La processione al Sinodo sull’Amazzonia si è svolta dalla Basilica Vaticana all’Aula del Sinodo, accompagnando il Papa, i padri sinodali, i rappresentanti dei popoli indigeni e altri fedeli all’avvio dei lavori dell’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica.
Oltre al crocifisso hanno sfilato anche canoe e pagaie, simboli della grande regione panamazzonica sulla quale si confronteranno per tre settimane vescovi da tutto il mondo. Dopo la processione dalla Basilica Vaticana all’Aula del Sinodo, accompagnato dai partecipanti ai lavori, compresi i rappresentanti dei popoli indigeni, Francesco dà il via al Sinodo per la Regione Panamazzonica ed esorta ad un processo pastorale, culturale, sociale ed ecologico per riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, parlare con coraggio e parresia, discernere e custodire la fraternità.

Il cammino dalla Basilica Vaticana all’Aula del Sinodo
Al via i lavori del Sinodo sull'Amazzonia. Il Papa, i padri sinodali con gli indigeni e altri fedeli hanno dato il via alla processione che dalla Basilica vaticana li ha condotti all'Aula del Sinodo. Oltre al crocifisso hanno sfilato anche canoe e pagaie, simboli della grande regione panamazzonica sulla quale si confronteranno per tre settimane vescovi da tutto il mondo.
Il Papa si sofferma in San Pietro per un momento di raccoglimento e preghiera con i partecipanti all’assise, salutando in particolare i rappresentanti dei popoli indigeni, che in processione portano, oltre ai loro canti, anche una canoa ricolma di strumenti e oggetti simbolo di storia e tradizione. Lungo il percorso in Piazza San Pietro avvolgono e accompagnano il Pontefice con il loro calore e con i loro cartelli sull’ecologia integrale ma anche in ricordo di chi ha perso la vita in difesa delle terre amazzoniche e non solo.
Nel piazzale antistante l’Aula Paolo VI Francesco riserva ancora un saluto ai presenti e insieme si trasferiscono nell’Aula del Sinodo per una preghiera iniziale. La processione diventa così il passaggio visibile dalla celebrazione e dalla preghiera all’ascolto e al discernimento sinodale.
Il contesto dell’Assemblea speciale
Un nuovo appuntamento sinodale attende la Chiesa: dal 6 al 27 ottobre si svolgerà l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, dal titolo «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale»1.
L’attenzione si concentra su un territorio di cui si riafferma la specificità: «L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multietnica, pluriculturale e plurireligiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa» (DP, Introduzione).
Essa oggi sperimenta «una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una “cultura dello scarto” e una mentalità estrattivista». Al tempo stesso le riflessioni del Sinodo, che non a caso si svolgerà in Vaticano e vedrà tra i suoi membri anche rappresentanti di Paesi e Chiese molto lontani dall’Amazzonia, «superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta» (ivi).
Per questa ragione occuparci del Sinodo per l’Amazzonia non è una fuga esotica dai nostri problemi locali, comunque non trascurabili. Il Sinodo speciale dei Vescovi del prossimo ottobre sarà sull’Amazzonia, una regione con molteplici caratteristiche e problematiche, un paradigma di applicazione dell’ecologia integrale che dimostra come tutto è connesso, a livello locale e globale, e che tutto ci riguarda.
Una processione che esprime il senso del Sinodo
Comprendere, contemplare e servire i popoli dell’Amazzonia, in un appuntamento che non è una tavola rotonda o una conferenza, ma un cammino sinodale, perché “il Sinodo non è un parlamento”, bensì un’occasione per riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, parlare con coraggio e parresia, discernere e custodire sempre la fraternità.
Questa la riflessione di Papa Francesco alla sessione inaugurale dell'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica, sul tema: “Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. La raccomandazione ai padri sinodali è quella di accostarsi ai popoli amazzonici “in punta di piedi”, rispettando la loro storia, la loro cultura, il loro stile di vita, la loro poesia.
