No, il capo massone del mondo superiore e la Compagnia di Gesù non sono la stessa persona né la stessa istituzione: si tratta di realtà storicamente, organizzativamente e religiosamente differenti. La Compagnia di Gesù è un istituto religioso maschile di diritto pontificio, mentre il cosiddetto capo del mondo superiore appartiene al linguaggio e alla struttura della massoneria, che non coincide con l’ordinamento della Chiesa cattolica.
Il principale responsabile della Compagnia di Gesù è il Preposito Generale, comunemente chiamato Generale dei gesuiti e, in modo informale, “Papa Nero”. Questo soprannome ha alimentato l’idea di un “papa parallelo”, ma non indica un pontefice, un capo massone o una persona dotata di un’autorità religiosa autonoma rispetto alla Chiesa cattolica.
Che cos’è la Compagnia di Gesù
Dal punto di vista canonico, la Compagnia di Gesù è un istituto religioso maschile di diritto pontificio. Ogni membro, sacerdote o fratello, è chiamato a onorare i tre voti di povertà, castità e obbedienza.
Si tratta di uno degli ordini religiosi più importanti della Chiesa cattolica, fondato da Sant’Ignazio di Loyola, ex cavaliere spagnolo, nel 1521. L’ordine nacque nel 1534 quando Ignazio e sei compagni pronunciarono i voti di povertà, castità e obbedienza, aggiungendo un quarto voto di obbedienza assoluta al Papa che riflette la loro impronta militare.
Alle porte di Roma, presso la cappella della Storta, Ignazio ha vissuto un’esperienza straordinaria. Mentre era in preghiera, vide Dio Padre che gli diceva: “voglio che tu ci serva” e da quel momento ha sentito che veniva messo con il Figlio, in “compagnia” con lui.
Ecco perché Ignazio non voleva che i suoi seguaci fossero chiamati “ignaziani”, bensì compagni di Gesù. L’ordine si sarebbe chiamato Compagnia di Gesù. Un nome per far capire quanto, per il gesuita, Gesù sarebbe dovuto essere il centro e lo scopo di tutta la propria vita, fino all’offerta totale di essa.
Origini, approvazione e missione dell’ordine
La Compagnia nacque nel 1539, allorché un gruppo di ex-studenti che avevano conseguito il baccellierato in filosofia e in teologia alla Sorbona di Parigi, si ritrovarono a Roma e qui decisero di costituire un ordine religioso.
Essi, dopo aver fatto gli Esercizi, sotto la direzione di Ignazio di Loyola, decisero di far voto di recarsi in Terrasanta per aiutare le anime, ma anche perché convinti della necessità di riconfermare nella spiritualità cristiana quell’idea di crociata che già da molto tempo ne costituiva il centro.
L’idea della Terrasanta, però, fallì a causa della guerra tra veneziani e turchi e allora sant’Ignazio e compagni decisero di andare a Roma per offrirsi totalmente al Papa e per essere inviati in missione ovunque Egli avesse voluto.
Il 24 giugno del 1539 fu presa la decisione di fondare il nuovo ordine. Riconosciuto come capo del piccolo gruppo, sant’Ignazio presentò al Papa Paolo III una schema in cinque punti che sintetizzava la nuova istituzione; e il 27 settembre del 1540 il Pontefice l’approvò con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae.
Il superiore sarebbe stato eletto a vita, i membri non sarebbero stati obbligati alla recita dell’Ufficio Divino e sarebbero stati legati al Papa con uno speciale voto di obbedienza, da aggiungersi ai tradizionali tre (povertà, castità e obbedienza al superiore).
Scopo della Compagnia doveva essere quello di occuparsi dell’evangelizzazione, mediante la predicazione, gli Esercizi spirituali, le opere caritatevoli, le confessioni… tutto nell’assoluta gratuità, senza ricevere alcuno stipendio né chiedere al Papa nessun aiuto materiale.
Un ordine internazionale
Attualmente siamo circa 16.000 sparsi in 122 paesi del mondo. La Compagnia di Gesù sin dalle sue origini nasce come gruppo internazionale, sia per la provenienza geografica dei primi dieci compagni, sia per la disponibilità a essere inviati in qualsiasi parte del mondo.
Ancora oggi, parte della nostra formazione è fatta all’estero per acquisire flessibilità, apertura mentale e sviluppare quel senso di adattamento che ci permette di abitare ovunque, con libertà.
La loro missione originaria di protezione dei pellegrini si è evoluta nel tempo, includendo l’educazione (con la fondazione di importanti università come la Gregoriana di Roma), l’evangelizzazione e la promozione della giustizia sociale.
La Compagnia comprese ed assolse sino agli estremi il proprio compito: i gesuiti dilagarono in tutto il mondo, si immersero nei più svariati tipi di società, da quelle primitive a quelle più evolute, si adattarono a tutti i costumi, subirono i più svariati e atroci tipi di martirio, così convinti di dover adempiere in ogni modo la missione loro affidata, che essi stessi non indietreggiarono di fronte a niente guadagnandosi una cattiva fama, che l’uomo della strada conosce molto più di quelli che sono stati e sono tuttora i meriti della Compagnia nel campo della cultura e della scienza più che in quello religioso.

I simboli e la spiritualità ignaziana
Sin dagli inizi abbiamo utilizzato il sole con la scritta IHS, iniziali latine di Iesus Hominum Salvator. Il monogramma di Gesù era già largamente diffuso alla fine del Medioevo, soprattutto grazie a Bernardino da Siena.
Lo si ritrova anche a metà del ‘500 nella Ginevra calvinsta. Ignazio e i primi compagni lo fanno proprio per sottolineare il legame particolare con la persona di Gesù e la loro missione di “salvare le anime”.
I due pilastri della Compagnia di Gesù
Tutta la ragion d’essere della Compagnia di Gesù si esprime nei suoi due pilastri: 1) Il senso della militanza; 2) La totale fedeltà al Papa.
