Il cuore della comunità parrocchiale

Il cuore della comunità parrocchiale è la comunione vissuta intorno all’Eucaristia, nella Parola, nella carità e nella corresponsabilità di tutti. La liturgia, l’Eucaristia è veramente il cuore della parrocchia. La comunità parrocchiale che si riunisce intorno alla mensa Eucaristica forma un unico corpo: la Chiesa!

La vita della parrocchia, però, non può in alcun modo essere ridotta alla Divina Liturgia. La vita della parrocchia è tutto quello che avviene all'interno della comunità cristiana. La parrocchia dovrebbe essere una comunità che non si limita a celebrare, ma che sa nutrire, spiritualmente e concretamente, chi ne fa parte.

La parrocchia, Chiesa viva tra le case degli uomini

La Chiesa ha bisogno di un luogo che generi la fede nel quotidiano della vita della gente. La comunione ecclesiale, pur avendo sempre una dimensione universale, trova la sua espressione più immediata e visibile nella parrocchia: essa è l’ultima localizzazione della Chiesa; è in certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie.

Il futuro della Chiesa ha bisogno della parrocchia. Questa certezza non è un cedimento ad una visione romantica di un passato che non c’è più, non è il tentativo nostalgico di affermare l’immagine di una Chiesa che sembra invece al tramonto, ma è l’affermazione convinta di una figura di Chiesa che vede nel suo carattere popolare e diffuso tra la gente un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo.

La parrocchia è il modo in cui la Chiesa si rende visibile nel territorio, si dimostra annuncio del Vangelo nella quotidianità. Essere Parrocchia vuol dire essere Chiesa viva, essere Chiesa nel territorio, una Chiesa che si interroga e si verifica, incentrata sulla carità.

La parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio: ma riscoprirsi comunità. Cristiani non si è da soli. Essere cristiani significa credere e vivere la propria fede insieme ad altri e così essere chiesa.

Una comunità radicata nel territorio

La parrocchia ci si presenta immediatamente come strumento che permette il radicamento della Chiesa in un luogo. Attraverso questa sua istituzione, la Chiesa riesce ad abitare territori e spazi sociali diversissimi; e allo stesso tempo, attraverso questa istituzione, la società con tutte le sue diversità, con tutte le sue ricchezze e le sue tensioni riesce a prendere contatto con la Chiesa.

La parrocchia appare come la Chiesa nella sua traduzione spaziale e quotidiana. La parrocchia è la Chiesa che vive in mezzo alle case della gente. Il quartiere, il paese e la città diventano così luoghi concreti nei quali la fede incontra le persone, le loro storie, le loro domande e le loro fatiche.

Questa capacità simbolica alla parrocchia è stata riconosciuta nel passato, e continua ad essere riconosciuta tuttora, anche di fronte a segni evidenti di crisi, legati al forte cambiamento conosciuto da tutto il territorio italiano. Tutti questi cambiamenti chiedono oggi alla Chiesa l’esercizio di una forte capacità di ascolto.

Non è più l’istituzione ecclesiale, attraverso le sue parrocchie, a disegnarne i contorni; al contrario, è la parrocchia che deve sviluppare capacità di interpretazione di tutti questi nuovi fenomeni sociali, per continuare a rendere presente nello spazio e nel quotidiano quella memoria cristiana di cui è custode e portatrice.

Già questo primo richiamo chiede sensibilità ai pastori e dà evidenza al grande ruolo che i laici sono chiamati a svolgere non solo “in” parrocchia, ma, “a partire” dalla parrocchia, su tutte le frontiere, i problemi, le attese dell’uomo. Già qui si comprende che il riferimento al territorio è ben di più del suo aspetto topografico.

Una casa comune aperta e accogliente

La parrocchia continua ad essere vista dalle persone come la figura più conosciuta della Chiesa per il suo carattere di vicinanza e di accoglienza. La Parrocchia è comunità di fedeli, è apertura e accoglienza, servizio e risposta a domande e bisogni, ma anche luogo privilegiato dove si mettono insieme i propri doni, dove si condivide ciò che si è e ciò che si può dare, dove si diventa dono.

La parrocchia dovrebbe essere “casa comune” dove tutti gli aspetti della vita umana trovino accoglienza e sostegno. Dovrebbe essere una parrocchia che si fa prossima alle persone, non solo con iniziative caritative, ma con un atteggiamento di accoglienza autentica.

