Le Beatitudini si rappresentano in forma liturgica come una celebrazione della via della felicità indicata da Gesù: una proclamazione dialogata del Vangelo, sostenuta dal canto, dal silenzio, da segni concreti, da testimonianze, dalla preghiera e da un esame di coscienza orientato alla misericordia e al servizio dei poveri.
Le Beatitudini sono la strada che Dio indica come risposta al desiderio di felicità insito nell’uomo, e perfezionano i comandamenti dell’Antica Alleanza. In effetti, le Beatitudini sono il ritratto di Gesù, la sua forma di vita; e sono la via della vera felicità, che anche noi possiamo percorrere con la grazia che Gesù ci dona.
Il significato liturgico delle Beatitudini
Davanti al Vangelo delle Beatitudini provo ogni volta la paura di rovinarlo con i miei tentativi di commento, perché so di non averlo ancora capito. Perché dopo anni di ascolto e di lotta, questa parola continua a stupirmi e a sfuggirmi. Gandhi diceva che queste sono «le parole più alte del pensiero umano».
Ti fanno pensoso e disarmato, ma riaccendono la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, di sincerità, di giustizia, senza violenza e senza menzogna, un tutt'altro modo di essere uomini. Le Beatitudini hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia, le sentiamo difficili eppure suonano amiche.
Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità. La prima cosa che mi colpisce è la parola: Beati voi. Dio si allea con la gioia degli uomini, se ne prende cura.
Il Vangelo mi assicura che il senso della vita è, nel suo intimo, nel suo nucleo profondo, ricerca di felicità. Che questa ricerca è nel sogno di Dio, e che Gesù è venuto a portare una risposta.
Una proposta che, come al solito, è inattesa, controcorrente, che srotola nove sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno il cuore dolce e occhi bambini, i non violenti, quelli che sono coraggiosi perché inermi. Sono loro la sola forza invincibile.
Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Il mondo non è e non sarà, né oggi né domani, sotto la legge del più ricco e del più forte. Il mondo appartiene a chi lo rende migliore.
Per capire qualcosa in più del significato della parola beati osservo anche come essa ricorra già nel primo dei 150 salmi, quello delle due vie, anzi sia la parola che apre l'intero salterio: «Beato l'uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta».
E ancora nel salmo dei pellegrinaggi: «Beato l'uomo che ha la strada nel cuore» (Sl 84,6). Dire beati è come dire: «In piedi voi che piangete; avanti, in cammino, Dio cammina con voi, asciuga lacrime, fascia il cuore, apre sentieri».
Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri. Il mondo non sarà reso migliore da coloro che accumulano più denaro. I potenti sono come vasi pieni, non hanno spazio per altro. A loro basta prolungare il presente, non hanno sentieri nel cuore.
Se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio; te lo guariscono perché tu possa così prenderti cura bene del mondo.
La proclamazione del Vangelo come forma dialogica
Come Mosè aveva stipulato l’alleanza con Dio in forza della legge ricevuta sul Sinai, così Gesù, da una collina in riva al lago di Galilea, consegna ai suoi discepoli e alla folla un insegnamento nuovo che comincia con le Beatitudini. Mosè dà la Legge sul Sinai e Gesù, il nuovo Mosè, dà la Legge su quel monte, sulla riva del lago di Galilea.
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Il testo evangelico può essere proclamato da un solista, mentre l’assemblea ripete ogni Beatitudine. Questa forma permette di ascoltare la parola, di interiorizzarla e di trasformare la risposta comunitaria in una vera professione di fede.
Proviamo invece a ricordarle e a imprimerle nel nostro cuore. Facciamo una cosa: io le dirò una dopo l’altra e voi farete la ripetizione. D’accordo?
- Prima: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli».
- «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».
- «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».
- «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati».
- «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».
- «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».
- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
- «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».
- «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia».
