Preghiera sulle opere di misericordia

“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). Prima di essere un comando, queste parole di Gesù sono la rivelazione di una possibilità: esse attestano la possibilità per l'uomo di partecipare alla misericordia di Dio, ovvero di dare vita, di mostrare tenerezza e amore, di fare grazia, di con-soffrire con chi soffre, di sentire l'unicità dell'altro e di essergli vicino, di perdonare, di sopportare l'altro e di pazientare con le sue lentezze e le sue inadeguatezze.

La misericordia, secondo il linguaggio biblico, la si fa (cf. Gen 19,19; 2 1 ,23; 24, I 2; 40,14; Es 20,6; Dt 5,10; Rt 1,8; eccetera); “Va' e anche tu fa' lo stesso” (Lc 10,37), dice Gesù al dottore della Legge a cui ha narrato la parabola del samaritano. La preghiera sulle opere di misericordia chiede dunque un cuore disposto a lasciarsi trasformare dall’amore di Dio e a tradurre la fede in gesti concreti, parole vere e intercessione.

La misericordia nasce dall’amore di Dio

Se “misericordioso e compassionevole” è il nome di Dio (cf. Es 34,6; Sal 86,15; 103,8; I 11,4; eccetera), Gesù di Nazaret ha dato un volto d'uomo a tale misericordia e compassione e l'ha narrata nella sua vita (cf. Mc 1,41; 6,34; Lc 7,13; eccetera) e, dietro a lui, per la fede in lui e l'amore per lui, anche il discepolo del Signore può vivere la misericordia.

Nella Bibbia la misericordia non è semplicemente un'emozione, un fremito delle viscere di fronte al soffrire altrui: essa nasce come acuta risonanza in me del soffrire altrui, ma diventa poi etica, prassi, virtù. Così avviene per il samaritano della parabola, che fa tutto ciò che è in suo potere per alleviare concretamente le sofferenze dell'uomo lasciato moribondo ai lati della strada (cf. Lc 10,29-37).

I discepoli dunque conoscono ormai la volontà di Dio: la misericordia (“Misericordia io voglio e non sacrifici”: Mt 12,7); e sanno anche come volerla essi stessi e come praticarla: seguendo le tracce del cammino percorso da Gesù e mettendosi alla scuola di lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Fondamento della transitività da Dio all'uomo della capacità di “fare misericordia” è il comando dato da Gesù di amare e la prassi di amore che egli stesso ha vissuto: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34); “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi” (Gv 15,9).

Fede, preghiera e opere

Questo amore non può che essere concreto e visibile, effettivo e non semplicemente affettivo, operativo e pratico e non solo intimo e inespresso. La Prima lettera di Giovanni lo ricorda a più riprese: “Non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità (in opere et veritate)” Gv 3,18); “Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?” (1 Gv 3,17); “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.

Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza calore?

Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Nel III secolo Cipriano di Cartagine dedica un breve trattato a Le buone opere e l'elemosina e nella sua opera La preghiera del Signore afferma che la preghiera, per essere ascoltata, deve essere accompagnata da “opere di bene” [8].

Le opere di misericordia corporale

Il Nuovo Testamento trova nella pagina del giudizio universale di Matteo 25,31-46 una esemplificazione e un elenco di sei gesti di carità che, fatti a un povero, a un piccolo, sono in verità fatti a Gesù stesso: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36).

Le sette opere di misericordia corporale sono:

  • Dar da mangiare agli affamati.
  • Dar da bere agli assetati.
  • Vestire gli ignudi.
  • Alloggiare i pellegrini.
  • Visitare gli infermi.
  • Visitare i carcerati.
  • Seppellire i morti.

La misericordia trova un'infinità di espressioni e di manifestazioni assolutamente non racchiudibile in un elenco, ma la proliferazione di “liste” attestata nella produzione letteraria cristiana antica non solo non smentisce questa affermazione, ma la conferma: essa cerca proprio di esprimere il carattere non misurabile e non contenibile della misericordia.

