu particolarmente legato fino alla fine, tanto che l’ultimo viaggio da Papa emerito fu per andare a trovare il fratello ormai in fin di vita.

Il padre era un commissario di gendarmeria apertamente antinazista, tanto che la famiglia fu costretta a trasferirsi molte volte durante gli anni in cui Hitler fu alla guida della Germania, mentre la madre era una cuoca. Conobbe in prima persona gli orrori e la ferocia del nazismo. Quando era solo un ragazzo, suo cugino affetto da Sindrome di Down venne strappato alla famiglia dalla spietata politica di epurazione della razza promossa del regime.

Amerà sempre la sua terra nativa, che definirà, nel testamento spirituale, «la mia bella patria delle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creato stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede».

La vocazione precoce e gli anni della guerra

Nel 1939, a soli 12 anni, entra in seminario, a Traunstein, nell’alta Baviera. Nel 1939 si iscrisse al seminario di Traunstein, chiuso nel 1942. Dopo la chiusura dell’istituto, avvenuta per volontà dei nazisti, è costretto a tornare a casa e ad aderire alla Gioventù hitleriana.

Fu costretto a iscriversi alla Gioventù hitleriana per non ricevere sanzioni nelle tasse scolastiche ma grazie a un insegnante di matematica riuscì a non partecipare alle riunioni. La sua iscrizione, però, è solo formale, infatti non parteciperà mai attivamente alla vita di partito, grazie alla copertura di un professore di matematica.

Il futuro papa, nel libro Sale della terra, così racconta la vicenda: «Grazie a Dio a scuola c’era un insegnante di matematica molto comprensivo. Era personalmente nazista, ma una persona onesta. Un giorno mi disse: “Vacci almeno una volta, così saremo a posto”. Quando però si accorse che io non volevo, mi disse: “Ti capisco, sistemerò io la faccenda”».

A 16 anni, come tutti i suoi coetanei, è arruolato nell’esercito tedesco, da cui diserterà senza aver mai combattuto. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale era stato arruolato nei servizi ausiliari antiaerei, mentre era iscritto d’ufficio alla Gioventù hitleriana. Costretto ad arruolarsi durante la Seconda Guerra mondiale, conobbe la guerra e perfino la prigionia in un campo degli Alleati vicino a Ulma.

Gli studi, il sacerdozio e l’insegnamento universitario

Finita la guerra, la vocazione lo riporta in seminario, questa volta (e siamo nel 1947) in quello interdiocesano di Monaco. Nel 1947 si iscrisse al seminario interdiocesano di Monaco. Ha, quindi, la possibilità di continuare gli studi in filosofia e teologia all’Università di Monaco, ivi adiacente.

Dal 1946 al 1951 ha studiato filosofia e teologia a Frisinga e a Monaco di Baviera, e il 29 giugno 1951 è stato ordinato sacerdote. Per il giovane Joseph sono anni culturalmente ricchi e stimolanti, di formazione d’impronta neoplatonica e al pensiero del filosofo Pascal, correnti filosofiche molto presenti nell’ambiente culturale teutonico del tempo.

Quattro anni dopo, il 29 giugno 1951, insieme al fratello Georg, è ordinato sacerdote nella cattedrale di Monaco, dall’arcivescovo, cardinale Michael von Faulhaber. Il 29 giugno 1951, fu ordinato presbitero assieme al fratello Georg dal cardinale Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco e Frisinga.

L’11 luglio 1953 discute la tesi dottorale sulla figura di sant’Agostino d’Ippona, dal titolo Popolo e casa di Dio nella dottrina agostiniana della Chiesa: e ottiene la summa cum laude. Due anni dopo, nel 1955, presenta la dissertazione, per ottenere l’abilitazione all’insegnamento universitario, dal titolo La teologia della storia di san Bonaventura.

Il lavoro è, però, accusato di «pericoloso modernismo»: è perciò costretto a correggerne alcune parti. Diventato sacerdote il 29 giugno 1951, prese poi il dottorato in teologia con una tesi su sant’Agostino e fu abilitato alla docenza con un’opera su san Bonaventura.

Nel maggio 1957, ottiene la cattedra, presso l’Università di Monaco, in teologia fondamentale; nel dicembre del medesimo anno quella di teologia dogmatica presso l’Istituto superiore di teologia e filosofia di Frisinga. Due anni dopo, è professore a Bonn; nel 1963 a Munster. Nel 1966, riceve la cattedra di teologia dogmatica all’Università di Tubinga, dove sarà collega di Hans Kung.

