I missionari martiri sono persone che hanno condiviso la vita quotidiana delle comunità più vulnerabili, difendendo la dignità umana, la pace e i diritti degli ultimi anche quando questo li esponeva a minacce e violenze. La loro testimonianza non nasce dalla ricerca della morte, ma da una fedeltà concreta al Vangelo, vissuta accanto ai poveri, agli indigeni, ai contadini e alle popolazioni perseguitate.
Il ricordo di padre Ezechiele “Lele” Ramin, comboniano italiano di Padova, ucciso il 24 luglio 1985 nell’Amazzonia brasiliana, rappresenta in modo particolare questa forma di missione. Padre Lele venne trucidato tra Mato Grosso e Rondônia per aver difeso i “campesinos” e gli indios dai soprusi dei latifondisti, dopo un incontro con i “sem terra” nel quale li aveva invitati al dialogo con i proprietari terrieri.

La memoria dei missionari martiri
Si celebra oggi la 29.ma Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri, nel giorno del sacrificio di sant’ Oscar Romero. Il ricordo di padre Ezechiele “Lele” Ramin, comboniano italiano ucciso il 24 luglio 1985 nell’Amazzonia brasiliana, nelle parole del fratello, di un amico e del postulatore.
“Vite intrecciate” a Cristo, quelle dei missionari martiri, in memoria dei quali oggi si celebra oggi la 29.ma Giornata di preghiera e digiuno, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant' Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo metropolita di San Salvador, che il 24 marzo 1980 venne ucciso mentre celebrava la Messa.
Il tema scelto da Missio, la fondazione della Cei che promuove la dimensione missionaria della Chiesa italiana, per la Giornata 2021, si ritrova in pieno nella testimonianza di padre Ezechiele “Lele” Ramin, il 32 enne comboniano di Padova trucidato il 24 luglio 1985 in Brasile, tra Mato Grosso e Rondonia, per aver difeso i “campesinos” e gli indios dai soprusi dei latifondisti, dopo un incontro con i “sem terra” per invitarli al dialogo con i proprietari terrieri.
Padre Lele e la ricerca della giustizia per tutti
“Il missionario intreccia la propria vita con Cristo - così Missio motiva la scelta del tema di quest’anno - e da qui parte per tessere nuove fraternità con i popoli e le persone che incontra nel suo ministero al servizio dell’annuncio del Vangelo, una scelta in nome di Cristo che può portare al dono di sé sulla Croce”.
E padre Lele, come il giovane martire veniva chiamato dai familiari e dagli amici e oggi dai tanti ultimi dell’Amazzonia che ne invocano la protezione, in un’omelia considerata il suo testamento spirituale, chiama fratelli “in primo luogo gli ultimi, gli scartati” ricorda a Vatican News il postulatore padre Arnaldo Baritussio, che a breve consegnerà, alla Congregazione delle Cause dei Santi, la “posizio” per il riconoscimento del martirio e la beatificazione.
“Ma allo stesso tempo si rivolge ai latifondisti, perché voleva che, nella fratellanza, si giungesse alla giustizia per tutti”.
Davanti ai fedeli di Cacoal, “contadini, ma anche latifondisti e poliziotti”, il 17 febbraio 1985, cinque mesi prima di essere ucciso dai fucili degli “jagunços” le guardie armate della fazenda Catuva, padre Lele scandisce: “Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte… Cari fratelli, se la mia vita vi appartiene, vi appartiene anche la mia morte. Fratelli nella buona, fratelli nella cattiva sorte. Ma fratelli! Così dobbiamo imparare ad essere, non in altro modo”.
Trentasei anni dopo, Papa Francesco avrebbe scritto l’enciclica Fratelli tutti. “Dice fratelli - sottolinea padre Baritussio - nell’accezione cristiana, nella quale si includono anche coloro che ti perseguitano”.
Il dialogo tra campesinos, indios e latifondisti
Per questo il giovane missionario padovano, arrivato a Cacoal solo da pochi mesi, riesce a creare comunione tra i “campesinos” che cercavano una terra da coltivare e gli indios, ormai confinati nelle riserve.
“Sapeva includere e cercava sempre il dialogo - ricorda ancora il postulatore - e quando è morto, aveva appena convinto i contadini a non invadere i terreni” che il fazenderos pretendeva fossero suoi, ma a verificare prima se veramente avesse il titolo per reclamare quella proprietà, e poi “rivendicare i loro diritti”.
Quattro giorni dopo l'agguato a padre Ramin, all' Angelus del 28 luglio, san Giovanni Paolo II unì la sua voce a quella dei vescovi brasiliani e italiani, per condannare un "atto di violenza crudele" contro un "testimone della carità di Cristo", che "dedicava le sue giovanili energie" per aiutare i fedeli "a sconfiggere la povertà e l'ingiustizia, senza violenza, attraverso la via evangelica dell'amore, della pace e del rispetto per la dignità di ogni uomo".
Una scelta condivisa dalla Chiesa brasiliana
Ma padre Lele faceva questo non da solo. Il vescovo di Ji-Paranà, il salesiano Antonio Possamai, brasiliano ma di origini venete, aveva già avviato un’ azione pastorale a sostegno degli ultimi.
“La scelta di stare accanto ai poveri era già stata fatta dalla sua Chiesa diocesana e da quella brasiliana, anche se non all’unanimità - spiega padre Baritussio - per questo oggi la sua figura parla così forte in Brasile, perché lo riconoscono come una voce della Chiesa”.
Nel luglio 2019, alla vigilia del Sinodo sull'Amazzonia, duecento vescovi brasiliani hanno firmato una lettera nella quale chiedono a Papa Francesco di riconoscere il martirio di padre Ramin.
Il fratello Antonio: una presenza nella pastorale dei poveri
Uno dei sei fratelli di Ezechiele, Antonio Ramin, 73 enne bancario in pensione, che oggi aiuta campesinos e indios dell’Amazzonia con l'associazione degli Amici dello Stato di Espiritu Santu, ricorda a Vatican News cosa gli scrisse: “Io in questa Chiesa mi trovo molto bene, perché ha fatto una scelta di campo ben precisa. Non invento niente, sto all’interno della pastorale diocesana”.