Queste opere, infatti, si situano sempre tra un elemento perenne (l'esigenza e il fondamento divini) e uno cangiante (i differenti bisogni della creatura umana). Lungi dunque dal voler esaurire le possibilità della misericordia, le liste sono indicative e, mentre affermano delle istanze basilari dell'essere umano e della sua dignità, vanno accolte come sollecitazione della creatività e dell'intelligenza dei credenti nella storia perché la carità non sia solamente un gesto “buono”, ma anche “profetico”.

Dar da mangiare agli affamati

“Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Matteo 25,35). Questa prima opera di misericordia corporale chiede anzitutto di aprire gli occhi sulla fame e sulla povertà del mondo dove la fame comporta non solo assenza di cibo, ma anche impossibilità a curare la salute, ad accedere alla scuola, ad avere un lavoro e un reddito.

La permanenza della povertà nel mondo ci dice che la misericordia deve diventare costume di vita, deve portarci a verificare lo stile dei nostri consumi, ad evitare tutto ciò che è superfluo per destinarlo ai poveri ai quali appartiene, a praticare perciò non solo l’elemosina, ma la condivisione, la comunione con gli altri.

Dar da mangiare agli affamati, infatti, invita all’astensione da consumi superflui, ci sprona a fare qualche digiuno serio, per devolvere una somma adeguata in denaro per vincere la fame nel mondo.

Dio, Padre di misericordia, ha alimentato nel corso dei secoli il suo Popolo e lo continua a fare ogni giorno mettendo sulla nostra tavola il cibo che mangiamo. Per questo appare molto opportuno che nelle famiglie si diffonda l’abitudine di recitare una preghiera prima dei pasti e di ringraziare Dio alla fine, per i suoi benefici.

Nel Giubileo straordinario della misericordia il dono quotidiano degli alimenti deve ravvivare in noi non soltanto il ringraziamento a Dio, ma anche la preoccupazione per quei fratelli che non possono contare su un sostentamento quotidiano.

Rivolgiamo il nostro sguardo a Cristo e ammiriamo come moltiplica i pani e i pesci per saziare la folla affamata. “Date loro voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13), risponde, e subito dopo opera il portentoso miracolo che riempie tutti di sorpresa.

Le occasioni - molto diverse - non mancheranno se pratichiamo la carità: per esempio, dedicare periodicamente un certo tempo alle organizzazioni di solidarietà; farsi coinvolgere in questa stessa attività anche come occupazione professionale; contribuire con aiuti economici a queste iniziative; lavorare per modificare le leggi che impediscono un giusto commercio dei prodotti alimentari; evitare in casa propria lo spreco di cibo…

Come vivere questa opera di misericordia? Quando andiamo a fare la spesa prendiamoci la buona abitudine di riservare qualcosa della nostra spesa per i poveri: inventiamo una “borsa” per il povero per portarla alla Caritas o all’Emporio solidale.

Dar da bere agli assetati

“Perché ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Matteo 25,35). Dar da bere agli assetati è la seconda opera di misericordia corporale, ed è un invito ad astenerci dalle bevande costose, a soffrire anche un po’ la sete pensando a quanti nel mondo del 2000 muoiono ancora di sete, e a offrire una somma adeguata di denaro per estinguere la sete nel mondo.

Donare acqua è un’opera molto attuale che deve impegnare non solo le nazioni ricche ma anche la chiesa e i singoli cristiani a prendere forti iniziative per debellare il flagello della sete che colpisce molte popolazioni e della siccità che brucia le loro campagne.

Senza acqua non si può vivere, non si può coltivare, è impossibile l’igiene, problematica la prevenzione come anche la cura delle malattie.

Come vivere questa opera di misericordia? Stando attenti a non sprecare le risorse dell’acqua, a non inquinare ma soprattutto aiutare quei progetti che finanziano la costruzione di pozzi e sistemi d’irrigazione.