Questi due pilastri sono direttamente conseguenti alla spiritualità degli Esercizi spirituali che sant’Ignazio di Loyola scrisse (ispirato dalla Madonna) trovandosi in una grotta di Manresa: «(Sant’Ignazio) ritiratosi nella grotta di Manresa, ammaestrato dalla stessa Madre di Dio nell’arte di combattere le battaglie del Signore, ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice (…) di cui deve far uso ogni buon soldato di Gesù Cristo» (Pio XI, Meditantibus nobis, 3 dicembre 1922).
In questi Esercizi c’è una meditazione chiamata dei due stendardi. Il Santo invita ad immaginare una vasta pianura con due città: una brutta, disordinata, sporca, chiassosa; l’altra bella, ordinata, pulita, silenziosa.
La prima è Babilonia; la seconda, Gerusalemme. Fuori le mura di Babilonia c’è un mostro seduto su un trono fumante; il suo viso è terrificante, gli occhi fiammeggianti.
È Satana che, sotto il suo stendardo infernale, chiama a raccolta i suoi. Presso le mura di Gerusalemme, invece, c’è Gesù, bello, ordinato, pulito, che sotto lo stendardo celestiale chiama anche Lui a raccolta i suoi.
Ebbene, proprio nel vivo della meditazione, sant’Ignazio invita ognuno a porsi questa terribile domanda: e tu, sotto quale stendardo decidi di combattere?
Domanda terribile, a cui non si può sfuggire: se si decide di non decidere, se si decide di non schierarsi, già si è fatta una scelta, già si è scelto Satana.
E il motivo è molto semplice. Non solo Gesù dice che chi non è con Lui è contro di Lui, ma già nel Protovangelo i termini della questione sono chiarissimi.
Dopo il peccato originale, Dio dice al serpente che avrebbe posto inimicizia tra lui e la Donna (l’Immacolata), tra la stirpe di Lei e la stirpe del serpente, tra coloro che si schiereranno sotto il manto della Vergine e coloro che si metteranno sotto colui che cercherà di rendere inutile la Redenzione.
Dio non indica una terza stirpe, non c’è: o si è con Cristo o contro di Lui. Quella di sant’Ignazio, dunque, è una visione drammatica della vita e della storia dell’uomo: dalle nostre scelte dipende il destino eterno di ognuno di noi; e la vita che viviamo è una scelta di campo, è una battaglia.
L’intuizione di sant’Ignazio fu quella di costituire un ordine che, per l’appunto, traducesse nell’evangelizzazione lo spirito della militanza, della lotta e la drammaticità della storia.
L’altro pilastro, quello della fedeltà totale al Papa, è direttamente conseguente al primo. Una fedeltà nel segno della dipendenza che deve fare del gesuita - secondo la volontà di sant’Ignazio - un vero milite nella guerra per la conquista a Cristo di ogni anima.
E quale milite, per ben combattere, non deve ubbidire fedelissimamente al proprio comandante? Ritorna l’immagine della meditazione dei due stendardi.
Il Preposito Generale e il soprannome “Papa Nero”
Chi viene chiamato “Papa Nero” è il moderatore supremo dei Gesuiti, il loro generale, il loro capo, insomma. In realtà questa figura non appartiene alla letteratura, e non ha di certo una connotazione negativa, anzi!
“Papa Nero” non è il solo appellativo con cui viene chiamato il Superiore Generale della Compagnia di Gesù. Infatti egli è comunemente conosciuto come Generale dei gesuiti, carica che riflette la sua importanza all’interno dell’ordine religioso, e ricorda anche le origini dell’ordine, fondato da un ex cavaliere esperto nell’arte della guerra.
Il titolo ufficiale sarebbe Praepositus Generalis (Preposito Generale), appellativo latino che indica la sua autorità come capo supremo dell’ordine.
Oltre alla sua designazione ufficiale, il generale dei gesuiti viene soprannominato appunto Papa Nero e il ruolo che detiene all’interno dell’ordine è paragonabile a quello del Sommo Pontefice della Chiesa cattolica.
Il termine Papa Nero è nato come soprannome informale per indicare il Superiore Generale dei gesuiti, per evidenziare il parallelo tra il potere spirituale del Pontefice romano (il Papa Bianco) e l’influenza esercitata dal capo della Compagnia di Gesù all’interno della Chiesa cattolica e nelle sfere politiche e culturali.
L’appellativo “nero” deriva principalmente dall’abito talare nero indossato dai gesuiti, che contrasta con la veste bianca del Papa. Tuttavia, il soprannome racchiude significati più profondi che trascendono il semplice riferimento all’abbigliamento.
In primo luogo, riflette la percezione storica del significativo potere e dell’influenza esercitata dalla Compagnia di Gesù, considerata da molti come uno degli ordini religiosi più influenti.
I gesuiti hanno storicamente ricoperto ruoli importanti come consiglieri di monarchi e leader politici, educatori nelle università più prestigiose, e missionari in terre lontane.
In secondo luogo, il termine contiene un riferimento all’organizzazione gerarchica dell’ordine, caratterizzata da una forte centralizzazione del potere nelle mani del Superiore Generale, eletto a vita e dotato di ampia autorità sui membri della Compagnia.
Questa struttura di governo verticistica ha alimentato l’immagine del generale come una sorta di “papa parallelo”. Infine, il soprannome è stato talvolta utilizzato dai detrattori dell’ordine, per insinuare che i gesuiti costituissero una sorta di “chiesa nella chiesa”, con una propria agenda e una lealtà divisa tra il Papa ufficiale e il loro Superiore Generale.
La definizione di “Papa Nero” non costituisce quindi un titolo ufficiale della Chiesa cattolica, non identifica il capo di una loggia massonica e non dimostra l’esistenza di una coincidenza personale tra il Generale dei gesuiti e un’autorità massonica.