Questa forte capacità di creare trame di solidarietà si esprime in termini di accoglienza anche dentro l’istituzione ecclesiale. Non si tratta di permissivismo o di semplice “lasciar fare”. Si tratta piuttosto di offrire a tutti la possibilità di intraprendere cammini di redenzione e di salvezza.

Si tratta di visibilizzare una Chiesa che accoglie tutti, nelle situazioni più disparate, e tutti accompagna, con fiducia e pazienza all’unico e medesimo Salvatore per accoglierne la grazia e viverne la sequela. La capacità di essere un’istituzione umile e semplice e di presentare gli elementi essenziali della fede cristiana, può fare di essa una provvidenziale porta di ingresso all’esperienza della fede cristiana anche per molte persone che, magari, se ne sentono escluse o si ritengono inadatte.

Una Chiesa semplice, umile e popolare

Proprio questa sua sorta di debolezza le consente il vantaggio di accogliere e di assumere dentro la sua immagine di “Chiesa tra la gente” tratti diversi e complementari tra loro. In tal modo riesce a presentarsi come una istituzione vicina a tutti, capace di valorizzare ogni occasione di contatto come possibile punto di partenza per un reale cammino di fede fino alla santità.

La parrocchia fa del quotidiano il terreno di incontro e di annuncio della memoria cristiana, il luogo dentro il quale immaginare sempre nuove forme di ingresso al cristianesimo. Il cattolicesimo che ci ha generato alla fede è ciò che spesso definiamo nei termini di una fede popolare, di una Chiesa di popolo.

Le migliaia di parrocchie disseminate sul territorio italiano hanno generato questo volto della Chiesa. Nonostante le previsioni contrarie, questa figura del cattolicesimo è stata il punto di aggancio che ha permesso a molti di sviluppare esperienze e cammini di fede più strutturati e maturanti.

Ha svolto un ruolo di ingresso e luogo di accoglienza; ha avviato, con semplicità e nel quotidiano, dialoghi, esperienze di contatto e di confronto sull’uomo, la società, l’esperienza religiosa. La parrocchia rimane ancora il nostro avamposto, il tesoro prezioso che possiamo valorizzare come strumento capace di integrazione.

Se guardiamo al futuro, questa figura di cattolicesimo dovrà essere al centro della nostra attenzione per le trasformazioni che la stanno interessando: il cattolicesimo popolare di una volta si sta trasformando. A noi è chiesto un ruolo attivo e di vigilanza, perché non venga sostituito da forme di folklore o di semplice religione civile, ma resti una valida soglia di ingresso nell’esperienza cristiana.

Il significato di «parrocchiale»

L’aggettivo ‘parrocchiale’ ci riconduce a parrocchia, che deriva dal greco “parà-oikìa” e significa letteralmente “abitazione presso”. Come dire un abitare in modo non stabile, temporaneo. Tipico di chi è forestiero e vive fuori dalla propria terra.

Una dimensione di provvisorietà che acquista la connotazione di movimento, di ricerca della nostra città futura. Il termine parrocchia, dunque, ci ricorda che siamo una comunità di pellegrini in viaggio insieme verso la vera patria, il Cielo.

La parrocchia è una comunità in cammino, volta al futuro ma agganciata al presente, ricca di persone che si spendono con e per gli altri, che fanno della gratuità la loro forza. È una realtà che cerca di essere vicina alle persone, di “portarle nel cuore”, con l’ascolto e l’accoglienza del suo parroco, con l’attività delle sue tante associazioni.

Il cuore e il corpo della comunità

La liturgia, l’Eucaristia è veramente il cuore della parrocchia. Certamente il cuore è l’organo più importante senza il quale non si può vivere. Ma l’organismo non si riduce alla attività del cuore, sono necessari anche gli altri organi.

La Chiesa è un organismo vivo, il Corpo di Cristo. Accanto al cuore devono esistere la testa, le mani i piedi. La vita parrocchiale non può in alcun modo essere ridotta alla Divina Liturgia.

In sostanza essere cristiano significa prender parte al Sacrificio eucaristico. La comunità, che si nutre del corpo e sangue del Signore Gesù Cristo e della Sua Parola, attinge direttamente, a piene mani, alla fonte dell’amore: Dio!

La Divina Liturgia è la pienezza di tutto il servizio ecclesiale, liturgico, missionario, caritativo. La vita della parrocchia comprende quindi la celebrazione, l’ascolto della Parola, la formazione, la missione, la fraternità e il servizio concreto verso chi vive nel bisogno.

