Pavimento cosmatesco di Santa Maria in Trastevere: storia e caratteristiche

Il pavimento cosmatesco di Santa Maria in Trastevere è una decorazione marmorea caratterizzata da tessere policrome, motivi geometrici, rotae e fasce intrecciate, inserita nell’architettura della basilica per arricchirne l’aspetto e organizzare simbolicamente lo spazio liturgico.

Il pavimento oggi visibile appare riconducibile a una ricostruzione e a interventi di restauro di epoca relativamente recente, nei quali fu reimpiegata parte del materiale lapideo meglio conservato dell’antica pavimentazione cosmatesca. A un’analisi autoptica, infatti, esso presenta fasce marmoree perimetrali e partizioni reticolari formate da tessere nuove, mentre la simmetria policroma dei disegni geometrici risulta ripristinata almeno in gran parte della superficie.

Che cos’è il pavimento cosmatesco

Il pavimento cosmatesco è una particolare tipologia di decorazione pavimentale emersa in Italia tra il XII e il XIII secolo grazie all’attività di alcuni marmorari romani che operarono in varie botteghe e appartenenti alla famiglia dei Cosmati.

Collocandosi a metà della ricerca artistica tra le tecniche costruttive romane e le trame di ispirazione bizantina, lo “stile” cosmatesco rappresenta uno dei più pregiati risultati che l’arte medievale, ed in particolare quella dei marmorari romani operanti nel XII-XIII secolo, ci ha lasciato.

Il termine cosmatesco fu coniato dal celebre architetto Camillo Boito nel 1860 quando in un articolo dal titolo ‘Architettura Cosmatesca’ descrisse la tecnica per pavimentazioni utilizzata da alcuni marmorari romani vissuti nel XII-XIII secolo.

Cosmati è in realtà un termine generico dovuta al fatto che i marmorari romani indicavano se stessi come Cosma o Cosmatus firmando le loro opere.

Le famiglie di artigiani che furono considerate ideatrici di questo stile vissero nel periodo compreso tra il papato di Pasquale II e quello di Onorio III (1099 - 1227) e furono due ma, a causa del fatto che spesso nelle iscrizioni ricorreva il nome ‘Cosma’ (Cosmas o Magister Cosmatus), prevalse il termine unico Cosmati per indicare gli artisti coinvolti in queste celebri creazioni medievali.

La famiglia dei Cosmati e le botteghe marmorarie romane

Successivamente si sono potuti identificare due artisti diversi che appartenevano a due famiglie: Cosma di Jacopo di Lorenzo, attivo almeno dal 1210 al 1231, e Cosma di Pietro Mellini, attivo a partire almeno dal 1264.

Cosma di Jacopo di Lorenzo è uno dei marmorai più noti della famiglia di Tebaldo Marmorario che è il capostipite di questa famiglia, attivo tra il 1100 e il 1150, e che raccolse le più grandi committenze da parte del papato.

E’ noto che il figlio di Tebaldo si chiamava Lorenzo, a cui seguì appunto Jacopo e quindi Cosma.

Anche i figli di Cosma proseguirono l’attività della famiglia.

Questa famiglia diede avvio a una vera e propria moda nella decorazione pavimentale che incontrò il gusto e soddisfece il desiderio dei papi che quindi autorizzarono il prelievo dei marmi e delle altre pietre necessarie alla realizzazione di questa particolare decorazione musiva dai vari edifici romani.

Accanto alla bottega dei Cosmati perciò sorsero anche botteghe di marmorari imitatori di questo stile che nel tempo venne utilizzato per realizzare non più solo pavimenti ma anche altari, leggii, pulpiti, colonne tortili, fonti battesimali, ecc…

Bisogna poi ricordare almeno l’esperienza del Magister Paulus a sua volta discepolo di un certo Magister Christianus attivo già nella metà del X secolo.

Il Magister Paulus diede vita a una sua bottega insieme ai suoi figli, attiva immediatamente prima di quella dei Cosmati.

