Il paese fantasma di Altare: storia, luoghi e misteri di Ceregate

Il paese fantasma di Altare è in realtà Ceregate, un piccolo borgo abbandonato della Valle Staffora, in provincia di Pavia, raggiungibile da Cegni con un percorso di circa 8 chilometri complessivi e due ore di cammino tra andata e ritorno.

Oggi Ceregate è formato da una manciata di case in pietra e da una chiesetta dedicata a Maria Bambina, ancora ben conservata e riaperta in occasione delle celebrazioni religiose. Il borgo è stato definitivamente abbandonato da oltre trent’anni, quando nel 1986 è morto il suo ultimo abitante, ma si rianima due volte all’anno: il Lunedì dell’Angelo e la prima domenica di settembre, per la festa della Natività della Beata Maria Vergine.

Dove si trova Ceregate

Nel territorio delle Quattro province, ma in Lombardia, in provincia di Pavia, più precisamente in Valle Staffora, si trova un’altra perla silenziosa delle nostre montagne: il paese abbandonato di Ceregate.

I paesi fantasma non si limitano a quelli che ho descritto nel mio libro “L’appennino abbandonato”. Eh no, perché se in quell’occasione mi sono soffermato esclusivamente su quelli in provincia di Alessandria, va anche detto che ne esistono altri, nelle province limitrofe.

Queste zone sono di fatto un’entità unica per quello che riguarda le usanze, i dialetti, il territorio, gli stili di vita e quant’altro.

Ceregate è più vicino di quanto si possa pensare, nascosto dietro alle montagne visibili dalla valle, ma per lungo tempo è rimasto sconosciuto anche a chi abita nei dintorni.

Il borgo si trova a circa 850 metri sul livello del mare, poco sopra il letto del fiume Staffora, su un grande prato circondato dalle montagne dell’alta valle.

Paese fantasma di Ceregate in Valle Staffora

La storia dell’abbandono

Ora a Ceregate non c’è più nessuno: il paese è stato definitivamente abbandonato da oltre 30 anni, da quando, nel 1986, è mancato il suo ultimo abitante.

Le case di Ceregate saranno in tutto non più di cinque o sei, tutte in pietra, di un colore chiaro che risalta ancora di più con il cielo azzurro di una splendida giornata estiva.

Una manciata di case che hanno però tanto da raccontare, come tutti i paesi fantasma che ho visitato, ognuno diverso, ognuno, a suo modo, particolare.

Ognuno conserva la testimonianza di un passato diverso, più vivo e più felice, insieme alla propria storia di abbandono.

Forse il legame più diretto con il borgo passa proprio attraverso la memoria familiare: a Ceregate alcuni abitanti dei paesi vicini avevano parenti e, ancora nei primi anni Sessanta, raggiungevano il paese a piedi per partecipare alla festa.

Da Bruggi si attraversavano le montagne a piedi per raggiungere Negruzzo e, da qui, Ceregate, accompagnati da un fagottino in spalla e dalla propria famiglia.

Quando Ceregate torna a vivere

Ceregate si rianima per due volte all’anno: in occasione del Lunedì dell’Angelo e alla prima domenica di settembre, in cui si festeggia la Natività della Beata Maria Vergine.

In queste occasioni la parrocchia di Cegni si riunisce a Ceregate e viene celebrata una messa nella chiesetta dedicata a Maria Bambina.

Al termine della Messa, gli anziani che ritornano al paese mettono all’incanto i prodotti che ciascuno ha portato, nel piazzale davanti alla Chiesa.

È proprio durante queste giornate che il borgo, normalmente silenzioso, recupera per qualche ora una parte della sua antica vitalità.

Come arrivare a Ceregate

Ci sono due possibilità, anzi tre, per raggiungere Ceregate.

Occorre innanzi tutto portarsi in Valle Staffora, quindi risalirla da Varzi attraverso la strada provinciale che porta al valico di Capanne di Cosola.

Altre alternative sono raggiungere il valico di Capanne dalla Val Borbera e poi ridiscendere verso la Valle Staffora, oppure dalla Val Curone raggiungere Casanova Staffora attraverso Cella di Varzi e Castellaro.

Giunti a Casanova Staffora, occorre risalire verso la testata della valle ed è possibile farlo attraverso la SP48 oppure la SP90.