- «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
La ripetizione dell’assemblea non è un semplice espediente didattico: rende visibile il carattere comunitario della nuova alleanza. La parola ascoltata diventa parola pronunciata insieme, accolta personalmente e condivisa nella fede.
Il canto delle Beatitudini
Il carattere ripetitivo e quasi litanico del testo delle Beatitudini nella versione del Vangelo di Matteo è esaltato dalla struttura compositiva di Rainoldi.
Ciascuna delle due parti di ogni beatitudine -la prima (beati) che indica una categoria di persone e la seconda (perche’) che descrive la ricompensa futura- è prima proposta da un solista e poi ripetuta dall’assemblea che ha così modo di ascoltare la melodia che, pur replicandosi nella struttura, si adatta di volta in volta alla lunghezza e agli accenti del testo.
Un ritornello, anch’esso proposto dal solista e ripreso dall’assemblea, con una sola lieve differenza nell’inflessione finale, intercala le beatitudini.
Qui il testo qualifica i beati come coloro che sono “luce del mondo”, “sale della terra” (ancora Mt 5, 13-16) e “profumo di Cristo Gesu'” (2Cor 2, 15) quasi un richiamo, straordinario, alle capacita’ sensoriali dei loro corpi: vista (luce), gusto (sale) e olfatto (profumo).
L’esecuzione può essere variata alternando voci femminili e maschili nelle parti solistiche. La ripetizione dell’assemblea può essere sostenuta dal coro armonizzato a 4 voci miste.
Il canto e’ stato pubblicato anche con diverse titolazioni (Beati i poveri in spirito, …).
Beatitudine.wmv "La preghiera di Gesù è la nostra"
Una struttura celebrativa possibile
Una celebrazione o un incontro di preghiera sulle Beatitudini può seguire un itinerario che coinvolga ascolto, esperienza, silenzio, canto, intercessione e impegno concreto.
- Proclamazione del Vangelo: il testo viene letto lentamente, lasciando spazio all’ascolto.
- Ripetizione dell’assemblea: ogni Beatitudine viene ripresa comunitariamente.
- Silenzio meditativo: la comunità accoglie la parola senza cercare subito di spiegarla.
- Testimonianza: una storia concreta rende visibile la Beatitudine nella vita quotidiana.
- Parola poetica: la poesia dà voce al dolore, alla speranza e alla ricerca interiore.
- Riflessione profetica: una voce autorevole aiuta a raddrizzare lo sguardo e ad allargare l’esperienza personale.
- Esame di coscienza: le Beatitudini vengono confrontate con le scelte e gli atteggiamenti concreti.
- Preghiera: la riflessione si apre al mistero di Dio e alla richiesta di una vita rinnovata.
In questo settore trova spazio la poesia, più o meno conosciute, più o meno famose. A volte, altre al silenzio meditativo, questo linguaggio parla più di altri, rivela più di altri, permette di entrare in dimensioni che dal di dentro si avvertono come "vere", comprensive, financo universali.
La prima Beatitudine: diventare poveri in spirito
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)
Agostino non era un povero. Non aveva una casa sua, un letto dove riposarsi, mangiava senza orari. Perché allora non era considerato povero? Semplice: perché lui non si considerava tale.
Erano gli anni del seminario, anni di studio, di formazione, di impegno verso il sacerdozio. Agostino era (perché ora è certamente in paradiso) un vecchietto minuto, con il suo eskimo verde estate e inverno, accompagnato sempre da un bidone.
Lì metteva quello che trovava. Più di una volta l'ho visto riporci il cibo che gli veniva dato. Agostino si metteva vicino al cancello del seminario regionale o vicino alla siepe.
Sì, preferiva sempre spazi che non davano nell'occhio. Non veniva mai a suonare al campanello o a bussare alla porta. Attendeva che tu ti accorgessi di lui.
E quando questo avveniva lui ti rispondeva con un sorriso e un cenno del capo. Mi avvicinavo a lui. "Buongiorno", era la risposta e mi porgeva il suo secchio.
