La pala d’altare di Jacopo Robusti detto Tintoretto, raffigurante Sant’Orsola con le vergini, proviene dalla chiesa degli Incurabili di Venezia ed è oggi conservata nella chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti. L’opera mostra Sant’Orsola in primo piano, affiancata alla sua destra da un papa e a sinistra da un vescovo, mentre alle sue spalle si dispone la fila delle 11.000 vergini e, in alto, un angelo reca la palma del martirio.
La composizione comprende anche una figura femminile con corno ducale, personificazione di Venezia, e sullo sfondo le galee. L’iconografia è considerata un unicum e collega la santa alla Chiesa, alla città e alla tradizione assistenziale degli Incurabili.

Scheda dell’opera
| Voce | Informazione |
|---|---|
| Oggetto | pala d’altare |
| Materia e tecnica | tela, pittura a olio |
| Attribuzione | Robusti Jacopo detto Tintoretto (1518/1594), pittore |
| Localizzazione originaria | Venezia, chiesa degli Incurabili |
| Collocazione successiva | chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti |
| Proprietà | ente pubblico territoriale |
| Codice di catalogo nazionale | 0500676980 |
Il soggetto: Sant’Orsola e le 11.000 vergini
Sant’Orsola è raffigurata in primo piano, affiancata alla sua destra da un papa (Ciriaco?) e a sinistra da un vescovo. Alle sue spalle si vede la fila delle 11.000 vergini. In alto compare l’angelo che reca la palma del martirio, mentre sullo sfondo sono visibili le galee.
La santa è quindi inserita in una scena articolata, nella quale la dimensione del martirio si unisce alla presenza delle autorità religiose e alla rappresentazione della città. La figura femminile con corno ducale personifica Venezia e contribuisce a rendere la pala un’immagine insieme religiosa e civica.
Il rapporto con gli Incurabili
La pala proviene, come le altre due pale del Veronese e del Salviati, dalla chiesa degli Incurabili. Dopo le soppressioni napoleoniche, la pala venne portata a San Lazzaro, consegnata alla Direzione del Civico Ospedale di Venezia per ordinanza del 1° febbraio 1832.
La presenza di Sant’Orsola nella chiesa degli Incurabili può essere collegata alla storia della congregazione e alla funzione assistenziale dell’istituzione. Aikema ipotizza come spiegazione per tale rappresentazione un suo collegamento con la visita della futura santa Angela Merici a Venezia nel 1524, di ritorno da un viaggio in Terra Santa.
La Merici fu ospitata dalla congregazione dei governatori e delle governatrici degli Incurabili. Il ricordo di tale visita durò a lungo, ravvivato negli ultimi decenni del Cinquecento, quando furono confermate le regole della Compagnia di Sant’Orsola.
In quest’ottica, la pala, che mostra la santa protetta e venerata dalla Chiesa e da Venezia, diventa un omaggio ad Angela Merici, la “santa assistenziale” e protettrice delle convertite, che, prima di trasferirsi in un altro istituto alla Giudecca, erano alloggiate negli Incurabili.
La datazione dell’opera
La datazione dell’opera è controversa: Pallucchini-Rossi la considerano eseguita dal Tintoretto in epoca relativamente giovanile, nel 1554-1555, mentre Aikema, sulla base della datazione dell’abbigliamento e delle acconciature, considerate da studiosi della materia risalenti al 1573-1575, la posticipa a quegli anni.
Un ulteriore elemento riguarda la costruzione dell’edificio. La nuova chiesa degli Incurabili fu edificata dopo il 1566 ed è presumibile che anche le pale degli altari fossero eseguite dopo tale data.
| Ipotesi | Datazione | Motivazione |
|---|---|---|
| Pallucchini-Rossi | 1554-1555 | esecuzione in epoca relativamente giovanile |
| Aikema | 1573-1575 | abbigliamento e acconciature |
| Ipotesi legata all’edificio | dopo il 1566 | la nuova chiesa degli Incurabili fu edificata dopo il 1566 |
La chiesa degli Incurabili e la pala di Sant’Orsola
La chiesa degli Incurabili custodiva dunque un’opera che univa la devozione per Sant’Orsola alla memoria di Angela Merici e all’identità veneziana. La presenza del papa, del vescovo e della personificazione di Venezia rendeva visibile il rapporto tra la santa, le istituzioni religiose e la comunità cittadina.