Come viene eletto il Generale dei gesuiti
Come il Papa, anche il generale dei gesuiti viene eletto a vita, dalla Congregazione Generale, un organismo composto dai preposti provinciali, ovvero i rappresentanti delle province gesuite nel mondo, e da due religiosi professi per ogni provincia, scelti in base alla loro esperienza e saggezza.
Dopo l’elezione, il nome del nuovo Generale viene comunicato immediatamente al Papa, come previsto dal quarto voto di obbedienza diretta al Sommo Pontefice.
All’elezione del Papa Nero si arriva dopo la murmuratio, un periodo di consultazioni informali che precede l’elezione vera e propria, che prevede quattro giorni di dialoghi tra i membri della Congregazione Generale.
In questi quattro giorni gli elettori si confrontano a due a due, senza formare gruppi o lobby, per raccogliere informazioni su chi potrebbe essere adatto al ruolo.
Lo scopo di questa pratica secolare introdotta da Ignazio di Loyola in persona è quello di evitare pressioni esterne e favorire un discernimento basato sulla saggezza collettiva, eliminando il rischio di candidature autonome o interessi particolari.
Autorità e limiti del Generale
Il Generale incarna l’unità della Compagnia, i suoi obiettivi storici, come la giustizia sociale e il dialogo interreligioso, in sintonia con la Chiesa universale.
Il Papa nero esercita un’autorità centrale e globale, definita dalle Costituzioni dell’ordine e dalle sue tradizioni storiche.
Può designare i superiori provinciali, i prepositi delle case professe e i rettori dei collegi, affidando ai superiori provinciali la nomina dei superiori minori (come quelli delle residenze o delle missioni).
Può anche accettare nuove fondazioni di collegi o case, ma non sopprimerle senza il consenso della Congregazione Generale.
Con il parere del Consiglio, può introdurre nuove norme utili alla missione, purché approvate a maggioranza e ha il potere di riunire l’assemblea che lo elegge, se ritiene necessario.
Assistenti di diverse nazionalità, eletti dalla Congregazione Generale, lo supportano nelle decisioni.
Sebbene i gesuiti debbano un’obbedienza speciale al Papa per missioni apostoliche, il Generale non è sottoposto a controllo diretto della Santa Sede nella gestione interna.
| Figura | Ambito | Funzione |
|---|---|---|
| Sommo Pontefice | Chiesa cattolica universale | Autorità suprema della Chiesa cattolica |
| Preposito Generale | Compagnia di Gesù | Capo supremo dell’ordine religioso |
| Capo massone | Massoneria | Autorità interna alla struttura massonica di riferimento |
Il rapporto tra il Generale dei gesuiti e il Papa
Il quarto voto dei gesuiti stabilisce una speciale obbedienza al Papa per le missioni apostoliche. Questo elemento distingue il Preposito Generale da un pontefice e impedisce di considerarlo come il titolare di una seconda autorità universale equivalente a quella del Papa.
Il Generale dei gesuiti dirige la Compagnia secondo le Costituzioni dell’ordine e le decisioni della Congregazione Generale, mentre il Papa è il Vescovo di Roma e il Pontefice della Chiesa cattolica.
Nella storia della Chiesa cattolica, solo un gesuita è stato eletto Papa: Jorge Mario Bergoglio, che ha assunto il nome di Francesco dopo la sua elezione nel 2013.
Papa Francesco è il primo pontefice proveniente dalla Compagnia di Gesù nei quasi 500 anni di storia dell’ordine. Prima di Papa Francesco, nessun membro della Compagnia di Gesù era mai salito al soglio pontificio.
Questo fatto è particolarmente significativo considerando la lunga storia dell’ordine e la sua rilevanza all’interno della Chiesa cattolica attraverso i secoli.
La rarità di papi gesuiti può essere attribuita in parte alla tradizionale tensione esistente tra alcuni ambienti della Curia Romana e la Compagnia di Gesù, oltre che all’impegno dei gesuiti nei confronti del quarto voto di speciale obbedienza al Papa, che potrebbe rappresentare un potenziale conflitto di interesse nel caso un gesuita diventasse egli stesso Papa.
Il Generale dei gesuiti è un capo massone?
L’identificazione tra il “Papa Nero” e il capo del mondo superiore massonico non è dimostrata dalle funzioni, dalla storia o dalle strutture delle due istituzioni. Il Preposito Generale è eletto dalla Congregazione Generale della Compagnia di Gesù e riceve il proprio incarico nell’ambito di un ordine religioso cattolico.
La massoneria, invece, è organizzata in logge e obbedienze massoniche, con autorità proprie e rituali propri. La sua struttura non coincide con quella della Compagnia di Gesù.
Da quando la Gran Loggia di Londra fu fondata attraverso l’unione di quattro logge nella capitale britannica, il 24 giugno 1717, e da quando la massoneria apparve pubblicamente con la Costituzione di Anderson nel 1723, vi sono stati contrasti con la Chiesa cattolica.
Alla bolla di Clemente XII del 1738 seguirono numerose altre condanne da parte dell’autorità statale ed ecclesiastica.
La differenza tra le due realtà è dunque sostanziale: la Compagnia di Gesù è un istituto religioso cattolico, mentre la massoneria costituisce un’organizzazione distinta, con una propria storia, una propria terminologia e un proprio sistema associativo.
Le condanne ecclesiastiche della massoneria
Ora, questa valutazione della massoneria fatta dalla Chiesa era basata su un errore? Le condanne ecclesiastiche sono state giudizi sbagliati? Avevano forse un significato solo in passato e oggi, quindi, sono superate?
La massoneria ha avuto mutamenti così fondamentali da permettere che Chiesa e massoneria possano giungere a un accordo, e i cattolici possano aderire senza problemi a una loggia?
Le domande non sono certamente nuove. Tuttavia, a partire dal Concilio Vaticano II sono state riproposte con crescente urgenza.
Da allora non poco è stato intrapreso fra cattolici e massoni con l’intenzione di chiarire queste questioni.
