Padre Nostro: a chi si rivolge, significato e destinatario della preghiera

Il Padre Nostro si rivolge a Dio Padre e, attraverso Gesù Cristo, a tutti coloro che hanno ricevuto il dono della figliolanza divina. È la preghiera dei figli verso il loro Creatore, al quale i fedeli chiedono perdono per i propri peccati, sostegno per la vita quotidiana, forza nella prova e liberazione dal male.

La prima parola della preghiera, «Padre», indica il destinatario della preghiera e definisce il rapporto con Lui: un figlio che si rivolge al Padre con rispetto e reverenza, ma soprattutto con totale fiducia e amore, con la certezza di poter trovare sempre ascolto, perdono, accoglienza, un posto sicuro in cui tornare e trovare rifugio. Dicendo «Padre nostro», il cristiano riconosce inoltre di non essere mai solo, orfano o abbandonato, ma sempre figlio e sempre fratello.

A chi si rivolge il Padre Nostro

La preghiera del Padre Nostro si rivolge direttamente a Dio, chiamato Padre. La prima parola del Padre Nostro, «Padre», è la più importante, perché ci insegna a rivolgerci a Dio come Padre: «Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale Figlio ce lo ha rivelato: L'espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome di Padre (Tertulliano, De oratione, 3)».

Gesù Cristo distingue sempre tra «Padre mio» e «Padre vostro». Di fatto, quando prega non dice mai «Padre nostro». Questo vuol dire che la sua relazione con Dio è del tutto esclusiva: è sua e di nessun altro. Con la preghiera del Padre nostro, Gesù vuole rendere consapevoli i suoi discepoli della loro condizione di figli di Dio, ribadendo allo stesso tempo la differenza tra la filiazione naturale e la nostra filiazione divina adottiva, che si riceve come un dono gratuito di Dio.

Insegnando il Padre Nostro, Gesù rivela inoltre ai suoi discepoli che sono stati resi partecipi della sua condizione di Figlio: «Mediante la rivelazione di questa preghiera i discepoli scoprono una loro speciale partecipazione alla figliolanza divina, della quale l’apostolo Giovanni dirà nel Prologo del suo Vangelo: “A quanti l’hanno accolto, Gesù ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12). A ragione perciò, secondo il suo stesso insegnamento, essi pregano: “Padre nostro”».

Il Padre Nostro è dunque la preghiera dei figli verso il loro Creatore. Amato, rispettato, a Lui i fedeli si rivolgono per invocare perdono per i propri peccati ma anche per chiedere che vengano soddisfatti i loro bisogni fondamentali: quelli fisici e quelli spirituali.

Perché si dice «Padre nostro»

La preghiera del cristiano è la preghiera di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre Dio con fiducia filiale, «indicata nelle Liturgie d'Oriente e d'Occidente con una felice espressione tipicamente cristiana: parrhésia, vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati».

Il termine parrhesia indicava originariamente il privilegio della libertà di parola del cittadino greco nelle assemblee popolari ed è stato adottato dai Padri della Chiesa per esprimere l’atteggiamento filiale del cristiano verso Dio suo Padre. L’apertura del Padre Nostro definisce già la natura del nostro rapporto con Dio: un figlio che si rivolge al Padre, con rispetto e reverenza, ma soprattutto con totale fiducia e amore, con la certezza di poter trovare sempre ascolto, perdono, accoglienza, un posto sicuro in cui tornare e trovare rifugio.

Non solo. Dio non è solo mio Padre. Lui è Padre di tutti gli uomini e le donne, senza distinzione. Non importa da dove uno venga, quale sia la sua storia, cosa abbiamo fatto di buono o di cattivo. Dio c’è, per lui o lei, ed è pronto ad accoglierlo nel proprio abbraccio in ogni istante. Per questo diciamo «nostro».

Il Suo amore è incondizionato, sconfinato, rivolto a tutti i Suoi figli, uno per uno, in ugual misura e tuttavia tenendo conto della natura del singolo, della sua storia, delle sue fragilità e paure. La sua infinita generosità lo ha portato a donarsi agli uomini, a sacrificare se stesso per donarci la speranza, la salvezza. Anche per questo Lui è Nostro, perché ha fatto del Suo Corpo e del Suo Sangue il veicolo per un legame eterno.

