Il particolare dipinto della Natività attribuito a Domenico Fiasella o alla sua bottega, databile intorno al 1630 e conservato al Museo Diocesano di Massa, è un’opera densa di tenerezza lirica e di naturalismo. La sua paternità non è certa, ma numerosi indizi hanno portato gli storici dell’arte a proporre il nome del pittore ligure o della sua bottega.
Il dipinto appartiene a una lunga tradizione figurativa che, dalle catacombe cristiane fino all’arte moderna, ha interpretato la nascita di Gesù attraverso scene di adorazione, paesaggi rurali, angeli, pastori e intensi rapporti di sguardi. La Natività è infatti un tema che ha ispirato gli artisti fin dai primi secoli del Cristianesimo.
La Natività attribuita a Domenico Fiasella
Let us clarify in the meantime that we do not know who is the author of this painting as dense with lyrical tenderness as it is pregnant with naturalism. However, the clues that have led art historians to propose the name of Domenico Fiasella (or perhaps even that of his workshop) are not few.
The swirl of flying angels recurs often in the Ligurian painter’s work, and this one in particular recalls that of the Martyrdom of St. Barbara in the church of San Marco al Molo in Genoa. The Madonna’s youthful face with certain hints of sensuality recalls certain saints and Madonnas created around the 1930s (the altarpiece in the church at Pugliola, a small village in La Spezia located on the hill overlooking Lerici, is worth mentioning).
The ability to harmoniously unite naturalism of Caravaggesque ascendancy and classicism is then the hallmark of Fiasella’s work. Add to this the fact that, in the 1630s, Fiasella began to have relations with th.
The exhibition telling the story of the Nativity by Nightlight, a beautiful painting from around 1630 attributed to Domenico Fiasella or his workshop, continues in Massa. If you happen to be passing through Massa by March 15, take some time to visit the Diocesan Museum and the exhibition The Nativity by Nightlight.
For this painting, in its nearly four hundred years of life, has undergone several vicissitudes, even tormented ones.
The Nativity attributed to Domenico Fiasella or his workshop; ca. 1630; Massa, Museo Diocesano.

Il tema della Natività nella storia dell’arte
La nascita di Gesù è un tema che ha ispirato gli artisti fin dai primi secoli del Cristianesimo. Il racconto tratto dai cosiddetti Vangeli dell’Infanzia, quelli di Luca e Matteo, è stato interpretato innumerevoli volte sotto forma di bassorilievi, mosaici e dipinti, senza contare la tradizione del presepe, inaugurata da San Francesco nel 1223.
La rappresentazione della Natività di Cristo ha origini antiche, il momento della nascita del Messia ebbe sempre una grande importanza ed un elevato valore simbolico per la comunità Cristiana, rappresentava la venuta del Salvatore e la possibilità di redenzione per l’intera umanità.
Già nelle Catacombe di epoca romana, quando i primi Cristiani erano costretti a professare la loro fede religiosa in clandestinità a causa delle persecuzioni, è possibile ritrovare esempi raffigurativi della Natività, semplici immagini di Maria che tiene in grembo il Bambin Gesù.
Successivamente, con la libertà di professare liberamente la fede Cristiana, grazie all’Editto di Galerio che nel 311 d.C. poneva fine alle persecuzioni e soprattutto all’Editto di Costantino che due anni dopo sanciva nuovamente la libertà di culto anche per i cristiani, le chiese furono presto decorate con scene della Natività di Cristo.
Il presepe e la tradizione di Greccio
Intorno al XII secolo fu poi la volta delle prime rappresentazioni scultoree e nel 1223 San Francesco diede vita al primo Presepe vivente della Storia. Il Santo si era recato nel 1220 in pellegrinaggio in Palestina per visitare i luoghi sacri inerenti alla vita di Gesù, era rimasto particolarmente colpito da Betlemme e tornato in patria iniziò a pensare ad una rappresentazione della nascita di Gesù.
Spinto da questo desiderio chiese a Papa Onorio III il permesso di poter dar vita a tale rappresentazione, il Pontefice acconsentì alla richiesta di Francesco con la sola obiezione di non portare in scena la Natività in chiesa, poiché la regola di quel tempo non lo permetteva.