ElementoInformazione
Punto di partenzaCegni
Lunghezza del percorsocirca 8 km, andata e ritorno
Tempo di percorrenza2 h. circa, andata e ritorno
SegnaviaIndicazioni per Ceregate a inizio sentiero
Segnaletica successivaNessuna altra segnalazione, ma sentiero ben visibile
Altitudine del borgocirca 850 metri sul livello del mare

Si può raggiungere Ceregate da Cegni, da Negruzzo, oppure dalla sponda del fiume Staffora lungo la SP48.

Il percorso da Cegni

Il punto di partenza più suggestivo è Cegni, un bel paesino in pietra del Comune di Santa Margherita Staffora dove tutti gli anni, il 16 agosto, si festeggia il “Carnevale Bianco”, manifestazione tra le più caratteristiche del territorio delle Quattro Province.

Raggiunto Cegni, si può parcheggiare l’auto nei pressi della falegnameria che si incontra sulla strada.

Da qui si apre una bella vista sul passo del Brallo, proprio di fronte, e sul passo del Penice, poco più a sinistra.

La vallata è ampia, ma le montagne sono ripide e aspre, quasi come nell’alta Val Borbera e nella Val Boreca, poco distante da qui.

Il Monte Lesima, con la sua palla radar in cima, fa capolino dietro alle altre montagne dell’Appennino e dà quasi l’idea di essere lontanissimo.

Panorama di Cegni e montagne della Valle Staffora

Il paese è proprio bello, con i suoi vicoli, i porticati e il campanile a punta.

Dal fondo del paese una viuzza porta nei pressi di una fontana, dove si trova l’imbocco del sentiero.

Le indicazioni per Ceregate compaiono all’inizio del percorso, mentre più avanti non ci sono altre segnalazioni; il sentiero, tuttavia, è ben visibile.

Un cartello in legno indica “Lago h. 0.30 - Ceregate h. 1.00”.

Dal paese al Pian del Lago

La sterrata scende dolcemente, almeno nella prima parte, sotto a un bel sole, offrendo panoramiche sulle montagne dell’alta Valle Staffora e sui paesini che ogni tanto compaiono alla vista.

Poco prima che la sterrata inizi a scendere più decisamente, appare la linea curva del fiume Staffora che scende verso il fondo della valle, quasi incastrato tra le montagne.

Poco più in alto si distingue la strada provinciale e, a mano a mano che si scende, si sente sempre più forte il suono del clacson delle auto che avvisano della loro presenza dietro alle strette curve della minuscola stradina.

La sterrata si fa più ripida e conduce in breve al “Lago”, o “Pian del Lago”, come lo chiamano qui in Valle Staffora.

Qui si possono ancora trovare i ruderi di una vecchia casa della quale ormai non rimane molto; con la fitta vegetazione di alcuni periodi diventa quasi difficile scorgerla.

La stradina spiana leggermente e, dopo alcuni caratteristici muretti a secco, procede più in basso della strada provinciale fino all’intersezione con un sentiero che proviene dal letto dello Staffora.

Da qui, guardando in alto, si può vedere il versante del Monte Bagnolo, oltre il quale si trova la Val Curone.

La salita verso il borgo

La sterrata inizia quindi a salire, prima dolcemente, poi sempre con maggior decisione, quasi senza dare respiro.

La salita è molto breve e, quando sulla strada inizia a comparire dell’erba, è sufficiente alzare lo sguardo per vedere in lontananza la sagoma di una casa sullo sfondo.

Benvenuti a Ceregate.

All’ingresso del paese si nota una strana costruzione che parrebbe essere la chiesa.

La prima casa che si incontra ha i muri in pietra e sulle travi di legno del tetto sono state appoggiate delle tegole rosse.

Al posto delle finestre ci sono inferriate arrugginite, mentre la porta è aperta e all’interno si vede una brandina appoggiata a terra.

Procedendo sul sentiero, sulla destra, un cartello in legno segnala che, proseguendo, tra un’ora ancora si arriverà a Negruzzo.

Il percorso da Cegni consente quindi di inserire Ceregate in una rete di antichi collegamenti tra i piccoli centri della valle, anche se oggi il borgo costituisce soprattutto la meta di una camminata breve e suggestiva.

Le case abbandonate di Ceregate

Una casa piuttosto grande presenta tre porte in legno, quattro finestre al piano superiore e un balcone appoggiato su assi di legno.