Vestire gli ignudi

“Perché io ero nudo e mi avete vestito” (Matteo 25,36). Gente che non ha la sufficienza per coprirsi ce n’è sempre nel mondo. Lo diceva tanti e tanti secoli fa anche il libro di Giobbe (24,7): “Nudi passan la notte, senza panni, non hanno da coprirsi contro il freddo”.

Ci sono nudità da intendersi in senso letterale come impossibilità, cioè, di coprirsi per difendersi dal freddo, e per presentarsi dignitosamente agli altri: è la nudità più umiliante, segno e frutto di estrema povertà.

Vestire gli ignudi non vuol dire soltanto proteggere il corpo dalle intemperie; invita anche ad aiutare una persona a conservare la propria dignità.

E’ opera di misericordia donare un vestito, indumenti intimi, calzature a chi ne è privo. E’ misericordia vera se gli indumenti donati sono in ottimo stato, possibilmente nuovi, acquistati con nostro sacrificio, magari risparmiando sui nostri vestiti, evitando l’esibizionismo del capo firmato.

Il problema è quello di vedere queste persone non come poveri oggetto della nostra pietà ma come persone nella loro dignità. Anche qui perché non preoccuparci quando andiamo a comprarci un capo di abbigliamento provare a pensare di acquistarlo per una persona bisognosa?

Questo non significa che non dobbiamo più dare vestiti già usati. Non sempre quello che noi indossiamo può servire per altre popolazioni in altre parti del mondo: a volte più che dare vestiti sarebbe meglio fornire alle popolazioni locali strumenti e macchine per fabbricarsi loro i vestiti secondo i loro usi e costumi.

Alloggiare i pellegrini

“Perché io ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25,36). Nella realtà odierna ospitare i pellegrini non è offrire un semplice aiuto, ma aprirsi alla persona e non soltanto ai suoi bisogni.

Accogliere il pellegrino, lo straniero, è fare loro spazio nella propria città, nelle proprie leggi, nella propria casa, nelle proprie amicizie, mentre spesso oggi l’aridità d’animo non è sensibile alle necessità del fratello che si trova in stato di bisogno.

Una cultura dell’ospitalità ha come base l’ascolto. Ascoltare lo straniero significa accoglierne l’appello e assumere la responsabilità di una risposta.

Significa anche accettare di togliersi le lenti deformanti dei pregiudizi, delle verità prefabbricate, degli slogan, dei luoghi comuni, per avvicinarsi a lui, ascoltarlo e vedere modificato il proprio giudizio.

L’ascolto implica la sospensione del giudizio, ovvero la rinuncia al pregiudizio e l’accettazione che sia l’altro a definirsi e a farsi conoscere: si assisterà così al passaggio dall’altro come “categoria” all’altro come “persona”.

Inoltre, per accogliere l’altro occorre umiltà e curiosità. L’umiltà di chi ritiene che l’altro possa sempre portare qualcosa alla mia umanità e la curiosità di chi si apre con simpatia alle usanze culturali dell’altro.

Infine ospitare un altro implica il dialogo e la conoscenza della storia personale dell’altro.

Visitare gli infermi

“Perché io ero malato e mi avete visitato”. (Matteo 25,36). C’è sempre qualche malato o anziano cui regalare un po’ di quella vita che la malattia ruba.

Visitare è testimoniare una vicinanza concreta che non esige parole inutili ma anche solo una mano da tenere stretta, una carezza da regalare, una preghiera da fare insieme.

Il malato ha bisogno di umanità. La sua condizione lo rende particolarmente sensibile all’affetto, al colloquio, al rapporto personale.

C’è qui un grande spazio per l’esercizio della misericordia, soprattutto per i malati che non hanno nessuno e che, per la lontananza dalla propria residenza, più difficilmente vedono parenti e amici.

Dovunque ci sono malati, lì il Signore dà appuntamento ai cristiani. Quando avviciniamo un infermo o un anziano incontriamo sempre Gesù.

