La Chiesa ci offre, oggi, gli occhi della grande Santa Caterina, per guardare a Cristo come lei lo guardava! Santa Caterina da Siena insegna a riconoscere ovunque la misericordia di Dio, ad avvicinarsi a Cristo con il cuore dei piccoli e a trasformare la contemplazione in servizio concreto della Chiesa e del mondo.
«A Colui che ci ama e ci ha liberati [ ] con il suo sangue, a lui la Gloria e la Potenza!» (Ap 1,6). Ciò che davvero conta, l’unica cosa che conta, la suprema è questo “affogarsi” del nostro cuore nella misericordia di Cristo.
Lo sguardo di santa Caterina sulla misericordia
Leggiamo, nel Dialogo della divina Provvidenza: «O misericordia! Il cuore ci s’affoga a pensare di te ché, ovunque io mi volgo a pensare - ovunque io mi volgo a guardare - non trovo altro che misericordia» (DdP, XXX). Affogare il cuore in questo sguardo che ovunque vede solo misericordia è riconoscere che tutto è “impastato” dal sangue di Cristo, dal sangue della sua commossa tenerezza per noi.
Allora le tenebre della nostra vita divengono un fuoco di luce, «fuoco sopra ogni fuoco» ripete incessantemente santa Caterina; non c’è punto della realtà nel quale non rifulga, che non riverberi, questo splendore del gesto di Dio che dal nulla della nostra creaturalità e del nostro peccato, continuamente ci ricrea.
I nostri rapporti e i nostri gesti, i nostri tempi e le nostre differenze, così come le nostre umane avversità, tutto è “impastato” e “legato” dal sangue di questa divina misericordia. Questo era lo sguardo di Santa Caterina sulla realtà, anche sulla realtà travagliata della Chiesa del suo tempo, guardando alla quale, per qualche istante, potremmo essere addirittura consolati dalle nostre odierne tribolazioni.
La santa patrona d’Italia e d’Europa
Oggi, 29 aprile, nel nostro Paese festeggiamo santa Caterina come compatrona d’Italia, e dal 1999, per decreto di san Giovanni Paolo II, anche l’Europa la festeggia come propria compatrona. La santa senese morì ad appena trentatré anni, dopo aver consumato la propria vita terrena in preghiere, penitenze e iniziative per l’edificazione e l’unità della Chiesa.
In santa Caterina da Siena e in san Josemaría Escrivá non è difficile notare - nel contesto delle diversità di epoca, nazionalità, fattori culturali, vocazione specifica - una straordinaria sintonia, che indusse nel 1964 il Fondatore a nominare la Santa senese intercessore dell’Opus Dei per l’apostolato dell’opinione pubblica, ovvero le iniziative e le azioni che i fedeli dell'Opus Dei compiono nel campo della comunicazione, a qualsiasi livello.
La vergine saggia con la lampada accesa
Nel vangelo che la liturgia ci presenta oggi possiamo intravvedere la grande santa senese come la vergine saggia e prudente, che, in attesa dell’incontro con lo Sposo divino, ha preso con se la lampada e si è munita di olio. In questa parabola evangelica possiamo scoprire tutte le preclari virtù che hanno adornata la patrona dell’Europa.
Lei è la donna sapiente, che ha compreso appieno l’essenza della religiosità autentica: ha dedicato tutta la sua vita ad un incontro personale con Cristo, si è lasciata umilmente illuminare dalla luce radiosa dello Spirito Santo e ha trovato nell’amore al Signore la realizzazione piena della sua vita.
Abbondando così di olio, ha tenuto costantemente accesa la sua lampada, anche nel cuore della notte, e ha saputo irradiare la sua luce a tutto il mondo ecclesiastico e civile del suo tempo. Aveva appreso la vera sapienza e la vera prudenza, non dai libri, ma dal cuore stesso del suo Sposo divino, dalla fonte stessa della verità e della vita.
Si è trovata pronta all’incontro con lui e la lampada luminosissima della sua vita, ha riflesso luce ovunque e a tutti. Ha squarciato le tenebre della notte del suo tempo e ancora ai nostri giorni, con i suoi scritti, con i suoi esempi con la sua intercessione irradia luce di sapienza, ci si mostra come modello sublime di vita e come celeste patrona.
Lei ci ricorda che è da stolti restare senza olio, affondare nel buio e mancare all’appuntamento con il Signore. Essere sempre pronti, con le lampade accese è la virtù del viandante sapiente e saggio, è la virtù del cristiano vero.
Il Vangelo dei piccoli
Il Vangelo proprio della festa (Mt 11,25-30) è composto da due parti. Nella prima (vv. 25-27) l’evangelista Matteo ci apre uno squarcio sulla preghiera di Gesù, e in specifico sulla sua preghiera “di lode” (o “di ringraziamento”), una forma di preghiera che forse trascuriamo rispetto a quella di richiesta.