Al Magister Paulus sono attribuiti i pavimenti della chiesa di San Clemente, quelli dei Santi Quattro Coronati, della cattedra di San Lorenzo in Lucina e della basilica di San Pietro in Vaticano.

Per la similitudine nello stile si pensa che siano stati realizzati dal Magister Paulus e dalla sua bottega anche i pavimenti delle chiese di Santa Maria in Cosmedin, di San Benedetto in Piscinula e di altre.

Il contesto storico del riuso dei marmi antichi

La decorazione cosmatesca nacque in un contesto romano nel quale il riuso dei materiali antichi aveva un’importanza tanto economica quanto estetica.

Il desiderio di riutilizzare i marmi antichi non si limitò però agli anni del XII e XIII secolo, ma fu una pratica che si estese anche nei secoli successivi, uno degli esempi più eclatanti è forse quello della cappella Mignanelli dentro Santa Maria della Pace decorata interamente con i marmi provenienti dal tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, nella seconda metà del 1600.

Per la realizzazione di questi pavimenti furono impiegate tessere o piccoli tasselli di marmo, granito o ceramica, cavati da antichi edifici romani, disposti a creare motivi geometrici di connessione tra inserti più grandi, rotondi, detti rotae spesso di porfido rosso.

Il riuso di elementi marmorei, graniti, porfidi o ceramici permetteva di coniugare bellezza e risparmio: comprare nuovo materiale infatti era certamente più dispendioso che non utilizzare quello già così tanto abbondante presente in città.

D’altra parte alcune cave di marmo come quelle di serpentino e di porfido rosso si erano già esaurite in epoca romana e sarebbe stato dunque impossibile per papi e cardinali approvvigionarsene se non sottraendole a edifici romani.

Il pavimento di Santa Maria in Trastevere

Santa Maria in Trastevere conserva uno dei casi significativi per comprendere la storia dei pavimenti cosmateschi romani, ma la superficie oggi osservabile non deve essere considerata automaticamente come una testimonianza integralmente intatta della pavimentazione medievale.

Nella seconda metà del XIX secolo, si assiste a restauri pavimentali più mirati rispetto al passato.

É probabilmente per questo motivo che in diverse basiliche romane si osservano pavimenti “cosmateschi” di nuovissima fattura, come a Santa Prassede, o a Santa Maria in Trastevere, solo per fare due esempi significativi.

Essi, infatti, ad una analisi autoptica appaiono potersi riferire al XIX secolo, come si evince dalle fasce marmoree perimetrali e dalle partizioni reticolari formate da tessere nuove.

Solo a tratti e nella fascia centrale fu reimpiegato parte del materiale lapideo meglio conservato dell’antico pavimento cosmatesco.

Ma ciò che si osserva e che si rende evidente subito agli occhi, è il ripristino della simmetria policroma nei disegni geometrici, almeno in gran parte del pavimento.

Lo stesso si può vedere in Santa Maria in Cosmedin, in Santa Croce in Gerusalemme, in San Clemente e in tutte le basiliche romane dove furono eseguiti importanti restauri dalla fine del XIX secolo.

pavimento cosmatesco Santa Maria Trastevere

Materiali e colori

I pavimenti cosmateschi sono dei coloratissimi tappeti marmorei la cui ricchezza, varietà e policromia contrasta con la semplicità dell’architettura delle basiliche e delle chiese romaniche in cui essi sono utilizzati.

Il fil rouge che tuttavia accomuna tutte le composizioni in stile cosmatesco è rappresentato dal materiale marmoreo e quindi dai colori che questi pavimenti presentano in tutti i casi.

Il porfido rosso, quello verde Serpentino, i marmi bianchi, nonché il giallo antico e il pavonazzetto vengono sempre utilizzati e a volte prendono uno il posto dell’altro, ma sempre in modo da avere accordi tonali basati sulla contrapposizione tra chiaro e scuro, riservando di solito i toni scuri per i tondi ed, in generale, il centro della composizione, e i toni chiari nelle guilloche o utilizzati come divisori.