San Francesco riprodusse allora la sua idea all’aperto, a Greccio, un paesino vicino a Rieti. Fu approntata una mangiatoia con della paglia in una grotta mentre alcuni frati si occupavano di illuminare la scena con alcune torce.
Curioso è il fatto che sebbene questo sia considerato il primo Presepe vivente, in questa rappresentazione non vi erano né la Vergine Maria né San Giuseppe. La leggenda racconta poi che mentre il Santo celebrava la messa apparve nella mangiatoia un bambinello in carne ed ossa subito preso in braccio da San Francesco.
Nel 1283 fu Arnolfo di Cambio a scolpire le prime statuette per creare il presepe come noi oggi lo conosciamo. Erano otto statuette di legno che rappresentavano la Natività insieme alle figure dei Magi. Questo presepio è ancora oggi visibile, conservato presso la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
In seguito alla realizzazione della Natività voluta da San Francesco la tradizione di approntare il presepe in vista del Natale si diffuse in tutta la penisola italiana, prima in Toscana ed in Emilia per arrivare intorno al XV secolo anche nel Regno di Napoli.
Il significato dei personaggi della Natività
I personaggi all’interno del Presepe assumono significati particolari oltre alla loro stessa figura. Il bue e l’asino rappresentano rispettivamente gli Ebrei ed i Pagani, coloro cioè che non colsero la venuta del Messia e perciò lo condannarono a morte.
I pastori, sempre presenti nel presepe, sono simbolo dell’umanità, che sarà salvata dall’estremo sacrificio di Cristo sulla croce. L’adorazione di Maria e Giuseppe nei confronti del Bambino ne sottolinea la sua natura divina e di essere speciale.
I Magi sono poi simbolo delle tre età dell’uomo: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia, o secondo altre interpretazioni rappresentano le tre razze in cui si divide l’umanità, descritte nel racconto biblico: semiti, camiti e giapetici.
I doni che invece portano in regalo avrebbero il ruolo di indicare la complessa natura di Gesù: la mirra a rappresentarne l’aspetto umano, l’incenso la divinità e l’oro la sua figura di Messia.
Giotto: la Natività come incontro di sguardi
Giotto ha dipinto alcuni affreschi legati tutti dallo stesso tema della Natività del Signore. Il primo fa parte del ciclo delle Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, di poco anteriore al 1300.
L’artista ha realizzato, infatti, un San Francesco e il presepe di Greccio, due Natività e un’adorazione dei Magi. C’è un filo rosso che lega queste opere: lo sguardo.
Il dipinto fotografa il momento culminante della notte di Natale del 1223 quando, come raccontano Tommaso da Celano nella S. Francisci Assisensis vita et miracula e San Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda maior, opera quest’ultima alla quale si è ispirato Giotto, il fraticello d’Assisi decise di rievocare la nascita di Gesù predisponendo una mangiatoia, un bue e un asinello in un luogo dove subito accorse la popolazione e si adunarono i frati.
Durante la solenne cerimonia, un uomo sostenne di aver visto disteso sul fieno un bellissimo Bambino che dormiva mentre Francesco, prendendolo in braccio, sembrava volerlo risvegliare.
Il presepe di Greccio
Giotto ambienta l’episodio in una chiesa e colloca noi spettatori da un particolare punto di vista, in fondo all’abside. La scena è complessa: la croce che noi vediamo dal retro e che pende dal muro di delimitazione del coro tenta una prospettiva insieme al ciborio e al leggio con il messale.
Le donne che si affacciano e si accalcano sulla soglia della porta stretta danno l’idea di una folla di persone; i personaggi in prima fila tacciono e guardano come interrotti e sorpresi, mentre più indietro i frati continuano a cantare.
Tutto converge sulla figura di Francesco chino sul Bambino. Hanno i volti vicini e si guardano. Benché la pittura in quel punto sia danneggiata si distinguono bene gli occhi di entrambi.
Si guardano intensamente e sono l'uno nello sguardo dell'altro. Uno sguardo che cattura ed emoziona. Sembra che Gesù chieda e che Francesco risponda di sì.

