Don Maurizio Patriciello è il parroco della chiesa di San Paolo Apostolo nel Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli, ed è una delle voci più conosciute della lotta contro gli sversamenti illegali, i rifiuti tossici e i roghi nella Terra dei fuochi. Da sacerdote di periferia è diventato padre spirituale, amico, educatore e portavoce di migliaia di cittadini che hanno vissuto sulla propria pelle l’inquinamento ambientale, le malattie e la perdita di familiari.
La sua attività unisce l’annuncio del Vangelo alla difesa della dignità umana, della salute e del territorio. Don Patriciello ha denunciato per anni il sistema criminale e gli interessi economici responsabili dello smaltimento illecito dei rifiuti, affrontando minacce, intimidazioni e una vita sotto scorta senza interrompere il proprio servizio pastorale.
Chi è don Maurizio Patriciello
Don Maurizio è un sacerdote come gli altri e come gli altri annuncia il Vangelo. Ma farlo nella Terra dei fuochi è diverso. Li è diventato Padre spirituale, amico, confidente, educatore, portavoce di una lotta che abbraccia un’intera regione e una gran parte d’Italia.
Il parroco della chiesa di San Paolo Apostolo nel Parco Verde di Caivano (Napoli), è da sempre in prima linea nella lotta agli sversamenti e ai roghi tossici di rifiuti nella Terra dei fuochi. Don Maurizio ha denunciato e combatte lo scempio che da più di 20 anni si consuma su quel territorio: lo scarico di rifiuti industriali altamente tossici.
La sua è una vocazione adulta, nata dopo anni di dubbio e di allontanamento dalla Chiesa fino al giorno in cui offre un passaggio ad un francescano scalzo; quell’incontro stravolgerà la sua vita: lascerà il suo lavoro di paramedico per entrare in seminario all’età di 30 anni. Sarà ordinato sacerdote e svolgerà il suo servizio di parroco a Parco Verde di Caivano, un quartiere che di “verde” ha ben poco.
La Terra dei fuochi e il Parco Verde di Caivano
Terra dei fuochi è chiamato quel territorio che circonda la parrocchia di San Paolo Apostolo in Caivano in provincia di Napoli. È l’area tra Napoli e Caserta che la camorra ha fatto diventare una discarica a cielo aperto.
Don Maurizio è un nome, un volto, un simbolo della lotta contro le organizzazioni criminali nella cosiddetta Terra dei Fuochi, ovvero quella parte del territorio campano avvelenata dai rifiuti tossici industriali, sversati ed interrati nelle campagne, che hanno seminato morte negli ultimi decenni.
La pattumiera d’Italia, la terra di nessuno, dove camorra e cattiva politica da anni fanno affari ai danni dei più deboli. I fuochi per anni hanno bruciato cumuli di rifiuti, liberando nell’aria veleni tossici.
È un quartiere difficile, che, dopo il terremoto del 1980, racchiude tutte le fragilità e le povertà economiche, nonché morali e psicologiche. Qui lo spaccio della droga regna sovrano; ma non è l’unico “veleno” seminato dalla malavita.
Fumo nero, esalazioni tossiche che corrodono gli edifici, l’aria nauseabonda e graffiante che riempie i polmoni; le calde notti estive illuminate dai roghi dei rifiuti e quel fetore che toglie il respiro e il sonno.
La sua chiesa aperta a tutti, povera, al centro di un quartiere maledetto dalla camorra, ha il tetto bucato. Da anni ci piove dentro.

La denuncia degli sversamenti e dei roghi tossici
Don Maurizio reagisce, diventa il portavoce di migliaia di cittadini, chiusi nell’omertà e nella paura; allerta le autorità; diventa involontariamente il centro di articoli e reportage giornalistici. I riflettori si accendono su quella terra martoriata, sui volti e sulle storie di malattia e di morte.
La sua voce si alza contro la camorra responsabile di quello scempio, colpevole di quel fetore che sbarra porte e finestre, che uccide l’aria fresca della sera, e il sole del mattino. Impossibile restare indifferenti alle sue grida dall’altare.