Sulla porta, il cartello “Proprietà privata” ricorda che è fatto divieto di accedere.

A differenza di altri paesi abbandonati, qui forse qualcuno si ricorda ancora delle proprie vecchie case, che non avranno più un grande valore materiale, ma conservano un valore affettivo inestimabile.

Le altre abitazioni proseguono verso il basso sul fianco di un grande prato pianeggiante dove l’erba è stata appena tagliata.

Da qui la vista è stupenda: il campanile di una chiesetta in lontananza, forse quella di Cencerate, spunta tra il verde delle montagne sul versante opposto.

Le finestre non ci sono più e rimane soltanto la loro sagoma.

Una delle case ha una scaletta che sale e porta a un balcone con una ringhiera in ferro; sotto alla scaletta, da una porta semiaperta, si possono vedere cataste di assi in legno e molto disordine.

Poco distante si trova una porticina che sembra quella di un pozzo.

La casa accanto è l’unica a essere un po’ diversa dalle altre: non è in pietra a vista e ha uno strano ma molto caratteristico balcone in cemento, che non sembra molto stabile e sul quale è ormai comparso il muschio.

Al piano basso, dalla grata arrugginita di una finestra, si possono ancora vedere una scala di legno, un bel caminetto in sasso e, al suo interno, un piccolo forno.

La casa di fronte è in parte sventrata e ricoperta dalle piante che le sono cresciute attorno.

All’interno si vedono però una specie di panchina di legno, due damigiane e un mobile a ripiani perfettamente incastrato nel suo spazio.

Case in pietra abbandonate di Ceregate

La chiesetta di Maria Bambina

Più in basso di tutte le case si trova la particolare chiesetta dedicata a Maria Bambina.

È strano vedere, accanto a un paese composto soltanto da case diroccate, una chiesa così ben conservata.

La facciata è ancora perfetta, sormontata da un piccolo campanile e preceduta da un muretto a semicerchio.

Quel muretto fa immaginare i paesani, cento e più anni fa, seduti ad aspettare l’inizio della celebrazione della Messa.

Accanto alla chiesa si trova la piccola sacrestia.

La porta della chiesa è normalmente chiusa, ma da una delle due finestrelle poste ai lati dell’ingresso si può vedere l’interno quando manca il vetro oscurato.

L’interno è buio e, con la luce esterna, non si distingue molto.

La sacrestia conserva invece un grande mobile in legno, una sedia di paglia e una panca di legno.

La porta di legno laterale conduce all’altare.

La chiesa è curatissima al suo interno: i dipinti sacri raffigurati sui muri sembrano appena fatti e sull’altare c’è una bella tovaglia bianca che sembra appena lavata.

Dietro all’altare si trova un bel coro in legno.

Su un leggio è appoggiato un foglio di carta con la prima lettura.

Uno dei banchi in legno è spaccato e, poco distante, a terra, c’è un pezzo della finestra che qualcuno ha rotto.

La posizione isolata espone la chiesa al rischio di atti di vandalismo e, proprio per evitare continue ruberie, al suo interno non sembrano essere conservati oggetti di valore.

La chiesetta resta comunque il cuore riconoscibile del borgo e il principale elemento che mantiene vivo il legame tra Ceregate e la comunità di Cegni.

Il valore di un paese fantasma

Anche conosciuti come “paesi fantasma”, i borghi abbandonati sono luoghi affascinanti e suggestivi, in cui il tempo e la vita sembrano essersi cristallizzati.

Sono luoghi che custodiscono storie mai raccontate, che parlano di vite passate e di un tempo ormai perso.

Sono borghi in cui si può respirare la montagna del passato, immergendosi per qualche ora in un’atmosfera affascinante e fuori dal mondo.

Le vie e le case un tempo piene di vita permettono di immaginare le storie delle persone che le hanno abitate.

Ceregate ha una dimensione più raccolta rispetto ai grandi borghi fantasma italiani: non è una città abbandonata, ma un piccolo insediamento rurale in cui il paesaggio, le poche case e la chiesa formano un insieme unitario.

Il suo fascino nasce proprio dal contrasto tra la rovina delle abitazioni, il prato curato, la chiesetta ancora utilizzata e le montagne che circondano il paese.