La pala appartiene alla fase veneziana della produzione di Tintoretto e si inserisce nel più ampio percorso dell’artista attraverso le chiese, le scuole e gli edifici pubblici della città. A Venezia il pittore realizzò opere caratterizzate da grande energia espressiva, visioni agitate, drammatiche e tormentate, audaci prospettive e forti contrasti di luce e ombra.
Tintoretto e Venezia
Tintoretto nella Venezia del Cinquecento
“Tintoretto è Venezia anche se non dipinge Venezia” scriveva Jean Paul Sartre guardando alla storia del Robusti come al ritratto dell’artista vivente dipinto dalla sua città natale.
Nella sua città natale, madre e matrigna, diffidente verso quella pittura così stravagante e talvolta sconveniente, frutto di una mano “ribelle”, Tintoretto riuscì a guadagnarsi il suo posto in maniera non sempre leale, vendendo i suoi lavori a basso prezzo, o addirittura regalandoli pur di impadronirsi di una fetta di mercato, talvolta con mosse astute che rivelano il suo talento da teatrante.
Dalla casa del pittore, nel sestiere di Cannaregio, alla Chiesa della Madonna dell’Orto, che custodisce le spoglie dell’artista, la mappa dei luoghi “tangibili” nella città della laguna offre lo spunto per un tour sulle tracce dell’artista, dalla nascita all’apoteosi.
Le opere di Tintoretto a Venezia
Cannaregio
Al 3399 di Fondamenta dei Mori in Cannaregio, una lapide posta sulla facciata di un edificio gotico ammonisce il viaggiatore: “Non ignorare, viandante, l’antica casa di Jacopo Robusti detti il Tintoretto. Di qui per ogni dove si diffusero innumerevoli dipinti, mirabili pubblicamente e privatamente, magistralmente realizzati con fine ingegno dal suo pennello”.
Nonostante la casa sia oggi di proprietà privata e pertanto non visitabile, vale la pena farci un salto anche solo per ammirare da fuori l’altorilievo di Ercole appoggiato alla clava.
Restiamo nel sestiere di Cannaregio, dove il pittore abitò a partire dal 1547, per raggiungere la Chiesa di San Marziale celebre per la pala realizzata nel 1549 con San Marziale in gloria con i santi Pietro e Paolo.
Affacciata sul Canal Grande, la Chiesa di San Marcuola ospita l’Ultima cena del 1547. Da questo dipinto, sublime per i gesti degli apostoli, dinamicamente collegati tra loro, in un silenzioso dialogo enfatizzato da un uso “irreale” della luce, il viaggio nella Venezia di Tintoretto prosegue alla volta della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ D’Oro dove campeggia il Ritratto del procuratore Nicolò Priuli, stretto nel suo pesante mantello nero bordato di pelliccia.
Ad una vicenda curiosa, incentrata su una delle tante opere di persuasione fatta dal pittore per assicurarsi l’esecuzione della pala, è invece legata l’Assunzione della Vergine, un’opera sfarzosa, visibile oggi nella Chiesa di Santa Maria Assunta, nota come Chiesa dei Gesuiti.
I padri della chiesa dei Crociferi avrebbero voluto affidarne la realizzazione a Paolo Veronese, ma Tintoretto promise loro “che l’havrebbe fatta su lo stile medesimo di Paolo, si che ogn’uno l’havrebbe creduta di sua mano, che ne ottenne lo impegno”.
Eppure la concitata trama gestuale degli apostoli, la Vergine “risucchiata” in alto da un vortice di nubi addensate e una miriade di angeli e angioletti, fra i riflessi accesi delle luci e il panneggio sinuoso delle vesti, sono inequivocabili segni della mano di Tintoretto.
Castello
Lasciamo Cannaregio per raggiungere il sestiere di Castello. Qui il tocco di Tintoretto illumina il Viaggio di Sant’Orsola con le vergini, fiore all’occhiello della Chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti.
È evidente nella Chiesa di San Zaccaria che accoglie La Natività del Battista, realizzata intorno al 1556-1559, e ancora ne L’Arcangelo Michele che abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon, del 1581, nella Chiesa di San Giuseppe di Castello.