Grida di dolore per una terra agonizzante, disperata, condannata, mentre le braccia aperte sembrano volerla abbracciare e consolarla per quel dolore immeritato. Allora la sua forza diventa forza per i fedeli e trasforma gli sguardi impauriti di chi ogni giorno si chiede “sarò ancora sano domani?” in un unico grande sguardo, fiero, pronto a riprendersi quello che gli è stato tolto.
“La nostra attività continua” sottolinea don Patriciello. “Questi sono quartieri problematici, che io dico sempre di essere nati con il ‘peccato originale’”, ribadisce. “Ci misero tutte queste famiglie povere, molte anche oneste, che poi in questi anni se ne sono andate e hanno lasciato le loro case alla camorra che ne è entrata in possesso. E quindi, man mano che passa il tempo, se lo Stato non fa sentire forte la sua mano diventa sempre più problematico”.
“Questi fumi entravano nelle nostre case. Mi ricordo una sera in cui non si poteva celebrare neanche la messa e mi chiedevo che stava succedendo. Però chi mi doveva rispondere? Caivano (diocesi di Aversa, ndr) è il centro della Terra dei fuochi insieme ad Acerra”.
Le famiglie, le malattie e le bare bianche
Don Maurizio vive giorno dopo giorno il degrado della natura bruciata ed intossicata, dei loschi affari della camorra e degli imprenditori corrotti. Ogni giorno la sua coscienza di uomo e di parroco deve fare i conti con famiglie distrutte da lutti e malattie.
Tanti i funerali di bambini e giovani, che lui stesso ha battezzato, ha visto crescere, affacciarsi alla vita…troppe, strazianti, quelle bare bianche che gridano ed hanno sete di verità, di giustizia.
“Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente”.
Queste parole di Leone XIV, durante la visita alla diocesi di Acerra sabato 23 maggio, sono state un balsamo per chi, nella Terra dei fuochi, ha visto morire figli, genitori, fratelli e sorelle, nipoti, come don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano, che è stato il primo a raccogliere il grido di dolore della gente di fronte alle troppe morti di tumore a tutte le età che colpivano gli abitanti di quella zona.
“Il Papa è venuto qua veramente ad asciugare le nostre lacrime: ognuno di noi ha avuto nella sua famiglia diversi morti. Io ho perso due fratelli, un cognato e due nipoti, l’ultimo a febbraio, è trascorso solo un mese dalla diagnosi alla morte. Noi non abbiamo parlato per sentito dire o perché l’abbiamo studiato sui libri. L’abbiamo vissuto sulla nostra pelle”.
Le manifestazioni e la mobilitazione civile
“Questo grido di dolore, di disperazione e anche di speranza viene dal basso. Non è stato il governo ad avvertirci, non sono stati i parlamentari ad avvertirci, non è stata l’Europa ad avvertirci”.
“Abbiamo compreso che dovevamo fare tanto rumore ma non ci ascoltavano. Allora, mi è venuta un’idea che è stata veramente un’illuminazione. Ho detto: se non ascoltano i vivi, dovranno per forza ascoltare i morti”.
“Abbiamo messo insieme le mamme dei bambini morti, abbiamo cominciato i nostri cortei, portando le gigantografie dei nostri morti. E così ci siamo resi conto che eravamo veramente tanti”.
“Una per tutta quella manifestazione del 16 novembre 2013 a Napoli. Era un sabato uggioso, pioveva, faceva freddo, eppure centomila persone si sono riversate a Napoli, portando le foto dei loro bambini, delle loro giovani mamme e papà che non c’erano più”.
“E allora siamo riusciti a scalfire il muro di gomma e a entrare nelle varie commissioni, al Senato, alla Camera e poi abbiamo fatto la petizione a Bruxelles. C’è stata anche l’altra idea di inviare 150mila cartoline al presidente della Repubblica. Infine, ci siamo rivolti alla Corte europea per i diritti dell’uomo”.
“Sono state tante iniziative che di volta in volta davano coraggio alle persone che si sentivano abbandonate”. La sentenza della Cedu è arrivata perché noi ci siamo rivolti alla Corte europea e ci hanno impiegato undici lunghissimi anni per risponderci.