Come vivere quest’opera di misericordia? Nel fare il bene occorre discrezione: soprattutto visite brevi.

Quando poi un malato è grave o soffre molto, e meglio che gli stia attorno soltanto chi lo può assistere: non sarebbe un’opera di misericordia caricare sul malato anche la fatica di ricevere gente, di dover sentire i loro discorsi, di dover parlare.

Assistere i malati e diverso dal visitare i malati ed è molto più impegnativo.

Visitare i carcerati

“Perché io ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25,36). Possiamo affermare che è dovere dei discepoli di Gesù Cristo conoscere questo triste affare e usare misericordia, almeno nel profondo del nostro cuore.

Visitare i carcerati oggi non vuole significare soltanto andare dentro un carcere, ma anche aiutare e sostenere con partecipazione e condivisione i congiunti che sono fuori, in un carcere invisibile costituito dall’emarginazione e dall’indifferenza in cui sono costretti a vivere.

Stretto tra disperazione e rivolta, il carcerato ha bisogno di un volto che lo ascolti e gli parli, gli faccia sapere con sua presenza e la sua accoglienza che è più grande degli atti chi ha commesso e che a essi non è riducibile.

Il contatto epistolare e particolarmente utile e importante. Per una comunità cristiana sarebbe importante conoscere e sapere se ci sono dei parrocchiani in prigione e provare ad instaurare contatti con la famiglia di origine.

Seppellire i morti

Quest’opera di misericordia ci porta a vivere intimamente la Pasqua di Cristo nei fedeli che muoiono. Partecipando al Rosario e alla santa Messa insieme ai familiari del defunto, tutta la Chiesa prega per i suoi figli incorporati, per mezzo del Battesimo, a Cristo morto e risorto, perché con lo stesso Signore nostro Gesù passino dalla morte alla vita.

I gesti che si compiono in quella occasione, come l’aspersione con l’acqua benedetta, l’incensazione e la processione che accompagna il defunto in chiesa e al cimitero, e tutte le preghiere che si innalzano a Dio, ci dicono con chiarezza che quei corpi attendono la beata speranza della risurrezione.

Partecipare ai funerali, non per semplice convenienza, ci viene data la possibilità di immergerci nella riflessione sulla morte, sulla caducità della vita e sulla vanità di tutta la nostra superbia.

Ci sono due maniere di partecipare a un funerale: per convenienza sociale o per pietà cristiana. Nel primo caso è solo una presenza, che, quando è educata, è rispettosa e silenziosa. Nel secondo caso è una partecipazione attiva alla preghiera, alla liturgia, all’eucarestia.

Evidentemente solo così la partecipazione al funerale diventa un’opera di misericordia.

Le opere di misericordia spirituale

Le sette opere di misericordia spirituale sono:

  • Consigliare i dubbiosi.
  • Insegnare agli ignoranti.
  • Ammonire i peccatori.
  • Consolare gli afflitti.
  • Perdonare le offese.
  • Sopportare pazientemente le persone moleste.
  • Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale in quest’Anno della verità. Le prime ci hanno ispirato sull’esempio di Gesù Buon Samaritano, le seconde ci conducono allo stile di Gesù Maestro Buono e sono molto più impegnative.

Richiedono tempi e modi adeguati, esperienza e pratica di ascesi personale, virtù provata e sicura: chi accompagna può farlo se del cammino ha sperimentato e conosce tutte le fatiche.

Se la fantasia creativa sorregge le opere di carità, l’intelligenza lucida e umile sostiene le opere che vanno diritto alla mente e al cuore delle persone. Occorre molta preghiera per essere di aiuto.

Consigliare i dubbiosi

Le persone insicure, ansiose, fragili psicologicamente, bisognose di essere ascoltate, per chiarirsi interiormente, si incontrano ad ogni passo e in ogni ambiente.

