L’Immacolata di Polidoro da Caravaggio appartiene al patrimonio del Museo Regionale di Messina, istituzione che conserva una delle più importanti raccolte d’arte della città e della Sicilia orientale. Il dipinto si colloca nel percorso della pittura messinese del Cinquecento, segnato dall’eredità di Polidoro Caldara da Caravaggio, dalle influenze della cultura romana e napoletana e dalla successiva attività degli artisti locali.
L’opera è oggi indicata tra i dipinti conservati nei depositi del Museo regionale di Messina. La sua presenza va letta nel più ampio contesto della sezione dedicata al Manierismo, nella quale sono esposte opere di pittura e scultura che sottolineano e testimoniano il passaggio dal Rinascimento al Barocco.

Il Museo Regionale di Messina e la conservazione del patrimonio cittadino
Il primo Museo messinese nasce nel 1806 per iniziativa di Carmelo La Farina, socio della Regia Accademia Peloritana e padre del più conosciuto storico Giuseppe. Nel 1852 Carmelo La Farina moriva quando il Museo era già dotato di due grandi gallerie di quadri, una stanza con biblioteca e varie antichità, due sale di sculture e lapidi e un ricco Gabinetto di Storia Naturale.
Nel 1880 si decise di trasferirlo nel vasto monastero annesso alla chiesa di San Gregorio e a tale scopo furono iniziati i lavori per la ristrutturazione. Il terremoto del 28 dicembre 1908 distruggeva in parte la chiesa, e, i reperti esposti e tutto quello che rimaneva del ricchissimo patrimonio artistico e monumentale di Messina, venivano trasportati e custoditi nei locali della ex filanda Mellinghoff e nell’area di ciò che restava del Convento basiliano del Santissimo Salvatore dei Greci nell’attuale Viale della Libertà.
Il 26 novembre 1914, con Regio Decreto, l’ex filanda diveniva Museo Nazionale che nel 1916 veniva statalizzato. Nel 1954 fu riordinato dall’allora direttrice Maria Accascina e nel 1974 venne redatto il progetto per l’edificazione del nuovo Museo dagli architetti Carlo Scarpa, veneziano, e Roberto Calandra, messinese, che non avrà seguito.
Nel 1976 fu dichiarato Museo Regionale e nel 1982 l’Assemblea Regionale Siciliana predispose il finanziamento per la progettazione e costruzione del nuovo Polo Museale su progetto degli architetti Basile, Manganaro e De Fiore. Nel 1991 fu avviato l’allestimento, che è quello attuale, ad opera dell’architetto Antonio Virgilio che vi lavorò fino al 2006. Il 9 dicembre 2016 il Museo Regionale di Messina nel Viale della Libertà, fu ufficialmente inaugurato.
La collocazione dell’opera nel percorso del museo
Il Museo conserva opere che documentano un arco cronologico molto ampio, dall’archeologia all’arte dell’Ottocento. Il primo livello comprende l’archeologia, il Medioevo, il Primo Rinascimento, il Rinascimento, il Manierismo e l’area dedicata a Caravaggio e ai Caravaggeschi.
Nel Manierismo sono esposte opere di pittura e scultura che sottolineano e testimoniano il passaggio dal Rinascimento al Barocco. Figura di spicco è lo scultore toscano Giovan Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo Buonarroti.
Fra le opere della sezione figura l’Immacolata Concezione, dipinto di Deodato Guinaccia (sec. XVI) con rappresentate le Litanie lauretane. Nei depositi del Museo regionale di Messina si trovano inoltre opere di Deodato Guinaccia, tra cui la Trinità del 1577, già nell’oratorio della Trinità, e la Pietà dell’anno successivo, già nell’oratorio di S. Basilio.
Polidoro Caldara da Caravaggio a Messina
L’Adorazione dei pastori è un dipinto di Polidoro Caldara da Caravaggio (1533) che giunse a Messina nel 1528, reduce dal Sacco di Roma dell’anno precedente da parte delle truppe dei lanzichenecchi, i soldati mercenari tedeschi arruolati nell'esercito dell'Imperatore Carlo V d’Asburgo.
Polidoro Caldara da Caravaggio, artista formatosi nella cultura dell’Italia centrale e protagonista della pittura del primo Cinquecento, ebbe a Messina un ruolo decisivo. La sua attività introdusse nella città un linguaggio figurativo riconoscibile per la forza delle composizioni, la teatralità delle figure, l’accentuazione espressiva dei volti e l’attenzione per gli apparati architettonici.