Dalla denuncia alla risposta istituzionale
Non possiamo dimenticare, infatti, in questi anni, quanti sono stati i negazionisti, che ci hanno riempito di calunnie e di offese. Ci hanno accusato di aver rovinato l’economia agricola e di fare allarmismo.
L’Italia non aveva una legge per punire gli eco-reati. Allora abbiamo cominciato a chiedere questa legge, che è arrivata il 22 maggio 2015.
Solo nel 2021, su richiesta della procura di Napoli Nord, l’Istituto superiore di sanità per la prima volta ha messo nero su bianco che in questo territorio ci si ammala e si muore di più anche per la questione ambientale.
È arrivata finalmente a gennaio 2025 la condanna della Corte europea. E Il Governo ha accolto la condanna e individuato il generale Giuseppe Vadala come commissario per le bonifiche.
| Passaggio | Data o riferimento |
|---|---|
| Manifestazione a Napoli | 16 novembre 2013 |
| Legge sugli eco-reati | 22 maggio 2015 |
| Riconoscimento dell’Istituto superiore di sanità | 2021 |
| Condanna della Corte europea | gennaio 2025 |
“Queste sono le finestre aperte sulla Terra dei fuochi. Oggi il Papa è venuto a chiudere un capitolo e ad aprirne un altro”.
Le intimidazioni e la vita sotto scorta
E piovono minacce sulla sua persona; a metà marzo del 2022 un ordigno è fatto esplodere proprio davanti alla sua chiesa. Lo Stato, contro la sua volontà, lo ha messo sotto scorta per proteggerlo.
Lo scorso 12 marzo, giorno del compleanno di don Maurizio, una bomba è esplosa davanti la parrocchia di San Paolo apostolo al Parco Verde di Caivano.
“Non ho mai avuto paura e continuo a non aver paura. Io faccio il parroco e continuerò a farlo”.
Telefonata a sorpresa del Pontefice al prete campano, che vive sotto scorta per il suo impegno nella lotta alla mafia. Francesco conosce bene la situazione di quei territori e ha pregato per il sacerdote, invitandolo ad andare avanti.
La telefonata di Papa Francesco
“Pronto, sono Papa Francesco”. Arriva all’improvviso da un numero sconosciuto la telefonata del Pontefice a don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano in provincia di Napoli, da sempre impegnato nella lotta alle mafie nelle cosiddette Terre dei Fuochi.
“La telefonata è durata pochi minuti”, racconta a Vatican News lo stesso don Maurizio, “e lui mi ha detto di conoscere la situazione in cui lavoriamo”, “dei problemi che abbiamo con la camorra”.
“Ha detto che mi stava vicino e pregava per me e ha chiesto anche preghiere per lui”. “È stata veramente una sorpresa anche perché non si è fatto preannunciare da nessuno”.
“Mi ha fatto piacere che il Papa sapesse tutto della questione”, ha detto il sacerdote, che vive sotto scorta, “e ci teneva a farmi sapere che lui mi era vicino, pregava per me e mi incoraggiava a continuare a fare quello che sto facendo”.
“Anche negli anni passati è stato vicino a noi per quanto riguarda la questione ambientale”, ha aggiunto, soprattutto "dopo la Laudato Si’”.
Il rapporto con la Chiesa e la Laudato si’
La visita del Papa ha anche voluto valorizzare la Laudato si’, che è un’enciclica che mette al centro del Creato la persona umana. L’essere umano deve essere custodito, valorizzato, promosso.
Gesù ha detto: quello che fate agli altri l’avete fatto a me; quindi tutto il bene che facciamo al prossimo l’abbiamo fatto a Gesù, ma anche tutto il male che facciamo al prossimo l’abbiamo fatto a Gesù.
Questo male può arrivare in tanti modi: rubando il pane agli altri, ma anche inquinando l’aria, l’acqua, il suolo, com’è stato nella Terra dei fuochi.
La stessa Laudato si’, come ha raccontato più volte Papa Francesco, è nata dopo che il Pontefice aveva sorvolato la Terra dei fuochi per la sua visita a Caserta nel luglio 2014.