Le rotae, ovvero i tondi che sono al centro delle guilloche e delle quinconce sono fette di colonne.

Il porfido rosso è particolarmente frequente negli elementi circolari, mentre il serpentino verde, il marmo bianco, il giallo antico e il pavonazzetto contribuiscono alla costruzione dei contrasti cromatici e alla definizione delle fasce di raccordo.

Guilloche, quinconce e rotae

La rappresentazione dei pavimenti - che in alcuni casi si trova anche negli amboni, nelle colonne o nelle transenne marmoree che separano il presbiterio dalla navata - è caratterizzata da un motivo a quincux, o quinconcia, termine derivato dalla monetazione romana che indica una figura in cui cinque elementi di forma circolare sono disposti come di solito appaiono sulla faccia di un dado, cioè quattro sui vertici e uno centrale.

Attorno alla tipica quinconcia si staglia un motivo ornamentale a guilloche, termine francese derivante dalla lavorazione dei metalli che prevede un disegno ripetitivo di righe lineari oppure ondulate.

Nel caso del pavimento cosmatesco la guilloche è riempita con elementi tagliati a forma di triangolo, quadrato, cerchio o losanga secondo la tecnica già utilizzata dai romani dell’opus sectile.

In genere la navata centrale è occupata da un elemento lineare che può essere composto da uno o dalla combinazione di due motivi principali: la guilloche, in cui una serie di tondi, il cui centro è una rota, si connettono attraverso fasce intrecciate, e il quinconce, una composizione di quattro tondi disposti intorno a un quinto collegati tra loro da bande intrecciate.

Le fasce sinuose che collegano tra loro i tondi appaiono a chi entri e cammini sul pavimento come continue e intrecciate, piuttosto che semplicemente giustapposte.

La composizione crea un andamento visivo dinamico, soprattutto lungo l’asse centrale della basilica, mentre i riquadri laterali assumono generalmente una funzione più stabile e ordinatrice.

La geometria della decorazione

Un altro aspetto che caratterizza i pavimenti cosmateschi è la varietà di forme che si possono riconoscere al suo interno.

Poi si possono distinguere cerchi, triangoli, quadrati, rettangoli, rombi, esagoni, ottagoni e la così detta vesica piscis, cioè un ovale appuntito che viene a formarsi all’intersezione di due circonferenze.

Questa organizzazione geometrica dei Cosmati nasceva spesso da motivi di ordine pratico.

La tecnica utilizzata era quella di partire dal marmo bianco all’interno del quale venivano scavati gli alloggiamenti della misura e della forma esatta per accogliere poi i frammenti colorati, queste tracce erano poi riempite con un fondo cementizio nel quale venivano incastrati i frammenti in maniera tale che non sporgessero dal marmo stesso.

Si partiva per questo “gioco ad incastro” dai tasselli più grandi, quindi venivano riempiti gli spazi vuoti, ricavando in essi gli alloggiamenti per le restanti tessere, andando sempre in ordine di grandezza dal più grande al più piccolo.

Questa procedura consentiva di costruire motivi complessi attraverso l’accostamento progressivo di elementi di dimensione diversa.

Simmetria e ordine cromatico

Una delle caratteristiche della decorazione pavimentale “cosmatesca” è la sua simmetria, anche se più correttamente si dovrebbe parlare di simmetrie al plurale, poiché con accurate analisi anche di tipo matematico si è messo in evidenza il fatto che le simmetrie utilizzate dai diversi Cosmati sono più di una.

Osservando un pavimento cosmatesco si può così notare che la simmetria riguarda solo, o principalmente la forma e la dimensione, ma molto raramente il colore, e questo corrisponde a una particolare caratteristica dell’effetto simmetria che appunto rende trascurabile il colore, tanto che essa potrebbe essere colta e il pavimento apprezzato per la sua bellezza anche se fosse realizzato tutto con tessere bianche e nere.