La comunione come fondamento

La dimensione-base necessaria alla vita parrocchiale è l’importanza della comunione in parrocchia. È qui infatti che si trova anche la radice della sua crescita spirituale, della fecondità del suo impegno di evangelizzazione, della sua incidenza storica e sociale.

Paolo VI°, dopo aver affermato “che la sorte della evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità data dalla Chiesa”, sottolineava - nei riguardi della parrocchia - “che ogni azione è prospera ed efficace se è unitaria”.

Se prima si chiedeva alla parrocchia che si radunasse per la Messa della Domenica, adesso si esige che sia unita in forma permanente, e che abbia in grado superiore il senso della comunità. Allora non è sufficientemente coltivata la norma, l’ansia per la comunità.

Spesso smarrito e disorientato, l’uomo contemporaneo cerca la comunione. Avendo non di rado visto frantumarsi o disumanizzarsi il suo contesto sociale, anela ad una esperienza di autentico incontro e di vera comunione.

La vocazione della parrocchia è di essere una casa di famiglia, fraterna ed accogliente, una fraternità animata dallo spirito di unità, la famiglia di Dio in un posto concreto. La luminosa vocazione della comunità ecclesiale è di sforzarsi di divenire quella famiglia di Dio in un determinato luogo capace di fondere insieme tutte le differenze umane.

La forza coesiva della carità

Come si chiama questa forza coesiva atta a tenere insieme il corpo ecclesiale? Lo sanno tutti: si chiama carità. È la grande legge costitutiva della Chiesa.

Sono uniti i fedeli nell’amore, nella carità di Cristo? Di certo questa è una parrocchia vitale; qui c’è la vera Chiesa; giacché è rigoglioso allora il fenomeno divino-umano che perpetua la presenza di Cristo fra noi.

Che cosa sarebbe infatti una comunità senza la carità? Che cosa sarebbe se non attuasse quello che il Concilio ha chiamato la “legge” del nuovo popolo di Dio: il precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati?

Questa carità inoltre deve farsi visibile. Essa deve permeare ed ordinare tutti gli aspetti propri della comunità, in modo che la vita spirituale sia capace di unire l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

L’Eucaristia conduce alla carità

Ogni comunità cristiana che vive nella piena comunione vive nell’amore. La comunità parrocchiale che si riunisce intorno alla mensa Eucaristica forma un unico corpo: la Chiesa!

È dunque da Dio stesso che ci nutriamo dell’amore necessario per intessere quelle relazioni capaci di farci vivere la Koinonia, la comunione. L’amore, ovvero la carità, l’agape, è il cuore pulsante del cristianesimo, è quella linfa vitale che ci unisce, ci sostiene e ci permette di guardare oltre noi stessi, soprattutto a chi soffre ed è nel bisogno.

L’amore ci spinge ad uscire da noi stessi e ci proietta verso l’altro, il prossimo, che è da amare come noi stessi. Quando allora la comunità si riunisce intorno alla mensa eucaristica, non può e non deve dimenticarsi dei poveri e di chi vive uno stato di difficoltà dovuta ad una sofferenza.

Una comunità che fa esperienza di Dio ama e amando è attenta ai bisogni dei più deboli. Cristo lo troviamo soprattutto nei poveri, nei più piccoli, negli emarginati e sofferenti e li possiamo amare solo se, fatta l’esperienza della propria povertà, sperimentiamo l’amore di Dio.

La condivisione del pane quotidiano

La parrocchia dovrebbe essere una comunità che non si limita a celebrare, ma che sa nutrire, spiritualmente e concretamente, chi ne fa parte. Dovrebbe essere una parrocchia che offre nutrimento spirituale attraverso liturgie vive, catechesi profonde e una fede che parli alla vita reale.

Condividere il pane quotidiano vuol dire condividere le difficoltà economiche e lavorative degli altri parrocchiani, arrivando concretamente con un aiuto monetario e con proposte lavorative dignitose, le fatiche della vita genitoriale, visitare e confortare gli ammalati e i sofferenti, aiutare i più fragili ma anche i più “forti” che credono di bastare a se stessi.

La condivisione non dovrebbe essere un gesto occasionale, ma il normale stile di vita di chi appartiene alla comunità. Accudire per qualche ora i figli di un’altra famiglia, condividere un dolce o una bottiglia di vino, visitare un ammalato o un anziano, parlare con una coppia in difficoltà, aiutare in un trasloco o nel risistemare casa, aiutare i giovani nello studio.

