Il pontificato di Papa Montini: Paolo VI tra Concilio, dialogo e rinnovamento della Chiesa

San Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, è stato il 262º vescovo di Roma e papa italiano a partire dal 21 giugno 1963 fino alla morte. Il suo pontificato fu segnato soprattutto dalla conclusione del Concilio Vaticano II, dal dialogo con il mondo contemporaneo, dai viaggi apostolici, dall’attenzione alla pace e ai problemi sociali, nonché da decisioni controverse come l’enciclica Humanae vitae.

Montini venne eletto dopo la morte di Giovanni XXIII e assunse il nome di Paolo, con un chiaro riferimento all’apostolo evangelizzatore. Fu un pontefice di continuità e insieme di trasformazione: portò a termine il Concilio convocato dal predecessore, riformò aspetti importanti della vita ecclesiale e cercò di mantenere l’unità della Chiesa in una stagione segnata dalla secolarizzazione, dal consumismo, dalle contestazioni politiche e dai profondi mutamenti culturali.

Paolo VI durante il Concilio Vaticano II

Origini, formazione e ordinazione sacerdotale

Giovanni Battista Montini nacque il 26 settembre 1897 a Concesio, un piccolo paese all’imbocco della Valtrompia, a nord di Brescia, dove la famiglia Montini aveva una casa per le ferie estive. Il 30 successivo fu battezzato con i nomi di Giovanni Battista, Enrico, Antonio, Maria. La famiglia era di estrazione borghese e cattolica, impegnata nella vita sociale e politica.

I genitori, l’avvocato Giorgio Montini e Giuditta Alghisi, si erano sposati nel 1895 ed ebbero tre figli: Ludovico, nato nel 1896, che divenne avvocato, deputato e senatore della Repubblica, Giovanni Battista e, nel 1900, Francesco, medico. Il padre, al momento della nascita del futuro pontefice, dirigeva il quotidiano cattolico Il Cittadino di Brescia e fu poi nominato deputato per tre legislature nel Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo.

Tra il 1903 e il 1915 Battista frequentò come esterno, con interruzioni dovute alla salute precaria, le scuole elementari, il ginnasio e parte del liceo nel collegio Cesare Arici, tenuto a Brescia dai gesuiti. Partecipò inoltre ai gruppi giovanili animati dagli oratoriani di Santa Maria della Pace, uno dei luoghi socialmente più avanzati e dal punto di vista religioso più aperti del cattolicesimo bresciano.

Tra i preti oratoriani incontrati alla Pace incisero nella vita di Battista soprattutto Giulio Bevilacqua e Paolo Caresana, che fu suo direttore di coscienza e confessore dal 1913. Proprio in quell’anno prese a frequentare a Chiari una comunità di monaci benedettini lì trasferitisi dalla Francia e fu allora che iniziò a maturare in lui l’idea di prepararsi al sacerdozio.

Nel 1907 compì il suo primo viaggio con la famiglia a Roma, in occasione di un’udienza privata di papa Pio X. Nel giugno dello stesso anno gli vennero impartiti i sacramenti della prima comunione e della cresima. Nel 1916 ottenne la licenza presso il liceo statale “Arnaldo da Brescia” e nell’ottobre dello stesso anno entrò, sempre come studente esterno, nel seminario della sua città.

Dall’autunno del 1916 Battista seguì le lezioni del Seminario di Brescia come uditore esterno e il 29 maggio 1920 nella cattedrale di Brescia fu ordinato sacerdote dal vescovo Giacinto Gaggia. Il giorno successivo celebrò la sua prima Messa nel Santuario delle Grazie.

La Chiesa celebra la memoria liturgica di san Paolo VI il 29 maggio. È stato scelto questo giorno, lo stesso dell’ordinazione presbiteriale nel 1920, perché il 6 agosto, data della sua morte, è la festa della Trasfigurazione del Signore.

Gli studi e il servizio diplomatico

Nel novembre del 1920 si trasferì a Roma. Si iscrisse ai corsi di diritto civile e di diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana e a quelli di lettere e filosofia all’Università statale. Dopo un incontro con il sostituto della Segreteria di Stato, Giuseppe Pizzardo, avvenuto il 26 ottobre 1921, fu destinato al servizio diplomatico e il 20 novembre entrò nella Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici.