Ha insegnato dogmatica e storia del dogma presso le università di Bonn (1959-63), Münster (1963-66), Tubinga (1966-69) e Ratisbona (1969-77), ricoprendo importanti incarichi per la Conferenza episcopale tedesca e nella Commissione teologica internazionale. Ha insegnato in diverse università della Germania: a Frisinga, Bonn, Muenster, Tubinga e Ratisbona.

Il Concilio Vaticano II e la riflessione sulla modernità

Professore universitario, partecipò al Concilio Vaticano II prima come consulente teologico del cardinale di Colonia Frings, poi come perito. Come giovane professore partecipò anche al Concilio Vaticano II, dal 1962. Partecipò al Concilio Vaticano II prima come consulente teologico dell’arcivescovo di Colonia e, poi, come perito.

Nel 1966, a Tubinga, tiene una conferenza sul cattolicesimo e lo fa considerando il fatto che la delusione post Concilio è cocente, sia nel campo dei conservatori sia in quello dei progressisti: i primi perché si oppongono ai cambiamenti introdotti; i secondi, al contrario, perché vogliono attuarli rapidamente.

Subito dopo il Concilio Vaticano II, Ratzinger indica tre punti critici non risolti dall’assise: la liturgia, il rapporto tra la Chiesa e il mondo e l’ecumenismo. Per il futuro Benedetto XVI la riforma in campo liturgico è necessaria, ma avverte una certa furia iconoclasta.

Il rapporto tra la Chiesa e il mondo deve essere incentrato sulla compenetrazione delle due dimensioni, poiché Dio non è alieno dal mondo, ma, al contrario, si è incarnato proprio per salvarlo. Il cristiano, perciò, non deve fuggire dall’impegno nella comunità d’appartenenza, ma impegnarsi, con gioia, nell’oggi, dando testimonianza coraggiosa della sua fede.

L’ecumenismo non deve portare a considerare la Chiesa cattolica una confessione come tante, ma la Chiesa per eccellenza che sa dialogare con le altre, in quanto accomunate dal messaggio evangelico. La sua vasta produzione teologica è caratterizzata in partic. dalla ricerca di una nuova unione tra fede e ragione, con riferimento soprattutto all’incontro, considerato non casuale ma intrinsecamente necessario, tra il messaggio biblico e il pensiero greco.

Introduzione al cristianesimo

Nel 1968, nel pieno degli anni della contestazione studentesca, basata su pseudo teorie marxiane che coinvolse anche l’Ateneo di Tubinga, pubblica Introduzione al cristianesimo, un libro di teologia tra i più famosi del Novecento, ristampato in Germania una decina di volte nel medesimo anno, tradotto in venti lingue: un vero bestseller, figlio delle lezioni tenute dal professor Joseph, letteralmente prese d’assalto dagli studenti.

«Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità». Il libro è ricco d’aneddoti, tipici dell’insegnamento ratzingeriano: uno dei più belli è quello che ci aiuta a comprendere l’umiltà di Benedetto XVI, per il quale l’intellettuale deve, all’occorrenza, saper scendere dal piedistallo.

Insegnamento che metterà sempre in pratica. La storia è quella di un esploratore ebreo erudito, il quale decide di far visita a un giusto noto per la sua fede e semplicità. L’esploratore gli parla e gli spiega le argomentazioni che avevano messo in difficoltà lui e numerosi dotti come lui.

Il giusto, interrogato, però, non risponde e continua a camminare. Dopo un po’ apre bocca e afferma: «Chissà, forse è proprio vero!». A questo punto, il dotto non ha più la forza di replicare: aveva capito che il dubbio, espresso in quel forse, è una realtà con la quale ogni uomo deve confrontarsi, credente o meno.

Ed ecco la conclusione professorale di Ratzinger: «Chi pretende di sfuggire l’incertezza della fede dovrà fare i conti con l’incertezza dell’incredulità». Un altro aneddoto è quello, ripreso dal libro La scarpetta di raso di Paul Claudel, che racconta di un missionario gesuita su una nave che sta affondando a causa dei pirati.

Aggrappato a una tavola di legno che va alla deriva, il gesuita assomiglia a Cristo in croce: tutto lascia pensare che quest’ultimo verrà risucchiato nell’abisso come tutti i suoi compagni di sventura, ma egli non abbandona la presa e prima di essere inghiottito dall’abisso offre la sua vita per il fratello che, lontano da Dio, insegue le ricchezze del mondo.

La morte del religioso sarà, poi, di salvezza per gli altri naufraghi. Un esempio concreto per far comprendere la grandezza e bellezza del sacrificio del Figlio di Dio.