Tutto questo fatto non con spirito “organizzativo” ma con spontaneità e semplicità, come se il problema o la gioia di un altro parrocchiano diventino nostri come il problema o la gioia di un nostro parente stretto. Se nostro figlio ha un problema non facciamo un programma ma ci mettiamo semplicemente ad aiutarlo. E se è contento non organizziamo una riunione, ma gioiamo con lui.

La corresponsabilità ecclesiale

L’impegno di “edificare la Chiesa” è compito di tutti. Non tutti lo compiono allo stesso modo, ma secondo vocazioni, doni, carismi, diversi e con varietà di servizi e di attività.

“A quel modo infatti che in uno stesso corpo abbiamo molte membra, e nessun membro ha la stessa funzione; così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, essendo ciascuno per parte sua, membra gli uni degli altri”.

C’è una distinzione di servizio e di grazia tra il ministero sacerdotale e l’impegno laicale: ma l’uno e l’altro concorrono - organicamente - ad attuare il disegno di Dio sulla umanità.

Il rapporto fraterno fra tutti conduce più profondamente alla ricerca della concordia e a far sì che ogni carisma ed ogni attività venga esercitato in accordo con coloro che presiedono nella Chiesa.

Il cammino ecclesiale richiede dedizione di cuore e di opera, con unità di intenti e con ricerca di organicità di disegno. La corresponsabilità non elimina i diversi ruoli, ma li orienta verso l’unica missione della comunità.

La sinodalità come stile di vita

Comunità rimanda a sinodalità, che è senz’altro il modo più adatto di vivere la comunione e la corresponsabilità. Il Concilio, infatti, ha unito l’immagine della sinodalità a quella del popolo di Dio: la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella storia per essere segno del regno di Dio offerto a tutta l’umanità.

Sinodalità significa condivisione e unità di progetti e di idee, occasione di dialogo e di confronto, collaborazione tra parroco e fedeli, promozione dell’unità nella diversità, ovvero promozione e valorizzazione dei carismi e delle diverse presenze nella comunità a servizio dell’unico annuncio del Vangelo.

Possiamo così dire che ogni assemblea liturgica, ogni riunione di Consiglio Pastorale, ogni preghiera comunitaria, ogni assemblea di catechisti e operatori pastorali, ogni momento di confronto e di dialogo è un sinodo.

La sinodalità diventa così un modo di essere, di esprimersi, di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si cerca il bene altrui come il proprio, ci si stima a vicenda, per assumere uno stile di vita da offrire come speranza al cammino degli uomini.

La sinodalità trova la sua radice ultima nel sacramento del battesimo, che consacra il cristiano e lo rende appartenente al popolo di Dio. L’essere comunità trova la sua radice nel sacramento del battesimo, che consacra il cristiano e lo rende appartenente al popolo di Dio.

Unità nella diversità

Tenendo presente che nelle grandi parrocchie i vari gruppi diversificano gli aspetti di vita ecclesiale, Paolo VI° suggerisce questa bella immagine: “Questa evoluzione della parrocchia che si esprime in piccole comunità e gruppi ci fa pensare ad una comparazione: quella del concerto vocale e strumentale”.

Ognuna delle piccole comunità o gruppi è un po’ differente dalle altre, come le voci e gli strumenti. Però tutte ed ognuna, per essere autenticamente Chiesa, devono essere molto attente di rimanere in comunione.

La parrocchia può così valorizzare la pluralità dei carismi senza trasformarla in frammentazione. La promozione dell’unità nella diversità diventa un servizio all’unico annuncio del Vangelo.

Missione e vita non liturgica

La vita parrocchiale comprende anzitutto l’attività missionaria: l’educazione alla vita della Chiesa e la formazione dei nuovi membri della comunità. Comprende inoltre le opere educative: assistenza delle vedove, degli orfani, dei malati, dei vecchi e degli invalidi.

A veder bene tutta l’attività extra liturgica può essere riassunta in due forme: missionaria e caritativa. Limitare la missione e la carità entro le pareti della chiesa e ridurre la vita ecclesiastica al servizio liturgico sarebbe come imporre per tutti e in tutti i luoghi soltanto una forma di pane.

Si può frequentare la chiesa ogni giorno, pregare e perfino assistere alla Divina Liturgia e ciononostante restare indifferenti a tutto tranne che alla propria salvezza personale, o alla vita della propria famiglia, senza interessarsi di quanto accade nella propria comunità.

Membro della comunità è colui che riconosce come “opera comune” tutta la vita della comunità, come è la Divina Liturgia. La missione e la carità non sono attività marginali, ma forme essenziali della vita della Chiesa.

