Atti degli Apostoli 6 racconta come la prima comunità cristiana affronta un conflitto interno provocato dalla trascuratezza delle vedove degli ellenisti, organizza il servizio delle mense e sceglie sette uomini pieni di Spirito e di sapienza. Il capitolo mostra che la crescita della Chiesa richiede giustizia, corresponsabilità, discernimento e una chiara distinzione tra il servizio della Parola e il servizio concreto ai più deboli.
Il capitolo presenta inoltre Stefano, il primo dei sette, come uomo pieno di grazia e di potenza, capace di compiere segni e di parlare con una sapienza a cui gli oppositori non riescono a resistere. La sua testimonianza conduce all’arresto e prepara il racconto del suo discorso e del suo martirio nel capitolo successivo.
Il testo di Atti 6,1-15
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”.
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia.
Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.
Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell'Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava.
Allora istigarono alcuni perché dicessero: “Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio”.
E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.
Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: “Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.
E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.
La collocazione di Atti 6 nel libro degli Apostoli
Nel libro degli Atti degli Apostoli, la Bibbia racconta la storia della nascita del Cristianesimo, gli sforzi di proselitismo (evangelizzazione) da parte dei primi cristiani e, infine, alcuni dettagli sulla fondazione delle prime comunità, che saranno ben presto chiamate “chiese”.
Il libro degli Atti degli Apostoli è importante per capire le dinamiche di diffusione del messaggio di Gesù, gli ostacoli che esso incontra e, soprattutto, il consenso ottenuto presso molte popolazioni.
Questo libro è, in un certo senso, il secondo volume dell’opera dell’evangelista Luca. Come il Vangelo che porta il suo nome, anche il libro degli Atti è dedicato dal suo autore a “Teofilo”.
È facile riscontrare che i due libri sono opera dello stesso autore, poiché riportano lo stesso tipo di informazioni storiche, lo stesso schema e lo stesso vocabolario.
Quella di Luca è al contempo un’opera storica, “giornalistica” e teologica.
Luca evidenzia alcune figure importanti per lo sviluppo e la diffusione del Vangelo: Pietro, Stefano, Filippo, Cornelio, Barnaba e Paolo, ma i personaggi principali del libro sono Pietro e Paolo.
Il libro degli Atti fa “esplodere” il gruppo dei discepoli che si sparpagliano in tutto il mondo.
L’immagine di quest’altro cammino si riflette in un altro percorso: quello da Gerusalemme a Roma.
Gli esordi del Cristianesimo sono più o meno difficili ed è tramite ciascuno dei personaggi principali di questo libro che passiamo da una situazione all’altra, da una tappa a quella successiva.
Quest’opera riporta molti discorsi (24) accompagnandoli con spiegazioni e con l’analisi teologica degli avvenimenti.
Tra i grandi avvenimenti descritti nel libro degli Atti vi sono le prime organizzazioni e la ripartizione dei ruoli: gli evangelisti e i diaconi, oltre al primo martire, Stefano.
Il problema delle vedove degli ellenisti
Il primo conflitto interno alla comunità ha origine dal fatto che vengono trascurate le vedove del gruppo giudeo-cristiano di lingua greca.
Il conflitto viene superato con l’elezione dei sette, per il servizio caritativo della comunità.
Non c’è dubbio, siamo inseriti in una prospettiva di crescita. Ma ancor più importante è segnalare l’aspetto qualitativo di questa crescita.
Qui si parla di ellenisti e di ebrei, siamo sempre all’interno dell’unico popolo d’Israele: giudei che parlano greco (ellenisti) e giudei che dimorando nella terra d’Israele parlano l’aramaico.
Il fatto di distinguere qui tra ellenisti ed ebrei allude alla ricchezza di componenti che è presente nell’ambito dell’unico popolo d’Israele nell’epoca tra Antico e Nuovo Testamento.
Il termine Ellēnistēs è stato forgiato da Luca, che lo introduce senza spiegarlo.
Oggi è assodato che derivi da ellenìzō (parlare greco, vivere come un greco) e ha una portata culturale, per cui l’autore lo applica sia ai cristiani sia ai giudei sia ai greci.
Il termine non riguarda dunque una corrente teologica, ma qualifica i giudeo-cristiani della chiesa di Gerusalemme, ellenizzati nel linguaggio e nella cultura.
Gli Ebrei erano i Giudei più inclini ad abbracciare la cultura ebraica ed erano originari prevalentemente dalla Giudea.
Gli Ellenisti, invece, erano i Giudei più inclini ad abbracciare la cultura greca, provenienti soprattutto dalla Diaspora.
Volendo semplificare, gli Ebrei tendevano a considerare gli Ellenisti gente poco spirituale che scendeva a compromessi con la cultura greca, mentre gli Ellenisti consideravano gli Ebrei dei tradizionalisti bigotti.
Di base, i due gruppi nutrivano già dei sospetti l’uno nei confronti dell’altro, una situazione di cui Satana cercava di trarre vantaggio.
È importante ricordare che, nonostante i titoli di Ebrei ed Ellenisti, si trattava pur sempre di cristiani, di seguaci di Gesù.
Erano tutti di origine ebraica, ma avevano abbracciato Gesù come Messia.
Lingua, cultura e appartenenza
Ci sono ebrei che parlano greco. Ebrei: in questo caso il termine diventa ambiguo.
Nel linguaggio del nostro evangelista, Luca, gli ebrei sono i giudei palestinesi che parlano aramaico nella loro vita quotidiana.