Il dinamismo racchiuso nella figura di Girolamo e la turbinosa apparizione della Vergine resi con un serrato alternarsi di luci e ombre rendono l’Apparizione della Vergine a San Girolamo, del 1580, realizzata per l’altare della sala dell’Albergo della Scuola di San Fantin, attuale sede dell’Ateneo Veneto, un’opera abbagliante.
San Marco e Palazzo Ducale
Ed eccolo Tintoretto a piazza San Marco dove giovanissimo, sotto le Procuratie Vecchie, dava una mano ai decoratori di mobili. A pochi metri da qui, nel Salone Sansoviniano della Biblioteca nazionale marciana un altro suo intervento si riscontra nelle cinque tele dei Filosofi.
Ma è a Palazzo Ducale, sede e simbolo del governo della Repubblica di Venezia, che Tintoretto riesce a conquistarsi, grazie a un tenace impegno, un ruolo tra i pittori incaricati della decorazione delle sue sale, le più importanti e prestigiose della città.
Tintoretto partecipò molto attivamente, con la sua bottega, alla decorazione dell’edificio conseguente al grave incendio del 1577. Un percorso “sulle tracce” del Tintor conduce il visitatore dall’Atrio quadrato, con un dipinto del maestro che raffigura sul soffitto Girolamo Priùli, alla Sala delle Quattro Porte.
Nella Sala dell’Anticollegio si ergono le quattro allegorie delle virtù del buon governo della Repubblica. Il percorso continua in Sala del Collegio, che, di Tintoretto, espone alle pareti quattro grandi dipinti devozionali di dogi, mentre altri due sono nella vicina Sala del Senato.
La stanza del Maggior Consiglio, la più grande e maestosa di Palazzo Ducale, è dominata dall’immensa tela con il Paradiso, realizzata tra il 1588 e il 1592 da un Tintoretto ormai settantenne con il figlio Domenico, mentre il soffitto della sala degli Inquisitori è abbellito con tele eseguite tra il 1566 e il 1567.
Tintoretto ha raffigurato nel fregio tutti i dogi escluso Marin Falier. Al suo posto c’è un drappo nero con l’iscrizione in latino che recita: “Questo è il posto di Marin Falier decapitato per i suoi crimini”.
Proseguendo il tour veneziano sulle tracce dell’artista si arriva alla Chiesa di Santo Stefano con le sue quattro tele: Resurrezione, l’Ultima Cena, Cristo lava i piedi agli apostoli e l’Orazione nell’orto.
Un’altra Lavanda dei piedi abbellisce la Chiesa di San Moisè. Più complessa e articolata rispetto a quella in Santo Stefano, l’opera ritrae, sopra una piattaforma a gradini, l’inusuale scena del Cristo intento a lavarsi le mani dopo aver lavato i piedi ad uno degli apostoli.
L’ultimo tocco di Tintoretto a San Marco si rintraccia nella Chiesa di Santa Maria del Giglio, nei quattro evangelisti ritratti dall’artista dietro l’altare maggiore.
La Scuola Grande di San Rocco
Ma è nella Scuola Grande di San Rocco, il tempio dell’arte di Tintoretto, che si colgono i vertici assoluti della sua abile mano, in quel ciclo pittorico più imponente e straordinario presente a Venezia e realizzato dal suo pennello.
“Mai sono stato così totalmente schiacciato a terra dinanzi a un intelletto umano, quanto oggi davanti a Tintoretto” scriveva Ruskin al padre, dopo averne visitato le sale.
Alla decorazione degli ambienti di questa confraternita nata nel 1478, con finalità di culto e di carità, il maestro lavora dal 1564 al 1588 circa, per oltre 24 anni, realizzando oltre 60 episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
La prima opera, il soffitto con San Rocco in gloria della Sala dell’Albergo, viene donata da Jacopo nel 1564. Secondo un aneddoto raccontato da Vasari, nel maggio del 1564, la Scuola decise di far eseguire a proprie spese la decorazione del soffitto bandendo un concorso tra i migliori pittori presenti a Venezia, Paolo Veronese, Salviati, Zuccaro e lo stesso Tintoretto, che, entro un mese, avrebbero dovuto presentare alla Scuola i loro disegni.