Dalla crisi di Tubinga all’episcopato

La situazione alla facoltà di teologia dell’Università di Tubinga si fa sempre più critica. Ratzinger, da decano, diversamente da altri professori che decidono di tacere e di far buon viso a cattivo gioco, ritiene, al contrario, di non poter più tacere: quando i giovani fanno irruzione nel senato accademico lanciando accuse gratuite, egli raccoglie le sue carte e se ne va, senza proferire parola.

Il suo è un silenzio che fa rumore. Nel 1969, dopo una parentesi a Regensburg passata insieme al fratello, torna all’insegnamento, questa volta all’Ateneo di Ratisbona, del quale sarà, dal 1976 al 1977, vicepresidente.

Il 24 marzo 1977, fu nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da papa Paolo VI. La consacrazione avviene il 28 maggio: come motto episcopale sceglie l’espressione Cooperatores veritatis, lo stesso che l’accompagnerà nel pontificato, segno del suo costante impegno al servizio della verità del Vangelo.

Così spiega la scelta: «Per un verso, mi sembrava che fosse questo il rapporto esistente tra il mio precedente compito di professore e la nuova missione. Anche se in modi diversi, quel che era e continuava a restare in gioco era seguire la verità, stare al suo servizio.

E, d’altra parte, ho scelto questo motto perché nel mondo di oggi il tema della verità viene quasi totalmente sottaciuto; appare infatti come qualcosa di troppo grande per l’uomo, nonostante che tutto si sgretoli se manca la verità».

Paolo VI, dopo soli tre mesi dalla nomina, il 27 giugno lo crea cardinale, con il titolo presbiterale di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino. Nel 1978, partecipa a due conclavi: quello che elegge Giovanni Paolo I e quello che sceglie il giovane polacco Karol Wojtyła.

La collaborazione con Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II ha una strategia ben precisa per governare la Chiesa e per questo, non a caso, sceglie il cardinal Ratzinger come collaboratore. I due s’incontrano nei conclavi del 1978. Wojtyla rimane colpito e affascinato dalla lucidità e fermezza teologica, nonché dalla capacità di mediazione tra opposte posizioni, del tedesco Ratzinger: nasce, da subito, una profonda e reciproca stima intellettuale.

Giovanni Paolo II corteggia Ratzinger, ma quest’ultimo non è dell’idea di lasciare l’amata Germania, l’insegnamento e gli studi. Qualche anno dopo, il 25 novembre 1981, in seguito a un compromesso, il cardinal Ratzinger è nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Quale compromesso? Il tedesco potrà continuare a studiare, far ricerca e pubblicare libri anche da capo del Sant’Uffizio. Quest’ultimo il 25 novembre 1981 lo nominò prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio.

I due sono accomunati dal vissuto esperienziale dei totalitarismi, il nazismo per Ratzinger e il comunismo per Wojtyła, che li porta a credere che solo una fede cristiana solida, fondata sulla verità e non sui compromessi politici, li potrà arginare.

Sono accomunati anche dall’esperienza conciliare che tanto sbandamento stava creando nei fedeli. Giovanni Paolo II ha bisogno di un teologo capace di dialogare con la modernità senza svendere la dottrina, dando la giusta interpretazione e la successiva attuazione al Concilio, arginando le derive progressiste.

Negli anni successivi, Ratzinger chiederà più volte di dimettersi da prefetto per ritirarsi, studiare e scrivere, ma Giovanni Paolo II rifiuterà sempre, dicendogli: «io non posso fare a meno di lei». La collaborazione tra il papa polacco e il futuro Benedetto XVI durerà quasi un quarto di secolo.

La Congregazione per la Dottrina della Fede

Più in generale, negli oltre ventitré anni trascorsi alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, presiedendo anche la Commissione per la preparazione del catechismo della Chiesa cattolica, 1986-92, il card. Ratzinger ha difeso in modo rigoroso l’ortodossia cattolica.

La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 1984, in risposta, pubblica un documento di condanna di tale interpretazione, dal titolo Istruzione su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione.

Il documento segna una chiara linea di condanna, non rivolta alle politiche di aiuto al miglioramento sociale delle classi povere, ma alla teoria che associava Vangelo e lotta di classe, concetto incompatibile con la visione cristiana della fraternità.

Il documento mette, inoltre, in luce il pericolo di politicizzazione dei sacerdoti, i quali rischiavano di ridurre la fede a un’ideologia come tante e la Chiesa, da Corpo in terra di Cristo, a un’organizzazione politica qualsiasi.