Il destinatario è Dio, ma la preghiera comprende tutti

Quando chiamiamo Dio Padre Nostro riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, «primogenito fra molti fratelli» in una vera e propria fraternità soprannaturale. La Chiesa è questa nuova comunione tra Dio e gli uomini.

Pertanto, la santità cristiana, pur essendo personale e individuale, non è mai individualista o egocentrica: «se preghiamo in verità il “Padre nostro”, usciamo dall'individualismo, perché ne siamo liberati dall'Amore che accogliamo. Il “nostro” dell'inizio della Preghiera del Signore, come il “noi” delle ultime quattro domande, non esclude nessuno. Perché sia detto in verità, le nostre divisioni e i nostri antagonismi devono essere superati».

La fraternità che proviene dalla filiazione divina si estende pure a tutti gli uomini, perché tutti sono in qualche modo figli di Dio in quanto sue creature e sono chiamati alla santità: «Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio». Il cristiano deve quindi sentirsi partecipe del compito di avvicinare l'intera umanità a Dio.

Il Padre Nostro può essere usato anche come preghiera sacerdotale in modo che, come disse Gesù, «tutti siano una cosa sola». Infatti, nella prima parte della preghiera troviamo il «Tu», mentre nella seconda parte si passa al «Noi». Questo passaggio simboleggia l’elevazione di tutti i battezzati ad un’altissima dignità, quella di un’unica famiglia, di persone che fanno parte di corpo unico nella comunione di vita con Cristo.

La filiazione divina e la fiducia nel Padre

La filiazione divina ci sprona all'apostolato che è una manifestazione necessaria della filiazione e della fraternità: «Prima di ogni altra cosa, devi pensare agli altri, a coloro che ti sono vicini, stimandoli per quello che sono: figli di Dio, con tutta la dignità di questo titolo meraviglioso. Con i figli di Dio dobbiamo comportarci come figli di Dio: il nostro amore deve essere abnegato, quotidiano, ricco di mille sfumature di comprensione, di sacrificio silenzioso, di donazione nascosta».

Conseguenze importanti del senso della filiazione divina sono la fiducia e l'abbandono filiale nelle mani di Dio. San Josemaría diceva che «un figlio si può comportare con suo padre in diverse maniere. Bisogna rendersi conto che il Signore, volendoci suoi figli, ci ha ammessi a vivere nella sua casa, in mezzo al mondo: ha voluto che fossimo della sua famiglia, che tutte le cose sue fossero nostre e le nostre sue, che lo trattassimo con tanta familiarità e fiducia da chiedergli, come fa il bambino, la luna!».

L'abbandono filiale, che non è conseguenza della lotta ascetica personale, consiste nel lasciarsi guidare da Dio. È un abbandono attivo, libero e consapevole di un figlio. Da questo atteggiamento prende origine un modo concreto di vivere la filiazione divina, chiamato «infanzia spirituale»: consiste nel riconoscersi non solo come un figlio, ma come un bambino piccolo, un bambino che dipende in tutto da Dio.

Pure san Josemaría consigliava di seguire il cammino dell’infanzia spirituale: «Se sarete bambini non avrete dispiaceri: i bambini dimenticano subito i loro guai per tornare ai giochi abituali. -Pertanto, abbandonandovi, non avrete di che preoccuparvi, giacché riposerete nel Padre».

Il Padre Nostro nei Vangeli

La preghiera «Padre Nostro» è una delle formule fondanti della religione cattolica. Impartita direttamente da Gesù Cristo secondo due dei Vangeli, quello di Matteo e quello di Luca, durante la sua predicazione, assume il significato ancestrale dell’abbandono a Dio.

Ci sono due diverse occasioni in cui Gesù Cristo recita il Padre Nostro nei Vangeli ufficiali. La prima è quella che viene considerata la più vicina alla preghiera che oggi i fedeli ripetono nelle Messe ufficiali e nei loro momenti di riflessione intima. È raccontata nel Vangelo di Matteo e inserita nel Discorso della Montagna.

Anche il Vangelo di Luca racconta che Gesù insegnò la preghiera del Padre Nostro, ma in un contesto diverso. È direttamente ai suoi apostoli che il Cristo insegna quella che è considerata la preghiera più diffusa, più intima e personale che i fedeli possano invocare a Dio.

Nonostante le due diverse collocazioni, per i cattolici la preghiera del Padre Nostro rimane comunque un insegnamento del Figlio di Dio e come tale un legame indissolubile tra Cielo e Terra, natura umana e natura divina.