Agostino stava incarnando il "beati i poveri in spirito" perché era un uomo che si fidava, si abbandonava agli altri e dipendeva da ciò che gli veniva dato e detto. Ecco la beatitudine incarnata: fidarsi e basta.
Tante altre volte lo vedevo rannicchiato in piedi nei pressi di chiese, centri commerciali, luoghi pubblici affollati, mai però in modo sfacciato con la mano tesa o cartelli indicanti la richiesta.
Agostino se ne stava ai bordi, senza essere invadente, quasi come un monito - per chi lo vedeva - a riorientare la bussola personale. La fiducia in Dio è così: non è invadente, altrimenti non si ottiene; non è sfacciata, pena il venire ancora di più emarginati.
La fiducia in Dio la insegna Agostino: essa è attesa, speranza, verità, abbandono sincero, totale, gratuito. La vita, poi, ha preso strade diverse per me e Agostino.
Io sacerdote e lui non l'ho più visto. Dopo alcuni anni passando davanti ad una chiesa l'occhio mi cade sulla bacheca degli annunci funebri. In uno vi era scritto: Agostino, povero in Dio.
La lezione di Agostino continua anche dopo la sua morte perché chi si fida e dona fiducia non muore mai.
Una poesia per riconoscere gli invisibili
“Un povero è povero”
Un povero è povero
Ma è un povero e basta
Per lui non c’è posto.
Il povero guarda, ma nessuno lo vede.
Perché non è nessuno.
Il povero vede il ricco
Circondarsi di persone perbene.
E piange.
Ma nessuno lo vede.
Sente il benestante fare discorsi futili.
E lui oggi cosa mangerà?
Il povero è inutile
Perché non ha i soldi
Per pagare la tua amicizia.
Il povero china il suo capo
Quando è umiliato.
Da chi pensa
Di esser migliore.
Il povero è povero.
Ma non è più
Un povero e basta; può dare il suo amore a chi come lui non può pagare per avere il un sorriso
(Antonella Fadda)
La povertà biblica e la felicità
Il significato preciso della parola "beati", comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.
Se i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli oppressi, gli operatori di pace… siano categorie distinte di persone o variabili dell'unica categoria dei "poveri", ci interessa fino a un certo punto.
E neppure ci interessa molto sapere se i poveri "in spirito" siano una sottospecie aristocratica di miserabili o coincidano con quei poveri banalissimi che ci troviamo ogni giorno tra i piedi.
Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza. Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità.
Non solo perché sembra quasi che ci presenti le uniche porte attraverso le quali è possibile accedere nello stadio del regno. Sicché chi vuole entrare nella "gioia" per realizzare l'anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità
Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta… vengono presentate come partecipazione all'esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.
E allora, se il primo titolare delle beatitudini è lui, se è il Cristo l'archetipo sul quale si modellano tutti i suoi seguaci, è chiaro che il dolore dei discepoli, come quello del maestro, è già contagiato di gaudio, il limite racchiude in germe i sapori della pienezza, e la morte profuma di risurrezione!
La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica.
A coloro che fanno affidamento nel Signore, e investono sulla sua volontà tutte le "chance" della loro realizzazione umana, viene garantita la felicità da una cerniera espressiva che non lascia dubbi interpretativi: "… perché di essi sarà…".
Quel "…perché di essi sarà…" rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la "legittima" ma l'intero asse patrimoniale del regno.
È un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare. È, insomma, il timbro a secco che autentica in modo indiscutibile il contenuto di uno straordinario rogito notarile.
La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all'eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o almeno i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.
Insomma, o ci meritiamo l'appellativo di "beati" facendoci poveri, o ci conquistiamo sul campo quello di "benedetti", amando e servendo i poveri.
Ce lo suggerisce il capitolo venticinque di Matteo, con quel "Venite, benedetti dal Padre mio: ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".