Il duo Wojtyla-Ratzinger fa sul serio: per loro il prete deve curare le anime, non fare il capopopolo. Il primo a farne le spese è il francescano Leonardo Boff, al quale, dopo un incontro a Roma con il prefetto Ratzinger, sarà proibito di insegnare e predicare.

Boff inizialmente accetta il silenzio, ma sotto traccia continua a propagare le sue teorie e nel 1992 decide di abbandonare il sacerdozio. Si riavvicinerà a Roma con il pontificato di Bergoglio, con il quale collaborerà alla stesura dell’enciclica Laudato si’.

Il 27 novembre 2002 fu eletto decano del Sacro Collegio. Fu anche presidente della commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa cattolica, vice decano e poi decano dei cardinali.

L’elezione di Benedetto XVI

Il 19 aprile 2005 il cardinale Ratzinger viene eletto Papa al quarto scrutinio. Dal 2002 decano del collegio cardinalizio, il 19 aprile 2005 è stato eletto papa al quarto scrutinio da 115 elettori, il numero più alto nella storia delle elezioni papali, in un conclave durato meno di ventiquattro ore.

Era un martedì pomeriggio, il 19 aprile di vent’anni fa, quando alle 18.48 Benedetto XVI si affacciò dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro. «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II - disse il nuovo Pontefice -, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore».

Parole che racchiudevano la gioia e la gratitudine di molti per il fatto che il successore diretto di papa Wojtyla fosse proprio colui che era stato il primo collaboratore del suo lungo pontificato, quasi trentennale, nella Curia Romana: il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Joseph Ratzinger.

Sempre per sua ammissione, scelse il nome Benedetto XVI in onore di Benedetto XV, papa durante la Prima guerra mondiale, al quale si sentiva idealmente vicino, ma anche in onore di San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale.

Con il nome assunto da pontefice intende richiamarsi sia a Benedetto XV, profeta di pace durante il primo conflitto mondiale, sia a san Benedetto, patriarca del monachesimo occidentale e compatrono d’Europa, scelto come fondamentale punto di riferimento per le radici cristiane della cultura e della civiltà europea.

Una scelta che esprimeva già una forte dichiarazione di intenti, sulla volontà di recuperare le radici cristiane e i valori della Chiesa. Sul suo stemma pontificio volle una mitra vescovile anziché l’usuale tiara papale, per dichiarare la sua vicinanza ai Vescovi.

Il suo motto era Cooperatores Veritatis, dalla Terza lettera di Giovanni: “Nos ergo debemus sublevare huiusmodi, ut cooperatores simus veritatis”, Noi dobbiamo perciò accogliere tali persone per cooperare alla diffusione della verità.

Le priorità del pontificato

Il suo è stato un ministero che, nel traghettare il pontificato dal Novecento al XXI dopo i ventisette anni di Giovanni Paolo II, si è improntato alla lotta al relativismo, alla difesa dei valori non negoziabili, principi fondanti della legge morale, della persona umana e della sua libertà.

Le priorità del pontificato sono state esposte da Benedetto XVI in alcuni messaggi, omelie e discorsi programmatici pronunciati nel corso dei primi mesi successivi all’elezione: l’attuazione del Concilio Vaticano II in piena continuità con la tradizione della Chiesa, la valorizzazione della centralità dell’Eucaristia, la necessità di ravvivare nella comunità ecclesiastica la consapevolezza della propria vocazione apostolica.

Tra le priorità vi erano anche l’impegno per la ricostituzione dell’unità dei cristiani e il dialogo con i credenti delle altre religioni, in partic. con il mondo ebraico e con quello islamico, e con i non credenti.

Benedetto XVI si è dedicato alla parola di Dio con la coscienza che, come ha detto poco dopo la sua elezione, egli non si proponeva alcun programma di governo, per lo meno non così come lo si intende comunemente.

Piuttosto egli ha dichiarato inequivocabilmente: “Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”.

Il servizio petrino e la centralità della Parola

Il pontificato di Benedetto XVI è stato in primo luogo contrassegnato dalla sua vigorosa e ferma richiesta di adoperarsi affinché al centro della vita della Chiesa tornasse ad esserci una realtà della quale solo la Chiesa conserva l’identità: la parola di Dio.

Essa di certo non risiede semplicemente in un passato lontano, in un mero ricordo storico; piuttosto la Parola parla al e nel nostro presente e ci sollecita nel vissuto personale e quotidiano.

Poiché Benedetto ha visto come compito primario del suo ministero quello di vincolare l’intera Chiesa alla parola di Dio e di garantirne l’obbedienza ad essa, egli era anche cosciente del fatto che il suo primo dovere consisteva nel vivere lui stesso nell’obbedienza esemplare.