Ma il popolo d’Israele è una realtà molto ampia e sfaccettata, complessa e articolata.
Israele è disperso e molti vivono presso i popoli pagani, molti vivono nei territori della cosiddetta diaspora, sono disseminati di qua e di là, in contatto con le realtà del paganesimo che è dominante sulla scena del mondo.
Comunque sia giudei che parlano greco, perché questa è la lingua del mondo, mediante la quale ci si inserisce nel contesto del grande funzionamento civile, sociale, culturale che è proprio del mondo pagano all’interno dell’impero romano e ancora all’esterno dei confini dell’impero.
Ci sono giudei palestinesi che continuano a parlare l’aramaico e vivono nella terra d’Israele in una situazione privilegiata, essi sono in contatto con Gerusalemme e, ancora più importante, in contatto con il tempio.
Ciò non è possibile per i giudei della diaspora: parlano greco e sono lontani dalla terra di Gerusalemme; possono salire al tempio periodicamente, qualche volta una volta all’anno, qualche volta una volta nella vita.
Si registra una sovrabbondanza di anziani ellenisti, è probabile che molti di questi salissero e restassero a Gerusalemme per trascorrervi gli ultimi anni della loro vita.
Ci sono delle tensioni, delle differenze che alludono a distinzioni molto più profonde per quanto riguarda il modo di sentire, di impostare, di affrontare la propria vocazione, il modo di testimoniare l’identità di coloro che appartengono al popolo d’Israele.
All’interno della comunità dei discepoli del Signore si ripropongono quelle tensioni problematiche che sono presenti all’interno del popolo d’Israele.
Perché le vedove erano particolarmente vulnerabili
La chiesa primitiva si assunse la responsabilità di assistere le vedove, perché spesso queste non avevano altra fonte di sostentamento.
Infatti, in quell’epoca, spesso il fatto di essere vedove comportava una grande difficoltà economica.
Perciò, le vedove erano coloro che nella chiesa richiedevano più aiuto.
Comprendiamo dal testo che c'era un'assistenza quotidiana, probabilmente cibo o soldi, per chi era nel bisogno, che erano soprattutto le vedove.
Però, in questa assistenza quotidiana, le vedove elleniste venivano trascurate.
Evidentemente, questa assistenza era gestita da credenti Ebrei.
Mostravano una preferenza per le vedove ebree, e così trascuravano le vedove elleniste.
La parola greca collegata alla vedova indica una persona “mancante”, “senza”.
Una sensazione umana, semplice: quella di aiutare persone sole, che hanno perso materialmente qualcuno o qualcuna di importante.
Che nella concretezza della vita quotidiana devono magari accudire anziani o far crescere bambini.
L’azione degli apostoli è concreta: il gruppo si riorganizza e supporta i più deboli.
Il significato del conflitto
Il problema non consiste soltanto in un difetto amministrativo, ma coinvolge la giustizia, l’unità e la credibilità della comunità cristiana.
Gli Ellenisti ritenevano che le loro vedove fossero trascurate dagli Ebrei.
Non viene suggerito che la svista fosse intenzionale; più probabilmente la causa fu una cattiva amministrazione o supervisione.
In una congregazione di quelle dimensioni, era inevitabile che i bisogni di qualcuno passassero inosservati.
Satana adora approfittare di un torto involontario per dare il via a un conflitto.
Gli Ebrei avevano ragione nel cuore e gli Ellenisti avevano ragione nei fatti, le condizioni perfette per un conflitto che avrebbe spaccato la chiesa.
Fino a questo punto nel libro di Atti, gli attacchi di Satana contro la chiesa sono arrivati da molti fronti diversi.
È ricorso a diverse forme di opposizione e di intimidazione diretta e ha cercato di corrompere la chiesa dall’interno.
Ora Satana spera di riuscirci con il “divide et impera”, istigando un gruppo di cristiani contro l’altro.
Si può dire che con Atti 5 e 6 erano finiti i bei tempi per i primi cristiani.
Ora dovevano fare i conti con la corruzione interna, le dispute e le potenziali divisioni.
Ciò che avrebbe fatto la differenza era il modo in cui avrebbero affrontato quei problemi.
Favoritismo, mormorazione e divisione
Avete visto il peccato? In realtà, c'erano due peccati.
Il peggiore è il fatto che alcuni credenti ebrei trascuravano le vedove elleniste.
Questo suscitava il peccato di mormorare.
Quindi, la chiesa era contaminata dal peccato di favoritismo, oppure, potremmo dire, il peccato di agire in modo ingiusto.
In realtà, questo è un peccato molto grave, perché crea grande divisione nella chiesa.
Quando ci sono queste divisioni, la chiesa non può essere unita, e questo vuol dire che la presenza di Dio non è visibile.
Quando ci sono divisioni, non è possibile essere di una sola mente e un solo cuore, e perciò, i credenti non saranno ripieni dello Spirito Santo, e non possono avere il frutto dello Spirito, e non possono portare vero frutto.
Inoltre, non c'è il vero amore.
Il termine mormorazione descrive una protesta che può nascere da un’ingiustizia reale, ma che rischia di trasformarsi in risentimento e contrapposizione.
La comunità affronta il problema: ci si lamenta che vengono trascurate le vedove degli ellenisti.
La questione viene invece portata alla luce e affrontata attraverso un discernimento comune.
La radice dell’identificazione di gruppo
Consideriamo il motivo per cui c'era il peccato di divisione.