È la scena del giudizio finale, pilastro simmetrico a quello delle beatitudini, che sorregge quell'arcata di impegno che ha la chiave di volta nell'opzione dei poveri.
Domande per l’esame di coscienza
Quando il gruppo di amici, dei coetanei che si ritrovano al bar, a scuola, in oratorio non la pensano come te, ti senti una mosca bianca e ti viene da dire, forse: “Chi me lo fa fare?!”.
Le domande diverse, allora, servono per andare in profondità, per non fuggire, per scegliere (da oggi) di crescere, maturare, vivere a 360° la parola adulto. Domande che ti porti dentro e che gli altri leggono nella tua coscienza. Dagli occasione di prendere vita. Ti farà bene!
- I poveri? Non li sopporto, sempre lì a chiederti soldi, cibo. E poi così insistenti! E tu devi essere anche cortese e gentile con loro. Per carità. La smettano di fare questa vita e si cerchino un lavoro come tanti, dove si parte la mattina presto e si ritorna stanchi la sera.
- La parola fiducia dal mio vocabolario mi si è cancellata giorno dopo giorno. Man mano che vedevo le malefatte della Chiesa, della politica, dei miei vicini di casa, del datore di lavoro verso mio padre e mia madre. Stop alla fiducia. Adesso mi prendo la rivincita e non guardo in faccia a nessuno.
- Ma sarà mai possibile che devo essere beato se sono povero?! Ma dove sta scritto. Nel Vangelo? Beh, a me non interessa, perché vedo che la vita mi da tante possibilità per essere felice, ricco, avere ascendente senza per questo leggere il Vangelo. Goditi la vita amico mio!
La responsabilità sociale della beatitudine
È la fascia tricolore che viene indossata da sindaci, amministratori, responsabili della vita di una città. Viene riportata una frase vissuta da uomini e donne che hanno creduto e vissuto per una politica dal sapore umano.
“Auspico ancora la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione” (Giuseppe Dossetti, 15 aprile 1994, uno dei principali artefici della Costituzione italiana, consapevole che la Costituzione stessa era sotto attacco del governo Berlusconi, ruppe il silenzio, che si era imposto per 40 anni dopo che si era fatto monaco).
Un film per approfondire il tema
FORREST GUMP
Sceneggiatura: Eric Roth
Durata: 142'
Seduto sulla panchina ad un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è, e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull'autobus della scuola.
Sarà lei a incitarlo, per sfuggire a tre compagnetti violenti, a correre, liberando così le gambe dalla protesi. Attraverso trent'anni di storia americana vista con gli occhi della semplicità e dell'innocenza, Forrest diventa un campione universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo considera un fratello.
Assiste ai disordini razziali in Alabama e incontra Kennedy poco prima dell'assassinio. Si arruola quindi nell'esercito, dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la sua passione.
Dopo un fugace incontro con Jenny che canta a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Qui Bubba muore e lui salva diversi compagni, compreso il suo comandante, Dan Taylor.
Tornato in patria, apprende l'arte del ping-pong, viene decorato da Johnson e incontra ad una manifestazione pacifista Jenny che sparisce di nuovo. Scopertosi campione di ping-pong, partecipa alla storica tournée in Cina, e incontra Nixon poco prima del Watergate.
Comprata una barca, si dà alla pesca dei gamberi con Taylor, e fa fortuna. Dopo la morte della madre, ormai miliardario, viene raggiunto da Jenny, che rifiuta di sposarlo, ma ha un rapporrto sessuale con lui per sparire di nuovo.
Disperato, Forrest corre a piedi per l'America per tre anni, raccogliendo anche seguaci. Poi Jenny lo chiama da Savannah, dove lo informa di avere un figlio, Forrest junior.
Tornati in Alabama, i due si sposano, ma Jenny, malata di aids, muore assistita amorosamente dal marito, che si dedicherà al figlio.