E poiché ha amato così tanto la Sacra Scrittura e ha guidato gli uomini con l’annuncio e la predicazione alla conoscenza del Vangelo, il suo servizio petrino avrebbe dovuto essere caratterizzato come un pontificato in tutto e per tutto evangelico.

Per questo motivo, nell’ultima udienza generale, con la quale si è congedato come vescovo di Roma, Benedetto ha potuto confessare con franchezza di essere stato accompagnato sempre nel suo ministero di successore di Pietro dalla solida coscienza “che la Chiesa crea la sua vita a partire dalla parola di Dio”.

Verità e amore

Papa Benedetto ha inteso e concepito il suo pontificato secondo il significato che ad esso attribuiva Sant’Ignazio di Antiochia, il quale nella sua Lettera ai Romani, circa nell’anno 110, ha indicato e vissuto la Chiesa di Roma come colei che ha la “presidenza nell’amore”.

Questo nella convinzione che la presidenza nella fede e nella sua dottrina deve essere anche e soprattutto presidenza nell’amore. Perché una fede senza amore non sarebbe fede nel Dio biblico; la dottrina della Chiesa raggiunge i cuori degli uomini solo se conduce all’amore.

Riluce qui il motivo più profondo, per cui nel pensiero e nell’operare di Benedetto XVI verità e amore non sono termini in contraddizione; piuttosto si esigono e alimentano vicendevolmente, poiché la verità senza l’amore può diventare brutale e l’amore senza verità può diventare banale.

Papa Benedetto ha, per questo, riassunto nella loro unità inscindibile la verità della fede nell’amore di Dio per l’uomo e nell’amore dell’uomo verso Dio e verso i suoi fratelli, ponendo tutto il suo pontificato al servizio dell’annuncio di questa fede.

Fede, ragione e bellezza

Papa Benedetto, nel suo ricco magistero, non ha mai perso di vista la fede dei semplici. Egli era piuttosto convinto che la verità della fede si manifesta in ultima analisi ai semplici e ai cuori umili e può essere colta solo con gli occhi della fede.

Come lui stesso ha detto nel suo messaggio “Urbi et Orbi” del Natale 2010: “Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore”.

Per poter essere e rimanere una fede umana, la fede cristiana deve quindi cercare continuamente il dialogo con la ragione umana. Il dialogo tra fede e ragione è stato particolarmente a cuore a Benedetto XVI, poiché egli era profondamente convinto che esse dipendano l’una dall’altra.

Solo nel dialogo reciproco possono essere superate le patologie della ragione e possono essere evitate le malattie della fede. Perché senza la fede la ragione minaccia di diventare unilaterale e unidimensionale; e senza la ragione la fede minaccia di nascondere la sua verità e di diventare fondamentalista.

Il dialogo tra fede e ragione per Benedetto XVI è stato essenziale soprattutto perché Dio stesso è logos e l’intera creazione è testimone di quella ragione. Il logos non è solo una ragione matematica, ma ha anche un cuore ed è amore.

Da ciò Papa Ratzinger ha tratto la seguente conclusione: “La verità è bella, verità e bellezza vanno insieme: la bellezza è il sigillo della verità”. È stata davvero un’esigenza del cuore di Benedetto XVI la coltivazione del dialogo con l’arte, in quanto mondo della bellezza.

Ma soprattutto egli si è adoperato per portare alla luce la bellezza della fede stessa, per far sì che della fede non si parlasse soltanto, ma che essa soprattutto venisse celebrata.

Le encicliche di Benedetto XVI

Poiché egli ha guidato la Chiesa principalmente attraverso la sua dottrina, del suo pontificato in futuro, come eredità, resterà senz’altro il suo magistero, che ha esercitato non solo con le sue tre encicliche - Deus caritas est, Spe salvi, Caritas in veritate - ma anche nel corso delle udienze generali.

EnciclicaDataTema principale
Deus caritas est25 dicembre 2005Amore cristiano e carità della Chiesa
Spe salvi30 novembre 2007Speranza cristiana
Caritas in veritate29 giugno 2009Sviluppo umano, globalizzazione e crisi economica

Deus caritas est

Nella Deus caritas est, 25 dicembre 2005, Benedetto XVI distingue due diverse forme di amore, quella «ascendente», eros, che cerca Dio, e quella «discendente», agape, che trasmette il dono ricevuto.

Le due forme sono inscindibilmente legate l’una all’altra nella creazione e nella storia della salvezza, per poi soffermarsi sull’azione caritativa della Chiesa come «comunità d’amore».