I Cosmati quindi rispondevano a una esigenza ottica precisa in cui l’importante è riempire lo spazio con una certa forma piuttosto che con un dato colore e questo introduce nei pavimenti cosmateschi un altro livello di simmetria che è detta simmetria di similitudine o simmetria frattale.

Questa esigenza ottica fa si che gli spazi restati vuoti vengano riempiti via via con forme simili di scala più piccola.

Il risultato può essere un motivo che localmente è simile a se stesso.

Questa esigenza ottica spiega anche perché una delle figure più frequentemente utilizzate è il triangolo; per esempio lo si trova nelle aree comprese tra i margini circolari di guilloche e quinconce e i bordi rettilinei che li circondano.

Questi spazi curvi hanno una forma che ricorda molto quella di un triangolo e spesso accolgono un triangolo grande, mentre lo spazio intorno viene riempito con triangoli più piccoli fino a quando tutto lo spazio disponibile è completato.

La funzione spaziale e simbolica

Quando si osserva un pavimento cosmatesco si può distinguere sempre un elemento lineare che corre lungo la navata, attraversa il coro e giunge all’altare.

Questo perché il pavimento non aveva solo un valore decorativo, ma veniva utilizzato anche per segnare dei percorsi all’interno della chiesa e della basilica, percorsi che potevano essere seguiti in processione o da singoli.

Il pavimento così veniva ad assumere due diversi significati e definiva lo spazio della navata a due livelli: il motivo lineare infatti definisce un vero e proprio corridoio che assume anche il valore simbolico di passaggio, esemplificativo del pellegrinaggio sulla Terra che il cristiano compie prima della sua ascensione nel regno dei cieli.

Il motivo lineare centrale ha quindi valore di percorso salvifico, valore che nelle architetture dei secoli successivi sarà assunto da altri elementi: ad esempio la decorazione a spirale di angeli in epoca barocca.

Oltre all’indubbia valenza artistica di queste pavimentazioni va ricordato che esse avevano anche funzione divisoria dello spazio, definendo una serie di livelli differenti in cui protagonista è la navata centrale in cui è presente un andamento rotatorio composto da quinconce e guilloche, mentre nelle navate laterali si alternano motivi geometrici che riempiono i rettangoli conferendo alla composizione un carattere a-direzionale e statico in contrapposizione con quello della navata centrale.

La simmetria nella struttura della basilica

Il pavimento cosmatesco diventa un elemento architettonico fondamentale nell’organizzazione e nella gerarchizzazione dello spazio della basilica paleocristiana dal momento in cui la basilica romana, che aveva due absidi sui lati maggiori e due ingressi sui lati minori, viene presa come modello architettonico per il tempio cristiano, ma viene semplificata eliminando una delle due absidi e ponendo l’ingresso sul lato opposto dell’abside rimasto.

Era a questo punto necessario introdurre un asse di simmetria che restituisse equilibrio all’edificio e il motivo curvilineo del pavimento cosmatesco della navata centrale ha proprio il ruolo di introdurre di nuovo la simmetria speculare che era andata persa nella semplificazione della pianta basilicale.

La simmetria speculare è poi rafforzata dal fatto che ai lati dell’elemento decorativo del pavimento della navata sono disposti specularmente dei rettangoli.

Spesso non vengono però realizzate simmetrie speculari semplici, ma queste possono essere più o meno complesse e diverse per l’elemento che decora la navata centrale e quello che fa da riempimento.

Conservazione, restauri e trasformazioni

I pavimenti in musivi realizzati nel Lazio ad iniziare dal 1071, anno della consacrazione della basilica di Montecassino dove fu realizzato il primo prototipo di questo genere nello stile che condurrà all’arte del pavimento cosmatesco, e fino alla fine del XIII secolo, ci sono pervenuti, a seconda dei casi, in uno stato conservativo che è il risultato delle numerose vicende che li hanno interessati nel corso dei secoli.

Nella maggior parte dei casi, i reperti originali hanno subito danni più o meno considerevoli dovuti a una serie di fattori diversi.