Nel 1923, per volere di mons. Giuseppe Pizzardo, fu avviato agli studi diplomatici presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Tra il giugno e l’inizio d’ottobre del 1923 venne mandato in Polonia come addetto alla nunziatura apostolica di Varsavia per un periodo di prova, dal quale fu richiamato a Roma.

Rientrato in Italia, nel 1924 conseguì tre lauree: in filosofia, diritto canonico e diritto civile. Il 24 ottobre 1924 entrò infatti in Segreteria di Stato e nell’aprile 1925 vi fu promosso minutante. La formazione di Montini fondeva cultura pastorale, preparazione teologica, competenze giuridiche e conoscenza della diplomazia ecclesiastica.

L’impegno nella FUCI

Nel 1919 entrò nella FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Verso la fine di novembre fu nominato assistente ecclesiastico del Circolo universitario cattolico romano, inserito nella FUCI, e per circa un anno si dedicò quasi esclusivamente a un incarico poi combinato con il servizio diretto della Santa Sede.

Nell’ottobre 1925 fu nominato assistente ecclesiastico nazionale della FUCI. Collaborò a fianco del presidente nazionale Igino Righetti, che era stato nominato nello stesso anno. L’incarico con gli universitari lo portò a moltiplicare viaggi faticosi per tutta l’Italia, in una situazione per più d’un motivo complessa e difficile.

La FUCI viveva un momento critico e l’assistente Montini e il presidente Igino Righetti dovettero lentamente conquistarsi la fiducia dei fucini. La riorganizzazione della FUCI passò anche attraverso lo sviluppo della stampa: la rivista Studium e i nuovi periodici La Sapienza, dal 1926, e Azione Fucina, dal 1928, dove l’assistente ecclesiastico pubblicò quasi duecento scritti.

Alcuni furono raccolti nel volumetto Coscienza universitaria del 1930. La Società editrice Studium stampò poi tre suoi libri: La via di Cristo, sui «precetti della morale cattolica», nel 1931, Introduzione allo studio di Cristo nel 1934 e Introduzione al dogma cattolico nel 1935.

Nella stessa facoltà già nel 1931 aveva assunto l’insegnamento di storia della diplomazia pontificia, che mantenne fino al 1937. Nell’attività di formazione vanno inquadrate anche le versioni di due opere francesi che pubblicò con sue introduzioni presso l’editrice Morcelliana di Brescia: nel 1928 i Tre riformatori: Lutero Cartesio Rousseau di Jacques Maritain e nel 1934 La religione personale del gesuita Léonce de Grandmaison.

Il rapporto con il fascismo e la collaborazione con Pio XI

Il clima politico e culturale imposto dal fascismo s’era intanto fatto asfissiante per la FUCI e per altre organizzazioni cattoliche. Già nel corso del 1925 si ebbero ripetute e gravi violenze contro i cattolici in diverse città, e le ostilità si moltiplicarono fino alla crisi del 1931.

Il 29 maggio Benito Mussolini diede ordine ai prefetti di sciogliere in tutta Italia le associazioni giovanili cattoliche. La reazione di Pio XI fu molto energica e arrivò il 29 giugno alla pubblicazione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, fortemente polemica contro la decisione governativa.

Nei giorni immediatamente precedenti, nel timore che ne fosse impedita la pubblicazione in Italia, Montini ebbe l’incarico di portarne in incognito il testo alle Nunziature di Monaco e di Berna. Antifascista per formazione familiare e per convinzione, Montini aveva espresso già nel 1926, in una lettera scritta ai familiari il 4 novembre, un duro giudizio sul regime che aveva propiziato eccessi e violenze.

Il cammino della FUCI fu reso ancor più difficile da alcuni ambienti ecclesiastici in un contesto cattolico italiano diviso non solo sul giudizio a proposito del regime fascista ma anche su indirizzi e scelte d’ordine culturale e spirituale. Fattasi insostenibile la situazione, nel 1933 Montini presentò le dimissioni dall’incarico nella FUCI, che furono accettate e pubblicate.