Spe salvi

La Spe salvi, 30 novembre 2007, è dedicata al tema della speranza cristiana, considerata di nuovo prima dal punto di vista della riflessione teorica, dai fondamenti neotestamentari e patristici alle trasformazioni proprie dell’epoca moderna, poi da quello del suo concreto apprendimento ed esercizio.

Caritas in veritate

Nella Caritas in veritate, 29 giugno 2009, la prima enciclica «sociale» di Benedetto XVI, sono affrontati i grandi problemi legati alla globalizzazione, alla crisi economica e alle loro ricadute sulla vita dei popoli e degli individui.

Il testo pone particolare riferimento al tema dello sviluppo della persona e dell’umanità intera, che deve avvenire alla luce della «carità nella verità».

La liturgia e la riforma interiore della Chiesa

Da quanto detto si capisce il valore fondamentale che ha avuto la liturgia non solo nel suo servizio petrino, ma soprattutto nel pensiero di questo fine teologo, come egli stesso ha riconosciuto: “Così come ho imparato ad intendere il Nuovo Testamento come l’anima della teologia, così ho colto la liturgia come il suo motivo di vita, senza la quale quella inaridisce.”

Papa Benedetto si è impegnato soprattutto perché la liturgia fosse celebrata nella sua bellezza, poiché essa è celebrazione della presenza e dell’opera del Dio vivente e perché essa vuole condurci cioè al e nel mistero di Dio.

Questo vale in particolare per la celebrazione dell’Eucaristia, che per Benedetto è il gesto di adorazione più elementare e grande della Chiesa e che scaturisce continuamente da essa.

Per questo motivo la Messa non è semplicemente un accadere isolato nella Chiesa: la Chiesa è nella sua essenza celebrazione eucaristica e vive nella comunione dell’Eucaristia.

Agli occhi di Papa Benedetto è dalla liturgia che deve derivare ogni riforma della Chiesa, perché solo essa può essere un rinnovamento della fede che parte dal centro, perché nel suo senso originario la riforma è un processo spirituale strettamente imparentato con la conversione.

La crisi degli abusi e Vatileaks

In considerazione di ciò va inteso in tutta la sua drammaticità il fatto che proprio un Papa per il quale non ha ponderato l’apparenza esteriore, quanto l’essere interiore della Chiesa e il suo rinnovamento, si sia dovuto occupare nel corso del suo pontificato di così tanti problemi emersi a livello d’opinione pubblica, come Vatileaks, fino alla particolarmente dolorosa piaga della pedofilia esplosa proprio nell’anno sacerdotale.

Fu anche il primo pontefice a scusarsi pubblicamente con le vittime di abusi da parte di membri del clero, adoperandosi per stabilire punizioni e regole più severe per i colpevoli.

La lotta alla pedofilia nella Chiesa fu una delle questioni più dolorose del pontificato. Era ancora cardinale, ma di lì a pochi giorni sarebbe succeduto a Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro, quando nel 2005, nelle meditazioni della Via Crucis al Colosseo, diceva senza tanti giri di parole: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”.

Ha lottato energicamente contro la pedofilia del clero, imponendo un’inversione di rotta nella coscienza, nelle norme e negli atteggiamenti della Chiesa nei confronti dei preti pedofili.

Di rilievo, tra gli interventi pastorali, anche la lettera ai fedeli irlandesi, 19 marzo 2010, contenente una condanna esplicita non soltanto degli abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa locale, ma anche del modo in cui il problema era stato gestito dai loro superiori, preoccupati di «evitare gli scandali».

Il Concilio Vaticano II e l’ermeneutica della continuità

Benedetto XVI è stato un Papa coerentemente legato al Concilio Vaticano Secondo. Per lui la promozione di una nuova evangelizzazione nelle società moderne ha rappresentato un desiderio fondamentale e, facendola propria, egli ha anche accolto una delle richieste decisive del Concilio Vaticano II.

È uno dei suoi grandi meriti, dunque anche parte dell’eredità del suo pontificato, il fatto che egli si sia occupato intensamente dell’interpretazione autentica del Concilio e della sua ricezione nella Chiesa.

In risposta a quelle correnti di parte progressista e tradizionalista che nel Concilio Vaticano II salutano o lamentano una rottura con la tradizione, abbia sostenuto il concetto dell’ermeneutica della riforma nella continuità.

La collaborazione tra il papa polacco e il futuro Benedetto XVI si baserà sempre sulla lealtà umana, per evitare l’ermeneutica della discontinuità tra il patrimonio millenario della Chiesa e l’attuazione fuorviante del Concilio Vaticano II.