La sua influenza non si limitò alle opere direttamente dipinte dall’artista, ma continuò attraverso copie, citazioni, modelli grafici e rielaborazioni realizzate dagli artisti attivi in Sicilia nella seconda metà del XVI secolo. La cultura polidoresca rimase infatti un riferimento importante per la pittura messinese anche dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 1543.
La Natività dipinta da Deodato Guinaccia nel 1580 costituisce un esplicito omaggio sia ad analoghi soggetti eseguiti da Marco Pino a Napoli sia alla Natività di Polidoro nella chiesa dell’Altobasso di Messina, oggi Museo regionale.
L’Andata al Calvario, firmata e datata dal G. nel 1574, è una copia pressoché fedele del dipinto che Polidoro aveva realizzato per la chiesa messinese dell’Annunziata dei Catalani, oggi conservato al Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte.
L’Immacolata nel contesto della pittura devozionale
Il tema dell’Immacolata Concezione ebbe una particolare fortuna nella pittura religiosa della Sicilia del Cinquecento e del Seicento. La raffigurazione della Vergine si collegava alla devozione mariana, alla cultura della Riforma cattolica e alla necessità di proporre immagini capaci di comunicare con immediatezza i contenuti della fede.
Nel dipinto di Deodato Guinaccia, l’Immacolata Concezione è accompagnata dalle Litanie lauretane. L’opera testimonia quindi la diffusione di un’iconografia complessa, nella quale la figura della Vergine è associata a una serie di simboli e attributi riconducibili alla tradizione liturgica e teologica.
Le opere di Guinaccia mostrano il confronto tra più componenti della cultura figurativa meridionale. La sua probabile origine partenopea - nella firma di alcune opere si qualifica come "Neapolitanus" - può far supporre che la sua formazione sia avvenuta a Napoli, intorno alla metà del secolo, nell'ambito della cultura di Silvestro Buono, Giovan Bernardo Lama e del senese Marco Pino.
Susinno, seguito da altri storici locali, nelle Vite de' pittori messinesi (1724 circa) riporta la notizia dell'arrivo a Messina del G. al seguito di Polidoro Caldara, detto Polidoro da Caravaggio, di cui sarebbe stato allievo. Tale affermazione, benché si colgano nello stile del G. indubbi elementi polidoreschi, non è accettabile data l’impossibilità di un rapporto diretto tra i due artisti, per evidenti discordanze cronologiche: Polidoro giunse a Messina nel 1528 e vi morì nel 1543.
Deodato Guinaccia e la cultura figurativa messinese
Non si conosce la data di nascita di questo pittore, attivo in Sicilia nella seconda metà del XVI secolo. Allo stato attuale delle conoscenze, il primo dipinto noto del G. è l’Immacolata della chiesa di S. Maria di Gesù a Naso, databile alla fine degli anni Sessanta.
Il quadro, sia pur oggi in pessime condizioni di leggibilità, evidenzia degli elementi figurativi improntati sia al frasario di S. Buono sia a quello di Marco Pino. È possibile quindi che il G. sia giunto a Messina a ridosso del 1570, anno in cui eseguì la perduta Madonna tra i ss. Pietro e Andrea, già nella chiesa di S. Maria in Portosalvo.
Elementi marcopineschi sembrano evidenti nella Trasfigurazione della chiesa dell’Immacolata di Rometta Superiore (1572), per diventare, nel dipinto di soggetto analogo, non datato, già nella chiesa di S. Gregorio e oggi al Museo regionale, quasi una citazione puntuale dalla Trasfigurazione realizzata da Pino per la chiesa del Gesù Vecchio di Napoli.
Ma è proprio la padronanza che il G. mostra di avere nella personale rielaborazione del frasario dell’artista senese, così da diventare una costante del suo stile, a far ipotizzare non solo un contatto diretto a Napoli, ma anche un comune viaggio in Spagna e quindi a Roma, verso la fine del settimo decennio del secolo.
Una volta arrivato a Messina il G. fu, comunque, costretto a confrontarsi con il linguaggio di Polidoro da Caravaggio. La sua produzione mostra quindi l’intreccio tra modelli differenti: il classicismo di Marco Pino, la cultura napoletana, le suggestioni fiamminghe e l’eredità polidoresca radicata nell’ambiente messinese.