Non quindi intenzioni pragmatiche, non programmi di sviluppo sociale o di tutela delle culture, non azioni col medesimo stile che ha condotto a deforestazione e sfruttamento, ma una dimensione che - lontana dalla mondanità - ha occhi e cuore da discepoli e missionari, senza proselitismi, nel rispetto della realtà di un popolo che è sovrana.
Il Pontefice ha aperto i lavori invitando i padri sinodali ad accostarsi «ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, la loro cultura, il loro stile del buon vivere». Il Papa, i padri sinodali con gli indigeni e altri fedeli hanno dato il via alla processione che dalla Basilica vaticana li ha condotti all'Aula del Sinodo.
I simboli portati in processione
Il crocifisso richiama il centro cristiano dell’assemblea, mentre canoe e pagaie rendono visibile la realtà geografica, culturale e quotidiana dei popoli amazzonici. La canoa ricolma di strumenti e oggetti simbolo di storia e tradizione porta nello spazio vaticano la memoria di comunità la cui vita è profondamente legata ai fiumi, all’acqua e alla foresta.
Il Papa si sofferma in San Pietro per un momento di raccoglimento e preghiera con i partecipanti all’assise, salutando in particolare i rappresentanti dei popoli indigeni, che in processione portano, oltre ai loro canti, anche una canoa ricolma di strumenti e oggetti simbolo di storia e tradizione.
La presenza dei canti, degli oggetti e dei simboli amazzonici non è soltanto una componente scenografica. Essa esprime la volontà di dare spazio alla storia, alla cultura, alle lingue, alle tradizioni e alle forme di vita dei popoli della regione, evitando che l’Amazzonia venga considerata soltanto come una riserva di risorse naturali.
Le quattro dimensioni del Sinodo
Quindi, in spagnolo, il ringraziamento del Papa per il lungo “lavoro di preparazione” all’evento, da Puerto Maldonado, nel cuore dell'Amazzonia peruviana, ad oggi, sottolineando le 4 dimensioni del Sinodo, “pastorale, culturale, sociale ed ecologica”, guidate dall’“attore principale”, dice il Papa: lo Spirito Santo.
| Dimensione | Obiettivo |
|---|---|
| Pastorale | Individuare nuovi cammini per l’evangelizzazione e per la presenza della Chiesa. |
| Culturale | Rispettare la storia, la cultura, le lingue e la cosmovisione dei popoli amazzonici. |
| Sociale | Affrontare disuguaglianze, violenze, esclusione e difesa dei diritti delle comunità. |
| Ecologica | Custodire la foresta, la biodiversità, l’acqua e l’equilibrio del bioma amazzonico. |
Il Sinodo è un esperimento, il primo probabilmente, di articolazione tra la dimensione locale e quella globale all’interno del paradigma dell’ecologia integrale. L’attenzione a legami e connessioni permette di cogliere ciò che fa dell’Amazzonia una unità peculiare, al di là delle frontiere che la percorrono, e obbliga a non dimenticare ciò che la collega al resto del pianeta, il contributo che essa offre in termini ambientali e di biodiversità, lo sfruttamento che patisce e che rappresenta una minaccia per il mondo intero.
Proprio l’articolazione tra globale e locale è la chiave interpretativa principale per comprendere lo sviluppo di questo percorso sinodale e capire come parteciparvi autenticamente, seppur con modalità differenziate. Con tutta evidenza il Sinodo interpella in modo diverso chi vive in Amazzonia e tutti noi che ne siamo fuori: la questione riguarda tutti, ma non allo stesso modo.
Il bioma amazzonico e la pluralità dei popoli
Un primo passo indispensabile per seguire il Sinodo è mettere a fuoco la complessità dell’Amazzonia, le caratteristiche che la rendono per molti versi un unicum. Si tratta di un territorio enorme, di circa 7,5 milioni di kmq (25 volte l’Italia), suddiviso tra 9 Paesi (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, più la Guyana francese), nessuno dei quali però si trova interamente nella regione amazzonica.
