Sara è la moglie di Abramo e una delle donne più importanti della Bibbia. La sua storia, narrata soprattutto in Genesi 11:29-23:20, è legata alle due grandi promesse rivolte da Dio ad Abramo: la discendenza e la terra.
Sara attraversa la sterilità, l’esilio, i pericoli, l’attesa e la maternità in tarda età. La sua fede non è priva di esitazioni, ma proprio il suo percorso umano rende la sua figura particolarmente significativa: da Sarai, donna senza figli e apparentemente priva di futuro, diventa Sara, “principessa”, madre di Isacco e antenata di una discendenza numerosa.

Chi era Sara
Sara è la moglie del patriarca Abramo. Era bella perfino in vecchia età. In lingua ebraica, il suo nome significa principessa, madre delle nazioni.
Prima di sposarsi, si chiamava Sarai, in lingua ebraica significa Jah è principe. Era sorellastra di Abramo dalla parte di Terah, il di lui padre.
Sara probabilmente era cresciuta a Ur. Oggi di quella città rimangono solo delle rovine desolate. Ma al tempo di Sara le acque dell’Eufrate erano solcate da navi mercantili cariche di beni preziosi, provenienti da terre lontane e dirette a questa fiorente città.
Le strette e tortuose strade di Ur pullulavano di gente, nel porto si accalcavano le barche, e i banchi dei bazar erano stracolmi di merce. Immaginiamoci Sara mentre cresce in questa città piena di vita, dove impara a conoscere molti dei suoi abitanti per nome.
Di sicuro anche loro si ricordavano di lei, perché era una donna straordinariamente bella. E in quella città c’era anche la sua grande famiglia.
La famiglia di Sara e la sua sterilità
Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei.
Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch’era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca.
Sarai era sterile e non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
La prima annotazione sulla vita di Sara si trova in Genesi 11:27-32. La storia della coppia patriarcale inizia nel segno della morte e della sterilità.
Aran, uno dei tre figli di Terach, muore subito; degli altri due, Abramo e Nacor, si menzionano le mogli: Sarai, poi Sara, e Milca.
Di Sara si aggiunge subito che «era sterile e non aveva figli». Sterilità è assenza di futuro, oltre che di benedizione.
La coppia patriarcale vive una povertà estrema: non c’è più il passato, il padre morto e il paese lasciato, e non c’è più il futuro, il figlio e la terra.
Questa coppia si trova su un binario morto!
Il significato dei nomi Sarai e Sara
Il nome Sarài significa «i miei prìncipi» e mette bene in evidenza la dipendenza di questa donna dai suoi “uomini”, Abram, il marito e Terach, il suocero, cioè la sua sofferenza, silenziosa e prolungata.
Il nome originale era Sarai, che probabilmente significa "litigiosa". Quando essa ha 89 anni Dio le cambia il nome da Sarai in Sara, che significa "Principessa, Signora", promettendole che avrebbe concepito miracolosamente un figlio.
Dio rivela ad Abramo il vero nome della moglie, Sara: «se Abraham accetterà che non sia “sua” la donna che ha scelto, questa donna potrà davvero essere sua moglie: non sarà più Sarài, “i miei prìncipi”, ma Sara, “principessa”, e come partnerfeconda e madre avrà un ruolo nell’alleanza tra il Signore e Abraham».
Il cambiamento del nome indica una nuova identità e una nuova posizione nella promessa divina. La benedizione non riguarda solo il patriarca, ma pure la sua sposa, in una completa reciprocità.
La chiamata di Abramo e la partenza da Ur
La Bibbia descrive la grande fede di Sara, ma non nel dio della luna ampiamente adorato a Ur, dove una torre dedicata a quella divinità dominava la città. Sara invece adorava il vero Dio, Geova.
Il racconto ispirato non spiega come sviluppò questa fede. Suo padre, almeno per un po’, era stato un idolatra.
Ad ogni modo, Sara sposò Abraamo, un uomo più grande di lei di 10 anni. In seguito Abraamo divenne noto come “il padre di tutti quelli che hanno fede”.
Insieme si erano impegnati per rendere la loro unione bella e forte. Il loro matrimonio era caratterizzato da rispetto, buona comunicazione e volontà da parte di entrambi di affrontare insieme i problemi difficili.
Soprattutto, però, la loro unione era contrassegnata dall’amore per Dio. Sara amava molto il marito, e i due si stabilirono vicino ai loro parenti a Ur.
«Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre”».
Quando Dio chiamò Abramo, la coppia dovette lasciare la vita conosciuta e dirigersi verso una terra che ancora non conosceva. Sara, pur non essendo nominata nella chiamata iniziale, fu coinvolta concretamente nel viaggio.
Sara è, ancora una volta, presenza muta e silente, soggetta alle decisioni altrui. Sarài «è presa» da Abram, il quale però «prende» anche Lot.
Insieme camminano, lasciando la vita sterile per andare verso il compimento della promessa di Dio.
La fede di Sara e la rinuncia alle comodità
Mentre Sara faceva i pacchi, si chiedeva che cosa portare e cosa lasciare a Ur. Con sé non poteva portare nessuna cosa troppo ingombrante per una carovana di asini e cammelli o inadatta a una vita nomade.
Di sicuro avrebbe dovuto vendere o regalare molti dei suoi beni. Avrebbe anche dovuto dire addio alle comodità della città: i mercati o i bazar dove poteva comprare cereali, frutta e alimenti vari, vestiti e altri generi di prima necessità e di lusso.
Forse per Sara la cosa più dura fu lasciare la sua casa. Se era come tante case che gli archeologi hanno scoperto a Ur, Sara dovette rinunciare a delle vere comodità.
Alcune di quelle case avevano una dozzina di stanze e fontane con l’acqua corrente, ed erano dotate di un impianto idraulico. Persino una casa modesta offriva un tetto e muri solidi, e una porta che poteva essere serrata.
Poteva una tenda proteggere in questo modo dai ladri o da bestie comuni all’epoca nei paesi biblici, come leoni, leopardi, orsi e lupi?
Il comando di Dio “esci dal tuo paese e dai tuoi parenti” può essere stato particolarmente difficile per lei da seguire. Era una donna affettuosa e calorosa, e forse avrà avuto fratelli, sorelle, nipoti, zii e zie a cui era molto legata e che forse non avrebbe più rivisto.
Eppure Sara continuò con coraggio, giorno dopo giorno, a prepararsi per la partenza. Nonostante le difficoltà, Sara si fece trovare pronta il giorno stabilito.
Il viaggio verso Carran e Canaan
Tera, essendo il patriarca, doveva andare con Abraamo e Sara, anche se aveva circa 200 anni. Anche Lot sarebbe andato con loro mentre ubbidivano a Geova e uscivano “dal paese dei caldei”.
La carovana fece tappa prima ad Haran, viaggiando per quasi mille chilometri in direzione nord-ovest, lungo il corso dell’Eufrate.
La famiglia si stabilì lì per un periodo. Probabilmente a questo punto Tera era sofferente, impossibilitato a continuare il viaggio. La famiglia si fermò là finché Tera non morì, all’età di 205 anni.
Prima del successivo spostamento, Geova parlò di nuovo ad Abraamo e gli ripeté di lasciare quel paese e di andare nel paese che gli avrebbe mostrato.
A questo punto, però, Dio fece una promessa emozionante: “Farò di te una grande nazione”. Ma, quando lasciarono Haran, Abraamo aveva 75 anni e Sara 65, e non avevano figli.
Come poteva venire una nazione da Abraamo? Avrebbe dovuto prendere un’altra moglie? La poligamia era comune a quel tempo, quindi forse Sara avrà pensato a questa possibilità.
Ad ogni modo, lasciarono Haran e proseguirono il viaggio.
Il testo delle promesse di Genesi 12:1-3, terra e discendenza, è rivolto principalmente ad Abramo, ma non possiamo escludere Sara.
Il suo coinvolgimento è chiaramente espresso in Genesi 12:5, quando il narratore afferma che: «Abram dunque prese la moglie Sarai e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan».
Arrivano nella terra di Canaan, l’attraversano tutta per prenderne possesso; a questo punto il narratore annota che «nel paese si trovavano i Cananei».
Come potrà diventare la terra di Abramo se è già occupata? La risposta a questo interrogativo arriverà alla fine della storia di Abramo, quando il patriarca acquisterà la grotta di Macpela, presso Ebron per seppellire la moglie Sara.
Prima di giungere a questa conclusione, la narrazione si sofferma sulle difficoltà inerenti alla promessa della discendenza: come si attuerà? come diventerà “nazione grande”?
Abramo, non lo si dimentichi, ha 75 anni al momento della partenza da Carran e Sara è sterile! Il loro peregrinare verso la terra è soprattutto un peregrinare nella fede su di una Parola ricevuta.