Le opere di Guinaccia conservate o documentate a Messina
La Resurrezione di Cristo realizzata per il monastero di S. Gregorio a Messina, oggi Museo regionale, firmata e datata 1577, nella teatralità dei gesti dei personaggi, accentuata dalla cangiante cromia dei toni squillanti e acidi, presenta puntuali riferimenti con lo stesso soggetto dipinto a Roma da Pino, tra il 1568 e il 1570, nell’oratorio del Gonfalone.
Altri evidenti riferimenti marcopineschi si riscontrano anche in due opere oggi nei depositi del Museo regionale di Messina: la Trinità del 1577, già nell’oratorio della Trinità, e la Pietà dell’anno successivo, già nell’oratorio di S. Basilio, riecheggiante, quest’ultima, quella che Pino aveva realizzato per la chiesa romana di S. Maria d’Aracoeli.
Si tratta di soggetti convenzionali, in cui la plasticità monumentale e quasi goffa dei personaggi si unisce a un tono languido, tale da far scomparire, specie nella Pietà, qualsiasi empito drammatico.
Ancora al 1578 risale il dipinto per la chiesa dell’Annunziata di Santa Lucia del Mela intitolato Iquattro novissimi: opera estremamente complessa dal punto di vista iconografico, ricca di simbologie attorno alla presentazione di Gesù al tempio, e forse replica di un dipinto del 1576 che Susinno ricordava nella chiesa messinese di S. Girolamo, distrutta dal terremoto del 1783.
Del 1579 è il Martirio di s. Lucia per la chiesa di S. Lucia alla Badia a Siracusa. Una folla di personaggi dai volti caricaturali agita la scena in cui largo spazio è occupato da un edificio con la facciata segnata da erme a rilievo che si erge su un portico sorretto da colonne ioniche.
Si tratta di un tipo di composizione che richiama alcuni disegni di Polidoro, o della sua scuola, che ancora alla fine del XVI secolo circolavano a Messina come testimonianza degli sfarzosi apparati effimeri realizzati in occasione del passaggio in città di Carlo V, il 21 ott. 1535.
Nel 1580 il G. dipinse una Natività, già nella chiesa del monastero di S. Maria di Basicò e oggi Museo regionale, esplicito omaggio sia ad analoghi soggetti eseguiti da Marco Pino a Napoli sia alla Natività di Polidoro nella chiesa dell’Altobasso di Messina, oggi Museo regionale.
Nell’Annunciazione dipinta dal G. nel 1581 per la chiesa dei Funari di Messina, oggi Museo regionale, si possono rintracciare influenze di Francesco Salviati, in particolare nel monocromo che decora il leggio della Madonna e nel paesaggio, nonché suggestioni fiamminghe.
L’angelo, che irrompe nella stanza in cui è raccolta in preghiera Maria, appare citazione puntuale di quello raffigurato da Teodoro d’Errico, Dirk Hendricksz, nel dipinto di soggetto analogo della chiesa di S. Maria della Sapienza a Napoli.
Dei primi anni Ottanta sono sia il S. Marco, datato 1581, nella cattedrale di Santa Lucia del Mela sia il S. Francesco della chiesa di S. Giovanni a Castanea, che rimanda a certe figure di santi di Girolamo Muziano.
Entrambe le opere offrono al fedele immagini improntate a un languido patetismo in sintonia con le esigenze della Riforma cattolica che, con ogni probabilità, contribuirono a determinare la fortuna del G. sia a Messina sia in provincia.
La sua bottega divenne, infatti, ben presto il punto di riferimento di tutta una schiera di artisti meridionali quali Cesare Di Napoli, Stefano Sant’Anna, Placido Saltalamacchia e i più celebri Antonio Catalano il Vecchio e Giovan Simone Comandè.
Ultimo documento concernente il G. è la menzione dell’Annunciazione per la chiesa messinese degli agostiniani scalzi alla "Ciaera", realizzata nel 1585. Non si conosce la data di morte dell’artista.
Tra le opere attribuite al G. si ricordano la Pentecoste, già in S. Andrea Avellino e oggi al Museo regionale di Messina, databile all’inizio del nono decennio, il Transito della Vergine, nella cattedrale di Gela, e i Ss. Elena e Costantino, a Messina, Museo regionale, già nella chiesa di S. Pelagia.