“Di suo ci metteva l'approfondimento della realtà, con la conoscenza dei documenti - aggiunge - Per cui riusciva a parlare sia per radio, sia nelle omelie soprattutto, e nel dialogo con le persone, quando quotidianamente andava all'interno delle comunità ecclesiali di base”.
La carità evangelica e l’imperativo della giustizia
Nella stessa omelia del 17 febbraio, padre Ramin aggiunge: “Le aree libere del nostro Stato di Rondônia, cioè la terra di nessuno, appartengono ai nostri fratelli senza terra, e non ai fazenderos avidi. No, perché non è questa la giustizia…”.
Queste sue parole, da qualcuno, sono state considerate un atto politico, più che religioso. “Ma la sua è carità fondata sul Vangelo, dalla quale nasce l’imperativo della giustizia - chiarisce padre Baritussio - una prassi d’amore, un orizzonte di fede con conseguenze socio-politiche di cambiamento”.
“Comunista? No, innamorato di Cristo”
Affrontiamo la questione anche con padre Giovanni Munari, già provinciale dei comboniani in Brasile e in Italia, nato poco prima di Ezechiele, sempre nel padovano, e che con lui ha condiviso l’amicizia e gli anni della formazione alla missione.
Un prete comunista? “Macché, un comunista non si fa prete e nemmeno missionario - ci dice - Lele era innamorato di Cristo e del suo Vangelo” ma anche dei valori della pace, la non violenza e la fraternità universale, “che ha vissuto intensamente, come tutta la sua breve vita”.
E’ il Vangelo che ci ricorda, prosegue “che se vedi uno steso lungo la strada e tiri dritto, non serve a nulla la fede che hai”.
E sul Buon samaritano, sottolinea padre Munari, la Chiesa brasiliana ha riflettuto molto, in quegli anni. “Si diceva che non c’era una persona, ma un popolo che era stato derubato, picchiato a sangue e abbandonato quasi morto lungo la strada”.
In questa luce, di Vangelo, “si capisce la situazione degli indios, o dei contadini di Rondonia in quegli anni”.
Gli anni della formazione e la sofferenza spirituale
All’amico e quasi coetaneo comboniano di padre Ramin, oggi 70 enne, chiediamo innanzitutto un ricordo di quali anni di studio insieme, e della “sofferenza spirituale” provata dal giovane Ezechiele prima dei voti perpetui e dell’ordinazione, nel 1980, sintetizzata nella preghiera di ringraziamento: “Signore, mi hai provato molto, però non mi è mai mancata la tua tenerezza e il tuo aiuto”.
R. - Sono stato per diversi anni compagno di scuola e quindi anche amico, credo, di Lele. Ricordo che molte cose anche nostre, personali, le abbiamo condivise in tanti anni passati insieme e quindi mi sento di rispondere prendendo veramente da lui.
Lele era un giovane entusiasta come la maggior parte di noi. Ricordo che erano gli anni Settanta del secolo scorso, un tempo in cui i giovani furono protagonisti di cose molto importanti e coltivarono anche grandi ideali, come la pace, la non violenza, la fraternità universale.
Lele queste cose le ha vissute intensamente, direi da innamorato. Riguardo alle prove di cui ha parlato nell'ordinazione, io so certamente che si riferiva alla tragica morte di un fratello avvenuta qualche anno prima, in un grave incidente stradale.
Ma poi era la difficoltà di rendere comprensibili un po' le nostre provocazioni, in un’epoca di grandi trasformazioni. Io credo che questo ha sempre creato dei problemi tra noi e chi ci accompagnava come formatore.
Un sogno per rendere felice l’umanità
Trentasei anni dopo, cosa dice padre Ezechiele con la sua testimonianza ai ventenni e trentenni come lui, di oggi?
R. - Noi abbiamo ricordato spesso ai giovani, che abbiamo incontrato in Italia, una sua frase. Lui scriveva: “Abbiate un sogno, abbiate un bel sogno. Una vita che insegue un sogno si rinnova di giorno in giorno. Sia il vostro un sogno che miri a rendere liete non soltanto tutte le persone, ma anche i loro discendenti.
E’ bello sognare di rendere felice tutta l'umanità, e guardate che non è impossibile”. Sono parole di uno che ha vissuto soltanto 32 anni, ma, posso assicurare, con una intensità straordinaria.
Questo è ora il grande insegnamento di Lele: vivere la vita con intensità. E’ l'aspetto che di lui mi piace di più ricordare in questa occasione.
La vocazione missionaria e il desiderio di curare anime e corpi
Al postulatore dei comboniani padre Arnaldo Baritussio, 80 anni, originario della Carnia friulana, in missione per 11 anni in Mozambico, chiediamo che missionario è stato padre Ramin, che avrebbe voluto essere un sacerdote missionario e medico, si era preparato ad andare in Africa ma alla fine accolse con entusiasmo la destinazione del Brasile…
R. - Il desiderio di padre Ezechiele, quando era a Chicago, dove ha studiato teologia, oltre ad essere sacerdote, era anche diventare medico, perché aveva suo fratello Paolo medico e si era preparato per dare un servizio missionario di intervento completo: curare anime e corpi.
Questo era un po' la sua intenzione e invece fu interpretato in maniera non positiva: era quasi un’incertezza sulla sua scelta missionaria sacerdotale. I superiori di allora dissero: “No, è sufficiente, già tu hai già una preparazione teologica e vai subito al servizio pastorale”.
Però in principio lui, nel suo processo vocazionale, era arrivato veramente a voler essere anche medico. Sempre, naturalmente, non per una promozione personale, ma per il servizio missionario nella sua completezza.
Era un banco di prova e lui ha accettato convintamente. Noi abbiamo avuto padre Ambrosoli, il primo medico missionario all'interno della congregazione, per cui aveva davanti anche la sua figura, insieme a quella del fratello Paolo.
E invece è stata provata, anche in questo, la sua vocazione. E’ andato lo stesso, anzi con molta convinzione, in missione, specialmente poi in Brasile.
Il sacrificio di padre Lele e il significato del martirio
Vista la drammatica situazione ancora oggi degli indios e dei campesinos di Rondonia, qual è stato il frutto del suo sacrificio? A cosa è “servito”?