Qual è il peccato di fondo che porta ad avere divisioni?
Cioè, avere divisioni è già un peccato, però, è importante capire qual è il peccato di fondo che porta ad avere divisioni.
Perché ci sono divisioni fra credenti?
Che cos'è che crea queste divisioni?
Ci sono diversi motivi per cui ci sono divisioni, ma quello centrale è l'orgoglio, dovuto al fatto che un credente si identifica con altri, anziché con Cristo.
Cioè, nella carne, abbiamo la tendenza di identificarci con questo o quell'altro gruppo, anziché solo con Cristo.
Questa è una forma di orgoglio.
A Gerusalemme, alcuni credenti si identificavano come Ebrei, ed altri come Ellenisti.
Ogni vero credente in Gesù Cristo dovrebbe identificarsi con Gesù Cristo, e così sentire un legame con tutti gli altri che si identificano con Cristo.
Trovare una parte della propria identità in un gruppo è un peccato, perché è una forma di orgoglio, e perché non è trovare la propria identità solo in Cristo.
Non è sbagliato in sé appartenere ad un gruppo.
Il problema è di identificare una parte della nostra identità in quel gruppo.
Quando troviamo una parte della nostra identità in un gruppo, sentiamo un legame con chi appartiene al nostro gruppo che non sentiamo con quelli di fuori.
Questo crea una distinzione sbagliata.
In questi casi, tendiamo a preferire e a favorire quelli del nostro gruppo.
Questo è quello che succedeva a Gerusalemme, quando gli ebrei davano preferenza alle loro vedove, ed era peccato.
Dobbiamo avere lo stesso amore e la stessa cura per tutti i veri credenti, senza fare distinzioni e senza favoritismi.
Possiamo mostrare favoritismo e distinzioni per tanti motivi.
Però, è un peccato.
La soluzione degli apostoli: responsabilità condivise
Gli apostoli riconoscono il problema, comprendono i loro limiti, si rendono conto che comincia a venire a mancare nella nuova comunità quella coesione e quella fraternità che li distingueva agli occhi di tutti.
Convocano quindi i discepoli per analizzare la situazione.
È importante sottolineare che questa è una situazione nuova, non prevista.
Non c’è più il Maestro a decidere per loro, sono loro che da adesso in poi con l’aiuto dello Spirito Santo dovranno fare discernimento e saper risolvere i problemi ogni volta che emergono.
La comunità risponde dando il suo appoggio.
La comunità affronta il problema attraverso una decisione condivisa e una precisa distribuzione dei compiti.
“Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio”
Gli apostoli spiegarono che dovevano rimanere fedeli alla loro vocazione centrale, ovvero alla preghiera e al ministero della parola, e che non era giusto che usassero il proprio tempo per gestire i bisogni pratici delle vedove.
Gli apostoli si rendono conto che non possono curare la preghiera, dedicarsi alla predicazione e occuparsi delle mense.
Non possono fare tutto loro.
Non si trattava di un atteggiamento di superiorità da parte dei Dodici, che consideravano quel compito troppo umile per loro.
Dio non aveva chiamato gli apostoli ad essere tutto per la chiesa, ma ha suscitato e continuerà a suscitare altri per servire in altri modi.
Un pastore non dovrebbe impiegare tutto il proprio tempo in compiti come quello del puro servizio alle mense, ma sarebbe altrettanto sbagliato se lo considerasse un lavoro troppo basso per lui.
Tutto questo non aveva nulla a che vedere con la distribuzione del cibo vera e propria o con la pulizia dei tavoli dove mangiavano le vedove.
Riguardava piuttosto la gestione degli aspetti pratici ed economici pertinenti all’assistenza alle vedove.
Una “mensa” o tavolo a quel tempo identificava il luogo dove i cambiavalute raccoglievano e scambiavano il denaro.
I diaconi furono nominati per supervisionare la distribuzione degli aiuti in denaro e in provviste ai bisognosi della congregazione.
Preghiera, Parola e servizio concreto
La distinzione tra il servizio della Parola e il servizio delle mense non stabilisce una gerarchia tra attività spirituali e attività materiali.
Luca ha forgiato l’espressione “diaconia della Parola” contrapponendola alla “diaconia delle tavole”.
Con la prima espressione bisogna intendere sia la preservazione della tradizione sia il suo sviluppo kerigmatico, sia l’eucarestia sia la preghiera.
La diffusione della Parola, infatti, poiché garantisce la crescita della Chiesa, è una necessità che sovrasta quella, non certo messa in discussione, dell’assistenza alle vedove.
La teologia di Luca non esclude mai l’etica dalla parola proclamata, per questo una crisi sociale conduce a una decisione teologica.
Il servizio pratico è servizio spirituale.
Sia per assistenza sia per ministero nel greco viene usata la stessa parola, che in entrambi i passi trasmette l’idea di servizio, che sia pratico o spirituale.
Le persone dovrebbero considerare un privilegio il servizio al Signore in modi così pratici e semplici, piuttosto che vederlo solo come un peso “poco spirituale”.
A parte la croce, Gesù mostrò la misura massima dell’amore semplicemente lavando i piedi ai Suoi discepoli.
Il fatto che gli apostoli si tenessero occupati con la preghiera e il ministero della parola mostrava la loro forte dedizione e l’impegno che era loro richiesto per predicare e pregare in modo appropriato.
Il ministero è molto impegnativo, anche a prescindere dai grattacapi amministrativi.