Il soggiorno in Egitto e la bellezza di Sara
Dopo che ebbero attraversato l’Eufrate, probabilmente il 14 nisan 1943 a.E.V., Abraamo e Sara si diressero verso sud, verso il paese che Geova aveva promesso loro.
Vicino ai grandi alberi di More, nei pressi di Sichem, Geova apparve di nuovo ad Abraamo, e questa volta gli disse: “Darò questo paese al tuo seme”.
Eppure, la famiglia non fu immune dai problemi di questo mondo. Il paese di Canaan fu colpito da una carestia e Abraamo decise di portare la sua famiglia a sud, in Egitto.
Egli percepì, però, che avrebbero incontrato un particolare pericolo in quella zona. Quindi disse a Sara: “Ora, ti prego! So bene che sei una donna di bell’aspetto”.
Abraamo temeva che gli egiziani, desiderando Sara, avrebbero potuto uccidere lui per prendere lei. Per questo le chiese di dire che era sua sorella.
Perché Abraamo fece questa richiesta insolita? Abraamo non era né un bugiardo né un codardo, come sostengono alcuni critici.
Sara in effetti era la sua sorellastra. E la prudenza di Abraamo era ben motivata.
Abraamo e Sara sapevano che la cosa più importante era il proposito di Dio di produrre un seme e una nazione speciali attraverso Abraamo, quindi l’incolumità di Abraamo divenne di primaria importanza.
Inoltre l’archeologia ha dimostrato che non era inaudito che uomini al potere in Egitto rapissero una donna sposata e ne uccidessero il marito.
Quindi Abraamo agì con saggezza e Sara sostenne umilmente la sua decisione.
Ben presto gli avvenimenti dimostrarono che le paure di Abraamo erano ben fondate: alcuni principi del faraone notarono la sorprendente bellezza di Sara, soprattutto nonostante la sua età.
Parlarono di lei al faraone, il quale ordinò di andare a prendere la donna.
La donna fu presa e condotta nella casa del faraone. A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.
È difficile immaginare l’angoscia di Abraamo o le paure di Sara. Comunque, a quanto pare Sara fu trattata non come una prigioniera ma come un’ospite di riguardo.
Forse il faraone aveva in mente di corteggiarla e fare colpo su di lei con le sue ricchezze, e poi contrattare con il “fratello” per averla in moglie.
Geova intervenne per proteggere questa donna che amava, mandando delle piaghe contro il faraone e la sua casa.
Quando il faraone scoprì che Sara era la moglie di Abraamo, la rimandò dal marito e chiese all’intero gruppo familiare di lasciare l’Egitto.
Il secondo pericolo: Abimelec
Una seconda volta Sara è notata dal re Abimelec, il quale pure manda a prenderla, credendola solo una sorella di Abramo.
Qui Dio viene in sogno al re Abimelec e gli impone di lasciarla tornare dal marito.
La straordinaria bellezza di Sara fu quindi motivo del rapimento architettato prima dal faraone e poi da Abimelec in Gerar, ma Dio la protesse nel suo onore.
Questi episodi mostrano la vulnerabilità di Sara, ma anche l’intervento divino a tutela della promessa e della sua vita.
La promessa della discendenza
Passano dieci anni, dieci anni di vuoto, con un bilancio negativo, visto che la coppia non ha avuto figli.
Sara propone una soluzione tutta umana per un problema che ha riconosciuto essere di origine divina; dice infatti al marito: «Ecco, suvvia, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti, suvvia, alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli».
La donna offre al marito un’altra moglie, la sua giovane schiava egiziana Agar, che genera Ismaele, il primogenito di Abramo.
Secondo la consuetudine dell’epoca, Sara dà in moglie la sua schiava Agar al marito perché partorisca per lei un figlio, cui mette nome Ismaele, il quale sarebbe poi divenuto il capostipite di una grande nazione.
Il desiderio che Sarài esprime è formulato in maniera ambigua, perché “forse da lei potrò avere figli” non è l’unica traduzione possibile.
Il verbo bānāh che vi ricorre significa in prima istanza “costruire” ed è usato in forma passiva: Sarài parla, quindi, del suo desiderio di “essere edificata, costruita”, cioè di “esistere” come donna, di essere considerata, di vivere e di continuare a vivere.