La Natività della Cappella degli Scrovegni
In ordine cronologico, la prima è la Natività della Cappella degli Scrovegni, databile tra il 1303 e il 1305; la seconda si trova nel transetto destro della Basilica inferiore di Assisi, del 1310 circa, e la terza, un’Adorazione dei magi, è una tempera su tavoletta in legno, di dimensioni quindi più contenute, probabilmente del 1320, conservata nel Metropolitan Museum di New York.
L’affresco degli Scrovegni rappresenta uno dei punti più eccelsi del genio dell’artista. Sotto la consueta capanna sta distesa Maria mentre pone il Piccolo nella mangiatoia, aiutata dalla levatrice.
Il bue e l’asinello ci danno le spalle protesi verso la greppia in legno. Giuseppe in primo piano dorme chiuso nel mantello e appoggiato alla mano. Gli angeli volteggiano nel cielo.
I pastori stanno di spalle, costringendo noi spettatori a stare in seconda fila, quasi riecheggiando il passo di Matteo “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi” (20,16).
Per quanto Maria e Gesù non siano perfettamente al centro, al punto che parte delle figure della levatrice e degli animali risultano letteralmente tagliate fuori dalla scena, il centro sono loro, anzi lo è il loro sguardo.
Gesù guarda dritto negli occhi la Mamma. Lei lo guarda a sua volta con occhi chiari e buoni. L’intensità è travolgente.
Lo sguardo di Gesù non è quello di un bambino: è profondo, ultraterreno, per alcuni versi inesorabile. Sta chiedendo a sua Madre tutta la sua vita, il suo sacrificio e lei con un viso dolcissimo pare che risponda di sì, proprio come san Francesco.
La Natività della Basilica inferiore di Assisi
L’affresco con la Natività di Assisi è meno innovativo rispetto a quello di Padova. Segue modelli iconografici antichi, come sdoppiare la scena in due momenti successivi: la Natività e il Primo bagno del Bambino effettuato da due donne, una delle quali evidentemente Salome, la levatrice scettica citata dai Vangeli apocrifi, con un significato che sembra anticipare il Battesimo di Cristo, così come la mangiatoia rimanda alla morte e risurrezione del Signore.
Giuseppe è appartato e pensieroso; Maria è seduta su un materasso e tende con le braccia il Bambino che è stretto nelle fasce, e su di lui cadono raggi d’oro.
Sotto l’esile capanna, c’è una greppia allungata con gli animali e un girotondo di angeli in adorazione. Dietro si erge un’alta montagna brulla, anch’essa dalla simbologia natalizia ben nota, angeli e pastori.
Maria e Gesù si guardano profondamente ma senza l’intensità ineffabile dell’affresco di Padova.
L’Adorazione dei Magi del Metropolitan Museum
L’opera, attribuita a Giotto e ad aiuti, raffigura l’Adorazione dei Magi con l’introduzione di alcune novità iconografiche. Anche qui Maria è raffigurata come una puerpera, ma ha gli occhi stanchi.
Guardano lontano, in modo melanconico, presagendo quello che accadrà. I magi adorano il Neonato e uno di loro, posata a terra la corona, lo solleva delicatamente dalla greppia.
Giuseppe, di fronte, ha appena ricevuto il dono che stringe tra le mani, inchinandosi appena per ringraziare.
La teologia dello sguardo
Questo guardarsi dritto negli occhi è proprio un tratto fondamentale di tutta la pittura di Giotto. Una convenzione pittorica che ci dà l’impressione di leggere un libro intero, la sensazione di capire tutto quello che si dicono e quello che vogliono dirci.
Di certo lo sguardo di Maria e Gesù nella Natività di Padova rimane quello più dirompente. Lo sguardo chiaro e limpido di Maria risponde a quello del Figlio che ha occhi penetranti, quasi severi.
Nel Medioevo la vista è quello che dei cinque sensi ha goduto di maggiore attenzione. La correlazione tra vista e conoscenza discende dal mondo antico.
Per Platone e Aristotele la conoscenza è una conseguenza della vista. Nella storiografia classica quando si vuole avvalorare la veridicità di ciò che si racconta si premette, quasi come una formula, “racconto perché ho visto”, come scrive Erodoto.