«Signore, insegnaci a pregare»

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione».

I discepoli di Gesù appartengono a una tradizione religiosa che conosce molte e belle preghiere, essi sicuramente le conoscevano, tuttavia domandano al Signore di insegnare loro a pregare. Potremmo dire che Gesù prega e i discepoli gli rivolgono una richiesta relativa a quanto egli sta facendo; Gesù prega per rendere i suoi discepoli capaci di farlo.

I suoi discepoli possono pregare perché il loro Signore lo ha fatto, ed essi possono imparare a pregare immettendosi nella sua preghiera. Infine, la domanda dei discepoli è già, essa stessa, una preghiera di domanda e anzi è espressione di autentica invocazione.

Pur facendo parte e conoscendo una tradizione orante feconda, i discepoli ammettono la loro incapacità, riconoscono la loro povertà, desiderano imparare e lo chiedono. La risposta di Gesù è articolata; non soltanto consegna ai suoi la formula del Padre nostro, ma aggiunge anche l’esigenza dell’insistenza nella preghiera e, infine, proclama con forza l’efficacia della preghiera sottolineandone i contenuti e le modalità.

Il Padre Nostro come modello di ogni preghiera

Il Padre Nostro è molto di più: è Dio che ci insegna a rivolgerci a Lui, nel nostro intimo, chiedendo tutte le cose che possiamo e dobbiamo desiderare, nel giusto ordine. La preghiera del Padre Nostro è il modello di ogni preghiera, come insegna san Tommaso d'Aquino: «La preghiera del Padre Nostro è perfettissima. Nella Preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui vanno desiderate: per cui questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma altresì plasma tutti i nostri affetti».

A Dio non interessa certo che recitiamo parole a memoria, o che Gli dimostriamo che bella intonazione abbiamo. Le parole non sono che parole, se dietro non c’è il cuore a dare loro voce. Sempre Matteo scrive: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate».

In questo senso il Padre Nostro non è solo una preghiera, ma una guida a come si prega, a come dovremmo pregare. La risposta di Gesù comprende infatti non soltanto le parole da rivolgere a colui che si prega, ma anche gli atteggiamenti da coltivare, perché quelle senza questi rischiano di svuotarsi di significato.

Le sette richieste del Padre Nostro

Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale, «Padre nostro che sei nei cieli», è seguita da sette richieste. «Le prime tre domande hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano a lui i nostri desideri: queste domande riguardano la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male».

Parte della preghieraSignificato principale
Padre nostro che sei nei cieliInvocazione filiale e riconoscimento di Dio come Padre
Sia santificato il tuo nomeImpegno alla testimonianza e riconoscimento della santità divina
Venga il tuo regnoImpegno alla fedeltà e desiderio dell’avvento del Regno
Sia fatta la tua volontàImpegno all’amore e unione della nostra volontà con quella di Dio
Dacci oggi il nostro pane quotidianoRichiesta del sostegno materiale e spirituale
Rimetti a noi i nostri debitiRichiesta del perdono dei peccati e disponibilità a perdonare
Non abbandonarci alla tentazioneRichiesta di discernimento, fortezza e perseveranza
E liberaci dal maleRichiesta di liberazione dal Maligno e da ogni male

«Padre nostro che sei nei cieli»

Dopo l’apertura, la preghiera prosegue con altre frasi che identificano Dio, non solo come Padre, ma anche come Signore di ogni cosa. Lo abbiamo chiamato Padre, abbiamo detto che è Nostro, e tuttavia non dimentichiamo la Sua grandezza, il Suo essere onnipotente, onnisciente, Signore della Terra e del Cielo.

Diciamo infatti «che sei nei Cieli», non per indicare che Lui è lontano da noi, ma per ricordare che, da dove si trova, Egli sa tutto, vede tutto, può tutto, e non per questo smette di essere Nostro Padre. La formula unisce quindi familiarità e reverenza, fiducia filiale e riconoscimento della grandezza divina.

Prima richiesta: «Sia santificato il tuo nome»

Nessuna creatura può accrescere la santità di Dio. Quindi «il termine “santificare” qui va non già nel suo senso causativo, Dio solo santifica, rende santo, ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa».

Fin dalla prima domanda al Padre nostro, siamo immersi nell'intimo mistero della sua Divinità e nel dramma della salvezza della nostra umanità. Chiedergli che il suo Nome sia santificato ci coinvolge nel Disegno che egli «nella sua benevolenza aveva prestabilito», «per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità».