R. - A cosa è servita la morte di Gesù sulla croce? O quella di monsignor Romero a El Salvador, o quella di Chico Mendes, uno che difendeva la foresta in Amazzonia? A cosa sono servite queste morti?
Apparentemente a nulla, come quella di Cristo, eppure chi fu più forte? Cristo o quelli che lo fecero inchiodare sulla croce?
La Chiesa ha sempre venerato i martiri non per pietà, cioè come dire poverini, sono morti innocenti o cose del genere, ma perché sono una spina nel fianco, che attraversa i tempi, e ricorda che non è vero che i soldi comprino chiunque o permettano sempre qualsiasi cosa.
No, della vita ci sono cose che valgono più dei soldi e questo è importante continuare a dirlo, anche col sangue, se è necessario. Io credo che sia soprattutto questo, il grande insegnamento che ci viene dalla vita di persone come Lele.
Padre Ezechiele Ramin: le testimonianze dei compagni
Il martirio non è ricerca della morte
Il martirio, un’opzione sempre possibile per chi segue Gesù “da vicino” «Non ogni sequela si conclude di fatto col martirio, ma ogni vera sequela ne custodisce la possibilità.
Il martirio è un dono che Dio fa ad alcuni, ma la disponibilità a testimoniare fino alle ultime conseguenze fa parte della vocazione del discepolo.
Il punto è che non si può cercare di seguire Gesù “da lontano”, come ha cercato di fare Pietro, nel tentativo impossibile di separare il suo destino da quello del Maestro».
Il martirio è un dono che Dio fa. Nel modo più imprevedibile e “speciale”. Ci sono martirii eclatanti, “canonici”, ce ne sono altri “grigi”, più anonimi; ci sono casi di uccisi per sbaglio, diventati martiri “malgrado”…
Chi non crede, di fronte a tutto questo, può classificare tutto questo come insensatezza. Chi assume una prospettiva di fede, al contrario, può pensare che, come Dio regala a ciascuno un’esistenza unica e irripetibile, allo stesso modo - amante dell’uomo com’è - offre a ciascuno una modalità di realizzazione umana e cristiana assolutamente originale.
Il nostro Dio non ama le cose in serie: anche l’esperienza del martirio lo dimostra.
Testimoni, non eroi
I missionari martiri sono testimoni contagiosi? A quali condizioni lo diventano? Cominciamo con lo sfatare alcuni stereotipi o visioni sbagliate del martirio.
I martiri sono testimoni, non eroi in cerca di gloria o “perdenti radicali” (parafrasando quello che dei kamikaze islamici scrive lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger): Il testimone è uno che “ha visto”, che attesta che qualcosa è vero, anzi: uno che s’invoca a sostegno di una verità.
Il martirio è innanzi tutto questo: testimonianza; la prova, fino all’estremo dono di sé, che quel Cristo cui si è donata la vita giorno dopo giorno è meritevole di prendersela tutta in un colpo solo.
Dunque il martirio non è un incidente di percorso, che manda in frantumi un progetto perseguito, bensì il coronamento di una vita dedicata, donata, già «persa in partenza». Volontariamente, gioiosamente.
Suor Maria Esther Paniagua Alonso, uccisa in Algeria da fondamentalisti islamici nel 1994, poco prima di morire disse: «Non possono prendersi le nostre vite, le abbiamo già donate».
La missione come cammino quotidiano
Guardiamo al caso di padre Giancarlo Bossi, “candidato al martirio”: egli stesso ha spiegato che prima di essere rapito fisicamente da una banda di delinquenti, era stato “rapito” da altro: dalla radicalità del Vangelo, dall’appello di Cristo “Andate in tutto il mondo”, dai poveri, destinatari privilegiati dell’annuncio.
Il suo sequestro, allora, non è da leggersi come uno spiacevole “incidente”, uno stop improvviso all’attività missionaria, bensì come una tappa di un cammino più lungo: il cammino della missione.
Da questo punto di vista, si può fare un parallelo tra i 30 anni in cui Gesù visse a Nazareth nel nascondimento e la vita “ordinaria” del missionario: non si tratta di una parentesi insignificante “in vista di”, bensì di un tempo di grazia che prepara l’“atto finale”, ma che ha pienamente significato in sé!
Quando è vissuta per Cristo, anche la morte apparentemente più banale prende senso. È la scelta fondamentale che determina la vita a rendere sensata anche una morte che spesso non lo è.
Perciò da cristiani osiamo dire, a dispetto di quanto affermerebbe “il mondo”, che il martire non è un fallito, uno che vede morire i suoi sogni e i suoi ideali a causa della cattiveria altrui, dell’ostilità di qualche fondamentalista.
La testimonianza di Rufus Halley
Padre Rufus Halley, irlandese, missionario di San Colombano, è stato ucciso il 29 agosto 2001 nel Sud delle Filippine. Aveva 57 anni.
«Quando, circa vent’anni fa - continua Niall - padre Rufus si offrì volontario per andare come missionario nella prelatura di Marawi, Mindanao, Filippine meridionali, il suo desiderio era di prender parte ad una meravigliosa avventura di riconciliazione e di ricerca della pace tra due comunità, cristiani e musulmani, in urto da centinaia d’anni».
Scelte del genere, specie in un contesto arroventato come quello del Sud delle Filippine, non s’improvvisano.
Infatti: «Questa “vocazione nella vocazione” era sgorgata facilmente in uno come Rufus, che per alcuni anni era stato catturato dall’esperienza ecumenica della comunità di Taizé e dalla spiritualità di fratel Charles de Foucauld, con la sua vita di contemplazione nei deserti algerini, accanto ai musulmani.
Una delle amiche più intime di Rufus era entrata tra le Piccole sorelle di Gesù e quindi lui conosceva bene il loro speciale spirito di riconciliazione con l’islam, abbinato ad un profondo attaccamento alla contemplazione».
Il «povero in spirito» Halley sceglie di farsi povero a tutti gli effetti. Fino a privarsi dello status di missionario, la scelta della kenosis, come il Crocifisso.
«Una volta giunto a Marawi, Rufus trovò gusto per la sua nuova vita. Con una delle sue mosse fantasiose scioccò gli abitanti, musulmani e cristiani, della cittadina.