Il Manierismo a Messina e la persistenza dei modelli polidoreschi
Il Manierismo messinese si sviluppò in una fase di intensa circolazione di modelli, immagini e linguaggi artistici. Le opere di Guinaccia mostrano come i riferimenti agli artisti precedenti non fossero semplici riproduzioni, ma strumenti per costruire una maniera personale, adeguata alle esigenze della committenza religiosa.
Nelle composizioni di Guinaccia la plasticità monumentale delle figure, l’espressività talvolta accentuata dei volti, la teatralità dei gesti e l’uso di architetture scenografiche si combinano con un tono languido e patetico. Questi elementi consentono di comprendere la distanza e, nello stesso tempo, la continuità tra il linguaggio di Polidoro e quello della pittura siciliana della seconda metà del Cinquecento.
La cultura polidoresca rimase inoltre riconoscibile nella produzione di altri artisti messinesi. Il dipinto Madonna del Rosario e misteri della cattedrale di Santa Lucia del Mela, datato 1574, mostra, pur nella trattazione convenzionale del soggetto, un avvicinamento al lessico polidoresco, in particolar modo nella resa dell’espressività quasi caricaturale dei personaggi e nella vivacità delle scene dei riquadri minori.
Dello stesso anno è anche il dipinto per la chiesa del Ss. Salvatore di Castroreale, oggi al Museo civico, la Madonna tra i ss. Filippo e Giacomo: il paesaggio è realizzato nel segno di Polidoro, come anche certe spigolosità delle figure, mentre la patetica espressione di S. Giacomo rimanda a Marco Pino.
Il rapporto con il Rinascimento e con il Barocco
La presenza di Polidoro e dei suoi modelli si inserisce nella continuità del percorso artistico documentato dal Museo. Nel Primo Rinascimento dominano il grande Antonello da Messina con la sua nutrita serie di seguaci, gli “antonelliani”, e la pittura fiamminga che circola in maniera consistente a Messina nella seconda metà del Quattrocento.
Il Polittico di San Gregorio (1473) di Antonello, da lui firmato, fu eseguito su commissione per il Monastero di San Gregorio dalla Badessa suor Fabria Cirino e pagato 6 salme di mosto (1500 chili). Il Polittico è composto da tre tavole inferiori con al centro la Madonna col Bambino in grembo e con ai lati i Santi Gregorio e Benedetto.
Le due tavole in alto raffigurano l’Angelo annunziante e l’Annunziata. Di ispirazione fiamminga, quest'opera, per la rigorosa impostazione prospettica, per la straordinaria limpidezza dei colori, per la purezza degli elementi figurativi, rappresenta una delle maggiori opere in assoluto della pittura del '400.
Nel Rinascimento messinese Girolamo Alibrandi, pittore definito “Raffaello di Messina” per aver collaborato con lui a Roma, e Antonello Gagini, scultore, sono i protagonisti dell’arte rinascimentale messinese.
La progressiva trasformazione del linguaggio figurativo conduce poi al Manierismo e al Barocco. Questa sezione espone opere di pittura e scultura che sottolineano e testimoniano il passaggio dal Rinascimento al Barocco.
L’Adorazione dei pastori di Polidoro Caldara da Caravaggio e le opere di Deodato Guinaccia permettono di seguire uno dei passaggi fondamentali della storia dell’arte messinese: dalla costruzione monumentale e dalla tensione espressiva del Cinquecento alla pluralità di indirizzi che caratterizzerà il Seicento.
Il Museo e la memoria artistica di Messina
Il valore dei dipinti conservati nel Museo Regionale di Messina è legato anche alla loro provenienza. Molte opere provengono da chiese, monasteri, oratori e istituzioni cittadine scomparsi o profondamente trasformati dagli eventi storici e dai terremoti.
Il terremoto del 28 dicembre 1908 distruggeva in parte la chiesa, e, i reperti esposti e tutto quello che rimaneva del ricchissimo patrimonio artistico e monumentale di Messina, venivano trasportati e custoditi nei locali della ex filanda Mellinghoff e nell’area di ciò che restava del Convento basiliano del Santissimo Salvatore dei Greci nell’attuale Viale della Libertà.