Il ritorno da Ceregate

Dopo la visita al borgo, il ritorno segue il sentiero principale verso il Pian del Lago e Cegni.

Quando si risale tra le case e ci si riporta sul sentiero principale, in lontananza si sente un suono di campane che avvisa che è mezzogiorno e mezza.

Ceregate è tutto qui: una manciata di case in pietra e una bella chiesetta, su un grande prato, poco sopra al letto dello Staffora.

Sulla strada del ritorno si può pensare a quanto deve essere suggestivo arrivare qui la prima domenica di settembre, per vedere il paese rivivere anche se solo per qualche ora.

Lasciando alle spalle il prato con l’ultima casa di Ceregate, sembra quasi di sentire il suono della campana della chiesetta rimbombare tra le montagne della valle.

Tesori nascosti nel paese Fantasma di Ceregate

Altri borghi fantasma italiani

Ceregate appartiene a una vasta geografia di borghi abbandonati italiani, ciascuno segnato da cause differenti: frane, terremoti, spopolamento, isolamento, epidemie o trasformazioni del territorio.

In tutta la Liguria, da Ponente a Levante, si possono trovare molti borghi abbandonati.

Balestrino

Balestrino si trova nel Ponente Ligure, nell’entroterra, a pochi chilometri da Ceriale e dal suo mare.

Disabitato ormai da più di 60 anni, Balestrino è uno dei borghi abbandonati più belli e famosi non solo della Liguria, ma di tutta l’Italia.

I suoi abitanti furono costretti a lasciare le proprie case negli anni Sessanta, a causa delle continue frane e dei molti smottamenti del terreno.

Da allora le mura, le vie e le piazze del paese sono rimaste vuote e disabitate, mentre la natura è pian piano tornata a farsi strada.

Visitando Balestrino si incontrano case infestate dall’edera, muri incrinati, vie ricoperte d’erba e l’imponente profilo del castello, anch’esso abbandonato, che sovrasta il paese.

Al momento l’accesso al borgo è interdetto, ma le case abbandonate e il castello solitario si possono ammirare e fotografare da lontano.

Stonzo

Stonzo si trova lungo la strada che da Dolcedo porta a Molini di Prelà, in provincia di Imperia.

Si narra che i suoi abitanti furono costretti a fuggire a causa di un’invasione di formiche argentine e che andarono a rifugiarsi nel vicino paese di Prelà.

Offuscata dai secoli trascorsi e avvolta tra verità e leggenda, la storia di Stonzo e del suo abbandono è affascinante, così come le rovine che ancora oggi rimangono dell’antico borgo ligure.

Il borgo è abbandonato da così tanto tempo che degli olivi sono cresciuti dentro alle mura delle case.

Osiglia

Osiglia, in provincia di Savona, non è solo un borgo abbandonato, ma anche un borgo sommerso.

Ciò che resta di questo antico paese ligure di origine medievale è oggi completamente sommerso dalle acque del lago omonimo, il Lago di Osiglia.

I suoi abitanti furono costretti ad abbandonare il paese nel 1937, quando venne costruita una diga e il paese venne sommerso.

Ogni dieci anni circa il lago viene svuotato e si può assistere allo spettacolo della riemersione del borgo abbandonato di Osiglia.

Canate di Marsiglia

Canate di Marsiglia si trova alle spalle di Genova, nel comune di Davagna.

È un borgo medievale in realtà semi-disabitato, perché esistono ancora pochi ma fedeli residenti che hanno deciso di trascorrere qui la loro vita.

Il borgo ha subito un pesante spopolamento negli anni Sessanta, quando le autorità decisero di interrompere la realizzazione della strada carrabile d’accesso al paese.

I suoi abitanti si trovarono così completamente isolati e pian piano decisero di abbandonare questo borgo rurale dalle case in pietra.

Il paese fantasma è raggiungibile soltanto a piedi.

Ciaè

Il borgo abbandonato di Ciaè si trova alle spalle di Genova, sopra il comune di Sant’Olcese.

Per raggiungerlo bisogna affrontare il sentiero botanico di Ciaè, partendo da Sant’Olcese, e si arriva al borgo in circa mezz’ora di cammino.

Il borgo è stato abbandonato più o meno 50 anni fa.