Il dialogo tra cattolici e massoni
La maggior parte dei tentativi, però, si è interrotta all’inizio oppure si è limitata a elementi superficiali. Essi, quindi, non hanno portato a un giudizio solido e sicuro.
I pareri espressi in proposito o i documenti approvati possono valere solamente come dimostrazioni della buona volontà di far sì che al posto dei vecchi contrasti vi sia spazio per il dialogo attuale e per l’intesa.
Su questa linea sta soprattutto la Dichiarazione di Lichtenau, che afferma essere assolutamente senza problemi l’appartenenza di cattolici alla massoneria.
Essa fu sottoscritta a Lichtenau il 5 luglio 1970 da nove massoni e da tre cattolici, monsignor de Toth e i professori Schwarzbauer e Vorgrimler.
Quale valore le si deve attribuire? Padre Sebott scrive: “La Dichiarazione di Lichtenau del 1970 mise da parte una serie di ostacoli e di equivoci che esistevano fra la Chiesa e la massoneria”.
La commissione per il dialogo, nominata dalla Conferenza Episcopale Tedesca, non avrebbe potuto accettare la Dichiarazione di Lichtenau?
Padre Sebott deplora che nel testo sui massoni della Conferenza Episcopale Tedesca la Dichiarazione di Lichtenau non sia menzionata.
La Dichiarazione di Lichtenau
La Dichiarazione ha però dato adito ad alcuni errori. Si afferma così che i membri della commissione che sottoscrissero la Dichiarazione di Lichtenau furono nominati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
L’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Seper, ha dichiarato al riguardo che la sua Congregazione non ha né nominato i membri della suddetta commissione, né ha approvato la Dichiarazione di Lichtenau.
È certo che questa dichiarazione intendeva indurre a suo tempo Papa Paolo VI a modificare il giudizio della Chiesa sulla massoneria.
“Si raggiunse piena unanimità sul fatto di denominare il documento Dichiarazione di Lichtenau […] e di considerarlo strettamente confidenziale, riservato solamente al Papa e ai due cardinali König e Seper, cioè alla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Seper”, scrive Kurt Baresch, uno dei sottoscrittori.
Ciò sarebbe in relazione con un desiderio di Paolo VI, perché questi “avrebbe fatto capire che sarebbe stato molto felice se da parte dei massoni, per lo meno di quelli della linea inglese, fosse pubblicata in una qualunque forma una dichiarazione alla quale ci si potesse riferire per fondare un nuovo esame della questione e per fornire i presupposti affinché, su questa base o in seguito a una tale dichiarazione, si delineassero nuovi tentativi di soluzione”.
Tuttavia i tentativi del “patriarca” della massoneria tedesca, il Gran Maestro dottor Vogel, di giungere a una tale dichiarazione fallirono a Londra e ovunque.
In seguito a ciò, invece del documento desiderato i massoni decisero di sottoporre al Papa una dichiarazione con firme di massoni e di cattolici.
A questo scopo venne elaborata la Dichiarazione di Lichtenau. Essa non ha mai ottenuto un riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa.
La Dichiarazione di Lichtenau era fin dall’inizio a disposizione della commissione per il dialogo, la quale ha condotto i colloqui con i massoni per conto della Chiesa nell’area di lingua tedesca.
A conferma, proprio il principale autore della Dichiarazione di Lichtenau fu membro di parte massonica della commissione per il dialogo in tutto, alla commissione tedesca per il dialogo furono chiamati tre firmatari della Dichiarazione.
Nelle sedute comuni della commissione egli riconobbe e indicò molto francamente le debolezze di questa dichiarazione.
Essa non è servita per nulla a rispondere alla questione posta. Alla base della Dichiarazione non vi fu un’analisi vera e propria delle questioni, come avvenne poi nella commissione tedesca per il dialogo.
Quindi, la dichiarazione non poté offrire alcuna base solida per un giudizio sul rapporto della Chiesa cattolica con la massoneria.
La commissione ufficiale per il dialogo
Per giungere a una risposta solida, impegnativa, corrispondente alla piena responsabilità di fronte alla verità e ai fedeli, nel giugno del 1974 la Conferenza Episcopale Tedesca ha finalmente istituito, per incarico della Santa Sede, una commissione ufficiale per il dialogo.
Questa si è riunita con una commissione ufficiale per il dialogo delle Grandi Logge Unite di Germania per giungere a una chiarificazione definitiva, in uno sforzo comune e in piena franchezza, con l’approfondimento dovuto e senza fretta.
A questa commissione appartenevano da entrambe le parti esperti e altri potevano essere associati in ogni momento.
Alla commissione dell’episcopato fu concesso di buon grado da parte dei massoni di prendere visione di documenti e di rituali che non sono accessibili al pubblico, ma che sono molto utili e anzi indispensabili per una giusta valutazione.
Naturalmente, all’inizio fu stabilito chiaramente il compito che era stato affidato alla commissione dalla conferenza episcopale e dalle Grandi Logge Unite, poi fu anche messo per iscritto insieme:
- accertamento dei mutamenti all’interno della massoneria in Germania;
- esame della compatibilità dell’appartenenza contemporanea alla Chiesa cattolica e alla massoneria;
- in caso di risposta affermativa alle suddette questioni, preparazione a mezzo stampa dell’opinione pubblica alla mutata situazione.
Durante i colloqui la parte massonica non si è mai lamentata del modo di procedere, anzi, entro certi limiti, ha contribuito di buon grado a svolgere il compito stabilito.
Essa ha anche risposto a domande insistenti e ripetute, ma si è ostinatamente rifiutata di fornire le informazioni richieste sui gradi alti della massoneria.
Si può solo chiedere a padre Sebott a che cosa si sarebbe poi dovuto giungere di diverso dalla risposta esatta alle questioni che erano stata fissate all’inizio.