Nel 1931 Montini venne incaricato di visitare celermente Germania e Svizzera, per organizzare la diffusione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, nella quale Pio XI condannava lo scioglimento delle organizzazioni cattoliche da parte del regime fascista. Nel 1933, sia perché contro di lui erano corse accuse di liturgismo e di antigesuitismo sia per i sempre maggiori impegni in Segreteria di Stato, lasciò l’incarico.

La Segreteria di Stato e il rapporto con Pio XII

Il 13 dicembre 1937 venne nominato sostituto della Segreteria di Stato; iniziò a lavorare strettamente al fianco del cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli. La candidatura, che lo poneva ai vertici della Santa Sede, fu sostenuta da Pacelli, prevalendo su quella del segretario personale del papa, Carlo Confalonieri.

Nel 1938 accompagnò a Budapest il segretario di Stato, legato pontificio al trentaquattresimo congresso eucaristico internazionale. Il 10 febbraio 1939 Pio XI morì per un improvviso attacco cardiaco e, alle soglie della Seconda guerra mondiale, Eugenio Pacelli venne eletto pontefice con il nome di Pio XII.

Eletto papa Pacelli, Montini restò sostituto anche con il nuovo cardinale segretario di Stato Luigi Maglione e continuò a godere della fiducia e dell’amicizia del suo antico superiore. Poche settimane dopo, Montini collaborò alla stesura del radiomessaggio di papa Pacelli del 24 agosto 1939 per scongiurare lo scoppio della guerra, ormai imminente.

Alla vigilia del conflitto mondiale fu lui a preparare nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1939 l’abbozzo dell’estremo ma inutile appello di pace che Pio XII lanciò per radio il 24: «Nulla è perduto con la pace! Tutto può esserlo con la guerra».

Durante tutto il periodo bellico svolse un’intensa attività nell’Ufficio informazioni del Vaticano per ricercare notizie su soldati e civili. A questo scopo venne organizzato un apposito Ufficio informazioni e dal 1940 al 1946 la Radio Vaticana trasmise un milione e duecentomila messaggi.

Il 19 luglio 1943 accompagnò Pio XII nella visita al quartiere San Lorenzo colpito dai bombardamenti alleati. Il primo servizio presente in archivio in cui compare il futuro papa è proprio il servizio fotografico che testimonia la visita di Pio XII a San Giovanni dopo i bombardamenti del 19 luglio: Montini lo accompagna e compare in quasi tutti gli scatti del servizio.

Nel 1944, alla morte del cardinale Luigi Maglione, il futuro papa assunse la carica di pro-segretario di Stato. Insieme a Domenico Tardini, futuro segretario di Stato di Giovanni XXIII, Montini si trovò a lavorare ancora più a stretto contatto con Pio XII.

La lunga permanenza di Montini ai vertici della Segreteria di Stato fu il periodo meno conosciuto della sua vita. Furono quindici anni da sostituto e altri due come prosegretario di Stato per gli Affari ordinari, preceduti da tredici anni come minutante.

Durante la guerra Montini fu coinvolto nell’attività umanitaria della Santa Sede e nell’assistenza ai rifugiati e agli ebrei. A nome di Pio XII distribuì ripetute provvidenze economiche e partecipò alle iniziative attraverso cui la Chiesa riuscì a salvare dalle deportazioni circa 4.000 ebrei romani.

Al termine della Seconda guerra mondiale, Montini era in piena attività per salvaguardare il mondo cattolico nello scontro con la diffusione delle idee marxiste, ma in modo meno aggressivo rispetto a molti altri esponenti. Legato da antica amicizia con Alcide De Gasperi, Montini ne appoggiò con discrezione ed efficacia la linea politica e l’azione.

Arcivescovo di Milano

Il 1º novembre 1954, dopo la morte di Alfredo Ildefonso Schuster, Pio XII lo nominò arcivescovo di Milano. La decisione venne generalmente interpretata come una rimozione dal suo ufficio di vicinissimo collaboratore del papa, anche se questa ipotesi non è l’unica né la più attendibile.

