La mucca nel Crocifisso paleocristiano: significato, simboli e contesto storico

Nel linguaggio dell’arte paleocristiana la mucca non costituisce un simbolo autonomo e ricorrente del Crocifisso: il riferimento tradizionale è piuttosto all’agnello, al Buon Pastore, alla croce, all’ancora e al monogramma di Cristo. L’agnello rappresenta il sacrificio, la docilità, l’umiltà e la mansuetudine, mentre il Buon Pastore rappresenta Cristo Salvatore.

Se l’immagine chiamata “mucca crocifisso paleocristiano” intende indicare un animale bovino associato alla croce, è quindi necessario distinguere il soggetto dalla simbologia cristiana antica attestata: nell’arte paleocristiana l’animale sacrificale legato a Cristo è l’agnello, non la mucca. L’arte paleocristiana cercò di manifestare l’invisibile che è dentro il visibile esprimendosi in uno stile interiore e simbolico.

La croce e il Crocifisso nell’arte paleocristiana

La croce è un simbolo cristiano riconosciuto in tutto il mondo, se non addirittura il simbolo più diffuso. In questo senso, la croce porta con sé molti significati, partendo in primis dal ricordo della Passione di Cristo, la sua conseguente morte e poi resurrezione. Insomma, ricorda molto l’esecuzione capitale della crocifissione che gli antichi romani avevano adottato come estrema punizione.

Tuttavia, la croce e la crocifissione risalgono già al periodo pre-cristiano. I primi documenti a riguardo, infatti, fanno riferimento alla letteratura sumerica e alla cultura cartaginese, fino ad arrivare a Roma nel 217 a.C. Pare infatti che i Romani avessero appreso il metodo della crocifissione dai cartaginesi.

Dunque, è vero che la croce rappresenta la sofferenza e Passione di Cristo, inviato da Dio a soffrire e a morire sulla croce per la salvezza degli uomini. Allo stesso tempo però, occorre ricordare che la croce rappresenta anche il trionfo sulla morte, simbolo di fede e redenzione.

Perché la croce non compare subito nell’iconografia cristiana

Come avevamo già visto in un articolo passato (Ichthys: Il simbolo del pesce nel Cristianesimo), inizialmente la croce era scarsamente presente nell’iconografia cristiana, questo soprattutto per via delle tante persecuzioni da parte dei romani. Non a caso, infatti, all’epoca i cristiani usavano il simbolo del pesce o dell’ancora, la cui forma ricorda molto una croce rovesciata.

La prima arte cristiana, quella delle catacombe, fu interessata solo per breve tempo dal problema dell’aniconismo, ossia del divieto ebraico a rappresentare Dio in forma umana. Il Dio degli ebrei era puro spirito ma Cristo era Dio incarnato, un vero uomo che aveva vissuto e sofferto il supplizio della croce “vincendo” poi la morte grazie alla sua natura divina.

«Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo», afferma san Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (1, 15). Gesù conciliava nella sua persona il finito con l’infinito: rappresentarlo come uomo non comportava necessariamente un pericolo di idolatria.

L’arte paleocristiana: periodo, tecniche e caratteristiche

L’arte paleocristiana, o iconografia paleocristiana, si riferisce ai primi secoli del cristianesimo (dall’editto di Costantino, 313 d.C., fino al VI secolo, dal periodo cioè delle catacombe all’affermarsi dell’arte bizantina). Costituisce un fenomeno unico nella storia dell’arte, essendo legata non a un paese o a un popolo, ma a una fede la cui dottrina non conosce frontiere.

Le tecniche utilizzate nell’arte paleocristiana sono la pittura a secco, l’affresco, l’incisione, lo stucco e il mosaico. Il linguaggio dell’iconografia paleocristiana costituisce una delle componenti più attive nel processo di dissolvimento del classicismo greco-romano ed è alla base del linguaggio bizantino.

Il periodo paleocristiano rappresenta dunque il periodo di eclissamento dell’arte occidentale e segna l’inizio del dominio dell’arte orientale in Occidente, dominio che durerà otto secoli in architettura e ben tredici in pittura.