La carità come servizio concreto

La Caritas Italiana è l'organismo pastorale della CEI per la promozione della carità. Ha lo scopo cioè di promuovere la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell'uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica.

All’interno della comunità parrocchiale, la Caritas parrocchiale è il punto nodale dell’impegno sociale. Il gruppo della Caritas parrocchiale è organizzato nella commissione Carità e nella commissione Missione.

Su incarico del Consiglio pastorale parrocchiale, la Caritas parrocchiale si impegna per un’integrazione vissuta e pratica la carità come amore per il prossimo concretamente vissuto. La Caritas parrocchiale è al corrente delle preoccupazioni e difficoltà delle persone nella parrocchia e prende posizione al riguardo.

In caso di bisogno, i membri della Caritas parrocchiale indirizzano persone in situazioni critiche verso i servizi specializzati nei dintorni. Laddove non esistono adeguate strutture di assistenza, interviene, nel caso ideale, la Caritas parrocchiale: o sviluppando essa stessa le offerte di aiuto adeguate, o motivando altri ad attivarsi.

Chiaramente, questo presuppone una buona collaborazione con la rete sociale, ovvero con le istituzioni ecclesiastiche, pubbliche e private della zona. La carità parrocchiale diventa così attenzione concreta alle persone e collegamento responsabile con le realtà presenti nel territorio.

Il legame con la Caritas diocesana

All’interno della parrocchia, la Caritas parrocchiale costituisce l’anello di congiunzione con la Caritas diocesana e al contempo il suo portavoce. I suoi membri conoscono i vari campi di attività ed i servizi della Caritas diocesana, cui si rivolgono in caso di necessità o verso i quali indirizzano persone in difficoltà.

La Caritas parrocchiale partecipa a diverse iniziative e a diversi progetti stimolati dalla Caritas diocesana, mettendoli in atto nella parrocchia. Il suo compito non consiste soltanto nell’offrire aiuti, ma anche nel promuovere una cultura comunitaria capace di riconoscere i bisogni e di rimuoverne le cause.

Tra i servizi pastorali possono rientrare centri di ascolto, osservatori delle povertà e delle risorse, Caritas parrocchiali e centri di accoglienza. La collaborazione permette di unire l’attenzione personale della comunità locale con le competenze e le risorse delle strutture diocesane.

La parrocchia e le ferite della società

Di fronte alle ferite anche profonde generate nella società locale dai rivolgimenti in atto, come l’immigrazione, lo spostamento della popolazione, il cambiamento della cultura e il cambiamento delle forme del mondo del lavoro, la parrocchia si presenta come l’avamposto in grado di creare nuovi equilibri.

La parrocchia è in grado di far emergere risorse che permettono nuovi modi di abitare il futuro. Il suo contributo prende la forma sia della testimonianza quotidiana in rapporto alle mille urgenze che si presentano, sia come richiamo e stimolo perché le istituzioni pubbliche si facciano seriamente carico delle loro responsabilità nei confronti dei più deboli e dei più poveri.

La parrocchia rimane ancora il nostro avamposto, il tesoro prezioso che possiamo valorizzare come strumento capace di integrazione, anche in correlazione con le tensioni connesse con il fenomeno immigratorio.

Il territorio non è quindi soltanto lo spazio nel quale si trova un edificio di culto. È il luogo nel quale la comunità cristiana ascolta, riconosce le trasformazioni, accompagna le persone e rende concreta la prossimità del Vangelo.

Le responsabilità dei sacerdoti e dei laici

Di questa comunità, eminente fra tutte quelle presenti in una diocesi, il vescovo è il primo responsabile: ad essa pertanto egli deve riservare soprattutto la sua cura. La parrocchia infatti rimane ancora il nucleo fondamentale nella vita quotidiana della diocesi.

Sono ancora più degni di stima, di gratitudine e di vicinanza i sacerdoti che con ammirevole dedizione e fedeltà vivono il ministero loro affidato. In piena comunione con i vescovi, in gioiosa fraternità con gli altri presbiteri, in cordiale corresponsabilità con i consacrati e tutti i fedeli laici, continuano la loro opera preziosa e insostituibile.

Il grande ruolo che i laici sono chiamati a svolgere non si limita alla vita interna della parrocchia. I laici sono chiamati ad agire, a partire dalla parrocchia, su tutte le frontiere, i problemi e le attese dell’uomo.