La decisione poneva tuttavia il prelato cinquantasettenne alla testa della più importante diocesi del mondo per numero di preti, parrocchie e istituzioni, anche se la nomina non venne accompagnata dal cappello cardinalizio, tradizionalmente assegnato agli arcivescovi di Milano.

Montini fu ordinato vescovo il 12 dicembre 1954. Il nuovo arcivescovo fu consacrato a San Pietro dal cardinale decano Eugène Tisserant. Il 6 gennaio 1955 l’arcivescovo Montini fece il suo ingresso nella diocesi di Milano.

Così, dopo aver percorso tutta la carriera curiale fino al vertice, il prelato bresciano si trovava di colpo proiettato ad affrontare i complessi problemi della città che dal punto di vista economico, sociale e religioso più rappresentava la ricostruzione e la crescita tumultuosa del Paese.

Come arcivescovo di Milano seppe risollevare le precarie sorti della Chiesa lombarda in un momento storico difficilissimo, in cui emergevano i problemi economici della ricostruzione, l’immigrazione dal sud, il diffondersi dell’ateismo e del marxismo all’interno del mondo del lavoro.

Seppe coinvolgere anche le migliori forze economiche nel risollevamento della Chiesa; cercò il dialogo e la conciliazione con tutte le forze sociali e avviò una vera e propria cristianizzazione delle fasce lavoratrici, soprattutto attraverso le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. Questo gli garantì notevoli simpatie.

Fin dal discorso per l’ingresso in diocesi l’arcivescovo affermò la necessità di «un cristianesimo vero, adeguato al tempo moderno» in una città che gli apparve subito presentare in modo unico ricchezza di tradizione religiosa e modernità.

All’inizio dell’episcopato una speciale attenzione fu riservata al mondo del lavoro e il presule venne presto definito «l’arcivescovo dei lavoratori». Già negli anni Quaranta Montini aveva avuto parte nella fondazione delle ACLI.

Dopo una preparazione di quasi due anni, dal 5 al 24 novembre 1957 si tenne una capillare «missione di Milano», proposta dai parroci della città e definita da Montini uno «sforzo pastorale per richiamare alla vita religiosa, sincera, autentica, una intera città». Per l’occasione l’arcivescovo scrisse un «invito ai lontani».

La nomina cardinalizia e l’elezione al pontificato

Alla morte di Pio XII, il conclave elesse papa, il 28 ottobre 1958, l’anziano patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli, il quale aveva grande stima di Montini. Fra i due vi era una consolidata amicizia fin dal 1925.

Giovanni XXIII inviò Montini in molte parti del mondo a rappresentare il papa. Montini fu il primo cardinale nella lista dei porporati creati da Giovanni XXIII nel concistoro del 15 dicembre 1958.

La sua figura fu molto seguita negli anni che precedettero l’elezione al pontificato, soprattutto dal 1954, quando ricoprì la carica di arcivescovo di Milano. Il nome di Montini risuonò più volte nei preparativi del conclave e durante le votazioni ebbe alcuni voti dimostrativi.

Il 21 giugno 1963, dopo un brevissimo conclave, Montini venne eletto papa, succedendo a Giovanni XXIII e prendendo il nome di Paolo VI. Fu il 262º successore di san Pietro e il 262º vescovo di Roma.

EventoData
Nascita di Giovanni Battista Montini26 settembre 1897
Ordinazione sacerdotale29 maggio 1920
Nomina ad arcivescovo di Milano1º novembre 1954
Ingresso nella diocesi di Milano6 gennaio 1955
Creazione a cardinale15 dicembre 1958
Elezione al pontificato21 giugno 1963
Consacrazione e insediamento pontificio30 giugno 1963
Morte6 agosto 1978
Beatificazione19 ottobre 2014
Canonizzazione14 ottobre 2018

Il completamento del Concilio Vaticano II

Primo compito del nuovo papa fu la conduzione del Concilio, compito tutt’altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria. La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII.

Il pontificato di Paolo VI fu quindi, almeno in parte, un pontificato di continuità: il Concilio Vaticano II, convocato da Roncalli, fu portato a termine dal suo successore seguendo le stesse direttive.