Già dal 1981 alcuni volontari hanno iniziato un lavoro di restauro e manutenzione, prendendosi cura in particolare dell’antico ponte tardo-medievale, un vero gioiello nascosto tra il verde.

Oltre al ponte e al piccolo gruppo di case abbandonate, Ciaè conserva una quercia secolare che probabilmente ha più di 300 anni.

Filettino

Filettino si trova in provincia di La Spezia, nella zona di Calice al Cornoviglio, in Val di Vara.

Dentro le sue case in pietra tutto è rimasto immutato: si possono ancora vedere mobili, stoviglie e addirittura dei giochi, ricordi di un tempo e di vite passate.

Il paese, che si compone di una decina di case, venne abbandonato negli anni Venti a causa dei frequenti dissesti idrogeologici.

Poiché non si sa quale sia lo stato degli immobili, è sempre meglio prestare attenzione e non entrare all’interno delle abitazioni.

Bussana Vecchia

Bussana Vecchia è stata abbandonata dai suoi abitanti, ma oggi non è più disabitata.

Colpita da un violento terremoto nel 1887, venne abbandonata e dimenticata per decenni.

Fino al 1959, quando diversi artisti decisero di trasformare questo caratteristico borgo ligure in una comunità internazionale di artisti.

Bussana tornò così a fiorire e oggi è uno splendido borgo, ricco di vita ma anche carico di passato.

Craco, il paese fantasma della Basilicata

Craco è il paese fantasma della Basilicata, arroccato sui calanchi e abbandonato in seguito a una frana.

Il borgo si trova a un’altezza di circa 400 metri sopra il livello del mare, in provincia di Matera, e domina la zona dei calanchi dalla cima di una collina che lo ospita da secoli.

Il paese è un concentrato di architetture in pietra a vista, solitarie e arroccate, dove soltanto poche centinaia di persone hanno deciso di continuare a vivere dopo la frana degli anni Sessanta.

Il borgo si svuotò nel 1963, in seguito a una frana, e la popolazione fu costretta a lasciare le abitazioni di famiglia, insediandosi ai piedi della collina e fondando il centro di Craco Peschiera.

Attraverso una passeggiata da percorrere in sicurezza è possibile vedere i palazzi nobiliari attorno a cui la città si espandeva nel XV secolo, Palazzo Grossi, Palazzo Carbone e Palazzo Maronna.

Nella Chiesa Madre la natura si è impossessata dell’altare e nel pomeriggio si crea un eccezionale gioco di luci.

Craco è stata scelta come location per diversi film, tra cui “La lupa”, “La passione di Cristo”, “Nativity”, “Basilicata coast to coast” e “Montedoro”.

Il borgo deve essere visitato attraverso visite guidate, condotte da guide esperte che mostrano i percorsi segnalati e i luoghi più significativi.

Sono obbligatori l’uso di caschi protettivi e scarpe con suola antiscivolo.

Roscigno Vecchia, la Pompei del Novecento

Roscigno Vecchia, nata come un borgo di pastori e greggi in transumanza, è adagiata sulle pendici occidentali del monte Pruno e all’interno di una quieta valle solcata dai fiumi Sammaro e Ripiti.

Ci troviamo nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, a circa 90 chilometri da Salerno.

È borgo fantasma a partire dagli inizi del Novecento, da quando due ordinanze del Genio Civile, del 1902 e del 1908, stabilirono lo sgombero del paese e la costruzione di nuove case più a monte, dove oggi sorge Roscigno Nuova.

L’antico borgo si spopolò lentamente, ma non fu mai del tutto abbandonato, grazie a una donna che sola continuò ad abitarlo fino alla morte, avvenuta nel 2000.

Quello novecentesco è solo l’ultimo dei tanti spostamenti che il borgo ha dovuto subire, già dal Cinquecento, a causa degli smottamenti e delle frane dovute alla natura argillosa del terreno.

Per tale ragione è stato definito “il paese che cammina”.

Roscigno Vecchia conserva inalterati i tratti di un centro agro-pastorale del Settecento e dell’Ottocento: case, granai, stalle e botteghe ne fanno uno straordinario museo a cielo aperto della civiltà contadina meridionale.

La piazza principale è enorme, irregolare e priva di selciato, tanto da assomigliare più a una prateria che a una piazza.