Decise infatti di andare a lavorare dietro il bancone di una drogheria come dipendente di un commerciante musulmano. La cosa deve avere completamente scombussolato tutti», commenta padre Niall.
La disponibilità al dialogo, a tessere relazioni buone con chiunque, era un tratto distintivo della sua personalità, diventato via via uno stile di missione.
«Rufus dirigeva la scuola di Nostra Signora della pace e non perdeva occasione per incoraggiare gli studenti musulmani e cristiani a conoscersi e apprezzarsi reciprocamente.
Un momento particolarmente felice della vita di Rufus è stato quando due clan musulmani che si combattevano da anni, con morti da entrambe le parti, gli chiesero di fare da paciere. Alla fine i nemici deposero le armi e la gioia fu grande».
Rufus si alzava alle quattro e mezzo del mattino e pregava per un’ora, prima di fare la doccia e celebrare la Messa. La sera trascorreva mezz’ora in adorazione del Santissimo Sacramento e invitava gli eventuali ospiti ad unirsi a lui nella preghiera prima di cena.
Non ha realizzato grandi opere, padre Rufus. Forse non ha nemmeno coronato tutti i sogni nel cassetto, visto che la morte l’ha strappato alla terra quando ancora era attivo e dinamico.
Eppure, che la sua vita abbia lasciato un segno indelebile in chi gli stava attorno, che la sua esistenza quotidiana abbia raccontato il Vangelo, lo testimonia la semplice frase di una donna della sua parrocchia.
Racconta padre Niall: «Ha detto che se mai le avessero chiesto come sarebbe Gesù se tornasse sulla terra, lei avrebbe risposto: “Assomiglierebbe a Rufus”».
La forza della dedizione
I missionari martiri sono contagiosi non in virtù delle loro doti, della loro “bravura”, ma per la dedizione che esprimono.
Il caso di Antonio Bargiggia, ucciso in Burundi negli anni ‘90, è esemplare: «Lo ricordo fin da ragazzo ai campeggi organizzati dal Vispe, ong cristiana che ha contribuito a far maturare la sua vocazione religiosa, e con la quale ha fatto il volontario per due anni in Burundi.
Era mingherlino, secco, quasi indifeso. Tanto che per prenderlo in giro i suoi amici gli appiopparono, con una buona dose di ironia, il nomignolo di “Super”, un appellativo che poi gli è restato tutta la vita».
E in realtà qualcosa di speciale Antonio Bargiggia, milanese, classe 1958, l’aveva davvero.
«Predicava con la vita le beatitudini evangeliche ed era stato capace - sottolinea don Cesare - di fare scelte radicali senza sbandierarle. Come per esempio quella di impegnarsi come cappellano nelle carceri di Mpimba».
Amare la vita e donarla per gli altri
I missionari martiri sono contagiosi perché subiscono la morte, ma amano la vita. E se l’hanno spesa per gli altri, consumandola nelle periferie più dimenticate del mondo, è perché hanno trovato in quella strada, che a noi sembra una via crucis, il cammino per realizzarsi pienamente.
Il martire cristiano non è un eroe dannunziano in cerca della bella morte, dell’impresa gloriosa. Al contrario: il martire cristiano è una persona che ama appassionatamente la vita.
Come la amava padre Daniele Badiali, un prete sempre allegro, cappellano dell’OMG, ucciso dai ribelli di Sendero Luminoso in Perù e tanti altri con lui…
Amavano la vita, ma hanno accettato di metterla in gioco per amore di Cristo.
Di fronte ad un martirio, dunque, la prima domanda che un cristiano dovrebbe porsi non è «chi l’ha ucciso?», bensì «in nome di Chi ha vissuto?».
Il martirio non è un bollino di qualità, in mancanza del quale la validità di una vita missionaria o cristiana tout court verrebbe meno.
In realtà, se si ha la pazienza di indagare nelle biografie dei martiri, si scoprono esistenze vissute in pienezza, nel segno del servizio, della condivisione estrema.
«La vita è bella» e i primi a crederlo e a testimoniarlo, a dispetto delle apparenze, sono loro.
Il perdono e la forza del Vangelo
Il martirio possiede un’eloquenza che va al di là delle parole. L’esempio di don Santoro è emblematico: la sua morte ha scosso i musulmani locali.
Pensiamo anche ai martiri di Tibhirine. Spiega p. T. Becker: «In questi dieci anni, dal martirio dei trappisti ad oggi, il monastero, pur abbandonato, non ha subito vandalismi o furti; non è stato portato via un chiodo! E questo pur essendo l’Algeria un Paese islamico».
Come si spiega? Con il tipo di relazione amicale, cresciuta col tempo tra la comunità monastica e la gente del posto, tutta musulmana.
I vicini, che avevano preso a lavorare con i monaci, hanno capito gradualmente la particolarità di quegli stranieri che avevano scelto l’Algeria come casa loro, fino a farsi carico totalmente della situazione di dolore ed angoscia che il popolo algerino ha vissuto per lunghi anni.
Il missionario martire è una persona capace di perdono: non odia i suoi persecutori, non subisce il martirio come una disgrazia, non sparge morte attorno a sé, a differenza del kamikaze, ma invoca il perdono per i suoi carnefici.
Il perdono è il sigillo di un martirio autenticamente evangelico. Spesso, anzi, il perdono concesso dalla vittima o, a nome suo, dai suoi familiari, mette in crisi l’uccisore e lo conduce alla conversione.
I martiri come profeti di radicalità
I martiri non sarebbero tali se non fossero, innanzitutto, cristiani, in misura alta: una misura prossima alla santità.
Valgono per tutti i martiri le parole che Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, nella prefazione alla nuova edizione di Più forti dell’odio, dedicata ai monaci di Tibhirine, quando scrive: «È proprio per aver voluto essere cristiani ogni giorno, semplici monaci, “oscuri testimoni di una speranza”, che i fratelli dell’Atlas sono diventati “martiri”, testimoni fino al sangue versato.
Il télos, il fine ultimo di una vita donata, può a volte, per sola grazia di Dio e non per calcolo umano, trovare la sua piena manifestazione in una morte violenta: quando accade, non fa che mettere in evidenza ciò che si era desiderato che la vita quotidiana rendesse visibile.