“Che la Chiesa è accanto alla gente. Questo sussulto di dignità è venuto dalla Chiesa, è partito dalla mia parrocchia, è partito da questo prete che ti sta parlando, ma subito immediatamente il mio vescovo Angelo Spinillo ha abbracciato questa battaglia”.
“Un grande grazie deve essere detto al card. Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza episcopale campana, che ha chiamato a raccolta tutti i vescovi campani e abbiamo sempre camminato insieme”.
La visita del Papa ad Acerra
Papa Francesco avrebbe dovuto visitare Acerra, vicino a Caivano, il 24 maggio del 2020, per parlare alle popolazioni della Terra dei Fuochi. Un viaggio poi rimandato a causa della pandemia.
Quel giorno il Pontefice lo ricordò al Regina Coeli. “Oggi avrei dovuto recarmi ad Acerra, per sostenere la fede di quella popolazione e l’impegno di quanti si adoperano per contrastare il dramma dell’inquinamento nella cosiddetta Terra dei fuochi”, disse, dando il suo saluto, la sua benedizione e il suo incoraggiamento a tutta la comunità.
“Il Papa è venuto proprio nella Terra dei Fuochi per dare importanza a questo problema”. “La miccia è stata accesa dai primi incontri nella mia parrocchia, poi è stata estesa a tutta la Chiesa campana”.
“Quando ho cominciato questa battaglia, la prima cosa di cui mi sono reso conto è che bisognava togliere dalla nicchia questo problema, che doveva diventare nazionale”.
“Penso che questa visita del Papa sia più importante di quanto noi oggi possiamo credere. Forse ce ne renderemo conto nel tempo”.

Le parole di Leone XIV e il riconoscimento delle sentinelle
(LaPresse) "Questa è una giornata che passerà alla storia. Il Papa è venuto qui per dire che tutto ciò che abbiamo fatto era giusto e che chi ha inquinato la nostra terra e ha ammazzato la nostra gente ha fatto qualcosa di orribile. Ora lasciamo alle spalle le denunce e lavoriamo sulle bonifiche e sulla questione sanitaria".
Così don Maurizio Patriciello, giunto al duomo di Acerra per salutare Papa Leone XIV in visita pastorale alla Terra dei fuochi.
“Il Papa è venuto qua a mettere un timbro su tutte quelle che sono state le nostre battaglie, le nostre lacrime, i nostri funerali. Quante bare bianche ho benedetto, quante lacrime ho dovuto asciugare, quante mamme ho dovuto abbracciare, quante volte sono dovuto scendere in piazza, quante manifestazioni e quanti convegni abbiamo fatto”.
“Abbiamo pagato un prezzo altissimo, sulla nostra pelle. Il Papa è venuto a darci una carezza”.
“Il Papa ci ha chiamato sentinelle ed effettivamente questo grido è venuto dalle sentinelle del territorio, è venuto da noi, mi vergogno quasi a dirlo, è venuto da me”.
“È stato bello che abbia usato il termine ‘pionieri’, l’ho accolto con tanta gioia. Nella vita c’è sempre chi va avanti ad aprire una strada ed è quello che anche corre più pericoli, che prende più mazzate e che rischia anche di sbagliare perché un conto è camminare su una strada già battuta e un altro è aprirla”.
Camorra, imprenditori disonesti e responsabilità
Poi le trappole erano molte perché gli imbrogli erano tanti, c’erano gli industriali disonesti che sversavano e c’era la camorra.
“Fino ad oggi ho visto pentiti solo tra i camorristi, mentre non ho visto ancora un industriale che ci ha inquinato, ci ha avvelenato, che sia uscito fuori con coraggio e con onestà abbia detto di essersi pentito. È un dato di fatto”.
“I nostri camorristi sono stati cattivi ma ignoranti, gli industriali sono stati cattivi, ma quando venivano a sversare quelle autobotti di veleni sapevano bene che cosa contenevano”.
“Ora il Papa ha chiamato tutti quanti a convertirsi”.