Tra gli abitanti di questo immenso territorio vi sono quasi 3 milioni di indigeni, appartenenti a circa 390 popoli e nazionalità differenti, oltre a un numero di popoli indigeni in condizione di isolamento volontario, stimato tra 110 e 130. Si esprimono in 330 lingue diverse, metà delle quali parlate da meno di 500 persone.
Ben più numerosi sono gli abitanti di origine diversa, arrivati lungo i secoli, che parlano le lingue nazionali dei Paesi di origine (principalmente spagnolo e portoghese) e rappresentano la maggioranza della popolazione urbana della regione. Di recente è comparsa una nuova categoria, quella degli indigeni urbanizzati, di cui alcuni restano riconoscibili, mentre altri tendono a essere assimilati dalla popolazione maggioritaria.
Del tutto peculiare è anche l’importanza dell’Amazzonia dal punto di vista ambientale: essa è la principale riserva di biodiversità, ospitando tra il 30% e il 50% delle specie viventi (animali e vegetali) del pianeta. Contiene inoltre circa il 20% dell’acqua dolce non congelata di tutta la superficie terrestre, e svolge un ruolo di polmone climatico per l’intera America latina e non solo.
In questa immensa varietà, che consente di parlare di una pluralità di Amazzonie, è l’acqua, «attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti» (DP, n. 1).
Questo vale per l’ambiente naturale, come per la popolazione umana, in termini tanto economici quanto culturali e simbolici, visto che proprio i fiumi permettono di spostarsi in una regione coperta quasi per intero da una fittissima foresta. Il termine scelto dai documenti sinodali per esprimere questa identità complessa, che è insieme geografica, antropica e ambientale, è bioma, cioè una porzione ampia di biosfera caratterizzata da una certa vegetazione o fauna dominante.

Perché la processione è anche un atto di ascolto
È di vitale importanza rispettare la scelta di focalizzare il Sinodo su una regione peculiare, evitando di imporre prospettive estrinseche o di “globalizzarlo”, aggiungendo temi rilevanti in altri contesti. Lo stesso atteggiamento sarà richiesto nei confronti delle conclusioni, che risulteranno appropriate solo a quel contesto sociale ed ecclesiale, e non potranno essere applicate altrove o a scala globale in modo automatico e acritico senza tradirne la specificità.
Sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale. Questo non vuol dire che il Sinodo sull’Amazzonia sia lontano o irrilevante per tutti noi “non amazzonici”.
Al contrario: esso ci chiede la disponibilità all’ascolto profondo sia di una prospettiva sul mondo a cui non siamo abituati, con la fatica e la ricchezza che questo comporta, sia delle richieste pressanti che l’Amazzonia rivolge al resto del pianeta per superare la crisi che l’attanaglia, a vantaggio di tutti.
Mettersi in ascolto dei popoli indigeni e di tutte le comunità che vivono in Amazzonia è fondamentale anche dalla nostra prospettiva, che non è solo globale ma anche “altrimenti locale”. Prima che «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause», offrire soluzioni o ancor peggio imporre loro la nostra agenda e i nostri problemi, siamo chiamati «ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, n. 198).
Il buen vivir e la sapienza amazzonica
Questa “cosmovisione” e lo stile di vita che ne consegue è spesso indicata con l’espressione buen vivir (in italiano “buon vivere”), che traduce in spagnolo espressioni di diverse lingue amazzoniche, come sumak kawsay, alli káusai o shien pujut.
Si tratta di un modo di vivere che affonda le radici nelle tradizioni indigene e fa riferimento non a una dottrina compiuta, ma a pratiche di creazione di relazione tra le persone e i gruppi attraverso il legame con il territorio. Al centro si trovano quindi le relazioni tra acqua, territorio, ambiente naturale, vita comunitaria e cultura.
Come afferma il n. 12 dell’IL, citando un documento ufficiale dei popoli amazzonici, «Si tratta di vivere in “armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, perché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non esiste chi esclude né chi è escluso, e che tra tutti si possa forgiare un progetto di vita piena”».