Appare così agli occhi di tutti quello che prima era nascosto: chi ha una ragione per morire rende manifesta la ragione che ha per vivere.
E per un discepolo di Cristo questa ragione ha un nome, un volto: quello del suo Maestro e Signore, Gesù di Nazaret, morto e risorto».
La gratuità della missione
Scrive padre Timothy Radcliffe, già Maestro generale dei domenicani, uno degli autori spirituali più penetranti del nostro tempo: «Il missionario non è un turista, (…) è solo un segno del Regno. Per citare le parole di uno dei miei fratelli: tu non ti accontenti di disfare i bagagli, tu i bagagli li getti via».
Il missionario che si incarna in un popolo ha lasciato le valigie per sempre ed ha assunto, giorno dopo giorno, un’identità nuova.
Laddove la missionaria o il missionario occidentale afferma - con le opere, non solo a parole - la sua disponibilità alla condivisione totale in nome di Cristo, si creano i presupposti perché cadano pregiudizi, diffidenze e incomprensioni tra popoli, culture e religioni.
Quando, in nome dell’Altro per eccellenza, mi faccio «altro» all’altro, costui non può non riconoscermi come suo prossimo.
Ancora Radcliffe: «Essere missionario non è ciò che si fa; è ciò che si è. (…) Essere presente presso l’altro, vivere sulle linee di frattura, implica una trasformazione di chi sono io.
Nell’essere con e per l’altro, scopro una nuova identità. Penso a un vecchio missionario spagnolo che ho incontrato a Taiwan, il quale aveva lavorato in Cina per molti anni e aveva conosciuto la prigionia: divenuto vecchio e malato, la sua famiglia insisteva affinché facesse ritorno in Spagna.
Ma egli disse: “Non posso tornare. Sono cinese. Sarei uno straniero in Spagna”».
La missione nelle periferie della violenza
Il missionario condivide con la popolazione la stessa vita quotidiana, portando la testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, come segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli e alzando la voce in difesa dei loro diritti calpestati.
Come evidenziano le scarne informazioni che si sono potute raccogliere sulle loro biografie e sulle circostanze della morte, i missionari uccisi non erano in evidenza per opere o impegni eclatanti, ma stavano “semplicemente” dando testimonianza della loro fede in contesti di violenza, di disuguaglianza sociale, di sfruttamento, di degrado morale e ambientale, dove la sopraffazione del più forte sul più debole è regola di comportamento, senza alcun rispetto della vita umana, di ogni diritto e di ogni autorità.
Ancora una volta questi sacerdoti, religiosi, religiose e laici, erano consapevoli di tutto ciò, spesso erano nati in quella stessa terra dove sono morti, non erano quindi degli sprovveduti o degli ingenui, ma “quando tutto consigliava di tacere, di mettersi al riparo, di non professare la fede, non potevano, non potevano non testimoniare”.
Dall’Africa all’America, dall’Asia all’Europa, hanno condiviso con i fratelli e le sorelle che avevano accanto la vita quotidiana, con i suoi rischi e le sue paure, le sue violenze e le sue privazioni, portando nei piccoli gesti di ogni giorno la testimonianza cristiana come germe di speranza.
I dati sui missionari uccisi nel mondo
In occasione della Giornata in memoria dei missionari martiri, rileggiamo anche gli ultimi dati raccolti dall’Agenzia Fides.
| Periodo | Missionari uccisi | Distribuzione principale |
|---|---|---|
| 2020 | 20 | 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici |
| 2021 | 22 | 13 sacerdoti, 1 religioso, 2 religiose, 6 laici |
| 2022 | 18 | 12 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 1 seminarista, 1 laico |
| 2025 | 17 | 6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti in Africa; 4 in America; 2 in Asia; 1 in Europa |
| 2000-2025 | 626 | Missionari e operatori pastorali cattolici uccisi nel mondo |
Nel 2020, nel mondo, sono stati uccisi 20 missionari: 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici.
In cima alla drammatica classifica proprio l’America di padre Lele con 8 missionari uccisi.
Negli ultimi 20 anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui 5 vescovi.
Secondo i dati raccolti dall’Agenzia Fides, nell’anno 2021 sono stati uccisi nel mondo 22 missionari: 13 sacerdoti, 1 religioso, 2 religiose, 6 laici.
Riguardo alla ripartizione continentale, il numero più elevato si registra in Africa, dove sono stati uccisi 11 missionari, 7 sacerdoti, 2 religiose, 2 laici, cui segue l’America, con 7 missionari uccisi, 4 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici, quindi l’Asia, dove sono stati uccisi 3 missionari, 1 sacerdote, 2 laici, e l’Europa, dove è stato ucciso 1 sacerdote.
Negli ultimi anni sono l’Africa e l’America ad alternarsi al primo posto di questa tragica classifica.
Oggi - 24 marzo 2023, 31esima Giornata dei Missionari Martiri - si fa memoria anche dei 18 testimoni della fede uccisi lo scorso anno. Si tratta di 12 sacerdoti, un religioso, tre religiose, un seminarista, un laico.
Il continente più violento è stato quello africano, dove si sono registrate nove morti, seguito dall’America Latina con otto missionari uccisi, e poi dall’Asia con uno.
Nel 2025, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie cattolici: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici.
La ripartizione continentale evidenzia che nell’ultimo anno il numero più elevato di operatori pastorali uccisi si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari, 6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti.
Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari, 2 sacerdoti, 2 religiose, in Asia 2, un sacerdote e un laico. In Europa è stato ucciso un sacerdote.
Dal 2000 al 2025 in tutto il mondo sono stati uccisi 626 missionari e missionarie cattolici.
Perché Fides parla di missionari uccisi
L’elenco degli operatori pastorali ai quali nel 2022 è stata violentemente sottratta la vita viene stilato, come ogni anno, dall’Agenzia Fides delle Pontificie Opere Missionarie.
Quest’elenco è un martirologio, sebbene la parola “martiri” non venga ufficialmente più usata e si preferisca l’espressione “missionari uccisi”, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro.
L’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti i cristiani cattolici impegnati in qualche modo nell’attività pastorale, morti in modo violento, non espressamente “in odio alla fede”.
Per questo si preferisce non usare il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimoni”, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro.