La lode e la gratitudine del Figlio di Dio, fattosi per noi e come noi Figlio dell’Uomo, è indirizzata al Padre, Signore «del cielo e della terra» (espressione biblica che sta a indicare la totalità della creazione), a motivo della rivelazione della conoscenza del mistero di Dio e del mondo donata all’umanità, tramite il Vangelo del suo Cristo.
Questa rivelazione non privilegia «sapienti» e «dotti» (cioè individui intellettualmente superdotati); anzi più espressivamente Gesù dice che questa conoscenza viene loro «nascosta». Primi ricettori della rivelazione cristiana sono invece «i piccoli».
L’originale greco, «nepioi» (bambini di tre o quattro anni, poco più che infanti), allude metaforicamente a quanti «ritornano a essere bambini», perché solo essi entreranno nel Regno dei Cieli (cf. Mt 18,3). E nel seguito di questa sua preghiera di lode, Gesù ribadisce solennemente la predilezione divina per i piccoli, attribuendola alla paterna «benevolenza» (eudokia): «Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza».
Destinatari di tale benevolenza sono «uomini e le donne amati dal Signore» (anthropois eudokias, Lc 2,14), quelli cioè che, come i santi, hanno saputo svuotarsi della propria presunzione per essere gratificati dal dono di Dio, hanno saputo svuotarsi di tutto per ricevere il tutto della Rivelazione divina: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
Oggi cogliamo dalla Parola di Dio un invito a farci piccoli, ad essere profondamente piccoli, in greco “nèpioi”, che significa “piccoli bambini”. Gesù ci dice che il Padre rivela alcune cose ai “piccoli” e non ai “sapienti” ed ai “dotti”. Gesù non parla qui degli orgogliosi o dei prepotenti! Parla di chi è “sophos” e “synetos”, sapiente ed intelligente.
Ora, la sapienza e l’intelligenza sono doni grandi di Dio. Eppure c’è una rivelazione che viene fatta non a loro, ma ai piccoli. C’è quindi un’infanzia interiore che ci apre i tesori di Dio. Questa dovrebbe essere la sapienza dei monaci… ma, prima ancora, di tutti i cristiani!
Se dunque vogliamo accogliere il dono di Dio con frutto, facciamoci piccoli! E, se vogliamo, facciamo nostra quella litania dell’umiltà: «Non valgo nulla, non posso nulla, non ho nulla, non sono nulla…» (San Josemaría, Via Crucis, XIII stazione, 5).
Lungi dal menomare la nostra autostima, questa pratica ci restituirà speranza in quei momenti in cui sentiamo tutta la nostra piccolezza di fronte alle sfide quotidiane, ci unirà alla preghiera della Vergine Maria («Ha posto gli occhi sulla pochezza della sua serva», Lc 1,48), e ci otterrà le grazie di cui abbiamo di volta in volta bisogno.
Entrare nel mistero di Cristo
Che cosa rivela il Padre ai piccoli ? Rivela Gesù! Penso, oggi, a Caterina da Siena a Santa Maria Novella, che, pregando dinanzi al grande Crocifisso di Giotto, capì che bisognava avvicinarsi ai piedi di Gesù, poi alla ferita del costato, e poi alla sua bocca, per consegnare a Lui la propria memoria, la propria intelligenza e la propria volontà.
C’è una conoscenza di Gesù che viene non dall’esser sapienti o intelligenti, ma dall’essere piccoli. Infatti, se entri dalla porta piccola, dalla porta dei piccoli, cosa vedi? Se entri dal costato di Gesù, cosa vedi? Vedi l’Amore!
Cosa si vede nel costato aperto, ferito, di Gesù? Si vede la ferita nella ferita… La prima lancia che trafisse dall'interno il cuore di Gesù fu il non amore dei Suoi compagni. Perché Gesù è tutto Amore.
Quando il Verbo si fece carne (Gv 1,14), quando il Figlio di Dio si fece carne e divenne l’uomo Gesù, non perse la sua identità divina che è essere Amore! Gesù è Amore!
Qui giungiamo a qualcosa di essenziale! La Sua presenza in mezzo a noi è presenza di Amore, è l’amore reciproco tra noi che è, finalmente, possibile! Dire che Gesù è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20) e dire che il Regno è in mezzo a noi (Lc 17,21) è la stessa cosa!
Il ristoro nel mezzo della fatica
Nella seconda parte del Vangelo odierno (vv 28-30) Gesù si rivolge a tutti quelli che si riconoscono «stanchi e oppressi» e bisognosi di «ristoro». Le espressioni dell’originale sono particolarmente precise.
«Stanchi» non si riferisce a chi nel lavoro ha esaurito le proprie forze, ma a chi sta faticando qui e adesso, “in atto”; infatti il participio presente greco kopiontes indica con precisione chi sta “lavorando intensamente”, “sgobbando”. Così pure «oppressi» significa letteralmente «sovraccarichi di pesi».
