Omelia sul Vangelo di Matteo: Gesù, i bambini e la piccolezza del cuore

Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù pone un bambino in mezzo ai discepoli e dichiara: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Diventare come i bambini non significa essere ingenui, immaturi o incapaci di giudizio, ma vivere con semplicità, umiltà, fiducia e disponibilità alla grazia.

Gesù insegna inoltre che accogliere un bambino nel suo nome significa accogliere lui stesso e che il Padre celeste non vuole che si perda neanche uno dei piccoli. Il Vangelo invita quindi a farsi piccoli davanti a Dio, ad accogliere i fragili, a non disprezzare nessuno e a cercare con amore chi si è smarrito.

Il bambino al centro della scena

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

La domanda dei discepoli nasce dal desiderio di sapere chi occupi il posto più importante. Essi pensano ancora secondo i criteri umani: grande è chi comanda, chi è riconosciuto, chi possiede autorità o gode di prestigio. Gesù risponde invece mettendo al centro un bambino.

I bambini incarnano alcuni tratti di dipendenza che li pongono al di sotto degli adulti: sono piccoli di statura, hanno poca esperienza, spesso non sono in grado di rispondere delle loro azioni, non sanno badare a loro stessi.

Per Dio siamo tutti piccole creature. Davanti al suo sguardo amorevole, i gradi umani di importanza vengono ribaltati, le gerarchie sociali e le etichette svaniscono.

Il Maestro ci fa capire che accettare la nostra condizione non ci umilia né ci sottovaluta. Al contrario, può condurci alla grandezza e alla santità, perché siamo suoi figli.

«Davanti a Dio, che è Eterno, tu sei un bambino più piccolo di quanto lo sia davanti a te un piccino di due anni. E, oltre a essere bambino, sei figlio di Dio. Non dimenticarlo».

Che cosa significa diventare come i bambini

Gesù non chiede di tornare indietro con l’età, né di rinunciare alla maturità, alla responsabilità o alla capacità di discernere. «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

Come bambini, cioè disponibili alla grazia, confidenti in Dio, senza orgoglio e ambizioni.

Il Signore esorta a diventare come i bambini non per l’età, ma per la semplicità perché in genere i bambini non hanno malizia. Dice San Paolo: «Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi».

La prima caratteristica è dunque la semplicità. Il bambino non vive necessariamente calcolando tutto, cercando sempre un vantaggio o costruendo un’immagine di sé. La semplicità evangelica non è superficialità: è un cuore libero dalla doppiezza, capace di stare davanti a Dio senza maschere.

In secondo luogo i bambini non hanno desideri di grandezza. Non sono assetati di dominio sugli altri secondo quanto dice San Paolo: «Non nutrite desideri di grandezza».

In terzo luogo sono immuni dalla concupiscenza. Gesù ha detto: «Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». Questa concupiscenza i bambini non ce l’hanno.

Così pure non si ricordano dell’inimicizia. Fanno in fretta a bisticciarsi, ma fanno altrettanto in fretta a riconciliarsi e dimenticano tutto.

Ulteriormente esortando a diventare come i bambini il Signore chiede di essere umili. Nessuno infatti entrerà nel regno dei cieli se non è umile.

Entrare nel regno dei cieli secondo San Tommaso significa anche entrare nella dottrina evangelica. L’umiltà permette di ricevere, perché chi pensa di possedere già tutto non sente più il bisogno di lasciarsi istruire, correggere e trasformare.

Caratteristica dei bambini è anche la fede. Si fidano di ciò che dicono i loro genitori e si fidano anche di quello che viene detto a proposito della fede.

Ora è necessario avere la fede perché «chi non crederà sarà condannato». La fede del bambino non è una rinuncia all’intelligenza, ma l’apertura fiduciosa a una parola riconosciuta come degna di essere ascoltata.

La piccolezza che conduce alla carità

San Tommaso si pone un’obiezione e dice: «La perfezione sta nella carità». Sì, è vero risponde San Tommaso: «Dove maggiore è la carità, maggiore sarà la perfezione. Ma bisogna dire che la carità si accompagna sempre all’umiltà».

«Infatti come nella superbia ci sono due cose, l’affetto disordinato e la stima disordinata di sé, così al contrario accade nell’umiltà, poiché uno non si cura della propria eccellenza e parimenti non si reputa degno. Ciò consegue necessariamente alla carità. (…) Così quanto più l’uomo ha di carità, anche più di umiltà».