Allo stesso modo usiamo il termine “missionario” per tutti i battezzati, consapevoli che “in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario.
Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione”.
Le storie del 2021
Nel 2021, in Africa, sono stati uccisi 7 sacerdoti, 2 religiose, 2 laici.
In Angola, padre Manuel Ubaldo Jáuregui Vega, colombiano, dell’Istituto per le Missioni estere di Yarumal, è stato assassinato a Zango, comune di Viana, Luanda, il 7 marzo 2021, durante un’aggressione in seguito ad un lieve incidente stradale.
In Nigeria, don John Gbakaan Yaji, parroco a Gulu, nella diocesi di Minna, è stato ucciso il 15 gennaio 2021 lungo la strada Lambata-Lapai, da uomini armati che hanno assalito la macchina su cui viaggiava.
Don Ferdinand Fanen Ngugban, è stato ucciso da uomini armati la mattina del 30 marzo 2021, nella parrocchia di St. Paul di Ayetwar, diocesi di Katsina-Ala, stato del Benue, durante un raid di uomini armati nella zona.
Don Alphonsus Bello è stato ucciso la notte del 20 maggio 2021, quando un gruppo di uomini armati ha assalito la parrocchia di St. Vincent Ferrer a Malunfashi, nello Stato di Katsina, e lo ha rapito insieme ad un altro sacerdote.
Il suo corpo senza vita è stato trovato la mattina del giorno dopo.
Don Luke Adeleke è stato ucciso in un tentativo di sequestro, mentre tornava a casa dopo aver celebrato la Messa della vigilia di Natale, la sera del 24 dicembre, colpito dai proiettili esplosi da una banda di uomini armati nella località di Ogunmakin Obafemi Owode.
In Burkina Faso, il corpo di don Rodrigue Sanon, parroco nella diocesi di Banfora, che era scomparso il 19 gennaio 2021 mentre si recava ad un incontro dei sacerdoti con il Vescovo, è stato ritrovato il 21 gennaio, nella foresta di Toumousseni, a una ventina di chilometri da Banfora.
Nella Repubblica Centrafricana, Omer Dalyom Dallet, ventenne, è rimasto ucciso dall’esplosione di una mina che il 5 maggio 2021 ha investito la vettura guidata da un missionario della Missione cattolica di Niem, rimasto ferito, su cui Omer viaggiava per andare a trovare la sorella ricoverata in ospedale.
In Sud Sudan, suor Mary Daniel Abut e suor Regina Roba, della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù, sono state uccise a sangue freddo durante un agguato lungo l'autostrada Juba-Nimule, il 16 agosto 2021.
Datesi alla fuga dopo l’assalto dei banditi all’autobus su cui viaggiavano, sono state raggiunte e uccise.
Peter Bata, capo catechista, è rimasto ucciso insieme ad altre persone il 26 ottobre 2021 durante l’assalto di un gruppo armato alla parrocchia cattolica di Mupoi.
In Uganda, don Joshephat Kasambula, ex parroco di Lwamata nella diocesi di Kiyinda-Mityana, è stato assassinato a sangue freddo la sera del 18 agosto 2021 da una persona nota come tossicodipendente.
Le storie dell’America e dell’Asia
Nel 2021, in America, sono stati uccisi 4 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici.
In Venezuela, fratel Luigi Manganiello, religioso dei Lasalliani, è stato colpito violentemente dai ladri che aveva scoperto mentre stavano rubando nei locali della scuola di Barquisimeto, la notte tra il 5 e il 6 gennaio 2021.
In Messico, don Gumersindo Cortés González, parroco della parrocchia Cristo Rey, a Dolores Hidalgo, Guanajuato, è scomparso il 27 marzo 2021. Il giorno seguente è stato ritrovato cadavere vicino alla sua auto, con segni di violenza e di colpi di arma da fuoco.
Fra Juan Antonio Orozco Alvarado, OFM, è rimasto vittima, insieme ad altre persone, di uno scontro fra bande armate che si disputavano il territorio, il 12 giugno 2021, mentre stava per celebrare la messa nella comunità di Tepehuana de Pajaritos, nello stato di Zacatecas, Jalisco.
Simón Pedro Pérez López, indigeno tzozil, catechista della diocesi di San Cristóbal de las Casas, attivista dei diritti umani, è stato ucciso la mattina del 5 luglio 2021 da uno sconosciuto in motocicletta che gli ha sparato alla testa.
Il corpo senza vita di don José Guadalupe Popoca è stato ritrovato la mattina del 31 agosto 2021 all'interno della sua parrocchia, a Galeana, municipio di Zacatepec, nello stato di Morelos.
E’ stato ucciso nella notte da colpi d’arma da fuoco alla testa.
In Perù, Nadia de Munari, missionaria laica italiana, dell’Operazione Mato Grosso, è morta sabato 24 aprile 2021 dopo essere stata brutalmente aggredita con un machete nel sonno, alcuni giorni prima, durante un furto.
Ad Haiti, il 6 settembre 2021, a Cap Haitien, don André Sylvestre, è stato aggredito da due giovani in motocicletta mentre usciva da una banca portando un borsello.
Raggiunto da colpi di arma da fuoco, è morto in sala operatoria.
In Asia sono stati uccisi 1 sacerdote e 2 laici.
Nelle Filippine, la sera del 24 gennaio 2021 uomini armati hanno ucciso don Rene Bayang Regalado, mentre stava rientrando al Seminario San Giovanni XXIII nel villaggio di Patpat, provincia di Bukidnon, sull’isola di Mindanao, sparandogli diversi colpi di pistola alla testa.
In Myanmar, due giovani cattolici 18enni, Alfred Ludo e Patrick Bo Reh che si adoperavano per portare cibo e aiuti umanitari agli sfollati in fuga dal conflitto tra l'esercito regolare birmano e le forze popolari di difesa, sono stati uccisi dai cecchini il 27 maggio 2021.
In Europa è stato ucciso 1 sacerdote.
In Francia, padre Olivier Maire, Superiore provinciale della Compagnia di Maria, Monfortani, è stato assassinato il 9 agosto 2021, nella casa provinciale di Saint Laurent sur Sèvre, in Francia, da un cittadino ruandese che ospitava da tempo nella comunità e di cui si prendeva cura.