La collocazione nei depositi non interrompe il rapporto dell’opera con la storia della città. I dipinti di Guinaccia, come la Trinità e la Pietà, conservano la memoria degli antichi luoghi di culto dai quali provengono e documentano la stratificazione delle commissioni artistiche messinesi.
Durante i lavori per lo scavo delle fondazioni del nuovo Museo fu rinvenuto il locale ipogeico con i sedili per l’essiccazione dei defunti monaci basiliani. Con l’editto di Saint Cloud emanato da Napoleone il 12 giugno 1804, si stabilì che le sepolture venissero poste al di fuori delle mura cittadine per motivi igienico-sanitari.
A Messina, così, venne eretto il Cimitero Monumentale, inaugurato nel 1872. La scoperta dell’essiccatoio ricorda come l’area dell’attuale museo sia legata non soltanto alla conservazione delle opere, ma anche alla storia materiale degli edifici e delle comunità che hanno formato il patrimonio messinese.
Dal patrimonio medievale al Seicento
Il percorso museale comprende una ricca rassegna di opere di vario genere che coprono un arco temporale che va dal secolo XII al XV. Notevoli sono le Iscrizioni arabe, metà del sec. XII, in porfido rosso per i decori vegetali e serpentino verde per il testo, in caratteri naskhi, provenienti dalla Cattedrale e dalla Chiesa di S. Maria Annunziata dei Catalani.
Fra le opere medievali si trovano inoltre una Madonna in Trono col Bambino comunemente definita Madonna della Ciambretta in una nicchia a mosaico su fondo oro di autore ignoto bizantino-normanno del XIII secolo, una Vergine Orante di ignoto bizantino del sec. XII, una testa di San Pietro in mosaico di ignoto bizantino del XIV secolo e una Madonna col Bambino detta “Madonna degli Storpi” del senese Goro di Gregorio (1333).
Il Seicento rappresenta il secolo d’oro per l’arte messinese, con artisti di livello che interpretano con particolare perizia il naturalismo, il classicismo e il barocco. Fra tutti primeggia il rappresentante più colto della pittura classica a Messina, Agostino Scilla.
Pregevoli, fra i tanti, sono i dipinti di Antonino Barbalonga Alberti, Pietà e Ritratto del Padre Francesco Maria Alberti, zio del pittore; Nunzio Rossi, Madonna della Lettera con i Santi Pietro e Paolo e veduta di Messina; Mattia Preti, Madonna della Lettera e Cristo deposto, detto il Cavalier Calabrese; Domenico Marolì, Loth e le figlie e San Pietro d'Alcantara; Giovan Battista Quagliata, Natività della Vergine e Immacolata; Abramo Casembrot, Veduta di Messina.
Di Agostino Scilla è il San Benedetto distrugge gli idoli, del sec. XVII, proveniente dalla chiesa di San Paolo. La tela raffigura un episodio della vita di S. Benedetto, forse relativo alla costruzione dell’abbazia di Montecassino.
La fortuna dell’iconografia dell’Immacolata
Nel Museo l’immagine dell’Immacolata ricorre in periodi e contesti differenti. Accanto al dipinto di Deodato Guinaccia con le Litanie lauretane, sono documentate altre opere intitolate Immacolata, tra cui la tela di Giovan Battista Quagliata del Seicento e il dipinto di Giuseppe Crestadoro, Immacolata e S. Alberto Carmelitano, del Settecento.
Il secolo XVIII vede a Messina l’operato continuo di esperti scultori che realizzano rivestimenti a tarsie marmoree policrome e altari per tantissime chiesa in città e in Sicilia. I pittori cominciano ad allontanarsi gradualmente dagli eccessi del Barocco per avviarsi verso la stagione del Neoclassicismo che caratterizzerà il secolo successivo.