Spesso i sacerdoti si arrovellano su come impreziosire la liturgia, sul creare iniziative che attirino gente, su come organizzare viaggi, raduni, feste, sui Consigli pastorali, i catechismi. Tutte cose lodevoli e necessarie, ma alla fine le persone sono attirate molto di più da un sorriso regalato, una dimostrazione di interesse in un momento di difficoltà, dalla vicinanza, anche fisica, nel tempo del dolore.

I rapporti con le persone si giocano in un faccia a faccia e, se è vero che “nessuno si salva da solo”, ognuno ha un proprio personale percorso nella sua vita di cristiano e le soluzioni “per tutti” hanno valore solo fino ad un certo punto.

Una comunità che genera la fede

È la via che in modo del tutto naturale percorrono quei cristiani che attraverso la miriade di parrocchie sparse nel mondo entrano in contatto con la Chiesa e, attraverso di lei, con Gesù Cristo, con la sua Parola e il dono della sua salvezza.

La parrocchia deve rendere possibile un incontro reale con il Vangelo. La sua semplicità può diventare una forza, perché il quotidiano è il terreno nel quale molte persone iniziano a interrogarsi sul senso della vita, sulla fede, sulla sofferenza, sulla speranza e sul rapporto con gli altri.

La parrocchia può essere scuola di fede e di liberazione dagli incombenti mali di oggi. Può aiutare chi si accosta ai sacramenti a riceverli con frutto, prendersi cura degli aspetti caritativi e liturgici e incidere sul mondo nel quale è collocata.

La capacità di presentare gli elementi essenziali della fede cristiana può fare della parrocchia una porta di ingresso all’esperienza cristiana. Ogni occasione di contatto può diventare un possibile punto di partenza per un reale cammino di fede fino alla santità.

Il volto di Cristo nella comunità

In questo senso si può affermare che la parrocchia attua, o è chiamata ad attuare, la presenza di Gesù in mezzo ai suoi fedeli e in tal modo lo stesso popolo cristiano diventa, si può dire, sacramento, segno sacro della Presenza del Signore.

La parrocchia potrà così far risplendere in qualche modo il volto di Cristo e di esercitare un’azione efficace nei confronti delle anime da avvicinare al Vangelo. Dove si diventa segno di Cristo, la comunità non vive ripiegata su se stessa, ma diventa testimonianza riconoscibile nel territorio.

Perché si è parrocchia quando si è segno di salvezza e segno di fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di vivere il proprio tempo, di innamorarsi dei cambiamenti, di creare legami che aiutino a crescere, di progettare il futuro.

La parrocchia è una realtà nella quale si riconoscono e condividono valori che consentono di affrontare meglio la realtà quotidiana nelle sue molteplici sfaccettature, nelle sue criticità. È una realtà in cui si cercano e si perseguono obiettivi comuni, in cui si cammina insieme con la gioia di realizzare questo cammino.

Dal grande programma ai gesti quotidiani

Incomincio a non credere più ai grandi programmi pastorali o caritatevoli, ma sono convinto che una vita cristiana possa ripartire da semplici gesti di spontaneità.

Accudire per qualche ora i figli di un’altra famiglia, condividere un dolce o una bottiglia di vino, visitare un ammalato o un anziano, parlare con una coppia in difficoltà, aiutare in un trasloco o nel risistemare casa, organizzare una partita di pallone, aiutare i giovani nello studio.

La comunità parrocchiale diventa credibile quando la gioia e la sofferenza di una persona vengono riconosciute come una responsabilità comune. La carità non è soltanto una prestazione organizzata, ma una forma concreta di appartenenza.

Ci vuole pazienza, visione e soprattutto il coinvolgimento di tutti, non solo di pochi volenterosi. La realtà pastorale è complessa, i cambiamenti culturali incidono sulle abitudini e spesso anche i migliori progetti faticano a tradursi in pratica.

Gesù nel Vangelo dice: “Voi stessi date loro da mangiare”. È un invito, ma anche una sfida. Riconoscere che il pane è nostro e non mio significa provare a costruire parrocchie in cui questa verità sia vissuta concretamente, giorno dopo giorno.

Se si riuscisse a creare una comunità con questo stile, allora i dettagli organizzativi, l’organigramma parrocchiale, perfino la simpatia del parroco durante l’omelia diventerebbero secondari e superabili.

Comunità parrocchiale riunita attorno all’altare

CUSTODIA DI TERRA SANTA E VITA DELLE COMUNITÀ CRISTIANE

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