Ecco l’ambiguità del desiderio di Sarài: desidera “essere” ma vede nell’“avere” un figlio la realizzazione di questo desiderio, identificando le due cose.
Abram cede, si allinea, fa un passo indietro: invece di fidarsi della promessa divina percorre una scorciatoia molto umana.
Cedendo al suo invito Abram non aiuta Sarài a liberarsi dalla sua paura di non essere considerata e non l’aiuta ad “essere costruita” nella relazione con lui, perché non si comporta come marito che veda in lei la moglie.
Sara, Agar e Ismaele
Sarài passa il testimone ad Agar. Per il personaggio pare essere davvero la fine: non solo è senza figli, ma ora pare non essere più nemmeno moglie.
Agar diventa superba e disprezza Sara che, con il permesso di Dio, decide di allontanarla con Ismaele.
Ben presto si accorse però dell’alterigia e del disprezzo provati dalla donna, madre di Ismaele, iniziò a maltrattarla sino a costringerla a fuggire.
Trascorrono altri tredici anni. Sono molti e tutti senza che nulla accada.
Il racconto biblico presenta così anche i lati oscuri di Sara: la sua durezza verso Agar, il suo dolore trasformato in conflitto e il suo tentativo di risolvere con mezzi umani una promessa ricevuta da Dio.
Nel giorno dello svezzamento di Isacco, Sara vede Ismaele, ormai quattordicenne, scherzare e giocare felice con il fratellino ancora piccino.
Ma Sara pensò bene di separarli, interrompendo l’incanto che univa i figli di Abramo.
Per paura che il figlio della schiava volesse dividere l’eredità di Abramo con suo figlio, Sara costrinse il marito a scacciare Ismaele e sua madre nel deserto, condannandoli a morte.
Fortunatamente un angelo di Dio venne a salvarli.
Quel giorno, però, nel racconto biblico, serve a spiegare una ferita aperta: quella tra i due figli di Abramo, Ismaele, che diventerà il patriarca dei musulmani, e Isacco, che sarà patriarca degli ebrei.
Nella Bibbia alla morte del patriarca i due fratelli Ismaele e Isacco, rispettivamente patriarca dei musulmani e degli ebrei, sono presenti e riconciliati. Nella storia reale non è così.
Il cambio del nome e la nuova promessa
D’improvviso una Parola divina, una promessa: non riguarda solo Abramo e la sua posterità, numerosa, ma pure Sarài.
«Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, perché Sara è il suo nome! Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei».
La promessa divina riguarda direttamente Sara. Non è più soltanto la moglie di Abramo o la donna sterile che accompagna il patriarca: diventa parte essenziale dell’alleanza.
La benedizione non riguarda solo il patriarca, ma pure la sua sposa, in una completa reciprocità.
Il tempo passato ha condotto Abraham ai cento anni e Sara ai novanta.
Il riso di Sara e la promessa di Isacco
Come sarà mai possibile che questa donna dia un figlio al patriarca? Abraham ride della promessa di Dio.
Per tutta risposta Dio riderà del patriarca e il bambino che nascerà si chiamerà Isacco, cioè “egli ride”.
La reazione di Abramo è reduplicata da Sara: «Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Dopo essere stata dismessa, dovrei provare piacere, mentre il mio signore è vecchio!”».
La donna esprime qui il proprio punto di vista femminile, forse un po’ crudo, che parte dalla propria corporeità: si sente anziana, consumata, consunta come un vestito ormai logoro e ride.
«Ride di piacere per la prospettiva di rivincita che le si apre davanti? O ride incredula per l’assurdità?»
Moglie e marito sono pienamente allineati: sia nell’incredulità, come pure nel cammino di fede davanti ad una promessa che oltrepassa le possibilità umane.
Isacco sarà il sorriso che Dio rivolgerà loro.
Un giorno, arrivano nell’accampamento tre uomini che Abramo e Sara accolgono come ospiti.
Abramo li fa accomodare su un tappeto e parla con loro, mentre Sara impasta la farina per offrire calde e profumate focacce.
I tre uomini sono tre angeli mandati da Dio che rivelano ad Abramo che, trascorso un anno, Sara avrebbe dato alla luce un bambino.
Il pragmatismo di Sara subì uno scacco solo in un’occasione: quando tre uomini giunti alle tende di Abramo a Mamre, gli dissero che le sarebbe nato un figlio.
Sara ne rise, dietro la tenda, pensando ai suoi novant’anni di vecchia signora ormai dimentica del sogno di partorire che per decenni l’aveva accompagnata, quand’era ancora in età.