Non si dedicavano solo al ministero della parola.
Pertanto, i pastori non devono pensare di aver fatto il proprio dovere, credendo di non dover fare altro, dopo aver dedicato quotidianamente un po’ di tempo all’insegnamento.
I sette uomini: criteri e significato della scelta
I Dodici chiedono alla comunità di intervenire per cercare e selezionare i candidati al servizio delle mense per i poveri: sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza.
Le qualifiche descritte dagli apostoli si concentravano sul carattere degli uomini da scegliere, perché erano maggiormente interessati alle qualità interiori di quegli uomini che alla loro apparenza o immagine esteriore.
Dal punto di vista spirituale devono essere persone, che hanno fatto esperienza dello Spirito, non tanto perché essi ne parlino, ma perché traspare dal dono di sapienza di cui godono.
Spessore di esperienza religiosa e di virtù umane sono la condizione perché questi uomini possano prendere servizio nella comunità.
Ripieni di Spirito Santo e di sapienza ci dice che quegli uomini dovevano avere una mente sia spirituale che pratica, una combinazione che può essere difficile da trovare.
Pur trattandosi di un servizio semplice e pratico, dovevano essere ben qualificati in senso spirituale, soprattutto a causa del pericolo di divisione.
Per questo motivo, gli uomini dovevano avere una buona testimonianza, uomini di cui la famiglia della chiesa poteva fidarsi.
La comunità partecipa al discernimento
Gli apostoli parlarono al gruppo generale dei credenti e perseguirono la soluzione con una buona dose di comunicazione e di suggerimenti da parte dei credenti.
Addirittura, chiesero, probabilmente soprattutto a coloro che si sentivano offesi, di proporre uomini di buona reputazione per svolgere questo lavoro.
Fu un modo meraviglioso di risolvere il problema: non buttarono fuori chi si lamentava, non divisero la congregazione in due, non ignorarono gli scontenti e non formarono un comitato per discutere del problema fino alla nausea.
Sicuramente ci fu qualcuno che suggerì che gli apostoli prestassero personalmente più attenzione alla distribuzione degli aiuti per le vedove.
Invece, delegarono e coinvolsero più persone nell’opera ministeriale.
Soddisfare i bisogni non soddisfatti è un ottimo modo per introdurre nuove persone nel ministero.
Non si trattava di un esercizio di governo congregazionalista, sebbene gli apostoli volessero e valorizzassero saggiamente il contributo della comunità.
L’ultima parola sarebbe spettata agli apostoli.
Pur avendo chiesto alla congregazione di nominare i sette, la decisione sarebbe stata comunque dei dodici.
I nomi dei sette
| Nome | Indicazione nel testo |
|---|---|
| Stefano | Uomo pieno di fede e di Spirito Santo |
| Filippo | Evangelizzatore della Samaria |
| Pròcoro | Uno dei sette scelti dalla comunità |
| Nicànore | Uno dei sette scelti dalla comunità |
| Timone | Uno dei sette scelti dalla comunità |
| Parmenàs | Uno dei sette scelti dalla comunità |
| Nicola | Un prosèlito di Antiòchia |
Si eleggono i “sette”, dando particolare rilievo a Stefano, al quale fa seguire Filippo in quanto evangelizzatore della Samaria.
I “sette” sono tutti greci, che capiscono i bisogni della comunità.
Poiché tutti e sette gli uomini avevano nomi greci, è probabile che fossero essi stessi ellenisti.
Avendo nominato proprio degli ellenisti per occuparsi della distribuzione alle vedove, il popolo e gli apostoli mostrarono grande sensibilità verso gli ellenisti che erano stati offesi.
Sette nomi tutti greci, fino ad arrivare al settimo che è un proselito di Antiochia, cioè un pagano convertito, un pagano divenuto giudeo.
Il testo non dice esplicitamente che i sette fossero diaconi nel senso tecnico e sviluppato che il termine assumerà successivamente.
Sebbene il capitolo non chiami questi uomini diaconi, la maggior parte ritiene che siano stati i primi a ricoprire l’ufficio di diacono come descritto in 1 Timoteo 3:8-13.
La parola diacono significa semplicemente “servo” e quegli uomini lo erano di sicuro.
Non viene qui descritta l'istituzione del ministero del diaconato, ma ci parla della comunità, che riconosce i propri bisogni e provvede a dare i servizi necessari.
Molto si è discusso e si discute, se i sette chiamati per il servizio alle mense siano i precursori del Diaconato, terzo grado dell’ordine.
Di fatto i sette si comportano e fanno esattamente ciò che fanno gli apostoli.
Però anche se vengono nominati nel rito di Ordinazione del Diacono, non tutti sono d’accordo nel vedere il momento della nomina dei sette come la base costitutiva dei Diaconi.
L’imposizione delle mani
Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
Vengono imposte loro le mani, comunicando un dono spirituale, che li rende atti a tale incarico.
In questo caso, il popolo nominò gli uomini e gli apostoli diedero la propria approvazione imponendo su di loro le mani, dopo che ebbero pregato per ricevere la guida e l’approvazione di Dio.
Fu importante imporre loro le mani, sebbene il loro servizio fosse principalmente per i bisogni pratici delle vedove.
La comunità si ricompatta e presenta agli Apostoli sette uomini che dopo aver pregato vengono consacrati per questo ministero, imponendo loro le mani.
L’imposizione delle mani è un trasmettere ad altri il proprio potere.