La piccolezza evangelica non consiste quindi nel disprezzarsi o nel ritenersi senza valore. Il bambino è piccolo, ma è prezioso; dipende dagli altri, ma è amato; non può bastare a se stesso, ma proprio per questo sa ricevere.

Piccoli sono coloro che probabilmente non hanno niente. O meglio hanno il tutto che basta per essere grandi davanti a Dio. Sono aperti a ricevere e riempirsi di quell’Amore paterno che li rende figli amati e discepoli seguaci di Gesù.

Molte delle nostre preoccupazioni possono essere ridimensionate se sappiamo abbandonarci come bambini piccoli che hanno bisogno di cure costanti da parte del loro Padre.

Sull’umile consapevolezza della nostra piccolezza Dio costruirà una grande santità, che Lui stesso renderà importante, efficace e preziosa.

La semplicità, lo stupore e la fiducia

I bambini cosa hanno di così speciale? Hanno l’ingenuità, la capacità di stupirsi di fronte alle cose piccole e semplici, di fronte al bello.

Un bambino sa percepire chi lo ama veramente e lo protegge. Ecco: dobbiamo tornare un po’ bambini.

Essere bambini significa tornare a stupirci, godere delle piccole cose, gioire di fronte alla semplicità. Significa lasciare che la realtà non venga soffocata da complicazioni, calcoli e pregiudizi.

Svuotarci per farci riempire. Mollare per accogliere cose nuove. Aprire quel pugno che teniamo chiuso per farci prendere per mano ed essere guidati sul percorso della nostra vita.

La semplicità non va imparata. Va solo riscoperta. Tutti noi siamo stati bambini.

Più cresciamo, più ragioniamo troppo sulle cose fino al punto di convincerci che non ne valga la pena, e così invece di andare avanti, ci fermiamo.

Oggi dovremmo forse lasciarci prendere la mano e riprendere il cammino. Non siamo soli. Non è forse questo anche il grande messaggio di tutto il cristianesimo? Non siamo soli. Siamo di qualcuno. Siamo amati.

A qualcuno interessa di noi non in maniera distratta ma fino al punto da dare la sua stessa vita. Chi ti ama così è come se ti mettesse addosso sempre quella giusta energia che ti aiuta a camminare sicuro nonostante tutto.

Accogliere un bambino significa accogliere Gesù

«Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me».

Gesù non si limita a presentare il bambino come un esempio spirituale. Egli identifica la relazione con il piccolo con la relazione con lui stesso. Ogni gesto di accoglienza, protezione e rispetto verso un bambino diventa un gesto rivolto al Signore.

Farsi piccoli vuol dire saper accogliere con affetto chiunque e saper stare con chiunque, specie con i fragili, i piccoli, gli anziani, i malati, riconoscendo in loro una profonda bellezza e la presenza del Signore!

Ci fa bene guardare i piccoli, stare con i piccoli, giocare con i piccoli: ci aiutano a tirar fuori quella parte bambina che c’è in noi, a volte soffocata e ingarbugliata in tante astruse complicazioni.

Essere bambini significa anche entrare in relazione con le persone che ci circondano, senza giudizi o pregiudizi: accogliere tutti con la stessa misura con cui Dio accoglie ciascuno di noi.

L’accoglienza cristiana non è una semplice gentilezza. È il riconoscimento concreto che ogni persona possiede una dignità ricevuta da Dio e che nessuno può essere ridotto alla propria debolezza, alla propria storia o ai propri errori.

Non disprezzare nessuno dei piccoli

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».

Il Vangelo prende molto sul serio il modo in cui gli adulti trattano i bambini e, più ampiamente, il modo in cui una comunità tratta i suoi membri più vulnerabili.

È sempre molto difficile accettare negli altri ciò che non riusciamo ad accettare in noi. E forse ci è più facile disprezzare negli altri ciò che disprezziamo in noi.

Ma questo disprezzo non è neutrale, ha delle conseguenze. Il disprezzo può ferire la fiducia, alimentare la solitudine e convincere il piccolo di non avere valore.

Perciò il Signore ci mette in guardia dal disprezzare i piccoli, cosa comune al suo tempo, dove i bambini erano ritenuti pressoché inutili.

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» non è soltanto un invito a evitare parole offensive. È una chiamata a vigilare sui gesti, sulle omissioni, sulle pressioni e sui comportamenti che possono ferire chi non ha ancora la forza di difendersi.

Lo scandalo e la responsabilità verso i più deboli

Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.

Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.

E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.

Le immagini usate da Gesù sono forti perché forte è la responsabilità di chi induce al male o distrugge la fiducia dei piccoli. Non si tratta di comprendere queste parole come un invito alla violenza contro il proprio corpo, ma come un appello radicale a eliminare dalla propria vita ciò che conduce al peccato e danneggia gli altri.

Un adulto può scandalizzare con l’esempio, con la derisione, con l’abbandono, con l’ingiustizia o con l’uso del potere contro chi è più debole. Il Vangelo chiede di prendere sul serio ogni forma di responsabilità.

Il coraggio di fare ciò che è giusto

A volte il timore delle critiche porta a comportarsi ingiustamente. Si può arrivare a imitare chi deride, esclude o ferisce soltanto per non essere diversi dal gruppo.

Un bambino era un po’ cicciottello e tanti suoi compagni lo prendevano in giro per questo, al punto che un giorno disse che non voleva più andare a scuola.

Era solo uno il compagno che si divertiva a prenderlo in giro. Gli altri lo facevano solo perché non volevano essere diversi da lui e non avevano il coraggio di dirgli che non erano d’accordo con quel modo scorretto di comportarsi.

Questo episodio fa capire quanto sia importante avere il coraggio di fare sempre quello che ci sembra giusto.

Giuseppe, nel Vangelo dell’infanzia, mostra la stessa forza interiore. «Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto».

Giuseppe è sconvolto, è spinto a pensare che lei abbia un altro uomo e che quel bambino sia appunto figlio di quest’altro. Il Vangelo non descrive tutte le sue emozioni, ma possiamo immaginare la sua sofferenza, le domande e la preoccupazione.

Una volta in Palestina quando succedevano queste cose, le donne che avevano bambini con un uomo che non fosse il marito, venivano rifiutate e lapidate, cioè uccise con delle pietre.

Giuseppe non voleva certo che succedesse questo a Maria: avrebbe perciò tenuto nascosto a tutti ciò che era accaduto e non l’avrebbe presa con sé come sua sposa, niente altro.

Sarebbe stato più comodo per Giuseppe pensare di ripudiare Maria: non avrebbe avuto problemi perché così avrebbe rispettato la legge ebraica. Ma lui non voleva questo perché era un uomo giusto.

È stato molto coraggioso a prendere questa decisione. È andato «controcorrente», cioè non ha fatto quello che facevano tutti.

Giuseppe, Maria e il bambino promesso

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.

Mentre però Giuseppe stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo».

«Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi».

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Queste parole colgono di sorpresa Giuseppe ma nello stesso tempo gli danno tanta serenità: il Signore in persona gli dice di non temere.

Giuseppe aveva detto sì, aveva creduto in Dio a occhi chiusi perché aveva tanta fiducia in Lui e nella sua bontà. Maria aveva già detto di sì all’annuncio dell’angelo Gabriele e ora anche Giuseppe aveva accettato.

È stato per questi due sì che Gesù è potuto venire tra noi per prepararci un posto in paradiso.

Giuseppe diventa così un esempio di ascolto obbediente. Non riceve una spiegazione destinata a cancellare ogni difficoltà, ma una parola che gli chiede fiducia e responsabilità.

Ascoltare il Signore con tutto il cuore

Allora, abbiamo capito da Giuseppe quanto importante è ascoltare il Signore? L’ascoltare e il mettere in pratica la sua Parola può cambiare in bene non solo la nostra vita ma anche la vita di tutte le persone.

Il Signore ci parla attraverso la voce delle persone che ci vogliono bene: i genitori, i catechisti, i sacerdoti e tutti gli amici di Gesù che ascoltano e mettono in pratica le sue parole.

E poi, cosa importantissima: se prendiamo il Vangelo, là c’è scritto tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto, c’è scritto tutto quello che ci può aiutare a vivere come Lui vuole.

Se è solo vostro, infatti, lo potete tenere sul comodino della vostra cameretta o nel posto che preferite, in modo da averlo sempre sott’occhio, in modo da non dimenticarvi mai di leggerne un pezzettino ogni giorno, o farvelo leggere dalla mamma o dal papà.

Se poi non capite tutto, non vi preoccupate. Importante è il «come» voi ascoltate le parole di Gesù.

Ascoltare solo con gli orecchi non serve a niente. È con ogni parte di noi, del nostro corpo che ci dobbiamo mettere in ascolto: solo così le parole di Gesù entreranno nel nostro cuore, si pianteranno come semi e produrranno frutti buoni.