Questo avvenne sotto forma di dialogo. Che senso avrebbe avuto l’impresa, se non fosse servita a esaminare e a chiarire queste questioni fondamentali?
Anzi, entrambe le parti esigevano proprio che si facesse fronte a questo impegno. Quindi, il rimprovero che padre Sebott e già altri prima di lui avevano sollevato, non tiene conto del compito, del significato e dello scopo dell’impresa.
Le conclusioni sul rapporto tra Chiesa e massoneria
I colloqui dovevano servire unicamente a elaborare il giudizio riguardo alle tre questioni che i partecipanti al dialogo avevano stabilito insieme.
Doveva essere determinante unicamente quanto veniva addotto dai massoni nei colloqui, prescindendo da giudizi e da condanne precedenti.
I colloqui iniziarono in un clima franco e privo di pregiudizi. Attraverso un accurato approfondimento del dialogo, un esame penetrante dei documenti menzionati e le dichiarazioni degli interlocutori massoni, si è giunti, dopo un lavoro pluriennale, a individuare e a identificare le concezioni e i princìpi massonici in un modo tanto chiaro che resta fuori di ogni dubbio la loro insuperabile contrapposizione alla vita cristiana e ai princìpi fondamentali della fede rivelata cristiana.
J. Oberheide, citato da padre Sebott, credette che la dichiarazione sulla massoneria fatta il 17 febbraio 1981 dalla Congregazione romana per la Dottrina della Fede fosse stata una stoccata alla dichiarazione della Conferenza Episcopale Tedesca.
Non è così, perché la dichiarazione ingiunse di nuovo l’invariata validità del vecchio can. 2335, quindi della scomunica della massoneria.
La commissione della conferenza episcopale ha lavorato mantenendo un contatto costante con il cardinale Seper, il quale ha riconosciuto il risultato ottenuto dalla commissione stessa.
Il decreto del 1981 non può essere interpretato in nessuno dei suoi termini come contrario alla dichiarazione della Conferenza Episcopale Tedesca.
Una cosa del genere non è stata però argomento della dichiarazione della conferenza episcopale.
La “machinatio” e l’idea di una lotta contro la Chiesa
La lotta della massoneria contro la Chiesa, la machinatio, veniva solitamente indicata come causa dell’incompatibilità con la Chiesa.
Questo termine lo si trovava anche nel divieto di aderire alla massoneria riportato nel Codex Iuris Canonici del 1917.
Chiarire il problema se la massoneria conducesse effettivamente una lotta contro la Chiesa oppure no, non era però assolutamente necessario per comprendere l’incompatibilità; quindi, non è stato neppure oggetto della commissione di ricerca.
Si deve evidenziare, invece, che nella dichiarazione della conferenza episcopale non si allude neppure lontanamente a un’idea simile; si ebbe a che fare con massoni che si dimostrarono interessati a un’intesa con la Chiesa.
Ma se è padre Sebott a intavolare la questione, allora non si può ignorare che i massoni stessi ancora oggi, ossia anche dopo il Vaticano II, prendono assolutamente coram populo posizione contro la Chiesa.
Nel 1848 Garnier-Pagès aveva dichiarato: “La repubblica è radicata nella massoneria e la massoneria è la repubblica-ombra”.
Centovent’anni dopo quindi dopo il Vaticano II un Gran Maestro dei massoni, Jacques Mitterrand, ha ripreso questa frase e ha aggiunto: “Questo non significa solamente operare per il diritto di autodeterminazione, che è la regola da noi posta, significa anche servire la repubblica, e nel nostro mondo occidentale questo esige anche la rivolta contro le forze della reazione, come sono personificate dalla Chiesa cattolica romana.
Noi non ci accontentiamo di essere nei nostri templi la repubblica-ombra, noi siamo contemporaneamente l’Anti-Chiesa”.
La loggia P2 e il problema dell’occultamento
Quando padre Sebott parla dello “scalpore in Italia per la cosiddetta loggia massonica illegale e irregolare “Propaganda 2″”, anche a questo riguardo vi è da colmare un vuoto di informazione.
In proposito non si può parlare di una “cosiddetta” loggia massonica. Sulla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, alla quale tanto poco quanto a padre Sebott può essere rimproverata una tendenza ostile alla massoneria, in un ampio articolo si dimostra la legittimità massonica di quella loggia.
La loggia P2 fu fondata nel 1875 dal famoso Gran Maestro Adriano Lemmi. Già allora faceva parte della sua finalità occultare completamente l’affiliazione massonica dei suoi membri uomini politici e civili , ossia anche nei confronti di tutti gli altri massoni.
Persecuzioni, soppressione e restaurazione della Compagnia
Nonostante la loro influenza attuale nella Chiesa, i Gesuiti hanno attraversato periodi di forti controversie, culminati con la loro quasi completa soppressione nel 1773 per ordine di Papa Clemente XIV.
Per i grandi successi nell’attività apostolica e per la dura opposizione all’Illuminismo e al Giansenismo, la Compagnia di Gesù iniziò ad essere fortemente perseguitata: fu cacciata dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia, dal Regno di Napoli e dalle Colonie del Sud e del Centro America.
Il 21 luglio del 1773, a causa di forti pressioni da parte di alcune case regnanti, Clemente XIV firmò il decreto Dominus ac Redemptor dove la Compagnia veniva addirittura soppressa.
In realtà, il documento non esprimeva un’esplicita condanna dei gesuiti. L’allora generale dell’Ordine, padre Lorenzo Ricci, accusato di non svelare i “tesori” dei gesuiti - che in realtà non esistevano - fu racchiuso in Castel sant’Angelo.
Ma egli non si lamentò mai. Soltanto in punto di morte (1775), nel momento di ricevere il Viatico, fece una dichiarazione, in cui, dinanzi all’Eucaristia, affermava che la Compagnia non aveva dato nessun pretesto alla soppressione e che egli - personalmente - non aveva dato “motivo alcuno, seppure leggerissimo” alla propria carcerazione.