È interessante vedere che gli Apostoli non impongono delle scelte alla Comunità, perché è la comunità stessa che indica chi sono coloro che dovranno servirla.
Hanno scelto loro gli uomini giusti con quelle caratteristiche adatte al servizio richiesto.
Atti 6 e la corresponsabilità nella Chiesa
Il brano mostra una comunità radunata attorno ai suoi responsabili, che garantiscono l’unità, fanno proposte, ma riservano ad essa il compito di accettare e decidere.
La vita delle comunità cristiane non è senza tensioni e difficoltà ma esse possono cercare i loro equilibri e le soluzioni efficaci orientandosi a Gesù.
Questo fatto è fondamentale non solo per il momento che sta vivendo la prima comunità ma in proiezione per la vita delle comunità cristiane sorte nel tempo, fino ad arrivare a noi.
A Luca preme farci capire il cammino inarrestabile della Parola, che nell’andare fa crescere la Comunità, la Chiesa non solo di numero, ma anche di qualità, temprata nelle difficoltà, nelle criticità che man mano incontra e che saranno anche sempre più impegnative ed anche dolorose.
La gioia che gli apostoli hanno nel cuore, è perché sono consapevoli di aver condiviso con il loro maestro le sofferenze che anche lui ha patito, e questo li rende sempre più forti e decisi nel percorrere il cammino della Parola.
Sicuri che le difficoltà, i momenti difficili saranno superati se si affideranno sempre per qualsiasi decisione allo Spirito Santo.
L’idilliaca descrizione che fa Luca della nuova Chiesa nascente non è uno spot pubblicitario, Luca sa che la Comunità è fatta di uomini con le loro fragilità, ma quando gli uomini con le loro fragilità si fanno guidare dallo Spirito nascono cose nuove.
Lo slogan è saper cogliere dalle difficoltà e dalle diversità, opportunità nuove, per crescere e tirarci fuori dalla monotonia e dalla pigrizia.
Non a caso da un po’ di tempo la Chiesa si interroga su Sinodalità e Corresponsabilità.
Oggi più che mai c’è la necessità di condividere il cammino della Chiesa con tutti i battezzati.
Per questo c’è bisogno di una comunità sempre più matura, che consapevole dei doni dello Spirito Santo metta le proprie capacità, le proprie specificità, le proprie professionalità a servizio di tutti.
Qualsiasi talento il Signore ci affida per il bene della Comunità, atti di amore e di carità, va sempre e comunque alimentato dall’ascolto della Parola e dalla Preghiera.
La crescita della Parola
La parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente.
La Chiesa cresce in numero ma anche in profondità perché la Parola fruttifica.
Letteralmente, “cresceva” indica un verbo che Luca usa per descrivere la Parola come un organismo.
Il binomio “crescere e moltiplicarsi” è biblico: evoca fin dalla Genesi la benedizione del Creatore nella proliferazione delle creature o nella crescita del popolo dell’alleanza.
Luca è il solo nel Nuovo Testamento a parlare della Parola come un organismo che cresce.
La metafora si ispira alla parabola del seminatore ma non esprime una visione magica: la Parola cresce perché i Dodici decidono di continuare a servirla.
Infatti, come ogni organismo, la Parola ha bisogno di cure per crescere.
La diffusione della Parola e l’assistenza concreta non sono realtà opposte.
La comunità cresce proprio quando risponde con fedeltà sia alla missione dell’annuncio sia alla responsabilità verso le persone vulnerabili.
Intanto la parola di Dio si diffondeva: poiché la situazione fu gestita con saggezza e sensibilità nei confronti di coloro che avevano subito l’offesa, fu disinnescata una questione potenzialmente divisiva e il Vangelo continuò a diffondersi.
Persino un gran numero di sacerdoti mise la propria fede in Gesù.
Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo
Adesso l’attenzione si concentra su Stefano, il primo dei sette.
Stefano è caratterizzato come l’uomo della pienezza: Stefano pieno di grazia e di fortezza.
Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.
Dio operava grandi prodigi e segni non solo per mezzo degli apostoli, ma anche di altre persone come Stefano, uno dei servi scelti per assistere le vedove.
Dio si servì di Stefano, perché era ripieno di fede e di potenza.
Esiste una piccola disputa testuale per stabilire se nel testo originale di Luca fosse riportato che Stefano era ripieno di fede e di potenza o ripieno di grazia e di potenza.
Alla fine, il significato è sostanzialmente lo stesso, perché vivere per fede vuol dire camminare nella grazia di Dio.
Stefano è identificato non solo per la lingua che parla, ma per la spiritualità che ha acquisito, per le esperienze vissute, per la sua provenienza, per tutto un mondo che gli sta attorno e che gli sta nell’animo.
Un personaggio pieno.
Stefano è pieno: abbiamo a che fare con un personaggio che fin dall’inizio ci è presentato come testimone di una comunione che non è in contraddizione con la sua particolare identità.
Una pienezza di comunione che trasuda proprio dal suo modo di presentarsi limitato, particolarmente identificato, circoscritto nel suo vissuto.
Stefano si dà da fare pieno di grazia e di energia.
Stefano e Filippo oltre il servizio delle mense
Il loro compito non sarà limitato alle mense: di Stefano e di Filippo sarà messa in luce l’opera evangelizzatrice.
Come vedremo in seguito, dalle gesta di Stefano e Filippo, questi uomini si comportano esattamente come gli apostoli, non si occupano solo delle mense, ma mossi dallo Spirito Santo, diffondono la Parola e fanno miracoli.