Nella poesia trobadorica e poi in quella duecentesca e nello Stilnovismo, corre un rapporto assai stretto tra occhi e cuore. Lo sguardo non mente, ed è anche il veicolo che porta all’amore.
Giacomo da Lentini, ad esempio, dice che il desiderio amoroso scaturisce dalla visione dell’amato. Dante ribadisce il concetto. Occhi e cuore sono insomma un binomio ricorrente.
Il rapporto occhi-conoscenza si inverte però totalmente nell’ambito della sfera religiosa. Come scrive Riccardo di San Vittore, priore dell’abbazia di Parigi nel XII secolo, Ubi amor ibi oculus, “Dove è l’amore lì c’è lo sguardo”.
È l’amore che permette di vedere, che produce conoscenza e non lo sguardo fisico. Un concetto che troviamo di continuo nei Vangeli.
“Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9, 39) e ancora “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29).
San Francesco volle “vedere con gli occhi del corpo” la nascita di Gesù, non per accrescere la propria fede e tanto meno perché scettico, ma per “vedere i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato”, per immergersi totalmente nello stupefacente amore di Dio, “che si è fatto piccolo, per essere amato da noi”.
Giotto ha dipinto l’amore ed è riuscito a renderlo perfettamente nello scambio di sguardi. In un certo senso ha creato nell’arte una vera e propria teologia dello sguardo.
La Natività nel Rinascimento
La Natività fu inoltre soggetto per molti artisti del Quattrocento italiano, che inserirono nelle loro rappresentazioni elementi di novità donando nuove prospettive nella lettura di questo tema caro a tutta la cristianità.
Attraverso cinque opere fondamentali possiamo osservare l’evoluzione di questo tema nell’arco di altrettanti secoli.
Sandro Botticelli, Natività mistica
Unica opera firmata da Botticelli, quest’opera risale agli ultimi anni di vita dell’artista, quando la sua produzione si è ormai definitivamente allontanata dagli ideali di bellezza pagana e classica che lo avevano reso celebre alla corte medicea.
La sensibilità di Botticelli cambia in seguito alle tragiche vicende di Savonarola e della Repubblica fiorentina, dimostrando sempre maggiori tensioni mistiche e lacerazioni interiori.
La crisi religiosa lo porta a partecipare ai “roghi delle vanità” e a regredire verso forme arcaiche e simboliche, rinunciando alla prospettiva, alla naturalezza delle figure e perfino alle corrette proporzioni.
Questa Natività è un’opera profondamente devozionale e pervasa di tensione. Maria, Giuseppe e il Bambino sono raffigurati all’imboccatura di una grotta, protetti da una tettoia e vegliati dal bue e dall’asinello.
Tutto intorno, la scena è popolata di innumerevoli angeli: sopra la tettoia ce ne sono tre, che indossano i colori delle virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, e intonano un canto leggendo da un messale.
A destra e a sinistra, due angeli che recano rami d’ulivo mostrano la scena ad alcuni personaggi incoronati d’alloro. In basso, altri ancora abbracciano gli uomini giusti, o forse lottano con loro, ricordando l’episodio biblico di Giacobbe con l’angelo, mentre demoni spaventati strisciano di nuovo nelle viscere della terra.
Botticelli dunque sembra voler combinare la prima venuta di Cristo, cioè la sua nascita terrena, con la sua seconda venuta profetizzata dall’Apocalisse, interpretando le angosce di un’età dell’oro di Firenze che ormai sta volgendo al tramonto.
È bene sottolineare come l’appellativo mistica sia stato dato in epoca moderna da studiosi che hanno rilevato un forte simbolismo all’interno della scena.
Il dipinto rappresenta l’adorazione di Maria, Giuseppe, pastori e Magi del Bambino Gesù, posto al centro della scena su un telo bianco.
Due angeli ai lati portano rami d’ulivo, simbolo di pace, mostrando a Magi e pastori l’evento miracoloso della nascita di Gesù.