Il Concilio Vaticano II terminava l’8 dicembre 1965; cominciava quella che molti consideravano una nuova era della storia della Chiesa romana. Come raccontato nel servizio di TV7 del 6 dicembre 1965, il Concilio ebbe ripercussioni rilevanti sia sul piano religioso sia su quello politico e culturale.

Il 7 dicembre 1965 Papa Paolo VI concluse il Concilio ecumenico Vaticano II e indicò il paradigma della spiritualità di questo straordinario evento convocato da Papa Giovanni XXIII nel 1962.

La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto.

L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo.

Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa Cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività e - ciò ch’è meraviglioso - tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire sé stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo.

E non solo l’immagine della Chiesa manda ai posteri questo Concilio, ma il patrimonio altresì della sua dottrina e dei suoi comandamenti, il «deposito» ricevuto da Cristo e nei secoli meditato, vissuto ed espresso, e ora in tante sue parti chiarito, stabilito e ordinato nella sua integrità.

La Chiesa nel mondo contemporaneo

Il mantenimento dell’unità della Chiesa fu una delle principali preoccupazioni di Paolo VI, messa a dura prova da un crescente numero di correnti interne. Il pontefice dovette affrontare anche la progressiva assenza di spiritualità della società, pericolosamente sedotta dal consumismo.

La Chiesa viveva una fase di profonda trasformazione, caratterizzata dalla secolarizzazione, dalla contestazione politica e generazionale e dalla ricerca di nuove forme di rapporto con la società. Paolo VI fu prudente in talune aperture d’ordine disciplinare o ecumenico, ma fu molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale.

Il pontefice era un uomo riservato, dedito allo studio e alla vita spirituale, ma non per questo meno vigile. I suoi numerosi viaggi in Italia e all’estero testimoniano una lucida apertura mentale, indirizzata a rinnovare la tradizione religiosa e nello stesso tempo a comprendere il mondo e i suoi cambiamenti.

Uno dei primi pontefici a inaugurare il dialogo non solo con altre fedi, ebrei ed ortodossi primi fra tutti, ma soprattutto con chi è lontano dalla fede, Paolo VI favorì anche il confronto con gli intellettuali e gli artisti. Amante della cultura, della filosofia e della teologia, considerava sant’Agostino uno dei suoi autori preferiti.

Per Paolo VI il dialogo era una via essenziale per l’annuncio cristiano. Nell’enciclica Ecclesiam suam, interamente incentrata sulla Chiesa cattolica, affrontò l’attualità della Chiesa e le vie con cui essa doveva attendere al suo mandato aprendosi all’incontro e al dialogo.

L’enciclica Ecclesiam suam fu pubblicata nel 1964 e presentò il dialogo come fondamentale per la comprensione del Vangelo. La Chiesa veniva chiamata a rinnovare la propria identità anche attraverso un linguaggio capace di entrare in relazione con il mondo moderno.

I viaggi apostolici e l’apertura internazionale

Paolo VI si distinse anche per i viaggi, a cominciare da quello in Terra Santa del gennaio 1964. Fu il primo Pontefice della storia a prendere l’aereo per un pellegrinaggio apostolico.

Il 4 gennaio 1964 partì da Roma per il pellegrinaggio in Terra Santa. È stato detto giustamente che il Successore del primo degli Apostoli ritorna dopo venti secoli di storia là, di dove Pietro è partito, portatore del Messaggio cristiano.

La visita fu un ritorno alla culla del Cristianesimo, ove il granello di senapa dell’evangelica similitudine ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo: una visita orante ai Luoghi santificati dalla Vita, Passione e Resurrezione di Nostro Signore.

Paolo VI in Terra Santa nel 1964

Il 4 ottobre 1965 la voce di un Pontefice si alzò per la prima volta dalla sede delle Nazioni Unite a New York. Papa Paolo VI invocò la pace e le sue parole restarono impresse nella storia.

«Non più gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l’Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace!»

«Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!»

I viaggi di Paolo VI in Italia e all’estero furono numerosi. In un’occasione il pontefice fu perfino vittima di un attentato a Manila, nelle Filippine. Questi viaggi mostrarono un papato non chiuso nei confini della Curia romana, ma rivolto alla dimensione mondiale del cattolicesimo.