Pertanto nella prima domanda si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita: «Chi potrebbe santificare Dio, dato che è lui che santifica? Ma ispirandoci a quelle parole: “Siate santi perché io sono santo”, chiediamo che santificati dal battesimo noi perseveriamo in quello che abbiamo cominciato ad essere. E questo, lo chiediamo ogni giorno. È necessario santificarci ogni giorno, perché ogni giorno cadiamo; dobbiamo purificare i nostri peccati con una santificazione continuamente rinnovellata. Ricorriamo dunque alla preghiera affinché resti in noi tale santità».

Diciamo «sia santificato il tuo nome» come è giusto che sia, perché compito di ogni fedele è sempre stato quello di glorificare il nome di Dio e renderlo noto a tutti, anche a chi non lo conosceva. Con questa formula preserviamo il nome di Dio dal disprezzo, dalla blasfemia di chi non lo riconosce, inneggiamo a Lui con rispetto e gioia, augurandoci che venga rispettato e amato da tutti.

Seconda richiesta: «Venga il tuo regno»

La seconda domanda esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re che colmerà di benefici i suoi sudditi: «Questa richiesta è il “Marana tha”, il grido dello Spirito e della Sposa: “Vieni, Signore Gesù”. Nella Preghiera del Signore si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo».

Possiamo dare tre diverse interpretazioni all’espressione «Regno di Dio». La prima identifica l’avvento del Regno in senso escatologico, come realizzazione della piena sovranità di Dio nella storia della salvezza. La seconda riguarda la venuta di Gesù come inizio dell’avvento del Regno di Dio nella storia. Infine la terza si riferisce al dono dello Spirito Santo fatto alla Chiesa perché continui ad annunciare ai fedeli il Regno dei Cieli.

D'altra parte il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo: «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo». Gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono quelli dell'effusione dello Spirito Santo. Pertanto è ingaggiato un combattimento decisivo tra «la carne» e lo Spirito.

In definitiva, nella seconda domanda esprimiamo il desiderio che Dio possa effettivamente regnare in noi con la grazia, che si estenda ogni giorno di più il suo Regno sulla terra e che alla fine dei tempi Egli possa regnare pienamente su tutti in Cielo.

«Venga il tuo regno» è anche un augurio per rivolgerci più a noi stessi che a Dio. Lui non ha certo bisogno del nostro incoraggiamento. Ma augurandoci che venga il Suo regno, manifestiamo da un lato la nostra speranza che il Suo volere si compia, che Gesù torni, per la salvezza degli uomini, dall’altro la nostra volontà a fare del nostro meglio perché ogni giorno, intorno a noi, il regno di Dio esista, viva, anche grazie alle nostre buone azioni, al bene che facciamo per i nostri fratelli.

Terza richiesta: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»

La volontà di Dio è che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Gesù ci insegna che non si entra nel Regno dei cieli con le parole, ma «facendo la volontà del Padre mio che è nei cieli».

Pertanto, con questa domanda «chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua Volontà, il suo Disegno di salvezza per la vita del mondo. Noi siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre».

Quando diciamo nel Padre Nostro: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», non intendiamo dire «che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole». L’espressione «come in cielo così in terra» esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi che siamo ancora sulla terra così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo.

La formula successiva, «sia fatta la tua volontà», allo stesso modo non è tanto rivolta a Dio, quanto a noi stessi, perché impariamo ogni giorno a riconoscere il volere di Dio, ad accettarlo con umiltà e fede. Quando diciamo «sia fatta la tua volontà» non facciamo altro che riconoscere la superiorità della volontà di Dio, del Suo grande, immenso disegno, rispetto alla nostra fallace ed egoistica volontà.

Non saremo mai abbastanza lungimiranti, abbastanza saggi, per conoscere il grande piano divino, ma riconoscendone e richiedendone il compimento possiamo ugualmente esserne parte. Proprio come in cielo il nome di Dio è santificato, ci auguriamo che il suo Regno perfettamente compiuto e la sua volontà sia fatto anche sulla terra.

Quarta richiesta: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»

Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, perché «il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni “convenienti”, materiali e spirituali». La richiesta del pane si trova al centro della preghiera e questo ci permette di comprenderne l’importanza.

Il senso cristiano di questa quarta richiesta «riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia». L’espressione «quotidiano», «intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di “oggi”, per confermarci in una confidenza “senza riserve”. Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento».