Il dialogo ecumenico, interreligioso e culturale

Con fedeltà indefettibile al Concilio, Papa Benedetto ha posto l’accento su quei temi che in maniera particolare hanno a che fare con il dialogo della Chiesa con il mondo moderno, cioè il dovere ecumenico, il dialogo interreligioso e la libertà religiosa.

A Papa Benedetto è stato particolarmente a cuore il dialogo ecumenico. Sebbene dopo quasi cinquant’anni il movimento ecumenico nella Chiesa cattolica non avesse potuto raggiungere l’unità visibile dei cristiani, Benedetto XVI si è mantenuto fermo sul dovere ecumenico della Chiesa cattolica e ha curato in particolare il dialogo dell’amore.

Ha dedicato tanto tempo ad incontri con rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali, incontri che sono stati continuamente ideati, promossi e cercati, realizzando già in questo modo un primato ecumenico.

Questi temi sono stati continuamente chiamati in causa anche nel corso dei suoi oltre venti viaggi apostolici all’estero e in Italia, e soprattutto negli incontri con il mondo della cultura, della scienza e della politica.

Così facendo egli ha offerto spunti essenziali per una riflessione profonda sulla fede e sulla sua forza illuminante per la convivenza tra gli uomini. Con la convinzione che la domanda di Dio è di fondamentale significato per le questioni che attengono al futuro dell’umanità.

La lezione di Ratisbona

Anche in vista del dialogo interreligioso Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sulla necessità e sull’urgenza di una nuova unione tra fede e ragione, in partic. in una lectio magistralis tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006.

La lezione è stata oggetto di aspre critiche da parte di numerosi esponenti del mondo islamico per la citazione di una frase con la quale l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo condannava la diffusione della fede mediante la violenza.

Le opere su Gesù di Nazareth e il magistero catechetico

Tra i numerosi libri pubblicati sia prima sia dopo l’elevazione al soglio pontificio si ricorda la trilogia dedicata alla figura di Gesù di Nazareth: Gesù di Nazareth (2007), Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione (2011), L’infanzia di Gesù (2012).

La trilogia presenta il Gesù dei Vangeli come una figura storicamente sensata e convincente, da non contrapporre quindi a quella di un presunto «Gesù storico».

Il suo magistero si è espresso anche nel corso delle udienze generali con le sue profonde catechesi sugli apostoli e soprattutto su San Paolo, sui Padri della Chiesa e sui grandi teologi e le grandi teologhe nella storia della Chiesa, sul sacerdozio, sulla preghiera e sulla fede.

Uomo di grande cultura, Papa Ratzinger parlava sette lingue e prima del Pontificato intraprese una lunga carriera accademica nelle più prestigiose Università tedesche. Il papa emerito Joseph Ratzinger è stato soprattutto un fine teologo, considerato uno dei più illustri intellettuali dell’ultimo secolo.

Viaggi, giovani e comunicazione nell’era digitale

Amava anche viaggiare e conoscere le realtà dei membri della sua Chiesa in tutto il mondo. Nel corso di quasi otto anni di pontificato ha incontrato milioni di persone e ha compiuto decine di viaggi internazionali e in Italia.

È stato anche il primo Papa dell’era digitale, protagonista di un mutamento rivoluzionario nelle comunicazioni, soprattutto per un uomo come lui, legato alle tradizioni.

Eppure, intraprendente e pronto a mettersi in gioco, è stato il primo Papa ad aprire un profilo social, su Twitter, adeguando il pontificato al contesto comunicativo globale e soprattutto aprendo la via a innumerevoli canali social dedicati alla Fede, alla preghiera, alla Parola di Dio.

Non solo: ha dialogato tramite SMS con i giovani della Giornata mondiale della gioventù di Sydney nel 2008, con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale, e si è anche prestato a rispondere alle domande dei fedeli durante la diretta TV del Venerdì Santo del 2011.

Ricordiamo in breve il pontificato di Papa Ratzinger e le sue dimissioni.

La rinuncia al ministero petrino

L’11 febbraio 2013, durante il concistoro per alcune canonizzazioni, annunciò la sua libera rinuncia al ministero petrino. Fu lui stesso ad annunciare le proprie dimissioni l’11 febbraio 2013, con un discorso in latino pronunciato durante il Concistoro per la canonizzazione dei Martiri d’Otranto.

Il Papa addusse come causa della sua scelta l’età avanzata e il progressivo venir meno delle proprie forze, che non gli permettevano più di adempiere al meglio al proprio ministero.

Benedetto XVI non è stato il primo papa a rinunciare al Soglio Pontificio. Sebbene non avvenisse da secoli, prima di lui altri sette Papi scelsero di dare le dimissioni: Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX, Gregorio VI, Celestino V e Gregorio XII.