Le persone sole sono una moltitudine: ci sono anziani che si sentono e sono considerati inutili, perché improduttivi; ci sono persone con handicap fisici e psichici e ci sono i loro familiari, anch’essi emarginati; ci sono individui accasciati da disgrazie, che lentamente sono diventati misantropi, scontenti.

L’opera di misericordia chiamata in causa da questa moderna e diffusa povertà, si chiama “ascolto”: tempo dato all’ascolto, disponibilità ad ascoltare anche quando c’è poco tempo e ci sono molte faccende importanti da sbrigare.

La cosa più importante nella vita è la persona, è l’avviare un dialogo, l’aprire un rapporto.

Insegnare agli ignoranti

Le tipologie di ignoranza sono numerose. La più conosciuta è la carenza di istruzione scolastica elementare.

In realtà dall’alfabetizzazione dipende, in buona parte, la soluzione di altri gravi problemi: la fame, la malattia, la povertà.

Chi sa leggere e scrivere può comunicare con gli altri, è più autonomo, ha il senso della propria dignità, prevenendo le malattie.

Chi, all’alfabetizzazione aggiunge la formazione professionale, è in grado di lavorare la terra, di sfruttare le acque e le risorse naturali, di capire i suoi diritti e i suoi doveri, di esigere rispetto, di opporsi allo sfruttamento.

C’è anche l’ignoranza delle verità religiose: è la meno percepita, ma è la più grave, perché impedisce di conoscere Dio e il suo amore e, di conseguenza, di capire il senso della propria vita.

Ognuno è chiamato a diffondere il dono della fede, con discrezione, umiltà, coraggio.

Ammonire i peccatori

Peccatori da ammonire siamo tutti noi e tutti siamo invitati a richiamare i fratelli che sbagliano. Nessuno deve perdersi; ogni caduta è una sconfitta per tutti.

Il Signore Gesù ci ha indicato il comportamento coerente dicendoci: “Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo, fra te e lui solo: se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello” (Matteo 18,15).

La correzione fraterna è un’arte difficile: esige delicatezza, rispetto, discrezione, gradualità, umiltà.

In ogni caso è un dovere cristiano e parte dal principio che ognuno è responsabile dei propri fratelli.

Consolare gli afflitti

Le afflizioni sono espressioni di una sofferenza così intensa e continuativa, da generare la prostrazione dell’animo e l’oscuramento della speranza.

Giustamente, all’opera di misericordia, è stata attribuita l’identità di consolazione: “Con-solare”, stare con le persone sole.

E’ importante infatti in simili momenti sentire a fianco qualcuno disponibile a camminare insieme e insieme cercare una soluzione.

L’opera di misericordia per essere efficace deve proporsi la scomparsa o l’attenuazione dell’angoscia.

Perciò ci si deve adoperare per individuare le cause dell’afflizione e rimuoverle, ad esempio, facendo chiarezza sulla malattia, organizzando solidarietà economiche, facilitando il recupero del dialogo interrotto in famiglia o della stima nell’ambiente di lavoro.

Perdonare le offese

Il perdono dei nemici è l’impegno più difficile che ci ha affidato il Signore. Ce lo ha presentato con caratteristiche precise; come obbligo: “Avete inteso che fu detto, amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. (Matteo 5,43).

Come segno della novità cristiana, ossia della nascita alla vita nuova: “perché siate figli del Padre celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. (Matteo 5,43).

Come condizione per ottenere il perdono: “Pregate così ” …rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. (Matteo 6,12).

L’insistenza con cui Gesù ha indicato con la parola e con la sua testimonianza personale la strada del perdono, aiuta a cogliere la ricchezza spirituale che esso contiene: spesso è causa di conversione ed è comunque una strada di evangelizzazione.

Sopportare pazientemente le persone moleste

Molestia è tutto ciò che disturba la nostra quiete, riduce la nostra sicurezza, scompagina i nostri piani.

La sapienza cristiana ci porta a distinguere tra molestia e molestia.