Le principali cause del cattivo stato conservativo di questi monumenti, sono dipese dal naturale degrado dovuto al trascorrere dei secoli e quindi all’usura stessa a cui furono sottoposti per l’uso, come il calpestio, specie in edifici religiosi dove i numerosi fedeli vi si recavano quotidianamente.

Poi vi è l’incuria dell’uomo, dovuta all’insensibilità verso ciò che era stato realizzato in passato e alla stessa mentalità del tempo, non ancora pronta al concetto di preservazione dei beni culturali e del loro valore artistico e architettonico.

Ma tra le cause più importanti dello stato di degrado in cui ci sono pervenuti i pavimenti cosmateschi, sono senza dubbio le distruzioni degli stessi dovute a fenomeni naturali come i terremoti, a volte devastanti, come quello che rase quasi al suolo la basilica di Montecassino nel 1349, e le guerre che generarono saccheggi, incendi e devastazioni.

Ma oltre a ciò, c’è da annoverare anche l’opera dell’uomo anche quando essa aveva il buon intento di preservare le opere: il restauro!

I pavimenti cosmateschi restaurati e rimaneggiati più volte dal XII-XIV secolo e specialmente durante gli anni della moda barocca, verso la metà del XVII secolo e fino a tutto il XVIII secolo, hanno subito il torto di essere stati privati del gioco di simmetria policroma dei colori tra le tessere.

Le conseguenze dei restauri sulla lettura del pavimento

Ma ci sono due tipi di interventi da diversificare: 1) quelli che miravano a preservare l’intero pavimento, o buona parte di esso, così come si era conservato fino ad allora.

In questo caso esso subiva solo un rimpiazzo delle tessere andate perdute, specie quelle più piccole e delicate, ma sempre senza tenere conto dell’ordine simmetrico dei colori delle tessere nei motivi geometrici.

2) quelli che prevedevano di smontare in parte o totalmente il pavimento per fare spazio ai rinnovamenti barocchi del Seicento e del Settecento, come il rialzo dei presbiteri, l’abbattimento delle iconostàsi e delle tribune, lo smembramento degli amboni e della Schola cantorum.

Allora l’antico pavimento veniva quasi totalmente staccato e, nel migliore dei casi, ricostruito in modo arbitrario cercando di riprodurre gli stessi disegni geometrici ma mescolando, per comodità, le tessere lapidee di vario colore che formavano mucchi di pietre negli angoli della chiesa.

La quasi totalità dei pavimenti laziali che oggi vengono assimilati tutti genericamente, e senza distinzione alcuna, con il termine “cosmateschi”, mostra molto bene le caratteristiche descritte sopra.

Tale situazione rende necessario distinguere tra la sopravvivenza dei materiali antichi, la conservazione dei disegni geometrici e la fedeltà dell’ordine cromatico originario.

La simmetria policroma come criterio di lettura

L’intento dei maestri marmorari, sia romani che di influenza siculo-campana, che seguirono la scuola dei mosaicisti bizantini istituita a Montecassino alla fine dell’anno Mille, era quello di riprendere il concetto di bellezza dell’ordine delle cose, attraverso i concetti geometrici delle figure rappresentate nei pavimenti, per le quali era necessario mantenere l’ordine di una perfetta simmetria cromatica delle tessere colorate.

L’alternanza di triangoli di porfido verde, rosso e bianco, oppure dei quadratini nei motivi delle lunghe fasce che annodano i dischi porfiretici di guilloche e quinconce, specie nei colori giallo oro e rosso antico, si alternano simmetricamente in modo perfetto e consecutivo.

Mentre nelle ricostruzioni dei pavimenti che subirono restauri o manomissioni, si osserva una riflessione asimmetrica nei colori dovuta alla mescolanza casuale di tessere di reimpiego.

Tale disordine cromatico, che si osserva dovunque nei pavimenti cosmateschi attuali, porta alla considerazione finale che essi sono giunti a noi in uno stato di quasi totale alterazione, a diversi livelli e di difficile interpretazione.