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» è una delle domande più umili che troviamo nel Padre Nostro. Questa espressione rappresenta una dipendenza da Dio e indica il frutto del lavoro dell’uomo che viene chiesto come dono a Dio Padre.

Proprio come nell’Antico Testamento i padri avevano ricevuto la manna nel deserto, così anche oggi l’uomo ha bisogno di un cibo che lo possa sostenere e lo aiuti ad affrontare le vicende quotidiane. Dunque chiediamo a Dio di darci ciò che ci occorre, e, sottinteso, di liberarci dal desiderio di ciò che è superfluo.

Quinta richiesta: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»

In questa nuova domanda prima di tutto riconosciamo il nostro peccato: «torniamo a lui, come il figlio prodigo, e ci riconosciamo peccatori davanti a lui, come il pubblicano. La nostra richiesta inizia con una “confessione”, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia».

La domanda «rimetti a noi i nostri debiti» presuppone che nell’uomo sia vivo il senso della colpa e la consapevolezza dei limiti, delle colpe commesse e delle azioni compiute che in qualche modo hanno arrecato offesa a Dio. Anche nel Vangelo di Matteo non si parla di peccato ma di debiti. È una metafora che troviamo spesso negli insegnamenti di Gesù e nelle sue parabole.

Ma questa richiesta non sarà accolta se prima non avremo soddisfatto una condizione: perdonare chi ci offende. Il motivo è il seguente: «questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'Amore, come il Corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo. Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre».

Siamo noi i primi fautori della nostra salvezza: se non impariamo a perdonare i nostri nemici, come possiamo pretendere che Dio perdoni noi? Ecco allora la formula «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», cioè rendimi simile a Cristo, che ha perdonato chi lo stava flagellando, chi lo ha crocifisso, e per i suoi carnefici ha avuto solo parole di perdono e amore.

Nessuna preghiera ha valore se non è sostenuta da buone azioni, dal sincero pentimento, dalla reale volontà di fare bene. Il fedele non si limita a chiedere il perdono a Dio per se stesso ma chiede perdono anche ai fratelli in forma incondizionata, gratuita e senza misura.

Sesta richiesta: «Non abbandonarci alla tentazione»

Questa domanda si collega alla precedente, «rimetti a noi i nostri debiti», perché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione. Pertanto «chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa, di “non permettere di entrare in”, di “non lasciarci soccombere alla tentazione”. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato».

La formulazione «non ci indurre in tentazione» può essere fraintesa con il fatto che sia Dio a tentarci. Sarebbe più corretto e comprensibile usare invece «non lasciarci soccombere nella prova». La prova a volte è utile a fortificare la fede, se il cristiano dimostra di riuscire a resistere alle tentazioni del male, ma può essere anche insidiosa e pericolosa.

In questo passo si chiede a Dio di venire in nostro aiuto nelle situazioni di rischio in cui possiamo trovarci quotidianamente. Siamo impegnati nella lotta «tra la carne e lo Spirito». Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

Dio ci dà sempre la sua grazia per superare le tentazioni: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare».

Ma per vincere la tentazione è sempre necessario pregare: «il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. E per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall'inizio e nell'ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro».

Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. «Ecco, Io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante».

Settima richiesta: «E liberaci dal male»

L'ultima domanda si trova nella preghiera sacerdotale di Gesù al Padre: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno». In questa petizione, «il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio».

Il «diavolo», dia-bolos, colui che «si getta di traverso», è colui che «vuole ostacolare» il Disegno di Dio e la sua «opera di salvezza» compiuta in Cristo. Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore.

La richiesta riguarda soprattutto il peccato, l'unico vero male, e la sua pena, che è la dannazione eterna. Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce.

Quando chiediamo a Dio «ma liberaci dal male» lo preghiamo di sostenerci nella nostra battaglia quotidiana, perché noi non siamo ancora come Gesù, non siamo forti come Lui, grandi come Lui, e da soli fatichiamo a volte a combattere contro il male che si manifesta con inganni, tentazioni, difficoltà, affanni.

Il significato di «che sei nei cieli»

Dio non è lontano dall’uomo perché è «nei cieli». Diciamo «che sei nei Cieli», non per indicare che Lui è lontano da noi, ma per ricordare che, da dove si trova, Egli sa tutto, vede tutto, può tutto, e non per questo smette di essere Nostro Padre.