In basso Angeli e uomini si ritrovano abbracciati a rimando della venuta del Giudizio finale, quando l’umanità si ritroverà in comunione con Dio, conquistata grazie al sentimento di fratellanza e alla preghiera.
Curiosa è la presenza di alcuni diavoletti che fuggono infilzandosi con i loro forconi, simbolo della prossima liberazione dell’umanità dal male grazie al sacrificio di Cristo.
Sopra la tettoia che ripara la grotta sono posizionati tre angeli vestiti rispettivamente di bianco, rosso e verde a ricordare le tre virtù teologali ossia Fede, Carità e Speranza.
Al di sopra della scena madre è dipinto un carosello di dodici angeli disposti a semicerchio dando particolare ritmo e movimento alla composizione.
Molto significativo è che in questo dipinto è rappresentata sì la nascita di Cristo, ma tramite elementi premonitori anche al suo futuro sacrificio sulla Croce e alla venuta conseguente del Giudizio Universale alla fine dei Tempi.
Botticelli inserisce perciò elementi visionari, nuovi in un contesto di richiamo comunque alla tradizione pittorica fiorentina del suo tempo.
Parmigianino, Natività con angeli
Si cambiano stile e scenario con La Natività con angeli del Parmigianino che è conservata nella Galleria Doria-Pamphili a Roma ed è considerata un dittico insieme alla Madonna Doria.
I colori sono accesi, densi e l’architettura della scena è complessa: qui la Sacra Famiglia è ritratta all’interno di una capanna dalla volta aperta, Giuseppe e Maria sono raccolti intorno al Bambin Gesù, adoranti.
Subito dietro alla mangiatoia c’è un fanciullo che leva le braccia verso il cielo e verso un angelo.
Caravaggio e il realismo della Natività
Molti furono gli artisti che anche nei secoli successivi si cimentarono nella rappresentazione della Natività. Uno fra tutti Caravaggio che nel 1600 dipinse la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi.
Quest’opera rispecchia totalmente lo stile del Merisi, il realismo della scena è palpabile, la rappresentazione del vero accentuata dall’utilizzo come modelli di persone del volgo, gente comune, emarginati e poveri, colti in atteggiamenti spontanei e realistici.
I giochi di luci ed ombre, caratteristici dei quadri di Caravaggio, donano un senso di drammaticità all’evento, una forte carica espressiva coinvolge lo spettatore nel momento narrato.
San Giuseppe si presenta a noi molto più giovane rispetto alla consueta sua rappresentazione, raffigurato di spalle, vestito di un verde manto.
La Vergine Maria appare come una donna del popolo, dai tratti comuni, non c’è divinizzazione della sua figura, ma anzi il suo sguardo malinconico ci restituisce una madre preoccupata e triste per il futuro già preannunciato del figlio.
A sinistra possiamo ritrovare San Lorenzo, mentre a destra è collocato S. Francesco d’Assisi probabilmente in onore dei Francescani che gestivano l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo a cui era destinata l’opera.
Il Bue e l’asinello sono posti in secondo piano, l’asino è quasi difficile da scorgere, si compenetra con lo sfondo in ombra. Al di sopra del Bambinello, poggiato su un cumulo di paglia, vi è un angelo a simboleggiare la gloria divina.
Interessante è la storia di questo dipinto: l’opera caravaggesca fu rubata nel 1969 ed ancora oggi è nella lista delle dieci più importanti opere d’arte rubate stilata dall’FBI americana.
La Natività nella pittura del Seicento
Il Seicento sviluppa una particolare attenzione per il naturalismo, i contrasti luminosi e la partecipazione emotiva dei personaggi. In questo contesto si colloca anche la Natività di Massa, nella quale la dolcezza della scena sacra convive con una costruzione luministica di ascendenza caravaggesca.