Buen vivir è questione di contemplazione, rispetto e cura del bioma di cui si è parte (cfr ivi, n. 95), con «effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la “Madre Terra”, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio» (ivi, n. 121).
Le culture amazzoniche sono una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni, invidia, rabbia, violenza, aggressioni, corruzione, ecc. Il buen vivir non è una condizione idilliaca data una volta per tutte, ma un cammino tanto concreto quanto fragile.
Né esclude il rapporto con altre culture: la sua logica incorpora ad esempio l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e agli altri diritti fondamentali di cui gli indigeni godono come tutti gli altri cittadini. L’importante resta rispettare la loro autonomia nel definire i parametri e le componenti del buen vivir, senza applicare indicatori di povertà, benessere o sviluppo che a loro risultano estranei e probabilmente incomprensibili.
Evangelizzazione e inculturazione
L’obiettivo principale, secondo le parole di Francesco, è quello di «trovare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, in particolare le persone indigene, spesso dimenticate e senza la prospettiva di un futuro sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di fondamentale importanza per il nostro pianeta».
Il Sinodo si svolgerà a Roma per far sì che le sue riflessioni superino i confini dell’Amazzonia: devono entrare nel cuore della Chiesa, per renderla cosciente che, per crescere, ha bisogno di ascoltare i popoli indigeni, per sapere come vivono la loro spiritualità.
Quello che il Papa propone è di indicare ora nuovi cammini di presenza e di evangelizzazione. Questo significa innanzitutto tradurre in pratica l’inculturazione del Vangelo nelle culture indigene. Il Papa aveva già espresso la sua grande attenzione per questa regione nella Laudato si’, l’enciclica che, più di ogni altra, le popolazioni amazzoniche hanno sentito vicina a loro.
Il Papa sottolinea la necessità che la Chiesa trovi forme nuove di evangelizzazione, interrogandosi su come annunciare la Buona Notizia tra i popoli nativi, senza che entri in contrasto con la loro religione tradizionale e la loro visione del mondo. È necessario che la Buona Notizia si sposi con le radici indigene fino a fondersi e ricrearsi.
È il cammino dell’inculturazione del Vangelo, cammino chiaro nei documenti della Chiesa, ma difficile da realizzarsi nella pratica. Anche perché i protagonisti del processo di inculturazione devono essere innanzitutto gli stessi indios.
Una Chiesa dal volto amazzonico
Uno dei grandi problemi della Chiesa amazzonica è la scarsità di sacerdoti e soprattutto la mancanza di un clero indigeno. Il cardinale Claudio Hummes ha proposto, oltre alla formazione di ministri ordinati locali, di creare un clero autoctono e addirittura indigeno, che possa prendersi cura delle comunità sia nei posti più isolati che nelle periferie urbane.
Tutti i vescovi della regione sono d’accordo sul fatto che l’intervento più importante è proprio la promozione di un “volto amazzonico” della Chiesa, a partire da un clero nato nella regione, coinvolto realmente nella cultura, nella storia, nei problemi, nei sogni e nei progetti del popolo amazzonico, includendo in modo particolare l’universo dei popoli indigeni, originari di lì.
Per questo, però, bisognerebbe investire di più nel prepararli a gestire loro stessi la Chiesa indigena. Anche la nostra Chiesa deve diventare più “cattolica”, cioè più aperta alla diversità, perché la vera unità è fondata sul pluralismo.
Deve ripetere il miracolo della Pentecoste: capirci e essere uniti, parlando ognuno la propria lingua. Il processo di inculturazione in Amazzonia dovrà necessariamente essere opera degli stessi indios. È un cammino che esige la crescita e l’autonomia della Chiesa indigena.
La partecipazione delle donne e dei popoli indigeni
Si è concluso questa domenica il Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia. Al consueto briefing conclusivo alcune donne sono state coinvolte per portare la propria testimonianza, erano in 35. Tra loro anche suor Roselei Bertoldo, impegnata in prima linea nella lotta al traffico delle persone attraverso la rete Um grito pela vida (Un grido per la Vita) in Brasile, una delle 44 realtà del network internazionale Talitha Kum.