Le vittime del 2025
Il rapporto pubblicato dall’Agenzia Fides non cita solo dati, numeri, statistiche. Svela anche nomi e storie.
Le informazioni, spesso scarne, sulle biografie e sulle circostanze della loro morte mostrano anche quest’anno che i missionari e le missionarie uccisi non erano sotto i riflettori per imprese eclatanti.
Rendevano testimonianza a Cristo tra le occupazioni della vita di ogni giorno, anche quando operavano in contesti segnati dalla violenza e dai conflitti.
Tra gli operatori pastorali uccisi nel 2025 figura anche il giovanissimo seminarista nigeriano Emmanuel Alabi, morto durante la marcia forzata impostagli dai suoi rapitori, che avevano assaltato il Seminario minore di Ivianokpodi e, dopo averlo ferito, lo avevano sequestrato insieme a due suoi compagni.
Ci sono suor Evanette Onezaire e suor Jeanne Voltaire, assassinate da membri di una delle bande armate che tengono in scacco Haiti.
C’è anche Donald Martin, primo sacerdote cattolico birmano ucciso nel conflitto civile che insanguina il Myanmar, il cui corpo senza vita, orrendamente mutilato, è stato ritrovato da alcuni parrocchiani nel complesso della parrocchia.
In Africa, Mathias Zongo e Christian Tientga stavano viaggiando a bordo delle loro moto nei pressi della città di Bondokuy, in Burkina Faso, quando un gruppo di uomini armati li ha assaliti ed uccisi.
Era il 25 gennaio dello scorso anno ed i due giovani uomini erano catechisti della parrocchia di Ouakara. Molto amati e stimati.
E poi c’è Luka Jomo, parroco di El Fasher, capitale dello Stato sudanese del Darfur settentrionale dilaniato da una guerra civile senza pietà.
Il religioso, la morte l’ha incontrata di notte durante gli scontri tra esercito governativo e Forze di supporto rapido: le schegge di un proiettile vagante l’ hanno ucciso mentre era in compagnia di due giovani.
Tra le nazioni africane, la Nigeria è quella nella quale, quest’anno, sono stati assassinati più sacerdoti ed operatori pastorali: tre preti e due seminaristi, vittime delle violenze, dei rapimenti e delle rapine che ormai da anni stanno imperversando nel Paese.
Non va meglio, però, ad Haiti, dove nel drammatico contesto dello scontro tra bande armate lo scorso 21 marzo le gang hanno assassinato due suore della stessa congregazione religiosa, ed in Messico, dove un prete è stato trovato morto dopo essere stato rapito.
Ma non è stata risparmiata neanche l’Europa. In Polonia, il 13 febbraio, un prete di 58 anni è stato trovato strangolato nella canonica della sua chiesa.
La lunga storia dei missionari uccisi
Nel corso dell’anno 2018 sono stati uccisi nel mondo 40 missionari, quasi il doppio rispetto ai 23 dell’anno precedente, e si tratta per la maggior parte di sacerdoti: 35.
Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica.
Secondo i dati raccolti dall’Agenzia Fides, nel 2018 sono stati uccisi 40 missionari: 35 sacerdoti, 1 seminarista, 4 laici.
In Africa sono stati uccisi 19 sacerdoti, 1 seminarista e 1 laica, 21; in America sono stati uccisi 12 sacerdoti e 3 laici, 15; in Asia sono stati uccisi 3 sacerdoti, 3; in Europa è stato ucciso 1 sacerdote, 1.
Tra il 2000 e il 2017, 447 missionari e missionarie hanno perso la vita in modo violento: 5 vescovi, 313 sacerdoti, 3 diaconi, 10 religiosi, 51 religiose, 16 seminaristi, 3 membri di istituti di vita consacrata, 42 laici e 4 volontari.
Ad accomunare molti di loro è l’età: quando sono stati uccisi in tanti avevano meno di 40 anni.
Il riconoscimento della Chiesa
Emblematica è la vicenda dei 19 martiri dell’Algeria, un vescovo, monaci, religiosi e religiose, uccisi tra il 1994 e il 1996 in circostanze diverse, che sono stati beatificati l’8 dicembre ad Oran.
«Vivevano in questo Paese svolgendo diverse missioni e furono forti e perseveranti nel loro servizio al Vangelo e alla popolazione, nonostante il clima minaccioso di violenza e di oppressione che li circondava - ha ricordato il card. Angelo Becciu nell’omelia della messa di beatificazione -.
Nel leggere le loro biografie si rimane colpiti nell’apprendere come tutti, pur consapevoli del rischio che li assediava, decisero coraggiosamente di restare al loro posto fino alla fine.
In essi si sviluppò una forte spiritualità martiriale radicata nella prospettiva di sacrificare se stessi e offrire la propria vita per una società riconciliata e di pace».
Il 26 maggio è stata beatificata suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, uccisa il 17 settembre 2006 a Mogadiscio, in Somalia, colpita a morte da alcuni sicari mentre si recava all’ospedale in cui prestava servizio.
Con lei rimase ucciso anche Mohamed Mahamud, la guardia musulmana che aveva tentato di salvarla.
Sono stati beatificati a Morales, in Guatemala, il 27 ottobre, il missionario francescano italiano Tullio Maruzzo, e il catechista indigeno Luis Obdulio Arroyo Navarro, francescano laico, primo beato martire nativo del Guatemala.
Più volte minacciato per la sua opera in difesa dei contadini, padre Tullio volle rimanere tra la sua gente, coadiuvato nella sua missione da Luis Obdulio.
Il 1° luglio 1981, al termine di una giornata di lavoro pastorale, mentre ritornavano in parrocchia, furono colpiti a morte.
Lucien Botovasoa, padre di famiglia, laico impegnato, maestro di scuola elementare, catechista, venne ucciso il 17 aprile 1947 in Madagascar, ed è stato beatificato il 15 aprile nel piccolo villaggio di Vohipeno, nella provincia di Fianarantsoa, dove era nato.
La sua giornata era scandita dalla preghiera, dall’impegno nella catechesi e per la sua famiglia, nel contesto di una vita vissuta in povertà francescana.