Tra le rappresentazioni più celebri del periodo figurano l’Adorazione del Bambino di Gerard van Honthorst, l’Adorazione dei pastori di Pedro de Orrente, la Natività di Giovanni Benedetto Castiglione, l’Adorazione dei pastori di Georges de La Tour e quella di Matthias Stom.
| Artista | Opera | Data | Tecnica o collocazione |
|---|---|---|---|
| Gerard van Honthorst | Adorazione del Bambino | 1620 | Olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze |
| Pedro de Orrente | Adorazione dei pastori | 1623-1625 | Olio su tela, Museo del Prado, Madrid |
| Giovanni Benedetto Castiglione | Natività | Prima metà del XVII secolo | Olio su tela, Comune di Genova |
| Georges de La Tour | Adorazione dei pastori | 1645 | Olio su tela, Museo del Louvre, Parigi |
| Matthias Stom | Adorazione dei pastori | 1650 | Olio su tela, Palazzo Madama, Torino |
Un confronto con la Natività di Francesco Bassano
Un’altra interpretazione significativa è la Natività attribuita a Francesco Dal Ponte, detto Bassano il Giovane, appartenente alla seconda metà del XVI secolo e realizzata a olio su tela.
La produzione della famiglia bassanesca si distinse soprattutto per i soggetti sacri, inseriti però in scenari agresti, che portano a definirli biblico-pastorali.
Anche in questo dipinto la Sacra Famiglia non caratterizza la centralità della scena, ma è uno dei due gruppi di umanissime figure che occupa la parte destra della scena, mentre a sinistra campeggia il gruppo di pastori con gli animali della campagna e i semplici oggetti della vita quotidiana.
Il contesto rurale è ben definito anche dagli oggetti di contorno, nonostante la capanna della nascita sia sostituita da una struttura architettonica a colonne marmoree, ma di un colore che si confonde con le altre strutture circostanti.
Unici elementi spirituali sono l’angelo solitario che compare ai pastori per l’annuncio, relegato in alto, piccolo e appena accennato; e l’aureola che circonda il capo del Bambin Gesù, peraltro raffigurato placidamente addormentato, inconsapevole di ciò che gli succede intorno e di ciò che lo aspetta.
Caratteristici nella produzione della bottega bassanesca paterna furono la ricchezza e vivacità cromatica e i contrasti luminosi, che però si smorzarono in Francesco, traducendosi in scelte cromatiche più tenui e in forme semplificate, perdendo in parte la loro forza.
Lo si nota anche in quest’opera, collocata negli ultimi anni di vita dell’artista, soprattutto negli abiti dei personaggi; si noti in particolare come la veste di Maria non sia più rossa come da tradizione, colore fortemente simbolico del dolore umano, ma è della stessa tonalità rosea della casacca del pastore centrale, quasi a sottolineare l’appartenenza della Madonna all’umanità umile e semplice.
La Natività di Filippo Tancredi
La scena raffigura il sacro evento della Natività di Gesù Bambino ed è ripartita in due parti. Da un lato sono disposti tre pastori rappresentati in ordine scalare con allusione alle tre età dell’uomo.
Il primo in alto è delineato con il volto di un vecchio barbuto che poggia la mano sulla spalla nuda di un giovane, dai folti capelli, il quale trattiene sotto il braccio forse un drappo arrotolato.
A seguire un uomo maturo con calvizie, in abiti popolari, con le braccia protese e palmi aperti in segno di gioiosa reverenza.
Dall’altro lato, in posizione simmetrica a questa figura è San Giuseppe con il suo bastone, due angeli oranti, l’asino e il bue.
Al centro il piccolo Bambino disteso nella mangiatoia su di un panno bianco, svelato dalla Santa Madre. In alto un coro di angioletti tra le nuvole di un Dio nascosto.
L’opera, ricondotta dal Grosso Cacopardo a Filippo Tancredi nella biografia del pittore, fu realizzata per la chiesa di San Gioacchino.
Il dipinto risulta dalla documentazione museale tra le opere d’arte recuperate dal sacro edificio a seguito del terremoto del 1908, insieme all’altro quadro dello stesso autore, raffigurante l’adorazione dei Magi.
Le due tele, collocate in pendant nella tribuna dell’altare maggiore, facevano parte presumibilmente di un progetto tematico che metteva in evidenza l’adorazione del Cristo Bambino, voluta dal procuratore e cappellano della chiesa di San Gioacchino Domenico Fabris.