Questa è la prima volta che le popolazioni indigene hanno voce al Sinodo. Ma soprattutto è la prima volta che le donne delle popolazioni indigene hanno voce in Vaticano. Una presenza che non è solo colore, è la prova di una vita.
La processione rende visibile questa partecipazione: i rappresentanti dei popoli indigeni non sono soltanto destinatari dell’attenzione ecclesiale, ma partecipanti al cammino, portatori di parole, canti, oggetti, simboli, esperienze e domande.
La crisi della foresta amazzonica
Il secondo obiettivo sottolineato dal Papa nell’indire il Sinodo è la “crisi della foresta amazzonica”. È innegabile oggi un interesse enorme per questa regione. Tutti conoscono l’importanza dell’Amazzonia sia come polmone verde dell’intero pianeta, sia per la biodiversità che ospita.
Tra il 2000 e il 2007, l’Amazzonia brasiliana è stata deforestata a un tasso medio di quasi ventimila chilometri quadrati all’anno. In questo lasso di tempo, quindi, circa 150 mila chilometri quadrati di foresta sono andati perduti: un’area pari alla superficie della Grecia.
La causa principale della distruzione della foresta amazzonica è l’allevamento bovino. Un’altra causa è la monocoltura, specialmente la coltivazione della soia per l’esportazione.
Negli ultimi tempi, le grandi imprese minerarie fanno pressioni sul governo che sembra incapace di resistere alla forza dei grandi interessi economici internazionali; le multinazionali vogliono espandersi anche nella terra indigena e nelle aree protette.
Il governo investe anche nella costruzione di infrastrutture per poter vendere i minerali e i prodotti agricoli. L’ultima caratteristica che oggi la segna in modo drammatico è infatti il rapporto con il resto del mondo, che la vede innanzi tutto come una gigantesca riserva di risorse da utilizzare e spesso da saccheggiare, senza tener conto dei diritti di chi la abita da sempre.
Via Crucis a San Pietro per i popoli e i martiri dell'amazzonia
Ecologia integrale e responsabilità globale
Nell’enciclica Laudato si’ il Papa sostiene la necessità di un ripensamento o meglio di una vera “conversione”: ogni pretesa di migliorare il mondo comporta cambiamenti profondi «nello stile di vita, nei modelli di produzione e consumo, nelle strutture consolidate di potere».
E aggiunge: «Quando si afferma una visione della natura unicamente come oggetto di lucro e interesse, questo provoca conseguenze gravissime per la società. La visione che difende l’arbitrio del più forte favorisce enormi disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte delle persone, perché i prodotti della terra diventano proprietà di pochi che li utilizzano a proprio piacimento».
Il Papa si preoccupa di unire tutta la famiglia umana nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile e integrale. Il Sinodo dell’Amazzonia sarà un appello che la Chiesa rivolge non solo ai suoi fedeli, ma al mondo intero.
Questo Sinodo concentra al proprio interno tutte le principali “crisi” planetarie: quella ambientale, con la progressiva distruzione della foresta e l’inquinamento delle terra, quella economica, con un modello di sfruttamento delle ricchezze che non ne contempla la finitezza, quella sociale, con un condensato di disuguaglianze e violenze, e quella culturale, con le spinte all’omogeneizzazione di una straordinaria pluralità di tradizioni.
Proprio l’articolazione tra globale e locale è la chiave interpretativa principale per comprendere lo sviluppo di questo percorso sinodale e capire come parteciparvi autenticamente, seppur con modalità differenziate. La processione dalla Basilica Vaticana all’Aula del Sinodo esprime concretamente questo passaggio: dalla preghiera alla riflessione, dalla memoria dei popoli amazzonici alla responsabilità della Chiesa universale, dalla dimensione locale alla cura della casa comune.
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