Eppure quel figlio nacque davvero e Sara rise ancora ma di quel riso di misterioso amore di cui, come canta Leopardi, «ride la primavera».

La nascita di Isacco
La profezia si avvera. Nasce un maschietto che viene chiamato Isacco, che significa “risata”.
Il nome richiama un fatto accaduto mentre i tre angeli parlano con Abramo: Sara, che ascolta le parole dei tre forestieri nascosta dietro alla tenda, si mette a ridere.
«Io ho 90 anni e mio marito 100, come possiamo concepire un figlio? Siamo troppo vecchi!» - pensa l’anziana donna.
Tuttavia, per il Signore niente è impossibile, e così Sara partorisce il tanto sospirato erede Isacco che darà origine alla discendenza di Gesù.
La nascita del figlio trasforma Sara.
Sara non è più la sterile che non ha generato e che è disposta a lasciarsi definire “sorella”; non è più la donna astiosa e pungente, arrabbiata con Dio e con il mondo, che si vede esclusa dalla vita e si arrabatta per sentirsi donna, usando gli altri e creando con le sue stesse mani i presupposti della propria infelicità; non è più nemmeno l’anziana delusa e disincantata, che si sente ormai consumata, consunta e dismessa come un vestito vecchio e logoro e che ride quando la promessa tocca il limite della sua impalpabile fede.
Qui Sara è un’altra!
L’intervento di Dio ne ha fatto esplodere potenzialità generative: come il suo corpo è reso capace di concepire una vita, così il suo atteggiamento e le sue parole diventano capaci di fare spazio e di abbracciare l’altro.
Il discorso di Sara, che ne manifesta il cuore, è accogliente e carico di tenerezza verso Abraham.
La fede di Sara secondo la Lettera agli Ebrei
La fede di Sara è ricordata nella Lettera agli Ebrei:
Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso.
Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
Questo testo presenta Sara come una donna che, nonostante l’età e l’impossibilità umana della maternità, riconobbe la fedeltà di Dio.
La fede di Sara non consiste nell’assenza di dubbi, ma nella capacità di rimanere dentro una promessa anche quando la sua realizzazione sembra impossibile.
Sara come madre delle nazioni
Sara, la “principessa”, è la proto-matriarca degli ebrei. La notissima moglie di Abramo è una figura solenne e intraprendente nella storia delle origini di Israele.
Se Abramo è chiamato a diventare “padre di una moltitudine”, di lei si dice che “diventerà nazioni” e che “re di popoli nasceranno da lei”.
Con l’uscita di Abram da Carran prende avvio la vicenda che porterà alla costituzione del popolo eletto. In questo capitolo di avvio della storia di Israele la moglie di Abramo, Sara, gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della discendenza eletta e del compimento della promessa di un Dio che cammina con gli uomini.
«Principessa» è il significato del nome di Sara e la sua regalità sarà il segno della presenza di Dio.
In Sara, infatti, si realizza la promessa di una discendenza ad Abramo: dopo aver concepito da Agar il figlio Ismaele, il patriarca chiede a Dio un figlio da Sara.
La fede di Abramo troverà un segno proprio nella promessa di un figlio dalla moglie ormai anziana. Nascerà così Isacco, il «figlio del riso», poiché Sara aveva riso ascoltando la promessa.
Sara nella storia della salvezza
Nel libro della Genesi Sara è la prima donna che si incontra dopo Eva, “la madre dei viventi”.
I capitoli 1-11 fanno accenno ad altre donne, ma sono semplicemente dei nomi e non hanno particolare rilievo, eccezione fatta per Eva.
Con la chiamata di Abramo inizia una nuova tappa della storia della salvezza e il narratore biblico, sin da subito, menziona, accanto ad Abramo, Sara.
Non si può conoscere l’uno senza l’altra: la vocazione di Abramo è la vocazione di Sara, seppure con accenti differenti.
La sua “storia” è inscindibile da quella di Abramo, pur non sovrapponendosi ed è legata a due promesse di Dio; la discendenza e la terra: i due temi costituiranno il filo rosso dei capitoli di Genesi 11-23.
Sara condivise così tutte le avventure del santo patriarca, dalla vocazione a Ur sino alla morte in terra di Canaan.
La morte e la sepoltura di Sara
Sara muore a centoventisette anni.
Sara muore alla straordinaria età di 127 anni.