Nel clima di violenza indipendentista, le chiese vennero date alle fiamme e cominciò la caccia ai cristiani, e Lucien venne condannato a morte “perché seguace di Cristo”.
Nel villaggio di Meruri, nel Mato Grosso, è stata avviata l’inchiesta diocesana sulla vita e sul martirio di don Rodolfo Lunkenbein, salesiano, e dell’indigeno Simao Bororo, uccisi il 15 luglio 1976 nel cortile della missione salesiana di Meruri, dove erano impegnati ad evangelizzare e ad accompagnare gli indios nella difesa dei loro diritti.
Si è invece conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione di Mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, Arcivescovo di Bukavu, assassinato nel 1996.
L’Arcivescovo era noto per la sua schiettezza, il coraggio e la forza nel denunciare il male, l’ingiustizia e l’occupazione illegale del territorio congolese da parte di gruppi armati stranieri, che commettevano crimini e violenze contro la popolazione.
Il santo padre Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto che riconosce il martirio in odio alla fede, subito dal vescovo di La Rioja, Enrique Angelelli, da padre Carlos Murias, francescano conventuale, da don Gabriel Longueville, fidei donum francese, e dal laico Wenceslao Pedernera, organizzatore del Movimiento Rural Catolico uccisi in circostanze diverse in Argentina, tra luglio e agosto 1976.
La piaga dei sequestri e delle violenze
I missionari che raggiungono il riconoscimento del loro martirio da parte della Chiesa costituiscono quasi la punta dell’iceberg di questo calvario contemporaneo.
È quasi impossibile infatti compilare l’elenco di vescovi, sacerdoti, suore, operatori pastorali, semplici cattolici, operatori umanitari o membri di organizzazioni internazionali, che vengono aggrediti, malmenati, derubati, minacciati.
Come è impossibile censire le strutture cattoliche a servizio dell’intera popolazione, senza distinzione di fede o di etnia, come scuole, ospedali, centri di accoglienza, che sono state assalite, vandalizzate o saccheggiate.
Particolare dolore provocano poi le chiese profanate o incendiate, le statue e le immagini sacre distrutte, i fedeli aggrediti mentre sono raccolti in preghiera.
Agli elenchi provvisori stilati annualmente dall’Agenzia Fides, deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo.
Si è ormai purtroppo diffuso in diversi continenti il sequestro di sacerdoti e suore: alcuni si sono conclusi in modo tragico, come si evince anche dall’elenco dei missionari uccisi, altri con la liberazione degli ostaggi, altri ancora con il silenzio.
In Nigeria, specie negli stati meridionali, sono aumentati i rapimenti a scopo estorsivo di preti e religiosi, la maggior parte vengono liberati dopo pochi giorni, in alcuni casi però con conseguenze devastanti per la loro salute fisica e psichica.
Analogo fenomeno è frequente anche in America Latina.
La missione davanti alla disumanità
La forza del missionario sta nella convinzione che il Vangelo è proposta di vita pienamente umana.
Accogliendo il Vangelo, l'uomo non mortifica, ma esalta ed espande il suo essere, le sue potenzialità, le sue prospettive, secondo le dimensioni di Dio stesso che ci invita alla comunione con Lui.
Diventare umani è una vocazione ed un traguardo, non un dato; è un compito, non un processo naturale.
E per di più, inevitabilmente segnato da limiti e contrasti. Anzi, il missionario stesso esperimenta in sé la resistenza al Vangelo, poiché anch'egli è chiamato ad una pienezza di umanità che lo supera costantemente, lo attira ma gli costa anche.
Per il missionario stesso, accogliere la proposta del Vangelo significa aprire la sua umanità a Dio e aprirsi con umiltà all'umanità dell'altro.
È superamento della propria idolatria e quindi apertura alla solidarietà.
E a questo egli deve convertirsi e in questo cammino impegna la sua fede, la sua speranza e la sua capacità di amare.
Ma il Vangelo entra in un mondo che non è umano; un mondo che non conosce il Padre e non riconosce perciò i fratelli.
È quindi impossibile evitare lo scontro tra Vangelo e disumanità, tanto più quando questa assume le forme dell'arbitrio violento che non sopporta l'annuncio disarmato e mite del Vangelo.
Aprendoci a tutto l'umano e a tutti gli umani, il Vangelo ci introduce in un cammino di crescita umile al quale ognuno di noi fa fatica ad adeguarsi.
Il missionario, uomo del Vangelo, si scontra così inevitabilmente con la resistenza interiore e con l'opposizione esteriore.
E nella misura in cui resiste nella sua lotta diventa testimone, martire: nello stesso tempo testimone di una umanità più piena e della fede che ne è la sorgente.
Il beato Conforti aveva espresso con lucidità questa caratteristica martiriale della consacrazione alla missione, “cui se manca l'intensità dello spasimo supplisce la continuità di tutta la vita”.
La speranza che nasce dal sacrificio
“Guarda o Signore a tanti milioni di fratelli che soffrono sete di giustizia, di verità, di pace, di amore”.
Anche la speranza dei missionari e degli operatori pastorali che muoiono uccisi è «una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male».
Questi fratelli e sorelle possono sembrare dei falliti, ma oggi vediamo che non è così.
Adesso come allora, infatti, il seme dei loro sacrifici, che sembra morire, germoglia, porta frutto, perché Dio attraverso di loro continua a operare prodigi, a cambiare i cuori e a salvare gli uomini.
La Chiesa ha sempre venerato i martiri non per pietà cioè come dire poverini, sono morti innocenti, ma perché sono una spina nel fianco, che attraversa i tempi, e ricorda che non è vero che i soldi comprino chiunque o permettano sempre qualsiasi cosa.
Presentando questi martiri, vorremmo evitare di cadere nella “retorica” del martirio. La sua esaltazione rischia di presentare al non credente un’immagine falsa della fede, quasi che questa comportasse l’esaltazione del sacrificio in quanto tale.
In realtà, ciò che si magnifica è la forza del bene.
Ed è così difatti che il martirio diventa segno di speranza; esso mostra che la resistenza del bene è più tenace della violenza aggressiva del male.
Questi nostri fratelli testimoni sono stati miti e decisi; non hanno scelto la loro fine, ma avevano scelto le premesse che l’hanno resa inevitabile.
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