L’ingordigia degli uomini, infatti, è sempre dietro l’angolo e, finché possono fare qualche soldo in più, non guardano in faccia a nessuno, soprattutto dal punto di vista ambientale.
Le forze dell’ordine debbono avere gli occhi aperti, la magistratura deve avere polso fermo e noi siamo sempre accanto alla gente.
La spiritualità e il ruolo del sacerdote
Il testimone fedele ed instancabile della difesa del creato, della cura e della preziosità degli esseri umani, della Parola di Dio, che guida e sostiene ogni operatore di giustizia e di pace.
“Sì, c’è sempre una notte nella vita delle persone che cercano il volto di Dio con onestà, sincerità, che viene illuminata da una luce particolare. Perché non avremmo potuto fare tutto con le nostre forze”.
“Ripensando a quello che è successo, veramente dico che c’è stata la mano dello Spirito Santo”.
E, tra tanto orrore e dolore che si porta dentro, non smette mai di sorridere, di sostenere le miserie umane con l’unico fuoco che accende la vita: il fuoco della fede, della speranza, dell’impegno di ognuno e di tutti nel trovare l’antidoto ai “veleni” che inquinano il corpo e lo spirito.
La produzione letteraria e la memoria del territorio
E anche lui scrive, per mantenere viva l’attenzione e non far cadere nell’oblio quell’avvelenamento di terre ed esseri umani.
“Non aspettiamo l’Apocalisse” - “Madre Terra, fratello Fuoco” - “Vangelo dalla terra dei fuochi”: questi alcuni titoli della sua produzione letteraria.
La scrittura diventa così un ulteriore strumento di testimonianza, accanto alle omelie, alle manifestazioni, agli incontri pubblici e alle denunce. Il suo impegno mira a conservare la memoria delle vittime e a impedire che le sofferenze delle famiglie vengano dimenticate.
Un sacerdote vicino alla comunità
Quando cammina per strada, schivo, nel tentativo di allontanare da sé quella notorietà che questo lutto gli ha regalato, è un continuo avvicinarsi a lui dei suoi concittadini che lo ringraziano, gli stringono la mano, gli rubano un abbraccio.
Amore ricambiato che a volte nemmeno i modi bruschi di questo sacerdote riescono a mascherare. La sua chiesa aperta a tutti rappresenta un luogo di ascolto e di vicinanza in un quartiere segnato dalla povertà, dalla paura e dalla presenza della criminalità.
Don Maurizio, che nella sua missione da prete non solo ha accolto quel grido di dolore ma si è immediatamente dato da fare per portare all’attenzione nazionale quel dramma, era ad Acerra per la visita del Papa.
Con la sua attività pastorale, il sacerdote ha trasformato una denuncia inizialmente circoscritta alla propria parrocchia in una mobilitazione capace di coinvolgere famiglie, associazioni, istituzioni ecclesiali e cittadini.
La responsabilità verso il futuro
“Con la consapevolezza che ci ha dato di aver fatto bene finora e con l’impegno a continuare a essere sentinelle per il futuro perché in questa battaglia non si vive di rendita”.
“Qualcuno ha detto ‘mai più Terra dei fuochi’, ma se c’è ancora la Terra dei fuochi dobbiamo continuare a dirlo. Potremo dire ‘mai più Terra dei fuochi’ quando non ci saranno più problemi”.
“E il Papa in questo momento è venuto ad accendere un faro sul nostro territorio”.
“Leone XIV ha fatto un bellissimo riferimento a Ezechiele, io mi rifarei proprio a Gesù: risorge e dà vita nuova a tutti quanti”.
La fantasia. Un luogo dove i sogni dei bambini e della gente umile sono ammessi, dove si cammina tenendosi per mano, dove il mare profuma di pesci e la terra di fiori. Dove la camorra non può entrare e i ricchi sono prigionieri del loro inutile bagaglio.
Così ci appare questa chiesa di periferia. Entriamoci anche noi. Tenendoci per mano, chiniamo la testa davanti al dolore della terra e aiutiamola a tornare come prima.
Terra del sole, terra generosa e sana, madre paziente di uomini e donne che spesso la calpestano sordi al suo dolore.