A causa della soppressione, l’evangelizzazione in Asia, in Africa e nelle Americhe subì un duro colpo. La Compagnia però sopravvisse nella Prussia di Federico II e nella Russia di Caterina II.
Ma fu dopo la Rivoluzione Francese (in cui furono martirizzati molti ex-gesuiti “refrattari”) e il periodo napoleonico, Papa Pio VII, il 7 agosto del 1814 riabilitò la Compagnia con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum.
Si tornò a fondare collegi in molte nazioni, e in questo periodo fu anche ripresa l’attività dei Bollandisti per lo studio critico della vita dei santi.
La ripresa dell’attività culturale e politica
Erano quelli i tempi del liberalismo rivoluzionario, figlio (in filosofia) dell’Illuminismo e (in politica) della Rivoluzione Francese.
Erano anche i tempi del kantismo, dell’idealismo immanentistico, del positivismo e del socialismo. I gesuiti ebbero il merito di capire i grandi pericoli di queste nuove idee.
Vi si opposero e nello stesso tempo, capendo che esse, pur nelle loro differenze, miravano a distruggere la Chiesa, schierarono le loro forze in difesa del Papa.
Pio IX, da parte sua, nel 1849 volle che i gesuiti dessero vita ad una rivista che, in campo filosofico e politico, combattesse il liberalismo massonico e il socialismo.
Nacque così a Napoli La Civiltà Cattolica (6 aprile 1850); e nel 1856, a Parigi, la rivista Etudes.
Le forze della Rivoluzione non si dettero per vinte: i governi liberali della Francia, della Spagna e dell’Italia espulsero i gesuiti a varie riprese.
Furono espropriati i loro beni (collegi, case, scuole) e trasformati in scuole, università e ospedali statali.
Ma da queste persecuzioni la Compagnia trasse nuove vigore: crebbe numericamente, si diffuse in tutto il mondo, conservò opere importanti (come l’Università Gregoriana a Roma), i cui professori diedero un grande contributo al Concilio Vaticano I.
Importante fu anche la collaborazione dei gesuiti con san Pio X nella lotta contro il modernismo: si promosse l’insegnamento della filosofia e della teologia neoscolastica, facendo rifiorire il pensiero di san Tommaso d’Aquino, secondo le direttive già date da Leone XIII nell’enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879.
Quando, dopo la Prima Guerra Mondiale, sorsero i regimi totalitari, la Compagnia li combatté fortemente… ma a costo di gravi conseguenze: alcuni gesuiti finirono nei lager tedeschi e nei gulag sovietici.
E furono distrutte tutte le loro opere nei Paesi conquistati dal comunismo.
La crisi della Compagnia di Gesù nel Novecento
Immediatamente prima del Concilio Vaticano II e negli anni successivi, la Compagnia ha patito una grave crisi, non riconducibile solamente al numero delle vocazioni quanto soprattutto ad una certa perdita dello spirito militante e in particolare della fedeltà totale al Papa, e quindi al Magistero.
Alcune posizioni di famosi teologi come Teilhard de Chardin, de Lubac e Rahner, purtroppo, si sono distinte in questo.
È ovvio che questa crisi non ha riguardato tutti i gesuiti, così come va detto che, malgrado questo, la Compagnia continua a ad essere una colonna portante della Chiesa.
Fino al 1965 la Compagnia non aveva mai deviato da questa missione. Ma con la chiusura dell’ultima delle quattro sessioni del Concilio Vaticano II avvenne ciò che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Pedro de Arrupe y Gondra fu eletto ventisettesimo padre generale dei gesuiti. Sotto la guida di Arrupe e nelle aspettative di un cambiamento autorizzato dal Concilio, la visione di natura antipapale e socio-politica che era maturata di nascosto per più di un secolo fu accolta dalla Compagnia in quanto organizzazione.
Il repentino cambiamento non fu casuale, ma un atto deliberato, al quale Arrupe, come padre generale, fornì una guida ispirata ed entusiasta.
Ma ci vuole del tempo prima che il modo di considerare una grande istituzione religiosa cambi. La reputazione che la Compagnia si era guadagnata nei secoli era il migliore paravento dietro il quale costruire una Compagnia molto diversa, come quella che si è venuta a creare negli ultimi vent’anni.
In effetti la storia, la storia gloriosa della Compagnia fece sì che i fatti attuali risultassero invisibili e che i nuovi capi potessero presentare il nuovo atteggiamento verso il mondo come l’estrema e migliore espressione della spiritualità e della lealtà ignaziane.
Per la grande massa dei cattolici, sia laici che ecclesiastici, era impensabile che proprio i gesuiti potessero diffondere una nuova idea della Chiesa; o che muovessero guerra non a un solo Papa, ma addirittura a tre, denigrandoli, ingannandoli, disubbidendo loro, aspettando la morte di ciascuno con la speranza che il prossimo avrebbe lasciato loro mano libera.
Inevitabilmente, la guerra dei gesuiti contro il papato è venuta alla luce durante il pontificato di Karol Wojtyla.
Quest’uomo carismatico e ostinato giunse al soglio pontificio con l’esperienza diretta del marxismo in Polonia.
Dal momento dell’elezione, fu chiaro che Giovanni Paolo II avrebbe incontrato l’opposizione di molti membri della burocrazia vaticana che aveva ereditato.
Ciò che fu meno chiaro, anche per i consumati osservatori vaticani, era che anche i gesuiti avrebbero sfidato la sua autorità in materia politica.
Niente di ciò che Giovanni Paolo II ha tentato dal momento in cui è arrivato alla cattedra di S. Pietro nel 1978 è servito a dissipare o almeno ad attenuare l’opposizione gesuita.
La disciplina e la struttura gerarchica dei gesuiti
L’Ordine aveva quindi delle caratteristiche militari, sia nella forma che nella disciplina: “il primo requisito era infatti l’obbedienza, che doveva essere cieca e assoluta (perinde ac cadaver, con la remissività di un cadavere), proprio come quella di un soldato in battaglia”.