Questa espressione tiene insieme due aspetti del rapporto con Dio: da una parte la sua grandezza, la sua onnipotenza e la sua signoria sulla Terra e sul Cielo; dall’altra la sua vicinanza di Padre, al quale il cristiano può rivolgersi con semplicità, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia e certezza di essere amato.

Il Padre Nostro come cammino spirituale

Il Padre Nostro ci porta a considerare il susseguirsi di tre impegni e tre richieste. Si tratta di eventi con i quali l’uomo si impegna a essere perfetto secondo la volontà di Dio. Con la preghiera del Padre Nostro il fedele chiede a Dio ciò di cui ha bisogno per soddisfare le esigenze materiali e spirituali.

  • L’impegno alla testimonianza, con l’espressione «Sia santificato il tuo nome».
  • L’impegno alla fedeltà, con l’espressione «Venga il tuo regno».
  • Un impegno all’amore, con l’espressione «Sia fatta la tua volontà».
  • La richiesta del sostegno di Dio, con l’espressione «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
  • La richiesta del perdono dei peccati, con l’espressione «Rimetti a noi i nostri debiti».
  • Una richiesta della Salvezza, con l’espressione «Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male».

Attraverso queste parole impariamo che il Regno di Dio, la giustizia, la fraternità, la verità, l’unità, la sconfitta della morte sono un dono che viene da Dio e, contemporaneamente, qualcosa che siamo chiamati a ricercare e a realizzare. Aderire a queste parole ci rende attivi protagonisti nella costruzione del Regno.

Il «Padre nostro» ci insegna pure che cosa occorra perché il Regno venga e il progetto si realizzi. C’è bisogno di perseverare nell’oggi attraverso il pane quotidiano, c’è bisogno di molta misericordia e di perdono reciproco attraverso la capacità di accoglierci e il perdono che Dio dà alle nostre continue cadute e c’è bisogno del sostegno di Dio per non cedere alla tentazione quando viene la prova e il Regno sembra oscurarsi intorno a noi.

La preghiera del Padre Nostro non è una formula meccanica

Il Padre Nostro è una preghiera che viene spesso data per scontata, la pronunciamo ogni giorno e nella maggior parte dei casi viene recitata in modo frettoloso senza dare peso alle parole. Piuttosto dobbiamo considerarla una preghiera estremamente profonda e immaginarla come un viaggio che ci avvicina al Padre Nostro parola dopo parola.

La preghiera si manifesta come una realtà complessa della quale partecipano molti aspetti, non solo le parole da rivolgere a colui che si prega, ma anche gli atteggiamenti da coltivare, perché quelle senza questi rischiano di svuotarsi di significato. Per recitare la preghiera è importante trovare un momento da dedicare alla meditazione e liberare la mente da altri pensieri.

Abbiamo parlato spesso dell’importanza della preghiera, per un buon cristiano. Anche se il tempo che possiamo dedicare ad essa ogni giorno è poco, anche se non possiamo recitare il Rosario con frequenza, trovare un momento di raccoglimento solo per noi, per dialogare con Dio e rivolgergli il nostro pensiero, non è poi così difficile.

Anzi, è vitale trovare momenti simili, nell’arco della giornata, per aiutarci a vivere serenamente e con maggior forza spirituale tutto ciò che di bello e brutto ci accade nella vita.

La preghiera come dialogo con il Padre

Nel seguito Gesù presenta due esempi, quello dell’uomo svegliato da un amico che cede all’insistenza del visitatore e quello del padre che sa cosa dare di buono ai propri figli. Entrambe le immagini alludono al Padre che risponde all’insistenza dell’invocazione e dona, lui che è buono, lo Spirito a quanti lo domandano.

Al centro delle due immagini Gesù presenta tre modalità espresse dai verbi chiedere, cercare, bussare, a cui fanno riscontro tre esiti positivi. In questo modo si evidenzia ancora di più l’intenzione di Dio che esaudisce quanti si rivolgono a Lui.

I tre verbi esprimono anche la dimensione attiva dell’orante, che partecipa alla dinamica spirituale, sa di rivolgersi a un interlocutore, entra in un dialogo di ricerca e scoperta che conduce a desiderare il bene più grande, lo Spirito.

È questo il dono che permette, nella preghiera, di continuare a cercare e a scoprire il volto di Dio come Padre, a cercare e a realizzare il suo Regno, a promuovere nel perdono la fraternità.

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