La riforma liturgica e il rinnovamento ecclesiale

Tra le decisive novità introdotte nel mondo ecclesiastico durante il pontificato di Paolo VI vi furono il Sinodo dei vescovi e la riforma della liturgia, nella prospettiva di aggiornare l’identità cattolica a cominciare dal suo linguaggio.

Il pontefice cercò di tradurre nella vita della Chiesa le indicazioni conciliari, mantenendo tuttavia l’unità ecclesiale in un periodo nel quale le trasformazioni liturgiche e disciplinari alimentavano discussioni e divisioni.

Il suo atteggiamento fu caratterizzato da equilibrio e prudenza. Uomo di grande carità e mitezza, Paolo VI non riuscì a inserirsi pienamente nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposto nei confronti della sua figura.

È stato detto che nell’età della comunicazione la figura di Paolo VI, rispetto alla popolarità di Papa Giovanni e al magnetismo di Papa Wojtyla, è apparsa spesso in penombra. In tempi recenti, tuttavia, la figura di Paolo VI è stata oggetto di nuova valutazione e il significato del suo lavoro è stato compreso in modo più esaustivo.

Le encicliche e i principali documenti

Populorum progressio

Tra i documenti più importanti del pontificato si colloca la lettera enciclica Populorum progressio, pubblicata il 26 marzo 1967. L’enciclica sociale affrontò i problemi dello sviluppo, della povertà e delle disuguaglianze tra i popoli.

La Populorum progressio si collocava accanto alla Gaudium et spes del 7 dicembre 1965 e mostrava la sensibilità di Paolo VI verso il Terzo Mondo, la pace mondiale e le responsabilità sociali della Chiesa.

Octogesima adveniens

La lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971 rivelò ulteriormente la condanna dell’ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sensibilità sociale di Paolo VI.

Humanae vitae

L’altra enciclica destinata a suscitare un ampio dibattito fu Humanae vitae. L’enciclica trattò il tema della contraccezione e della correlazione tra unione e atto procreativo nel matrimonio.

La questione era particolarmente delicata in una comunità sempre più laica e spaccata in due dai fermenti politici degli anni Sessanta e Settanta. La pubblicazione dell’enciclica provocò discussioni dentro e fuori la Chiesa e divenne uno dei passaggi più controversi del pontificato.

Evangelii nuntiandi

L’anno giubilare del 1975 fu caratterizzato dal massiccio concorso di 8 milioni di pellegrini. L’anno santo si chiuse l’8 dicembre con la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il più lungo documento papale del suo pontificato.

In essa Paolo VI sottolineò il rapporto tra testimonianza e annuncio cristiano. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; o se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni».

Ecumenismo e dialogo con le altre Chiese

Dal 1975 al 1978 Paolo VI perseguì con determinazione sia la politica ecumenica sia quella verso i Paesi dell’Est europeo. La sua apertura al dialogo si espresse in gesti simbolici e in iniziative diplomatiche rivolte a superare le divisioni della cristianità.

Il 14 dicembre 1975 si tenne nella Cappella Sistina la solenne concelebrazione per l’incontro ecumenico tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Erano passati dieci anni dall’abolizione delle scomuniche.

Paolo VI a sorpresa si chinò a terra per rendere omaggio al rappresentante del Patriarca ecumenico di Costantinopoli. Si inginocchiò dinanzi al metropolita ortodosso Melitone di Calcedonia, prostrandosi e baciandogli i piedi.

Il metropolita Melitone, riferendosi a quel gesto, pronunciò poi queste parole: «Solo un santo poteva fare una cosa simile».

La fede, la spiritualità e la difesa della Chiesa

Paolo VI fu un fine intellettuale e un uomo di preghiera. La sua esistenza fu condotta alla sequela del Vangelo di Cristo e il suo pensiero cercò costantemente di coniugare profondità spirituale, responsabilità pastorale e attenzione alla modernità.

Nel 1931 don Giovanni Battista Montini scrisse negli “Appunti” per gli Esercizi spirituali a Montecassino: «Avrò la Chiesa madre di carità: la sua Liturgia sarà la regola preferita per la mia spiritualità religiosa».