Tuttavia il Robusti avrebbe anticipato tutti collocando il dipinto con San Rocco in gloria al centro del soffitto e suscitando “scalpore e malcontento” tra i committenti che non gli avevano ancora assegnato l’opera.
Il pittore rispose loro che quello era il suo modo di disegnare e che se non avessero voluto pagare, avrebbe comunque regalato loro il suo intervento.
Venne così siglato uno straordinario “patto d’arte” tra pittore e Scuola, che diede vita ad uno dei più straordinari e coerenti cicli pittorici dell’arte veneziana.
Seguono, nei due anni successivi, la decorazione della sala, con la Crocifissione e altri episodi della passione di Cristo. Più tardi Tintoretto riceverà l’incarico di decorare il soffitto della Sala Capitolare, con episodi della vita di Mosè, attorniati da altre storie del Vecchio Testamento.
A partire dal 1577 l’artista si offre di completare la decorazione della sala eseguendo i dieci dipinti delle pareti e la pala d’altare, impegnandosi a consegnare ogni anno per la festa del patrono tre quadri grandi, facendosi carico delle spese dei colori, e chiedendo in cambio un vitalizio annuo di 1000 ducati.
La monumentale impresa pittorica viene completata nell’estate del 1581, mentre la pala dell’altare con l’Apparizione di San Rocco, dipinta con l’aiuto del figlio Domenico, viene consegnata nel 1588.
Nell’Annunciazione della Sala Terrena la Madonna è, invece, rappresentata come una ragazza di campagna e l’Angelo sembra letteralmente fare breccia nel muro.
San Polo e Santa Croce
Restando nel sestiere di San Polo e Santa Croce, basta entrare nella chiesa di San Cassiano, dove incontriamo la Discesa di Cristo al Limbo, la Crocifissione e la Resurrezione, in quella di San Polo, di San Silvestro, e nelle chiese di San Simeone Profeta e Santa Maria Mater Domini per proseguire il viaggio nell’arte dell’illustre veneziano.
Dorsoduro
Spostandosi in Dorsoduro, le Gallerie dell’Accademia offrono notevoli dipinti di Tintoretto provenienti da confraternite, chiese e magistrature.
Oltre al Trafugamento del corpo di San Marco e al Miracolo del Saraceno, spicca il Miracolo dello schiavo, capolavoro deflagrante realizzato nel 1548 per la Scuola Grande di San Marco, che impose Jacopo all’attenzione della città.
Con l’uomo sottoposto a tortura perché sorpreso a pregare sulla tomba di San Marco che scende dall’alto sugli ignari presenti, la folla rapita da una gestualità concitata, la scena si trasforma nel palcoscenico di un teatro.
Prima di lasciare Dorsoduro vale la pena di fare un salto in altri tre luoghi di Tintoretto: la Chiesa di Santa Maria del Carmelo che ospita una Presentazione di Gesù al Tempio, la Chiesa di Santa Maria della Salute con le Nozze di Cana del 1561, la Chiesa di Santa Maria del Rosario, dove è custodita la Crocifissione, e quella dei Santi Gervasio e Protasio, dove si possono ammirare l’Ultima cena e le Tentazioni di Sant’Antonio.
San Giorgio Maggiore
Il viaggio a Venezia alla scoperta dei luoghi del maestro apprezzato per la sua grande energia espressiva, le visioni agitate, drammatiche, tormentate che intensificano fino al parossismo il pathos dell’esistenza, l’utilizzo ardito della prospettiva e gli audaci contrasti di luce e ombra, termina sull’isola di San Giorgio Maggiore.
È nel presbiterio dell’edificio progettato da Andrea Palladio che lo ritroviamo con l’Ultima cena, La raccolta della manna e la Deposizione nel Sepolcro, realizzate nel 1594, poco prima di morire, quando l’artista aveva circa 75 anni.
Si spegnerà il 31 maggio dello stesso anno, dopo una febbre durata due settimane. Alla Deposizione sembra fare eco il Giudizio Universale, sebbene realizzato 30 anni prima per la Chiesa della Madonna dell’Orto, e che, con il suo “aggrovigliato ammasso di carne” sembra segnare l’ultimo atto della vita del pittore.