L’opera presenta caratteri di una esperienza maturata dall’autore attraverso la cultura artistica seicentesca messinese, con riferimenti a Domenico Marolì per la simmetria delle figure e soprattutto ai modi di Agostino Scilla, come nel particolare della “testa di vecchio” del pastore in alto.
La sua formazione tra Napoli e Roma, entrando in contatto con Carlo Maratta, trapela nella composizione e pose dei soggetti, nelle coloriture smaltate degli abiti, nella luminosità dei volti dalle espressioni delicate, negli incarnati eburnei del Bambino e della Vergine.
La devozione verso il culto del divino Redentore è palesata nel dipinto attraverso la gestualità dei soggetti rappresentati: di saggezza per la posa sulla spalla che consola e sostiene, di gioiosa accoglienza a palmi ravvicinati, di preghiera a nocche intrecciate, di impugnatura di un bastone per la responsabilità operosa investita dal compito di vigilare, di amorevole presentazione a mani aperte.
Personaggi, tutti ritratti a mezza figura, disposti a semicerchio intorno alla mangiatoia, dove presenze angeliche condividono lo stesso spazio ristretto con quelle umane e animali.
Così il muso dell’asino dalle grandi narici spunta compresso tra un angelo in venerazione e San Giuseppe, mentre la testa del bue si destreggia tra ali celestiali.
Il sentimento di adorazione, manifesto in cielo e in terra, esordisce nel silenzio della preghiera e nella riflessione meditativa degli astanti.
La creatività artistica del Tancredi dunque si fa carico di trasmettere la fervente devozione verso il culto della Natività, così tanto professato dalla comunità messinese, dipingendo Gesù Bambino che con la sua disarmante nudità è il faro che irradia di luce i volti degli spettatori.
Il Dio che si fa carne e che dispensa amore con le piccole braccia strette sul cuore e con l’espressione intenerita e commossa.
Una selezione di celebri dipinti della Natività
| Artista | Opera | Data | Tecnica e sede |
|---|---|---|---|
| Giotto | Natività di Gesù | 1303-1305 | Affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova |
| Duccio di Buoninsegna | Natività con i profeti Isaia e Ezechiele | 1308-1311 | Tempera su tavola, National Gallery of Art, Washington D.C. |
| Gentile da Fabriano | Natività | 1423 | Tempera su tavola, Galleria degli Uffizi, Firenze |
| Andrea Mantegna | Adorazione dei pastori | 1450 circa | Tempera su tela trasferita da tavola, MET, New York |
| Piero della Francesca | Natività | 1470-1475 | Olio su tavola, National Gallery, Londra |
| Sandro Botticelli | Natività mistica | 1500 | Olio su tela, National Gallery, Londra |
| Parmigianino | Natività con angeli | 1525 | Olio su tavola, Galleria Doria-Pamphili, Roma |
| Caravaggio | Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi | 1600 | Olio su tela, attualmente disperso |
| Peter Paul Rubens | Adorazione dei pastori | 1608 | Olio su tela, Pinacoteca Civica, Fermo |
| Georges de La Tour | Adorazione dei pastori | 1645 | Olio su tela, Museo del Louvre, Parigi |
| Giovanni Battista Tiepolo | Natività | 1732 | Olio su tela, Basilica di San Marco, Venezia |
| Marc Chagall | Natività | 1941 | Dipinto di soggetto religioso |
La luce notturna e l’adorazione dei pastori
Un tocco di grande originalità è dato dalla scelta di ambientare l’adorazione dei pastori di notte. Questo espediente permette a Rubens di giocare con i contrasti tra luce e tenebre, sicuramente memore delle lezioni dei veneti e ancora dello stesso Caravaggio.
L’unica fonte di luce che riverbera sulle fisionomie popolaresche dei pastori è proprio Gesù stesso, il cui corpo emana bagliori divini.
In questo dipinto i personaggi sono in primissimo piano, tutti vicini e stretti intorno al Bambino, deposto nella mangiatoia.
A destra vediamo la Madonna, che scosta le fasce mostrando il figlio divino, e San Giuseppe, quasi nascosto dietro di lei nell’ombra.