In un’occasione ebbe a dire: «Se solo noi potessimo dire Padre Nostro sapendo cosa significhi, noi capiremmo dunque la fede cristiana».

Il 15 novembre 1972, all’udienza generale, Papa Paolo VI pronunciò un discorso che iniziava con una domanda: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa?» Uno dei bisogni maggiori, spiegò il Pontefice, «è la difesa da quel male che chiamiamo il Demonio».

Il 29 giugno 1972, nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo, Paolo VI esortò a essere forti per contrastare il potere delle tenebre.

«Si direbbe che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita».

Paolo VI e l’alluvione di Firenze

Nel Natale del 1966 Papa Paolo VI celebrò la Messa in una Firenze colpita nell’anima dopo l’alluvione del 4 novembre. Quando il Papa entrò in città, la folla accorsa per strada fermò il pontefice, che salutò e benedisse tutti.

Il lungo percorso del Papa, che quella notte toccò i vari punti più colpiti dall’alluvione, fu costellato di gente che si stringeva a lui per ritrovare la speranza. L’omelia di Paolo VI fu a tutti gli effetti un inno alla speranza.

«Siamo qua venuti nel giorno della tenerezza e della fortezza dell’amore per piangere con voi. Fiorentini, ai cento titoli che voi potete avanzare per la nostra affezione, si è aggiunto un altro titolo che ci ha messi in cammino: il vostro dolore, così grande, così singolare, così fiero e degno».

Il rapimento e la morte di Aldo Moro

Gli ultimi mesi del pontificato di Montini furono segnati dal rapimento e dall’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e amico personale del Papa.

Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse nella primavera del 1978 e ucciso dopo 55 giorni di prigionia. Il periodo più difficile dell’esperienza di Paolo VI fu forse proprio quello del rapimento di Moro.

Il Pontefice fece il possibile per salvare la vita dello statista e uscì certamente molto scosso dall’esito drammatico della vicenda. La figura di Paolo VI lasciò, in questo passaggio, un segno anche nella politica italiana.

Una preghiera recitata da Papa Paolo VI con voce commossa e con un’invocazione al Signore scandì il 13 maggio 1978 la celebrazione di suffragio per Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse.

«Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce».

«Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita».

I funerali di Stato furono celebrati da Paolo VI nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano. Tuttavia il funerale, per volere della famiglia Moro, si svolse senza il corpo dello statista democristiano.

Gli ultimi mesi e la morte

Il 29 giugno 1978, nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, quindici anni dopo l’elezione al soglio di Pietro e a poco più di un mese dalla morte, Paolo VI ripercorse il suo pontificato.

Il Pontefice, riprendendo le parole dell’Apostolo delle genti, sottolineò: «Anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

«Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo XV anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80.mo genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto».

«Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”».

Solo pochi mesi più tardi, il 6 agosto 1978, Paolo VI morì a Castel Gandolfo. Aveva 80 anni. Fu sepolto nella Città del Vaticano, nelle Sacre Grotte Vaticane.

Gli succedette Albino Luciani, Giovanni Paolo I, il cui papato, con i suoi 33 giorni, fu tra i più brevi della storia. Il 16 ottobre successivo sul soglio di Pietro salì il polacco Karol Wojtyla, che governò la Chiesa fino al 2005.

Beatificazione, canonizzazione e memoria di Paolo VI

Paolo VI venne dichiarato venerabile il 20 dicembre 2012 da Benedetto XVI. Fu beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco e proclamato santo il 14 ottobre 2018.

Paolo VI è stato proclamato santo da Papa Francesco il 14 ottobre 2018. Nell’omelia di quel giorno viene ricordato come un testimone di Cristo «nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri».

«Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente». Il suo messaggio non è ancorato a tempi lontani dai nostri.

La memoria liturgica di san Paolo VI si celebra il 29 maggio, giorno della sua ordinazione sacerdotale. La ricorrenza richiama l’inizio del cammino presbiterale di quel giovane bresciano che sarebbe diventato sacerdote, arcivescovo di Milano, cardinale, pontefice e infine santo.

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