Gesù c’invita a recarci da lui, non quando “non ne possiamo più” dalla fatica, ma nel bel mezzo del nostro lavoro, c’invita a condividere con Lui le nostre fatiche: «Prendete il mio giogo sopra di voi […]. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
In santi come Caterina da Siena vediamo come la vita contemplativa e quella attiva non siano momenti a sé stanti, ma dimensioni vitalmente comunicanti. E ciò ancora una volta corrisponde all’insegnamento di san Josemaría, come espresso per esempio in questi passi di Solco: «Ricordo la tua gioia nel sentirmi dire che tra orazione e lavoro non ci deve essere soluzione di continuità» (471).
«Pertanto, non mi stanco di ripetere che dobbiamo essere anime contemplative in mezzo al mondo, che cercano di trasformare il loro lavoro in orazione» (497).
E proprio nel bel mezzo di quest’impegno, di questo compimento del dovere, imparando da Gesù «mite e umile di cuore», troviamo costantemente in Lui quel «ristoro» (anapausis, ricarica), che non ci lascia mai con le batterie scariche, ma carichi di desideri e di energie, per cambiare in meglio - appassionatamente - questo mondo, e renderci degni della vita eterna.
La presenza del Regno negli incontri umani
Gesù è QUI con noi… E, quindi, il Regno dell’Amore è QUI offerto a noi… Questo ha una conseguenza molto concreta per ogni incontro interpersonale.
Quando ci prepariamo ad incontrare qualcuno, possiamo partire dalla dimensione psicologica: il temperamento, l’umore, il passato, ecc. Oppure partiamo dal dono! Dal dono della presenza di Gesù in mezzo a noi, della presenza del Regno in mezzo a noi.
E, se partiamo dal dono, permettiamo al Regno di manifestarsi, e siamo beati perché crediamo pur non avendo visto. (Gv 20,29) Sì, partiamo dalla Fede!
Concludo con un invito molto semplice. In questi tempi, dobbiamo stare ad almeno un metro gli uni dagli altri. Allora, questo metro sia per noi il ricordo che, in mezzo a noi, c’è Gesù, c’è il Regno!! Il metro diverrà il metro dell’Amore! Ecco quello che il Padre rivela ai piccoli!
Il sangue di Cristo che purifica
La prima lettera di san Giovanni proclama: «Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna». Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità.
Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.
Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
Questa verità sia il nostro conforto e la nostra consolazione. La misericordia di Cristo non è un’idea astratta, ma la potenza con cui Dio perdona, purifica, ricrea e riconduce alla comunione.
La contemplazione della Trinità
Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine: «Ho gustato e veduto O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue del tuo Unigenito Figlio!»
«Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce».
«Io ho gustato e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio».
«Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti. Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto - perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del tuo Figlio - che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura».
«O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima».
«Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile».
«Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna!»
Una santità che diventa servizio
La santa senese morì ad appena trentatré anni, dopo aver consumato la propria vita terrena in preghiere, penitenze e iniziative per l’edificazione e l’unità della Chiesa. Il santo aragonese lasciò questo mondo a settantatré anni, facendo proprio quanto aveva sempre desiderato per sé e per i suoi figli: «[Accogliere] con gioia il dovere di lavorare in questo mondo, e per molti anni, perché Gesù ha pochi amici sulla terra. Non ricusiamo il dovere di vivere, di spenderci - spremuti ben bene - al servizio di Dio e della Chiesa» (Amici di Dio, 297).
Santa Caterina indica ancora la fonte inesauribile della vera sapienza e soprattutto alle donne di ogni epoca, addita i motivi profondi per affermare e difendere la propria dignità. Indica a tutti di non cedere alla facile tentazione di confidare nelle proprie forze per non cadere nell’illusione di un superficiale perbenismo.
Restare al buio e privi di olio, vedersi esclusi dal convito dello sposo per un colpevole ritardo è un grave peccato che guasta la vita di molti. La lampada della fede, alimentata dalla misericordia e dalla preghiera, diventa luce per la Chiesa, per le relazioni umane e per la società.
Preghiera a santa Caterina da Siena
O Dio, che in santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito di amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa, per sua intercessione concedi a noi tuoi fedeli, partecipi del mistero di Cristo, di esultare nella rivelazione della sua gloria.
Accogli, o Dio, questo sacrificio di salvezza, che ti offriamo nella festa di santa Caterina, e fa’ che l’insegnamento della sua vita ci renda sempre più ferventi nel rendere grazie a te, fonte di ogni bene.
Signore, questo cibo spirituale che fu nutrimento e sostegno di santa Caterina nella vita terrena, comunichi a noi la tua vita immortale.
Signore, il mondo cerca il segreto della felicità e la situa nella ricchezza. Fa’ che troviamo la felicità nel servizio, nella santità e nell’umiltà. Liberaci dalla sete di potere e di gloria e fa’ che cerchiamo prima di tutto il regno dei cieli, sapendo che ci darai tutto il resto in più.