A sinistra quattro pastori, due maschi e due femmine, reagiscono alla vista di Cristo con una gestualità sorpresa e sconvolta, tipica del gusto barocco per la teatralità.
La Natività attribuita a Fiasella si inserisce in questa ricerca di unione tra luce, naturalezza e sentimento. La scena sacra non viene isolata dall’esperienza quotidiana, ma prende forma attraverso volti umani, gesti semplici e una partecipazione visiva che rende l’evento immediatamente vicino.

Dal Settecento all’arte moderna
La fortuna del tema prosegue nel Settecento con opere come la Natività di Giovanni Battista Tiepolo, l’Adorazione dei pastori di Charles Le Brun, il Presepio di Giovanni Battista Pittoni il Giovane e la Natività di John Singleton Copley.
In questo dipinto, realizzato da Tiepolo durante il suo soggiorno tedesco, vediamo un altro episodio legato alla Natività, cioè l’Adorazione dei Magi.
Le figure dei Re Magi, dei quali i Vangeli riportano pochissime informazioni, hanno conosciuto nei secoli una grande fortuna e una complessa evoluzione iconografica.
Innanzitutto, il numero di tre personaggi non è riportato in nessuna fonte, ma è stato codificato nei primi secoli del Cristianesimo in funzione dei doni che portano, oro, incenso e mirra, e delle tre età dell’uomo.
Anche il loro status di re è apocrifo, così come i loro nomi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
Infine, l’idea di raffigurarli con fattezze straniere e in sontuose vesti orientaleggianti è piuttosto recente: è solo intorno al XIV secolo che l’aspetto dei Magi comincia a identificarsi con quello dei tre popoli discendenti dai figli di Noè.
Tra le interpretazioni moderne del tema si distinguono la Natività di Paul Gauguin del 1896 e la Natività di Marc Chagall del 1941.
Quella di Paul Gauguin è sicuramente un’interpretazione inedita dove i protagonisti sono polinesiani e Maria è ritratta appena dopo il parto, sdraiata su un letto giallo limone con lo sguardo rivolto a quella che sembra una balia che tiene in braccio il Bambin Gesù.
Lo stile onirico e fiabesco del pittore russo è inconfondibile anche quando si confronta con un soggetto religioso.
Nella sua Natività Chagall ritrae una madonna con bambino eterea, sospesa da un lato del dipinto mentre scorge in lontananza un crocifisso, anch’esso sospeso su un tappeto di rose e simboli variopinti.
La Natività come scena umana e familiare
La Natività di Patrimoni d’Arte nasce dalla stessa volontà che ha spinto gli artisti del passato a rappresentare una scena come quella della Natività, così importante nel nostro comune patrimonio culturale e valoriale cristiano.
L’artista Maurizio Carnevali ne dà però una sua interpretazione molto particolare: la sacra famiglia non è rappresentata seguendo lo schema classico di collocamento dei personaggi, ma la Vergine e San Giuseppe sono stretti in un abbraccio che protegge e riscalda la figura di Gesù Bambino posto fra le braccia amorevoli della madre.
La carica emotiva della scultura è percepibile negli sguardi d’amore che sono rivolti al Bambinello, i gesti sono gesti familiari, umani, non vi è nulla di trascendente, ma sprigionano amore e benevolenza per un figlio appena nato.
Le figure sono legate dalla loro stretta vicinanza: Maria tiene in grembo Gesù Bambino, vicino al suo petto, come a cercare di proteggerlo dal suo destino futuro.
Il bambino allunga dolcemente una manina fino a toccarne il viso, un semplice segno di tenerezza che ne sottolineano la natura umana oltre che divina.
San Giuseppe regge delicatamente con una mano la testa del neonato, come potrebbe fare un qualsiasi padre alla vista del proprio figlioletto, questo sottolinea l’impegno dell’uomo a crescere quel bambino come suo e ad amarlo incondizionatamente.
È quindi rappresentata in quest’opera un esempio di famiglia terrena, vera, reale, lontana dalle immagini sacralizzanti a cui siamo abituati, una famiglia che ci permette di sentirci vicini, possiamo realmente sentire l’amore che scaturisce da quell’abbraccio così stretto e profondamente autentico.
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