La seconda Beatitudine: dare un nome al pianto
Beati quelli che piangono, perché saranno consolati (Mt 5,4)
Alessandra è una ragazza solare. Alle lacrime ha dato sempre un volto, un nome. Come a dire: non hai mai pianto per nulla, in modo banale.
La sua mamma è riuscita a vedere Alessandra sposata, all'altare con il suo sposo. Il babbo invece è morto alcuni anni prima. La mamma poco dopo le nozze.
Alessandra ha una sorella più grande e il rapporto tra loro è bello, intenso, vero, particolare. Un rapporto da sorelle con la "s" maiuscola!
La perdita così ravvicinata del babbo e della mamma ha scatenato in Alessandra un mondo sommerso di relazioni sofferte nell'infanzia, adolescenza. La sorella maggiore ha lasciato casa molto presto e Alessandra si è ritrovata come figlia unica.
Che cosa è accaduto? Tutto ciò che per anni aveva accumulato in lei ha iniziato a vomitarlo, a buttarlo fuori.
Si chiama anoressia e si legge mistero. Si, perché se pensiamo che Dio sia un mistero non è vero; semmai è il cuore dell'uomo ad esserlo.
Un cuore capace di amare tanto, di annullarsi pur di servire gli altri e farli contenti, felici, realizzati. Questo è il cuore di Alessandra.
Questa è la sua verità sulla quale sta lavorando, consapevole che solo nell'umiltà della propria persona si vive e si impara ad essere consolati anche dalle ferite, dalle tenebre del proprio cuore fragile, da quei mostri che prendevano il sopravvento facendola divenire altro da lei.
Alessandra sta comprendendo che "l'essere beati quando si piange" detto da Gesù è tutt'altro che masochismo. Significa assaporare nella lacrime amare il gusto della consolazione che vibra nella fede, nel rapporto personale con Dio, con le persone che si ama e dalle quali si riceve amore.
La consolazione non è la pacca sulla spalla o il sentirsi dire "coraggio che è passata". La consolazione è qualcosa di serio, perché è la capacità per la persona di trovare e darsi stabilità nel profondo, nell'intimo dell'animo, nelle fondamenta.
E allora beati quelli che piangono perché saranno consolati lo possiamo rileggere con: pieni di gratitudine sono coloro che vengono alla luce, fanno verità con se stessi passando per la via delle lacrime perché troveranno stabilita e doneranno forza.
Una poesia per il lutto e la memoria
“Una vita stroncata”
Bella, giovane vita eretta, piena di gioia e virtù,
Come un fiore in primavera stroncato dal vento
ti innalzi verso il cielo con ancora l'esultanza di vivere
Un trucco del destino, una fatale beffa,
un furto furioso, per noi che restiamo a guardare.
Lì sola, sotto i nostri sguardi increduli, arrabbiati,
smarriti e gonfi di lacrime.
Ti ho vista un telo bianco ti copriva dal freddo della notte
una notte buia, cattiva.
Insegnaci a capire, apri le nostre menti a non sbagliare
affinché la tua separazione non sia vana.
Resterai come una cicatrice e come tutte indelebile
a ricordo della tua figura
a ricordo dell'amore che hai donato
a monito di un amore che non potrà far ritorno
ma che saldo resterà nei nostri cuori.
La testimonianza della sofferenza
Icona della sofferenza amorosa (Gemma Galgani, giovane ragazza nel 1903).
Le nostre riflessioni, anche le nostre sensazioni profonde come espresse nella poesia (o nella preghiera), possono mancare di quella profondità, di quell'humus che viene dall'esperienza e riflessioni di altri, che possono raddrizzare a noi lo sguardo o farci uscire dalla nostra a volte ristretta esperienza.
Sono i "profeti", non necessariamente quelli di appartenenza religiosa.