Ratzinger è stato l’ottavo pontefice a rinunciare al ministero petrino, se si considerano i casi di Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX, Gregorio VI, Celestino V e Gregorio XII, di cui si hanno fonti storiche certe o molto attendibili.

È stato però il primo Papa emerito della storia della Chiesa. La decisione sorprese il mondo intero, e tutti plaudirono al coraggio e all’umiltà di questo Pontefice così compreso nel proprio ruolo da riconoscere quando fosse opportuno per lui farsi da parte.

Il Papa emerito e il rapporto con Francesco

Dal 1 marzo 2013, inizio della sede vacante, è diventato il primo papa emerito della storia millenaria della Chiesa, conservando il titolo e trattamento di “Sua Santità”, nonché la talare bianca.

Dalle ore 20 del 28 febbraio successivo Benedetto XVI ha assunto la carica di papa emerito o Romano pontefice emerito ed è iniziato il periodo di sede vacante per consentire la convocazione del conclave, che il 13 marzo ha eletto nuovo pontefice papa Francesco.

Il 28 febbraio alle 20 si ritirò nel palazzo apostolico di Castelgandolfo, dando inizio alla sede vacante che portò all’elezione di Francesco. Trasferitosi in un primo tempo a Castel Gandolfo, il Papa emerito andò poi a vivere nel monastero Mater Ecclesiae, nei Giardini Vaticani.

Il 13 dello stesso mese, gli succede Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, con il quale ha una coabitazione, non sempre facile, di nove anni, segnata da contrasti più o meno velati.

Ma non ha mai smesso di partecipare alla vita della Chiesa, affiancando il suo successore Papa Francesco in molte occasioni ufficiali, finché le sue condizioni di salute glielo hanno permesso.

Anche dopo la sua rinuncia al pontificato, la maggior parte delle voci del mondo religioso, nella grande ecumene dell’orbe, ha espresso il proprio apprezzamento e il proprio ringraziamento per la sua apertura e ha sottolineato soprattutto il chiaro e limpido messaggio del suo magistero.

Il titolo e la vita al Mater Ecclesiae

Anche dopo aver rinunciato al ministero petrino, Papa Ratzinger ha mantenuto le insegne e il trattamento, seppur con alcune modifiche: la veste talare bianca, ma priva di pellegrina e fascia; l’anello vescovile al posto dell’anello del pescatore.

Ha mantenuto anche lo stemma, il nome pontificale e il titolo di Santo Padre o Santità. Padre Georg Gänswein è rimasto al suo fianco come segretario particolare.

Il periodo vissuto accanto a Ratzinger quando era semplice cardinale - sottolinea Hermann Geissler - ha rappresentato per me un tempo di formazione continua non solo di natura teologica, ma anche spirituale. Ci considerava come la sua famiglia.

Ebbi la gioia di celebrare spesso la Messa con lui al Mater Ecclesiae. Compresi che questo era il vero centro della sua vita. Diceva spesso che la Chiesa non è nostra ma Sua, cioè di Gesù: viene edificata da Lui, soprattutto nell’Eucaristia.

Predicava, finché ebbe le forze, ogni domenica e per le solennità. La Parola di Dio era così importante che permeava anche i suoi sogni.

La morte e l’eredità di Benedetto XVI

Il 31 dicembre, ultimo giorno di un travagliato 2022, Joseph Aloisius Ratzinger, Papa Benedetto XVI, ha lasciato la vita terrena. Benedetto XVI è deceduto il 31 dicembre 2022 alle ore 09.34, nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, dove risiedeva dopo la rinuncia al pontificato.

Nel 2020 ha superato il primato di longevità per un papa, diventando il pontefice più anziano della storia. È morto a 95 anni.

Nel testamento spirituale così scrive della sua famiglia: «Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi.

La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza.

Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta».

Un lascito, quello di Benedetto XVI, profetico e attuale, alla luce anche del suo discorso di inaugurazione del pontificato, il 24 aprile 2005, nel quale disse di non avere un proprio programma, ma di volersi mettere in ascolto della Parola di Dio e lasciarsi guidare da lui.

Nel pensiero e nell’opera di Benedetto XVI, la fede cristiana doveva rimanere un incontro vivo con Dio, capace di parlare alla ragione, alla coscienza e alla vita concreta dell’uomo. Il suo pontificato ha unito il rigore della teologia, la cura della liturgia, l’attenzione alla verità e la convinzione che la Chiesa debba rinnovarsi a partire dal centro della fede.

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