La sua morte conclude una vita piena, segnata dalla sterilità, dalla lunga attesa, dalla maternità e dalla partecipazione alla promessa divina.
«Si tratta di una vita piena: ai centoventi anni che il Signore ha fissato come durata massima per la vita dell’uomo, ne sono aggiunti altri sette, che evocano una pienezza sovrabbondante».
Al capitolo 23 del libro della Genesi si legge: «Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Canaan».
La grotta di Macpela diventa il primo possesso di Abramo nella terra promessa. Anche dopo la morte, quindi, Sara si lega a una promessa di Dio: quella di una terra promessa.
La grotta è la tomba comune di Abramo, Isacco, Giacobbe, Rebecca e Lia.

Sara come esempio di fede e di fedeltà
La Bibbia evidenzia di questo celeberrimo personaggio femminile la straordinaria bellezza, la longevità, la fedeltà ad Abramo e la fede in Dio che la rese sua degna sposa.
La vera bellezza di Sara andava oltre le apparenze. Sara aveva la vera bellezza interiore, quella che per Geova ha tanto valore.
Se alle cose materiali preferiamo le cose spirituali, se cerchiamo di parlare ad altri di ciò che sappiamo su Dio, e se davanti alle tentazioni ci atteniamo lealmente alle norme morali di Dio, vuol dire che stiamo imitando la fede di Sara.
Possiamo imitare la lealtà di Sara nei rapporti con le persone che amiamo e con i nostri amici.
La vicenda di Sara vede l’intreccio fra il piano di Dio e la libertà umana, con momenti depressivi, slanci entusiasti, attese prolungate, manifestazioni sorprendenti.
A ben pensarci è la storia di ogni persona, illuminata dal racconto biblico a proposito di Sara.
Sara nel Nuovo Testamento e nella tradizione cristiana
San Pietro considera Sara tra le sante donne che speravano in Dio e considera Sara madre di tutte le credenti, come Abramo lo è per gli uomini.
L’apostolo Paolo menziona Sara in più passi ed in particolare nella Lettera ai Galati, ove sottolinea il tipico significato di Sara ed Isacco, Agar ed Ismaele.
Nella Lettera ai Galati, Sara e Agar rappresentano le due Alleanze di Dio con gli uomini. Agar rappresenta il Patto della Legge stipulato con Mosè sul monte Sinai e la Gerusalemme attuale "che è schiava insieme ai suoi figli".
Sara invece rappresenta la "Gerusalemme di lassù" in base al nuovo Patto stipulato con Gesù durante l'Ultima Cena, e che rende liberi i figli di Dio.
Nel rituale del sacramento del Matrimonio, la splendida benedizione nuziale augura alla sposa di essere “amabile come Rachele, saggia come Rebecca, longeva e fedele come Sara”.
Nelle Chiese cattoliche ed ortodosse di tradizione bizantina i loro nomi sono associati a quelli dei loro mariti, quali esemplari coppie dell’Antico Testamento.
La Chiesa Copta ha fissato per la sua festa la data del 19 agosto.
Indirettamente Santa Sara è festeggiata dalla Chiesa Cattolica, in quanto al 24 dicembre sono festeggiati tutti i santi antenati di Gesù Cristo.
In questi ultimi tempi è comunque aumentata la produzione iconografica da parte di diverse Chiese volta a raffigurare Sara con l’aureola della santità.
Passi biblici per approfondire la vita di Sara
- Genesi 11:27-32: la famiglia di Terach, il matrimonio di Abram e Sarai, la sterilità e la partenza da Ur.
- Genesi 12:1-20: la chiamata di Abramo, il viaggio verso Canaan e il soggiorno in Egitto.
- Genesi 16:1-16: Sara, Agar e la nascita di Ismaele.
- Genesi 17:15-22: il cambiamento del nome da Sarai a Sara e la promessa di Isacco.
- Genesi 18:1-15: l’annuncio della nascita di Isacco e il riso di Sara.
- Genesi 20:1-18: Sara e Abimelec.
- Genesi 21:1-21: la nascita di Isacco e l’allontanamento di Agar e Ismaele.
- Genesi 23:1-20: la morte e la sepoltura di Sara.
- Ebrei 11:11-12: la fede di Sara nella promessa divina.
- 1 Pietro 3:1-6: Sara come esempio di donna che spera in Dio.
- Galati 4:21-31: il significato simbolico di Sara e Agar.