La Madonna dell’Orto e la memoria del pittore
All’interno della chiesa della Madonna dell’Orto, chiamata anche Santa Maria dell’Orto, si trovano molte opere d’arte che danno subito all’occhio di stile gotico e rinascimentale.
Gli spioventi della chiesa sui lati laterali sono ornati con le sculture dei 12 apostoli. All’interno della chiesa sono visibili i sepolcri di Jacopo e Domenico Tintoretto, in latino tinctorettus, a destra dell’altare maggiore.
Due dipinti di Jacopo Tintoretto si trovano nel presbiterio. La chiesa custodisce inoltre le spoglie dell’artista e costituisce uno dei luoghi fondamentali per comprendere il rapporto tra Tintoretto e Venezia.

Gli Incurabili e il patrimonio artistico napoletano
Il nucleo più cospicuo della Quadreria degli Incurabili è costituito da dipinti che un tempo decoravano le cappelle laterali della chiesa di Santa Maria del Popolo e sono ascrivibili ai maggiori artisti attivi a Napoli tra Cinquecento e Settecento, da Marco Pino a Carlo Sellitto a Francesco De Mura a Francesco Solimena.
La chiesa infatti, rimaneggiata nel Seicento ed ancora nel Settecento, era stata edificata nella prima metà del XVI secolo e dedicata inizialmente ai Santi Filippo e Giacomo, perché iniziata, secondo la tradizione, il 3 maggio, giorno del loro onomastico.
Testimone di questa prima titolazione è il dipinto raffigurante La Madonna con i Santi Filippo e Giacomo, eseguito probabilmente nei suoi ultimi anni di attività, intorno al 1540, da Marco Cardisco e originariamente collocato sulla parete di fondo del presbiterio della chiesa.
Prima di essere spostato nel quinto altare di destra della navata per lasciare il posto, nel 1779, alla Madonna del Popolo di Francesco De Mura descritta lì da Aspreno Galante, il dipinto apparteneva dunque alla prima fase della storia dell’edificio.
Alla prima fase di edificazione della chiesa risale pure l’altro prestigioso dipinto, un tempo collocato sul cancelletto di accesso all’unica cappella gentilizia di Santa Maria del Popolo, la cappella Montalto, ed oggi visibile sulla sovrapporta della controspezieria: la Pietà di Giuliano Bugiardini.
Tra le opere cinquecentesche della collezione dell’ASL NA1 Centro spiccano il Crocifisso, firmato e datato da Marco Pino nel 1577 e sormontato dalla cimasa col Cristo Risorto e il Torchio Mistico, di cui non conosciamo l’esatta provenienza.
All’inizio del Seicento furono apportate alla chiesa importanti trasformazioni ed a questi anni risalgono la Madonna di Loreto documentata a Giovan Angelo d’Amato e il Miracolo di San Nicola di Giuseppe Indelli del 1677.
Di provenienza non incurabilina sono il San Giovanni di Dio dipinto da Francesco Solimena per l’ospedale di Santa Maria della Pace e l’Immacolata Concezione di Girolamo Imparato, un tempo al Gesù e Maria.
La conservazione della chiesa degli Incurabili
La chiesa di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, annessa all’antico complesso ospedaliero degli Incurabili, ha subito il crollo di una volta che sosteneva il pavimento dietro l’altare maggiore.
Il crollo è avvenuto all’alba di domenica 24 marzo, quando la chiesa era fortunatamente deserta. Il cedimento ha interessato anche la tomba di Maria d’Ayerba, cofondatrice dell’ospedale insieme a Maria Longo, e una parte del coro ligneo.
La lastra marmorea della tomba è rimasta in sede, mentre sono crollate la parte del coro ligneo e le strutture soprastanti. Problemi si sono verificati anche con il garage situato esattamente sotto la chiesa, nel quale sono caduti i detriti.
Il complesso degli Incurabili fa oggi parte del Museo delle Arti Sanitarie di Napoli e il critico stato di conservazione della chiesa era noto.
Il complesso è interessato da un quadro fessurativo evolutivo che certamente trasmette una sofferenza delle fondazioni, evidenziando una forte criticità strutturale.
I tecnici stanno monitorando la situazione per comprendere le condizioni del sottosuolo e lo stato statico delle strutture, anche con l’aiuto del georadar.
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