Una bambina aveva un sacco di cose da raccontare alla mamma, e la mamma, così concentrata sulla pizza, rispondeva solo con qualche borbottio.

La bambina continuava a tirare la gonna della mamma, ma lei non era molto attenta a sua figlia: la pizza, in quel momento, era per lei la cosa più importante.

Ad un certo punto la bimba tirò così forte la gonna che la mamma si chinò. La bambina allora prese il viso della mamma con le sue manine, lo portò davanti al proprio viso e disse: «Mamma, ascoltami con gli occhi!».

Ascoltare con gli occhi significa prestare attenzione con tutta la persona. È un’immagine semplice, ma aiuta a comprendere anche la preghiera: Dio non chiede un ascolto distratto, bensì un cuore presente e disponibile.

La pecora smarrita e il cuore del Padre

«Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta?»

«Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite».

«Così anche il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

Gesù mostra l’atteggiamento del Padre, che per uno solo di questi piccoli è disposto a lasciare tutto pur di salvarlo.

La croce ci mostra fino a che punto si spinga Dio per salvarci, per salvare anche l’ultimo dei suoi piccoli.

Dio guarda così non solo i bambini ma tutti noi, specie i deboli, i fragili, gli sbandati, i cosiddetti «perduti».

Senza di loro Dio non sa stare, freme per loro, li cerca in ogni modo e chiede a noi di essere strumenti del suo amore, sue mani tese, sue braccia aperte.

Il pastore non considera la pecora smarrita un numero irrilevante. La cerca perché per lui quella pecora conta. La gioia per il ritrovamento mostra che nessuno è sostituibile agli occhi di Dio.

Farsi piccoli e cercare i piccoli

Farsi piccoli e cercare i piccoli. Ecco due punti che cogliamo dal Vangelo di oggi.

Il primo punto è farsi piccoli: il più grande per Gesù è chi si fa piccolo, chi lo accoglie come un bambino, con semplicità, fidandosi senza troppi «se» e «ma».

Non si tratta di essere infantili ma semplici, spontanei, capaci di fiducia, non calcolatori.

Il secondo punto è cercare i piccoli. Gesù ci mostra l’atteggiamento del Padre, che per uno solo di questi piccoli è disposto a lasciare tutto pur di salvarlo.

Farsi piccoli, cercare i piccoli: ecco un bel programma di vita se davvero desideriamo diventare santi.

Questo programma riguarda sia il rapporto con Dio sia il rapporto con gli altri. Davanti a Dio siamo chiamati a ricevere; davanti ai fragili siamo chiamati a servire, proteggere e accompagnare.

Il perdono e la riconciliazione

Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.

Gesù insegna che la correzione fraterna non deve nascere dal desiderio di umiliare, ma dalla volontà di guadagnare nuovamente il fratello.

Se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.

In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.

In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.

Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Il Signore non presenta la comunità come un luogo privo di conflitti, ma come uno spazio in cui il conflitto può essere affrontato con verità, discrezione e responsabilità.

La presenza di Gesù in mezzo a due o tre persone riunite nel suo nome ricorda che la riconciliazione non è soltanto una tecnica per risolvere i problemi: è un atto vissuto davanti a Dio.

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?».

E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

Settanta volte sette, cioè senza computo, sempre.

Così pure non si ricordano dell’inimicizia. Fanno in fretta a bisticciarsi, ma fanno altrettanto in fretta a riconciliarsi e dimenticano tutto.

Il servo spietato

A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi.

Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. La somma equivale a 60 milioni di paghe giornaliere di un operaio.

Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito.

Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: «Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».

Im pietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: «Paga quel che devi!».

Cento denari, una somma 600.000 volte minore di quella del debito precedente.

Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito».

Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.

Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.

«Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

La parabola mostra la contraddizione di chi desidera ricevere misericordia ma non vuole offrirla. Chi ha sperimentato il perdono di Dio è chiamato a trasformare quella misericordia in uno stile di vita.

Il perdono cristiano non nega il male e non elimina la responsabilità. Esso libera il cuore dalla vendetta e apre la possibilità di una relazione nuova.

Proteggere i bambini nel tempo dell’insicurezza

Il mondo contemporaneo secolarizzato fatica sempre più a credere negli angeli. Roba da bambini dicono. Che sia roba da bambini è verissimo, ma è anche roba da grandi.

Perché dovremmo oggi più che mai noi adulti ringraziare gli angeli che sono ancora in grado di proteggere i nostri bimbi.