Il dovere di sopportare non coincide con il martirio. Il primo dovere è di evitare noi le molestie agli altri, assumendo l’abitudine di interrogarci sui riflessi delle nostre azioni.

Infine dobbiamo accettare i disagi inevitabili. Le piccole croci che scaturiscono dalla convivenza e dalla diversità ci possono aiutare a maturare in umanità.

Pregare Dio per i vivi e per i morti

Questa è l’unica opera che comporta un esplicito richiamo alla fede. Essa lascia quasi trasparire il senso della nostra debolezza, la fatica a praticare la misericordia nella vita quotidiana: per questo ci appelliamo alla fonte, affidiamo i nostri fratelli alla Misericordia Divina.

La preghiera è l’atto di più grande misericordia. In ultima analisi è il Signore che cambia il cuore degli uomini e delle donne; è Lui il padrone della natura e della storia, della malattia e della salute; è Lui l’unico veramente capace di far andare un po’ meglio il mondo.

La preghiera per i vivi e per i morti è un atto di fede nella realtà del Corpo Mistico.

La Scrittura ci invita a pregare per ogni necessità nostra e degli altri. Dobbiamo pregare soprattutto per le persone che il Signore ci ha messo accanto o che ci ha fatto incrociare sul nostro cammino: il sacerdote per i suoi fedeli, la mamma per i figli e per il marito, il maestro per gli alunni, il medico per i suoi pazienti e viceversa.

Anche i nostri morti devono entrare nell’orizzonte della nostra preghiera: sono uniti a noi, perché sono uniti a Cristo.

Le opere di misericordia nella tradizione cristiana

Già l'Antico Testamento ha enucleato alcune di queste realizzazioni visibili della carità che sono atti di liberazione (cf. Is 58,6) del povero e del bisognoso: “Dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo” (Is 58,7).

Visitare i malati (cf. Sir 7,35), consolare gli afflitti (cf. Sir 48,24), seppellire i morti, fare l'elemosina ai poveri, nutrire chi è privo di cibo e vestire chi è nudo (cf. Tb 1,16-18), sono tratti di questa declinazione pratica dell'amore per il prossimo che sono delineati già nell'Antico Testamento.

Il giudaismo, che fin dal i secolo a.C. aveva familiarità con l'idea di “opere di misericordia” e che a volte le chiamava “bei comandamenti [1], affermerà che “il mondo poggia su tre fondamenti: sulla Torà, sul culto e sulle opere di misericordia (ghemilut chasadim)” [2].

La tradizione giudaica afferma ancora che le opere di misericordia abbracciano un ambito molto più vasto della sola elemosina e sono molto più grandi di essa: L'elemosina viene fatta solo con il denaro, le opere di misericordia con il denaro e con tutta la persona; l'elemosina viene fatta solo al povero, le opere di carità vengono fatte sia ai poveri che ai ricchi; l'elemosina viene fatta solo ai viventi, le opere di carità riguardano sia i vivi che i morti [4].

“Non si può praticarle se non ci si innalza dal piano dell'avere a quello dell'essere. Per praticarle bisogna impegnarsi personalmente. La qualità dei rapporti umani è fondamentale se si vuole 'fare' un'opera di misericordia” [5].

Insomma, alla radice delle opere di carità vi è il volto del Dio misericordioso e il bisogno dell'uomo: esse nascono dall'esperienza dell'amore di Dio e realizzano il comando dell'amore del prossimo.

La dimensione spirituale e materiale della misericordia

L'idea di “opere di misericordia spirituali” [12], accanto a quelle rivolte al “corpo” dell'uomo, sembra nascere dall'interpretazione allegorica del testo di Matteo 25 da parte di Origene: le opere lì indicate hanno una valenza “materiale”, ma anche una “spirituale”.