A questo punto potrebbe sorgere una domanda, perché questi uomini fanno esattamente le stesse cose che fanno gli Apostoli e non si limitano a servire alle mense?
La risposta è semplice, anche loro sono stati toccati dall’amore e dalla misericordia di Dio, sono pieni di Spirito Santo, sono quindi testimoni del Cristo Risorto.
Anche se gli è stato affidato un compito particolare non per questo sono esentati dal dare testimonianza con l’annuncio della Parola, e la preghiera.
La stessa espressione “tèrata kai sēmèia” indica, a partire dalla Pentecoste, i miracoli che lo Spirito di Dio produce attraverso i credenti.
Questi miracoli erano concessi a Gesù e dopo di lui agli apostoli.
La stessa espressione, applicata ora a Stefano, indica che come grazia divina egli non è inferiore ai Dodici.
Quegli uomini furono scelti per servire alle mense, per fare cose ordinarie; invece, si ritrovarono a fare cose straordinarie, a operare segni e prodigi in mezzo al popolo.
L’arresto di Stefano
Al servizio concreto segue il conflitto pubblico.
Alcuni della sinagoga detta dei “liberti”, comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, si alzarono a disputare con Stefano.
I liberti erano forse Ebrei fatti schiavi da Pompeo nel 63 a.C. e poi liberati.
Scoppia il conflitto a riguardo di coloro che provengono dalle sinagoghe nelle quali si raccolgono i giudei della diaspora.
Sono tutti giudei provenienti dalla diaspora, ellenisti.
A Gerusalemme esistono sinagoghe nelle quali si ritrovano e pregano e lì sviluppano le loro ricerche teologiche e danno corpo ai movimenti di spiritualità, a impegni pastorali e così via.
Questi tali disputano con Stefano.
Il conflitto sorge all’interno dell’ambiente ellenista, che è l’ambiente di Stefano.
Non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava.
Si realizza anche per Stefano la promessa di Gesù: “Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”.
Le false accuse
Quando gli avversari non riescono a rispondere alla sapienza di Stefano, cambiano strategia.
Verbo unico nel Nuovo Testamento, hupoballō significa letteralmente “gettare da sotto”, quindi “incitare in segreto”: contiene quindi l’idea di dissimulazione e indica una condotta suggerita o soffiata a qualcuno, in pratica un incitamento a mentire.
Allora istigarono alcuni perché dicessero: “Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio”.
La formulazione dell’accusa richiama il processo contro Gesù.
E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.
Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: “Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge”.
È una formulazione originale di Luca, che con il termine ethos indica non la Torah in sé, la Legge scritta, ma le pratiche ebraiche, derivate in gran parte dalla Legge ma non identiche.
Luca adotta un linguaggio greco-romano per evocare l’insieme delle osservanze identitarie dell’ebraismo.
La questione riguarda la legge e il tempio, due grandi temi di tensione e di discussione a livello teologico e pastorale nell’ambito del giudaismo.
Stefano viene accusato pubblicamente.
Tradiscono loro Stefano che proviene dal loro medesimo ambiente, si sentono loro traditi da Stefano, si sentono loro contestati da Stefano.
Per questo lo denunciano in modo aspro, violento e drammatico.
Il volto di Stefano come quello di un angelo
E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.
Il volto di Stefano rivela una presenza che l’accusa non riesce a distruggere.
La sua serenità non significa assenza di pericolo, ma testimonia la forza dello Spirito nella prova.
La sua vita mostra la continuità tra il servizio quotidiano, la predicazione, i segni e la testimonianza fino alla sofferenza.
Stefano è il primo martire cristiano.
Saulo, Ebreo pio ed erudito, era presente alla lapidazione di Stefano, primo martire cristiano, e ne aveva perfino approvato la barbara esecuzione.
Legge, tempio e novità di Gesù
Le questioni fondamentali erano due.
Una prima questione riguarda la dottrina del tempio per l’ovvio motivo che coloro che vivono lontani dalla terra, da Gerusalemme, dal tempio, non sono in grado di frequentare il culto.
Il tempio è unico e il culto viene celebrato solo a Gerusalemme, motivo di grande commozione per i pellegrini.
Tutta la devozione del giudaismo ellenista tende a trasformare il culto che si svolge nell’unico tempio di Gerusalemme in un valore spirituale.
Tende a sostituire a quel culto che si svolge secondo le modalità liturgiche gestite da tutto l’apparato levitico-sacerdotale nel tempio di Gerusalemme, in un complesso di testimonianze interiori che si ricapitolano in quella terna di elementi: il digiuno, la preghiera, l’elemosina.
C’è un altro tema su cui è registrata la tensione tra i giudei della diaspora e gli altri: i giudei ellenisti non sono in grado di osservare una gran parte di quelle prescrizioni che sono stabilite nella legge.
Vivere fuori della terra, lontano da Gerusalemme e dal tempio è non potere osservare in pienezza l’osservanza.
Non c’è dubbio che il popolo di Dio, il popolo dell’alleanza si identifica in rapporto alla legge, ma come intendere la legge visto che non può essere osservata da coloro che sono in diaspora?
Anche in questo caso tutto il giudaismo ellenista tende a interpretare la legge e le osservanze conseguenti in una dimensione più interiore.
Quel che conta è la conversione del cuore, la circoncisione del cuore, l’apertura dell’anima alla relazione con il Dio vivente.