I bambini mai come in questo periodo della storia stanno vivendo sulle loro spalle l’insicurezza e la fragilità di chi invece li deve proteggere.

I genitori oggi faticano a crescere i figli: si comportano come genitori-compagni e non sono abbastanza rassicuranti né protettivi.

A differenza di quel che accadeva in passato oggi i figli personificano i sogni e le aspettative dei genitori, perché questi investono molto sul loro futuro con corsi di sport, musica e lingue.

Questi bambini quindi hanno paura di non essere all’altezza e si sentono responsabili del benessere dei loro genitori.

Pensano che se riescono nella loro missione, mamma e papà saranno felici. Così, invece di guardare al futuro con curiosità e spirito d’avventura, ne sono spaventati.

Un tempo erano i genitori che assicuravano un futuro ai figli. Oggi i genitori non hanno certezze e di conseguenza anche i bambini si sentono in balia dell’insicurezza.

I bambini oggi vanno protetti paradossalmente dagli adulti.

La protezione non consiste nel vivere al posto dei bambini o nel sottrarre loro ogni difficoltà. Consiste nel creare una presenza affidabile, capace di accompagnare, ascoltare e porre limiti giusti.

Per fortuna allora che esistono ancora gli angeli custodi che prima di tutto sono testimoni di quel che gli accade, perché vedono sempre la faccia del Padre nei cieli e certamente non passeranno indenni gli scandali verso i suoi piccoli.

La loro custodia non funziona come una forma di assicurazione sulla vita. La loro presenza ci fa sperimentare misteriosamente la possibilità stessa della vita.

Un angelo custode non ci è messo accanto per evitarci tutti i pericoli, ma per farci osare la vita nonostante i pericoli.

Perché quando tu ti senti le spalle coperte riesci anche a camminare davanti a te. Se non ti senti le spalle coperte non riesci nemmeno a mettere il passo successivo.

Ma questa presenza è utile solo nella misura in cui torniamo ad essere «come bambini», dice il Vangelo. Cioè viviamo più affidati che preoccupati.

Una preghiera davanti al Vangelo

Chiudo gli occhi, mi concentro sul momento presente, libero la mente da preoccupazioni e pensieri, esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore.

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti.

E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Quali sono i momenti in cui ti sei sentito piccolo di fronte a un gesto grande e inaspettato?

Quanto ti sei sentito amato di fronte a un tale gesto?

Quale parte del te adulto vuoi lasciare al Signore?

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi.

Recito un «Padre nostro» per congedarmi e uscire dalla preghiera.

La piccola via dell’affidamento

«Ho sempre desiderato d’essere una santa, ma, ahimè, ho sempre constatato, quando mi sono confrontata con i santi, che tra loro e me c’è la stessa differenza che esiste tra una montagna la cui vetta si perde nei cieli e il granello di sabbia, oscuro, calpestato dai piedi dei passanti».

«Invece di scoraggiarmi, mi sono detta: il Buon Dio non potrebbe ispirare desideri irrealizzabili; quindi, nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità».

«Farmi diversa da quello che sono, più grande, mi è impossibile: mi devo sopportare per quello che sono con tutte le mie imperfezioni; ma voglio cercare il modo di andare in Cielo per una piccola via tutta nuova».

«Vorrei trovare anch’io un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione».

«Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio; e ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna: “Se qualcuno è molto piccolo, venga a me”».

«Così sono arrivata a intuire che avevo trovato ciò che cercavo».

«E volendo sapere, o mio Dio, ciò che faresti al molto piccolo che rispondesse alla tua chiamata, ho continuato le mie ricerche ed ecco quello che ho trovato: “Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò: vi porterò in braccio e vi cullerò sulle mie ginocchia!”».

«L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le tue braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, anzi bisogna che io resti piccola, che lo diventi sempre più».

Diventare piccoli davanti a Dio significa permettere al suo amore di sostenere ciò che da soli non riusciamo a portare. Significa fidarsi, lasciarsi guidare e riconoscere che la santità non nasce dall’orgoglio della propria perfezione, ma dall’accoglienza della grazia.

Farsi piccoli e cercare i piccoli: questa è la strada indicata da Gesù. Chi accoglie il bambino, protegge il fragile, cerca lo smarrito, perdona il fratello e si affida al Padre entra nella logica del regno dei cieli.

noimgs

tags: #omelia #sul #vangelo #di #matteo #sui