Per la “maggior gloria di Dio” erano i difensori degli interessi della Chiesa, erano “gli uomini del Papa”; aveva detto Ignazio di Loyola: “Più il vostro lavoro è universale, più diventa religioso”.
La Compagnia comprese ed assolse sino agli estremi il proprio compito: i gesuiti dilagarono in tutto il mondo, si immersero nei più svariati tipi di società, da quelle primitive a quelle più evolute, si adattarono a tutti i costumi, subirono i più svariati e atroci tipi di martirio.
Gli uomini del Papa fecero guerra a Lutero, Calvino e a tutte le Chiese protestanti.
I gesuiti portarono la guerra all’interno dei territori di questi nemici del Papa. Affrontarono controversie pubbliche, discussero nelle Università protestanti, predicarono nei crocicchi e nei mercati.
Si rivolsero ai consigli municipali, cercarono consigli della Chiesa. Si infiltrarono nei territori ostili travestiti, si mossero nella clandestinità.
Erano dappertutto, con la loro intelligenza, il loro acume, il loro sarcasmo, la loro cultura e la loro pietà.
Il loro tema costante:
In altre parole, nessuno poteva ignorare i gesuiti; tutti sapevano che erano campioni incrollabili di quella autorità e di quella supremazia.
Educazione, scienza e influenza storica
Per più di duecento anni ebbero in Europa il monopolio dell’educazione.
Il Collegio non nasce con i gesuiti… Ma il Collegio gesuitico era non solo una istituzione ben più ampia e diffusa …, soprattutto sfruttava fino in fondo la condizione di vita collegiale come “comunità educativa”, diremmo oggi.
Che le regole di vita, e quindi i modi formativi, fossero per molti aspetti lontane e opposte alla nostra idea di libertà e di laicismo pedagogico, non toglie nulla alla realtà storica che il successo dei gesuiti, prima che al curriculum didattico, fu dovuto all’organizzazione complessiva dei loro strumenti formativi e anche al fatto- certo non trascurabile, anzi- che nei paesi cattolici i fini generali del loro insegnamento concordavano benissimo con quelli della classe dominante……
Al culmine della loro storia, duecento anni dopo la fondazione, i gesuiti ebbero un ruolo formativo e decisivo nell’educazione e nelle scienze praticamente di tutti i paesi dell’Europa e dell’America Latina.
Giocarono un ruolo in ogni alleanza politica in Europa, ebbero una posizione influente in ogni governo, un posto di consigliere presso ogni grand’uomo e ogni donna potente.
Il primo occidentale a frequentare la corte del Gran Mogol fu un gesuita. Sempre un gesuita fu il primo a essere dichiarato mandarino nel palazzo dell’Imperatore di Pechino.
La lista dei grandi che hanno frequentato i gesuiti potrebbe continuare per pagine e pagine.
Essi stilarono trattati, negoziarono paci, fecero da mediatori fra nazioni in armi, combinarono matrimoni reali, partirono per pericolose missioni di salvataggio, vissero dove non erano bene accolti come agenti segreti della Santa Sede.
Perché il “Papa Nero” non è il capo della massoneria
Il soprannome “Papa Nero” nasce dunque dalla combinazione di tre elementi: l’abito nero dei gesuiti, la centralizzazione dell’autorità nell’ordine e la percezione storica della sua influenza.
La massoneria dispone invece di una propria gerarchia e di propri gradi. Il riferimento a un “mondo superiore” non trasforma il Generale dei gesuiti in un capo massone e non stabilisce un’identità tra il governo dell’ordine cattolico e le autorità massoniche.
Anche l’esistenza di gesuiti interessati alla massoneria o impegnati in discussioni pubbliche non dimostra che la Compagnia di Gesù sia la massoneria, né che il suo Superiore Generale sia il capo della massoneria.
Negli ultimi 20-25 anni diversi Gesuiti si sono interessati in senso positivo alla Massoneria, hanno partecipato a dibattiti pubblici, a convegni organizzati dal Grande Oriente d’Italia, hanno scritto articoli e libri sul pensiero filosofico e sulla storia della Massoneria: in altre parole, sono stati gli unici ecclesiastici che, nonostante gli anatemi e le varie scomuniche della Chiesa di Roma nei confronti dell’Istituzione massonica, hanno cercato di capirne, finendo molto spesso per condividerla, l’impostazione filosofica.
Questo può documentare l’esistenza di dialoghi, interpretazioni o posizioni individuali, ma non cancella la distinzione tra una congregazione religiosa cattolica e un’organizzazione massonica.
La Compagnia di Gesù e la massoneria possono essere state messe in rapporto da polemiche, accuse, dibattiti storici e tentativi di dialogo, ma il rapporto o il confronto non equivale all’identità.
Il caso del gesuita José Antonio Ferrer Benimeli
Scrive il Gesuita Prof. Dr. Josè Antonio Ferrer Benimeli ordinario di Storia Contemporanea nell’Università spagnola di Saragozza: “La Massoneria del secolo dei Lumi- lasciando da parte le deviazioni e gli errori propri di qualunque organizzazione raggiunta grande diffusione- appare come una riunione, al di sopra delle divisioni politiche e religiose del momento, di uomini che credono in Dio, rispettano la morale naturale e desiderano conoscersi, aiutarsi e lavorare insieme, malgrado le differenze di rango sociale, la diversità di fede religiosa e della loro appartenenza a confessioni o partiti più o meno contrapposti.
Senza dubbio, la Chiesa romana, seguendo l’esempio di tanti governi europei, perseguitò questa associazione in accordo con la legislazione dell’epoca, aggiungendo alle pene civili quelle ecclesiastiche per una condotta che a quel tempo costituiva sospetto di eresia e che, invece, ai nostri giorni la Chiesa stessa chiama ecumenismo.