Un esponente di spicco nella pittura è Giovanni Tuccari, di cui si ammirano Le nozze di Cana, Mosè salvato dalle acque e Ester ed Assuero. Fra gli altri artisti presenti, Placido Campolo, Ambasceria della Vergine; Letterio Paladino, Allegoria della Pace; Giuseppe Crestadoro, Immacolata e S. Alberto Carmelitano; Benedetto Luti, Attraversamento prodigioso dello Stretto di Messina di San Francesco di Paola nel 1464; Filippo Tancredi, Visitazione.
| Opera o gruppo di opere | Autore | Datazione | Provenienza o collocazione indicata |
|---|---|---|---|
| Immacolata Concezione con le Litanie lauretane | Deodato Guinaccia | Sec. XVI | Museo Regionale di Messina |
| Trinità | Deodato Guinaccia | 1577 | Già nell’oratorio della Trinità; oggi nei depositi del Museo regionale di Messina |
| Pietà | Deodato Guinaccia | 1578 | Già nell’oratorio di S. Basilio; oggi nei depositi del Museo regionale di Messina |
| Immacolata | Giovan Battista Quagliata | Sec. XVII | Museo Regionale di Messina |
| Immacolata e S. Alberto Carmelitano | Giuseppe Crestadoro | Sec. XVIII | Museo Regionale di Messina |
La lettura storico-artistica dell’Immacolata di Polidoro da Caravaggio
La presenza di un’Immacolata riferita a Polidoro da Caravaggio deve essere considerata all’interno della complessa rete di rapporti tra opere, modelli e attribuzioni che caratterizza la pittura messinese del Cinquecento. L’eredità di Polidoro fu infatti trasmessa attraverso la sua produzione, la sua scuola e la circolazione di disegni e composizioni.
Il confronto con Deodato Guinaccia è particolarmente significativo. Le sue opere mostrano elementi figurativi improntati al frasario di Silvestro Buono e di Marco Pino, ma anche un confronto diretto con il linguaggio di Polidoro da Caravaggio, soprattutto nelle composizioni caratterizzate da figure monumentali, pose accentuate, volti espressivi e architetture scenografiche.
La pittura di Guinaccia non può quindi essere ricondotta a un unico modello. La sua formazione e la sua attività si svilupparono nel contesto di una cultura artistica aperta a Napoli, Roma, alla Spagna e alla tradizione fiamminga, mentre la sua permanenza a Messina lo mise in rapporto con la forte eredità locale di Polidoro.
La datazione dell’Immacolata della chiesa di S. Maria di Gesù a Naso alla fine degli anni Sessanta e la successiva attività di Guinaccia a Messina mostrano la contemporaneità tra la diffusione della sua pittura e la persistenza del linguaggio polidoresco nell’ambiente siciliano.
Il tema dell’Immacolata si presta inoltre a esprimere la tensione tra la monumentalità manierista e la funzione devozionale dell’immagine. La figura mariana, inserita in un sistema di simboli e riferimenti religiosi, diventa il centro di una composizione destinata alla contemplazione e alla meditazione.
Il significato della conservazione nei depositi
Le opere nei depositi fanno parte del patrimonio storico e artistico del museo anche quando non sono comprese nel percorso espositivo ordinario. Nel caso delle opere di Deodato Guinaccia, la conservazione nei depositi consente di mantenere riuniti dipinti legati alla storia delle chiese e degli oratori messinesi dai quali provengono.
La Trinità del 1577 e la Pietà del 1578 sono entrambe riconducibili a questa dimensione documentaria. La loro presenza nei depositi del Museo regionale di Messina testimonia la continuità della tutela e permette di ricostruire la fortuna dell’artista, i suoi rapporti con Marco Pino e la persistenza dell’eredità di Polidoro da Caravaggio.
L’Immacolata di Polidoro da Caravaggio si inserisce così in un insieme più vasto di testimonianze. Il suo interesse non dipende soltanto dal soggetto religioso, ma anche dalla possibilità di studiare la trasmissione dei modelli figurativi tra il primo Cinquecento e la seconda metà del secolo, quando la pittura messinese elaborò una propria identità attraverso il confronto con i principali centri artistici italiani.
La storia del Museo Regionale di Messina, nato dalla necessità di salvaguardare il patrimonio cittadino e consolidato dopo il terremoto del 1908, offre il contesto istituzionale nel quale queste opere continuano a essere conservate, studiate e messe in rapporto con la storia della città.
Polidoro da Caravaggio (Restauro della decorazione "liberazione di Andromeda")
Nel complesso delle collezioni del Museo, l’Immacolata e le opere riconducibili alla cultura polidoresca rappresentano una testimonianza della vivacità artistica di Messina, della pluralità delle influenze presenti in Sicilia e della lunga durata dei modelli elaborati nel corso del XVI secolo.
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