Nel caso di Santa Maria in Trastevere, il ripristino della simmetria policroma nei disegni geometrici permette di cogliere con maggiore chiarezza l’ordine visivo della decorazione, anche se la presenza di tessere nuove e il reimpiego parziale di materiali antichi indicano una storia di trasformazioni e ricostruzioni.

Il rapporto con altri pavimenti cosmateschi romani

In altre chiese, invece, esistono pavimenti conservati in condizioni molto più vicine a come erano stati concepiti in origine.

Uno di questi è quello della chiesa dei Santi Quattro Coronati.

Ma, come è facilmente immaginabile, nessuno degli antichi litostrati musivi del XII e del XIII secolo, sono arrivati fino a noi intatti.

Il riadattamento degli spazi liturgici deciso a seguito delle riforme in epoca rinascimentale, hanno circostanziato gli eventi, come i restauri e le manomissioni, che modificarono l’aspetto dei pavimenti musivi.

Spesso, gli avanzi dei pavimenti cosmateschi vennero riutilizzati, nelle loro parti migliori, per la pavimentazione dei soli presbiteri.

Nella basilica romana di Santa Prassede il pavimento della navata è moderno e fu realizzato con i disegni e la direzione dall’architetto Antonio Muñoz agli inizi del ‘900.

Sul presbiterio, invece, il pavimento è facilmente identificabile come una ricostituzione arbitraria che reimpiega parte del materiale originale dell’antico pavimento cosmatesco.

Si può dire, quindi, che sono poche le modeste specchiature pavimentali che ci sono giunte più o meno originali, come concepite e realizzate dai maestri marmorari.

Precosmatesco e cosmatesco

Raramente negli studî moderni si trova cenno di una non meglio identificata distinzione tra pavimenti precosmateschi e cosmateschi.

Genericamente si può definire precosmatesco un pavimento realizzato dalle prime botteghe marmorarie romane, in un periodo compreso tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo.

Di conseguenza, i pavimenti risalenti all’ultimo periodo del XII e fino alla metà del XIII secolo, possono essere definiti come cosmateschi.

Questa diversificazione, in realtà poco chiara fino ad oggi, è servita a distinguere i pavimenti realizzati dalla bottega di Lorenzo, Iacopo, Cosma e i figli Luca e Iacopo II, prodotti dalla fine del XII fino alla metà del XIII secolo, da quelli realizzati da altre botteghe marmorarie nel primo periodo del XII secolo.

Tuttavia, i risultati delle mie ricerche sui pavimenti cosmateschi di Roma e del Lazio, sono abbastanza sorprendenti perchè prevedono che i pavimenti di cui trattiamo sono stati realizzati esclusivamente dalla famiglia di Tebaldo, cioè dai veri Cosmati, per tutto il periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo!

Caratteristiche principali del pavimento di Santa Maria in Trastevere

ElementoCaratteristica
TipologiaDecorazione pavimentale cosmatesca
MaterialiMarno, porfido, serpentino, tessere lapidee e materiali di reimpiego
MotiviForme geometriche, fasce reticolari, guilloche e rotae
ColoriPorfido rosso, serpentino verde, marmo bianco, giallo antico e pavonazzetto
FunzioneDecorativa, spaziale, liturgica e simbolica
Stato attualeRicostruzione e restauro con reimpiego parziale di materiale antico

La lettura del pavimento di Santa Maria in Trastevere richiede dunque attenzione sia alla forma dei motivi sia alla storia materiale della superficie.

La presenza di fasce nuove, il reimpiego selettivo delle tessere antiche e il ripristino dell’ordine cromatico mostrano come l’immagine attuale sia il risultato di diverse fasi di conservazione e ricomposizione.

Il valore del pavimento non dipende quindi soltanto dall’antichità dei singoli frammenti, ma anche dalla capacità della composizione geometrica di conservare la logica visiva propria della tradizione cosmatesca.

I marmorari romani "artigiani del marmo XII-XIII sec."

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