Intorno si affiancano la chiesa madre, le case restaurate, pericolanti e in rovina, la fontana abbeveratoio-lavatoio, l’insegna del Bar Roma, il Museo della civiltà contadina, gli orti e le stalle.

Lasciata la chiesa ci si addentra fra le strette viuzze immerse nella vegetazione, che invade anche l’interno di molte case.

Gli ambienti sono totalmente spogli, restano soprattutto le travi dei solai e pochissimi oggetti della presenza umana.

La tipologia è quella tipica delle case contadine del Cilento interno: piccole dimensioni e mura di pietre legate con malta e sabbia, sormontate da un tetto di tegole in terracotta.

Il piano terra fungeva da stalla, cantina, deposito e bagno; al primo piano si aprivano una stanza da letto e la cucina con camino; in cima c’era la soffitta, adibita alla conservazione e all’essiccazione degli alimenti.

Celleno, il borgo fantasma della Tuscia

Il borgo fantasma di Celleno, arroccato su un promontorio di tufo vulcanico nella Tuscia viterbese, incanta i visitatori con la sua atmosfera sospesa nel tempo.

Etruschi, Romani e Longobardi hanno solcato queste terre, lasciando tracce indelebili del loro passaggio.

Il borgo raggiunse il suo apice nel Medioevo, diventando un importante centro religioso e militare.

Una serie di eventi nefasti, tra cui frane, terremoti ed epidemie, costrinse gli abitanti ad abbandonarlo nel XIX secolo.

Oggi Celleno svela il suo fascino malinconico ai visitatori curiosi, che possono passeggiare tra le viuzze silenziose e ammirare i resti di antiche case, chiese e palazzi.

Il Castello Orsini domina il panorama con la sua possente torre di guardia.

All’ingresso del borgo antico si ammira anche il “Muro narrante”, lungo un centinaio di metri, sul quale una serie di affreschi racconta la storia del paese.

Celleno non è solo un borgo fantasma, ma anche un luogo di leggende e misteri.

Si narra che qui sia sepolto il Santo Graal e che il fantasma di Papa Clemente VII vaghi ancora tra le rovine del paese.

Il borgo offre anche scorci panoramici sulla valle sottostante e fa parte dei luoghi del cuore FAI.

Altare e la storia di monsignor Bertolotti

Ad Altare è accaduta una vicenda per molti versi sovrapponibile a quella di Rennes-le-Château, per la presenza di un umile prelato che, da un momento all’altro, ha iniziato a spendere una incredibile fortuna per abbellire la cittadina.

Altare è un centro di circa duemila abitanti nell’alta Val Bormida, nell’entroterra savonese, famoso soprattutto per la lavorazione del vetro.

Il protagonista della storia è monsignor Giuseppe Giovanni Bertolotti, che qui svolse la sua attività di parroco dal 1869 al 1931.

Intorno al 1875 iniziò a spendere somme ingenti per la ristrutturazione e l’ingrandimento della sua parrocchia.

I lavori, secondo uno stile liberty che si ritroverà anche in altri edifici da lui voluti, si protrassero fino al 1927.

Per le sorelle Enrichetta e Rosalia fece edificare tra il 1901 e il 1906 due lussuose ville sempre in stile liberty, Villa Agar e Villa Rosa.

Villa Rosa ospita il Museo del Vetro e conserva pregiati scaloni, affreschi ai soffitti e alle pareti, oltre a eleganti decorazioni.

Per un’altra sorella, Cesarina, fece ristrutturare e regalò un palazzo storico di fronte alla chiesa di Sant’Eugenio.

Il parroco acquistò vari immobili tra Torino e Savona, elargì contributi a enti caritatevoli e istituti religiosi e fece costruire due asili, uno ad Altare e l’altro nella vicina Cairo Montenotte.

Finanziò inoltre la realizzazione di un centro meteorologico e sismico, installato nella fortezza di Altare.

La provenienza di quel patrimonio rimane ancora oggi una questione irrisolta.

Tra le ipotesi sono state avanzate quelle relative a ipotetici finanziatori, tra cui Maria Brignole Sale, duchessa di Galliera, e quella di un tesoro templare nascosto.

La mancanza di prove documentali certe e di testimonianze dirette non aiuta a fare luce sulla vicenda.

In attesa che emergano nuovi elementi concreti, gli appassionati di misteri possono continuare a formulare le ipotesi più fantasiose.

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