Stefano non nega la storia della salvezza, ma la interpreta alla luce del compimento in Gesù Cristo.
In questo modo, il problema non è semplicemente il tempio, la Legge o le tradizioni, ma il riconoscimento dell’opera di Dio che conduce oltre ogni chiusura.
Il rapporto con il Vangelo di Giovanni
Il Vangelo indica con chiarezza a chi vuole seguire Gesù il criterio di riferimento per ogni azione e scelta.
Gesù si propone ai suoi discepoli come la via, la verità e la vita.
Solo lui conosce il Padre e può condurci al Padre.
Il vangelo ci indica con chiarezza il criterio di riferimento per ogni nostra azione e scelta.
La condizione per seguire Gesù è la fede, la fiducia in lui, accogliere lo Spirito, che è la forza di vita, la forza creatrice che introduce novità di vita.
La fede in Gesù e la sequela di lui non hanno nessuna evasione dalla realtà, rappresentano piuttosto un orientamento serio nelle questioni del presente, impegnando la responsabilità dei credenti nel mondo e verso il mondo.
La vita delle comunità cristiane non è senza tensioni e difficoltà ma esse possono cercare i loro equilibri e le soluzioni efficaci orientandosi a Gesù.
Abbiamo bisogno di continua conversione, di riorientare la nostra esistenza a Gesù.
Oggi è difficile per molti trovare criteri validi di orientamento.
Le strade terrene possono infarcirci di menzogne, le fonti terrene a cui ci dissetiamo possono essere inquinate.
Il processo di giustizia nel mondo, come il processo della pace tra i diversi popoli, richiede scelte coraggiose, a volte anche rischiose; ma delle scelte che devono essere ben determinate e per le quali le persone devono essere coinvolte pienamente.
Queste scelte devono essere maturate attraverso il confronto e il dialogo.
Fede e armonia interiore
“Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio”.
Gesù ci invita a raggiungere l’armonia interiore, che vuol dire dare fiducia alla vita, dare fiducia al bene, cioè fidarsi della forza che ci investe, di quell’energia che ci attraversa, perché può diventare in noi qualità nuova di vita.
Quando uno ha fede in Dio vuol dire che è convinto che esiste una forza più grande, che soggiace alla nostra piccola storia, che può esprimersi in noi in modo nuovo.
La fede in Dio non cade dall’alto, fiorisce attraverso i rapporti degli uomini, che rendono presente e visibile l’amore di Dio attraverso i loro gesti.
La comunità di Atti 6 rende visibile questa fede attraverso una decisione concreta: protegge le vedove, riconosce i propri limiti e affida responsabilità a persone capaci.
Il significato spirituale di Atti 6
1. La Chiesa cresce e deve organizzarsi
Moltiplicandosi il numero dei discepoli vuol dire che l’opera del regno di Dio attraverso la prima comunità cristiana continuava ad avere grande successo e che affrontava bene i propri problemi.
Il riferimento alla crescita ci ricorda ancora una volta che la chiesa primitiva era organizzata: sapevano quanti venivano salvati; si riunivano in luoghi e momenti precisi; raccoglievano denaro e beni e li distribuivano alle persone nel bisogno; affrontavano il peccato e lo risolvevano.
Tutto ciò indica che esisteva almeno un certo livello di organizzazione.
La crescita numerica rende visibili bisogni che prima non emergevano.
Una comunità più grande deve sviluppare forme più mature di ascolto, distribuzione delle risorse, responsabilità e controllo.
2. La giustizia concreta appartiene alla missione
La comunione fraterna non è solamente condivisione spirituale, ma si inserisce in una dimensione materiale e, dunque, anche economica.
Lo Spirito del Dio della Bibbia libera l’uomo dall’istinto di possesso.
La condivisione non è necessariamente una ricerca di parità di trattamento, e Gesù fa capire che tutti dovrebbero ricevere secondo necessità, non secondo i capricci del momento.
Il gruppo si riorganizza e supporta i più deboli.
Non esaltando le differenze, ma rispondendo come un’unica comunità, come ci ha insegnato Dio.
Aiutare chi è rimasto solo dà più forza al percorso di evangelizzazione.
3. La diversità non deve produrre esclusione
Un’altra criticità che notiamo in questo brano è la diversità, perché venivano trascurate le vedove degli ellenisti.
La diversità che fa paura, che tende a isolare, a fare due pesi e due misure.
Attraverso Stefano e Filippo la Comunità scoprirà doni meravigliosi anche tra i fratelli di lingua Greca.
Anzi questi doni daranno uno slancio inarrestabile alla Parola, che raggiungerà a breve anche i pagani.
La Parola non è esclusiva di pochi.
È a disposizione di tutti coloro che vogliono mettersi in ascolto e conoscere sempre più e meglio, non un pensiero filosofico, non un’ideologia, ma un uomo mandato da Dio, che è morto per Amore di tutta l’umanità passata, presente e futura e che Dio ha risuscitato, Gesù.
4. Ogni servizio richiede qualità spirituali e umane
La comunità non sceglie i sette soltanto per la loro efficienza.
Essi devono essere stimati, pieni di Spirito e di sapienza.
Il servizio cristiano richiede insieme competenza pratica, affidabilità, equilibrio, capacità di ascolto e maturità spirituale.
La sapienza non è soltanto conoscenza, ma capacità di applicare la fede alle situazioni concrete.
La buona reputazione non è una ricerca di prestigio, ma la fiducia che permette alla comunità di affidare beni, persone e responsabilità.