Il rapporto tra Beatitudini e giudizio sulla vita
Oltre alla nuova Legge, Gesù ci consegna anche il “protocollo” sul quale saremo giudicati. Alla fine del mondo noi saremo giudicati.
E quali saranno le domande che ci faranno là? Quali saranno queste domande? Qual è il protocollo sul quale il giudice ci giudicherà?
E’ quello che troviamo nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Oggi il compito è leggere il quinto capitolo del Vangelo di Matteo dove ci sono le Beatitudini; e leggere il 25.mo, dove c’è il protocollo, le domande che ci faranno il giorno del giudizio.
Non avremo titoli, crediti o privilegi da accampare. Il Signore ci riconoscerà se a nostra volta lo avremo riconosciuto nel povero, nell’affamato, in chi è indigente ed emarginato, in chi è sofferente e solo…
È questo uno dei criteri fondamentali di verifica della nostra vita cristiana, sul quale Gesù ci invita a misurarci ogni giorno.
Leggo le Beatitudini e penso come deve essere al mia vita cristiana, e poi faccio l’esame di coscienza con questo capito 25 di Matteo. Ogni giorno: ho fatto questo, ho fatto questo, ho fatto questo… Ci farà bene!
Sono cose semplici ma concrete. Cari amici, la nuova alleanza consiste proprio in questo: nel riconoscersi, in Cristo, avvolti dalla misericordia e dalla compassione di Dio.
È questo che riempie il nostro cuore di gioia, ed è questo che fa della nostra vita una testimonianza bella e credibile dell’amore di Dio per tutti i fratelli che incontriamo ogni giorno.
La preghiera come apertura al mistero
È una preghiera con cui si può iniziare o terminare l'intera riflessione o inconro di gruppo. Ovviamente qui dentro possono entrare tutte le cose dette o scoperte nel lavoro precedente.
Nella preghiera ogni riflessione elaborazione personale e di gruppo può trovare una apertura trascendente, un richiamo al mistero di cui le stesse beatitudini sono avvolte: un mistero di fede e di Dio.
Signore, rendici poveri in spirito, facci divenire piccoli di fronte la tua Onnipotenza, che nessuno ambisca a sostituirsi a Te.
Trasformaci in uno strumento nelle Tue mani, in una matita con cui scriverai carità e amore nelle pagine della nostra vita.
Una voce profetica per la celebrazione
Le nostre riflessioni, anche le nostre sensazioni profonde come espresse nella poesia (o nella preghiera), possono mancare di quella profondità, di quell'humus che viene dall'esperienza e riflessioni di altri, che possono raddrizzare a noi lo sguardo o farci uscire dalla nostra a volte ristretta esperienza.
Sono i "profeti", non necessariamente quelli di appartenenza religiosa.
Il significato preciso della parola "beati", comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.
Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza. Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità.
La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica.
La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all'eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o almeno i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.
Una forma liturgica integrata
Rappresentare le Beatitudini in forma liturgica significa quindi evitare che restino soltanto un testo da ascoltare o una serie di formule da ripetere. La celebrazione deve permettere che la parola diventi esperienza, canto, silenzio, memoria, preghiera e scelta.
La testimonianza di Agostino rende concreta la povertà come fiducia, attesa, speranza e abbandono sincero. La storia di Alessandra mostra che il pianto può diventare un cammino di verità e di consolazione. La poesia dà voce a chi soffre e a chi non viene visto. Il canto permette all’assemblea di entrare nella struttura ripetitiva e litanica del Vangelo.
Il riferimento al capitolo venticinquesimo di Matteo impedisce di separare la spiritualità dalla responsabilità verso il povero, l’affamato, l’indigente, l’emarginato, il sofferente e il solo.
In queste parole c’è tutta la novità portata da Cristo, e tutta la novità di Cristo è in queste parole. In effetti, le Beatitudini sono il ritratto di Gesù, la sua forma di vita; e sono la via della vera felicità, che anche noi possiamo percorrere con la grazia che Gesù ci dona.