In verità, che intendiamo i benefici in senso semplice e materiale o in senso spirituale, una cosa è certa: che chi compie un'opera buona in un senso o nell'altro, e nutre anime con alimenti spirituali, o farà qualsiasi altra specie di opera buona per amore di Dio, è al Cristo affamato e assetato che dà da mangiare e bere [13].

Commentando il Vangelo secondo Matteo, Teofilatto scrive: “Adempi queste sei forme di carità sia materialmente che spiritualmente, infatti duplice è la nostra natura: noi siamo anima e corpo” [15].

La duplice dimensione materiale e spirituale delle opere di misericordia è espressa da Agostino di Ippona con il binomio “dare e condonare: dare dei beni che possiedi, e condonare i mali che subisci” [17].

Egli aggiunge: “Su queste due specie di opere di misericordia ascoltate come seppe ben compendiarle in una breve massima il Signore, maestro buono . [Egli] disse: Perdona- te e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato (Lc 6,37-38) [18].

Fa elemosina non soltanto chi dà da mangiare all'affamato, dà da bere all'assetato, chi veste l'ignudo, chi accoglie il pellegrino, chi nasconde il fuggitivo, chi visita l'infermo o il carcerato, chi riscatta il prigioniero, chi corregge il debole, chi accompagna il cieco, chi consola l'afflitto, chi cura l'ammalato, chi orienta l'errante, chi consiglia il dubbioso, chi dà il necessario a chiunque ne abbia bisogno, ma anche chi è indulgente con il peccatore [19].

Chi, perdonando la colpa, rimette a chi l'ha commessa contro di lui, senza dubbio fa l'elemosina [20].

Può avvenire che tu non abbia da dare ai poveri né oro, né argento né vesti né grano né vino e neppure olio; ma quanto ad amare tutti gli uomini, a volere per gli altri ciò che vuoi per te e perdonare ai tuoi nemici, non potrai mai trovare giustificazioni per non farlo.

Una preghiera per vivere la misericordia

O Signore, desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te.

Che il più grande attributo di Dio, cioè la Sua incommensurabile Misericordia, giunga al mio prossimo attraverso il mio cuore e la mia anima.

Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto.

Aiutami, o Signore, a far sì che il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo, che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori ed ai gemiti del mio prossimo.

Aiutami o Signore, a far sì che la mia lingua sia misericordiosa e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono.

Aiutami, o Signore, a far sì che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, in modo che io sappia fare unicamente del bene al prossimo e prenda su di me i lavori più pesanti e più penosi.

Aiutami, o Signore, a far sì che i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza.

Aiutami, o Signore, a far sì che il mio cuore sia misericordioso, in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo.

Alberghi in me la Tua Misericordia, o mio Signore.

Preghiera conclusiva sulle opere di misericordia

Nel nostro cammino cerchiamo di amare il Signore con tutto il cuore e di compiere le opere di Misericordia per amore Suo come ha chiesto Gesù a Santa Faustina: “Figlia Mia, se per tuo mezzo esigo dagli uomini il culto della Mia Misericordia, tu devi essere la prima a distinguerti per la fiducia nella Mia Misericordia.

Esigo da te atti di Misericordia, che debbono derivare dall’amore verso di Me. Devi mostrare Misericordia sempre e ovunque verso il prossimo: non puoi esimerti da questo, né rifiutarti né giustificarti.

Ti sottopongo tre modi per dimostrare Misericordia verso il prossimo: il primo è l’azione, il secondo è la parola, il terzo la preghiera. In questi tre gradi è racchiusa la pienezza della Misericordia ed è una dimostrazione irrefutabile dell’amore verso di Me.

In questo modo l’anima esalta e rende culto alla Mia Misericordia. Sì, la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l’azione ed esigo il culto della Mia Misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all’immagine che è stata dipinta.

Per mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte, non serve a nulla senza le opere”.

O mio Gesù, aiutami Tu direttamente in tutto, poiché vedi quanto sono piccolina e per questo conto unicamente sulla Tua bontà, o Dio.

“Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a Me” (Mt 25, 40).

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