5. Delegare protegge la missione
Gli apostoli non cercano di controllare ogni aspetto della vita comunitaria.
Essi riconoscono che la centralità della preghiera e della Parola deve essere custodita, ma riconoscono anche che l’assistenza concreta deve essere organizzata con serietà.
Delegare non significa disinteressarsi dei bisogni, ma creare una responsabilità condivisa.
Il modello di Atti 6 evita due errori opposti: trascurare la preghiera per l’amministrazione oppure usare la preghiera come pretesto per non occuparsi dei poveri.
6. Le difficoltà possono diventare occasioni di crescita
Il cammino della Parola coglie lungo la strada tante opportunità.
Il brano che analizziamo oggi per esempio dà agli apostoli l’opportunità di capire che non possono fare tutto da soli, hanno bisogno di collaboratori che condividano con loro le responsabilità.
È quello che è successo a Mosè nel deserto.
Mosè nel deserto era occupato dalla mattina alla sera a dare disposizioni, dirimere le controversie, dare consigli e arrivava alla sera distrutto.
Ma ecco che arriva in visita il suocero Jetro, sacerdote di Madian, che gli consigliò di nominare uomini saggi che lo aiutassero e condividessero con lui le responsabilità, e così fece.
La crisi non viene negata, ma trasformata in un’occasione per maturare una nuova forma di comunione.
Atti 6 e l’unità della comunità
Il problema della Chiesa di Gerusalemme è anche un grande problema oggi.
Come credenti per mezzo della fede in Gesù Cristo, noi dovremmo identificarci solo con Gesù Cristo.
Vivendo così, sentiremo un legame con ogni altro vero credente.
Non faremo distinzioni.
Non avremo favoritismi.
La nostra tendenza umana, anche come credenti, è di organizzarci in gruppi.
Quello che succede, se guardiamo la realtà, è che molto spesso chi fa parte di un gruppo si identifica con quel gruppo, al punto che si fa proprio come si faceva a Gerusalemme, cioè, si dà preferenza a chi fa parte dello stesso gruppo.
Questa crea molta divisione nella Chiesa di Gesù Cristo.
Un grande pericolo che succede quando troviamo la nostra identità in un gruppo, è quello di tendere a essere leali verso il nostro gruppo, al punto di accettare problemi e compromessi nel gruppo.
Un altro grave problema che succede quando ci si identifica con un gruppo è che si accetta la dottrina del gruppo, senza veramente valutarla attentamente con la Bibbia.
Non è sbagliato in sé fare parte di un gruppo, quello che è sbagliato è identificarsi con un gruppo, trovare una parte della tua identità in quel gruppo.
Quando facciamo così, ciò provoca le divisioni che ci portano a mostrare favoritismo verso chi fa parte dello stesso gruppo, anziché trattare tutti i credenti con lo stesso metro.
Identificarsi con un gruppo porta anche ad avere lealtà verso il proprio gruppo, ciò porta a scusare sbagli e compromessi, e a non esaminare attentamente la dottrina.
La corresponsabilità dei battezzati
Oggi più che mai c’è la necessità di condividere il cammino della Chiesa con tutti i battezzati.
Per questo c’è bisogno di una comunità sempre più matura, che consapevole dei doni dello Spirito Santo metta le proprie capacità, le proprie specificità, le proprie professionalità a servizio di tutti sapendo di essere corresponsabile insieme ai fratelli, intorno al Vescovo ai sacerdoti e ai diaconi della Chiesa del Cristo Risorto.
Dio ha fatto ognuno di noi diverso dall’altro, ognuno è l’originale di se stesso.
È mettendo insieme questi doni che con l’aiuto dello Spirito si crea una Comunità di Fratelli che si assomigliano solo perché sono tutti Figli di Dio ma con una diversità così variopinta da illuminare il mondo.
Il Signore il mondo non lo ha fatto in bianco e nero ma a colori.
Come l’arcobaleno simbolo dell’alleanza tra il cielo e la terra.
Un’alleanza fedelissima da una parte e sempre da rinnovare dall’altra.
Per questo è importante conoscere chi diciamo di amare.
Perché è per Amore di chi ci ha amato per primo che possiamo dire quel “sì”: mi sento responsabile.
Messaggio centrale di Atti 6
Atti 6 mostra che una comunità cristiana autentica non è una comunità priva di problemi.
È una comunità che riconosce i problemi, ascolta chi è stato trascurato, rifiuta il favoritismo, coinvolge i propri membri e affida i compiti alle persone adatte.
La Chiesa cresce quando la Parola viene custodita, quando la preghiera rimane centrale e quando la carità diventa un’organizzazione concreta della fraternità.
La soluzione degli apostoli non cancella le differenze linguistiche e culturali, ma le riconosce e le mette al servizio dell’unità.
I sette uomini, scelti tra gli ellenisti, testimoniano che chi era stato trascurato può diventare protagonista della missione.
Stefano dimostra che il servizio delle mense non è un incarico marginale: dalla fedeltà nelle responsabilità quotidiane nasce una testimonianza pubblica capace di raggiungere il popolo.
La strategia di Satana fu un fallimento, perché non riuscì nel suo tentativo di spaccare la chiesa.
Fallì però anche la seconda strategia di Satana.
Gli apostoli non distolsero la propria attenzione dal ministero che Dio aveva per loro: concentrarsi sulla Parola di Dio e sulla preghiera.