Dovettero trascorrere ben due secoli perché la Chiesa superasse una situazione che, fortunatamente, appartiene ormai al passato e tante lezioni offre oggi a noi storici alla ricerca della comprensione e dell’unione tra tutti gli uomini che formano la Cattedrale della fraternità dell’Universo: l’Umanità”.
A questo punto viene spontanea la domanda: cosa ha spinto la Compagnia di Gesù a cambiare idea e ad avvicinarsi ad una Istituzione che sin dal suo nascere aveva sempre combattuto con tutti mezzi?
Se ripercorriamo, anche per sommi capi- dato il carattere di questo scritto che è solo una relazione sommaria-, la storia di queste due Istituzioni, si troveranno dei punti di contatto che hanno permesso in questo ultimo quarto di secolo un riavvicinamento, o quantomeno un dialogo, fra due entità che sembravano destinate a combattersi in eterno.
Il primo fatto da prendere in considerazione è come siamo arrivati alla nascita di queste due Istituzioni e, attraverso l’evoluzione nel tempo, se ancora oggi restano validi quei principi etici, morali, religiosi che portarono al loro sorgere.
Influenza, controversie e interpretazioni
Scrive Malachi Martin: “…non bisogna considerare l’Ordine religioso dei gesuiti un’organizzazione umana come tante altre.
Tanti altri organismi del genere hanno avuto il loro momento di gloria, per poi declinare, fossilizzarsi e infine scomparire.
La Compagnia di Gesù fu fondata nel 1540 da un oscuro basco chiamato Iñigo de Loyola, meglio noto con il nome di Ignatius de Loyola.
Non si possono mettere i gesuiti di Iñigo sullo stesso piano di altre organizzazioni per il semplice motivo che nessun altra organizzazione a noi nota ha potuto competere con i gesuiti per gli immensi servizi resi alla famiglia umana, al di là di ciò che hanno fatto in favore del popolo e della Chiesa cattolica”.
Dice Antonio Santoni Rugiu: “…. il Collegio, destinato alla formazione dei gesuiti, ma anche a quella dei laici, fu una delle più importanti invenzioni della Compagnia: in esso gli “scolastici” ossia gli allievi, dovevano apprendere innanzi tutto la “abnegazione di se stessi”, l’annullamento del proprio temperamento e la rinuncia a personali scelte, e acquisire poi gli strumenti di comportamento e di comunicazione che servissero meglio gli scopi “moderni” della Compagnia”.
Sembra che Lenin, alla fine della sua vita, affermasse che se avesse avuto con sè dodici uomini simili ai primi gesuiti il comunismo avrebbe conquistato il mondo.
E nel colorito linguaggio della gente di Roma il Padre Generale dell’Ordine trovò una definizione che tuttora lo accompagna: il Papa nero, definizione che diventò emblematica quando incominciarono i contrasti con il Pontefice romano.
Iñigo aveva scritto: “Speriamo che l’ostilità del mondo non lasci mai in pace troppo a lungo l’Ordine”. Ed è stato esaudito.
Il Generale dei gesuiti oggi
Attualmente, il ruolo di Superiore Generale della Compagnia di Gesù è ricoperto da Padre Arturo Sosa Abascal.
Nato in Venezuela il 12 novembre 1948, Sosa è stato eletto come trentesimo Superiore Generale dell’ordine il 14 ottobre 2016, durante la 36ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù.
Padre Sosa è il primo venezuelano a ricoprire questa prestigiosa carica e ha succeduto al gesuita spagnolo Adolfo Nicolás, che aveva rassegnato le dimissioni per raggiunti limiti di età.
Prima della sua elezione, Sosa aveva ricoperto numerosi incarichi all’interno dell’ordine, tra cui quello di Provinciale della Provincia gesuitica del Venezuela (1996-2004) e di Delegato del Superiore Generale per le case e le opere interprovinciali della Compagnia a Roma.
Il suo mandato si è caratterizzato per l’attenzione alle questioni sociali, al dialogo interreligioso e alla promozione della giustizia, in continuità con le priorità apostoliche dell’ordine negli ultimi decenni.
Come Superiore Generale, Sosa guida circa 15.000 gesuiti sparsi in tutto il mondo, coordinando le attività di uno degli ordini religiosi più influenti della Chiesa cattolica.
A differenza dei suoi predecessori storici, Padre Sosa ha operato in un contesto ecclesiale in cui, per la prima volta, un gesuita, Papa Francesco, occupava il soglio pontificio, creando una situazione senza precedenti nella relazione tra il Papa Bianco e il Papa Nero.
Come interpretare correttamente l’espressione “capo massone del mondo superiore”
L’espressione “capo massone del mondo superiore” può riferirsi, a seconda del contesto, a un’autorità collocata ai livelli più alti della gerarchia massonica. Non è tuttavia il titolo ufficiale del Preposito Generale dei gesuiti.
Il titolo ufficiale del capo della Compagnia di Gesù è Praepositus Generalis, cioè Preposito Generale. La sua elezione avviene all’interno della Congregazione Generale e il suo nome viene comunicato al Papa.
Il termine “Papa Nero” è invece un soprannome informale, sviluppatosi per analogia con il Papa Bianco e associato all’abito nero e alla percezione dell’influenza gesuitica.
Confondere il soprannome con un titolo massonico significa sovrapporre due sistemi simbolici differenti: quello dell’ordine religioso cattolico e quello della massoneria.
Le polemiche storiche, l’attività intellettuale di alcuni gesuiti, l’esistenza di dialoghi con esponenti massonici e la presenza di figure ecclesiastiche interessate allo studio della massoneria non provano che il capo dei gesuiti sia il capo massone del mondo superiore.
La Compagnia di Gesù e la massoneria sono dunque due realtà distinte, con origini, finalità, autorità e strutture differenti. Il “Papa Nero” è il soprannome del Superiore Generale dei gesuiti, non il nome di un capo massone.