È curioso rilevare che, mentre tutti i periodi in cui noi suddividiamo la storia dell’arte sono originati da caratteri stilistici, o per lo meno dalla lettura formale, la cosiddetta arte paleocristiana è l’unica che dipende soltanto dal soggetto. In realtà le produzioni plastiche e pittoriche dei primi cristiani non hanno formalmente nulla di diverso da quelle dei pagani. Solo quando lo Stato romano diventa cristiano, possiamo parlare di un’arte cristiana.

La nascita dell’arte paleocristiana

L’arte cristiana non nasce “povera” e neanche strettamente romana, ma si forma su due filoni, quello che è stato definito “arte plebea”, derivante dalla tradizione locale e provinciale, e quello più colto, ellenizzante, dal carattere fortemente simbolico, attraverso pochi segni destinati a chi sa codificarli nel senso della nuova religione.

I tipi fondamentali dell’architettura paleocristiana furono l’edificio a pianta allungata, detto basilica, e gli edifici a pianta centrale, battisteri o martyria. Nelle basiliche paleocristiane lo spazio è fortemente individuato e scandito dalle navate e dalle colonne; il ritmo di queste viene raccolto e concluso nella concavità dell’abside che assume una funzione unificatrice di tutto l’edificio.

Sono tipiche le pareti estremamente lisce (prive di contrafforti poiché la copertura era sempre a capriate) e la presenza di grandi finestre aperte nel cleristorio. La scultura ebbe una funzione secondaria; la statua a tutto tondo fu generalmente trascurata e il rilievo assunse sempre più un aspetto decorativo, diventando piatto e semplificato e tutto risolto nel gioco contrastante del chiaroscuro, dell’intaglio e del traforo.

Continuò invece la scultura dei sarcofagi; il più noto e importante è quello di Giunio Basso (359 d.C.), dove le scene dell’Antico e Nuovo Testamento sono alternate, con al centro del registro superiore il giovane Cristo seduto su un trono tra gli apostoli nella Maiestas Domini.

La luce e il mosaico nella sensibilità paleocristiana

I maestri paleocristiani spostano la sorgente di luce da esterna, quella naturale del sole, ad interna, quella mistica dell’anima, quindi sospingono la pratica artistica a ricercare il movimento nel colore, diventando così i primi sperimentatori della vibrazione cromatica.

Questa viene ottenuta tecnicamente tramite il mosaico, il mezzo più adatto a trasformare in effetti di luce riflessa e irradiante la luce solare che illumina l’interno delle basiliche.

mosaico paleocristiano con croce gemmata

Il sistema dei simboli paleocristiani

Una delle caratteristiche principali dell’arte paleocristiana è la coesistenza di diversi livelli di lettura. I simboli sono come un Vangelo in miniatura, un insegnamento per immagini.

  • Il pesce è stato tra i simboli utilizzati fra i più importanti e popolari, anche per il famoso acrostico costituito dalle lettere iniziali di cinque parole greche che ne formano la parola IXTHYC, Ichthus, Iesous Christos Theou Huios Soter che significa Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.
  • L’alfa e omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco richiama il passo dell’Apocalisse quando Gesù disse: Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine”.
  • Il pellicano, simbolo della passione di Gesù, in quanto si pensava che fosse particolarmente attento ai suoi piccoli al punto da fornire il proprio sangue ferendosi il grembo in mancanza di cibo.
  • L’agnello, simbolo di docilità, umiltà, mansuetudine.
  • Il Buon Pastore che rappresenta Cristo Salvatore, frequentemente rappresentato nei rilievi dei sarcofagi, nelle statue e negli affreschi delle catacombe.
  • L’orante, figura frontale rappresentata con le braccia aperte in atto di preghiera o di invocazione.
  • La colomba simbolo di pace, con il ramoscello di ulivo rappresentazione del Battesimo.
  • L’ancora, simbolo della salvezza, prima ancora della croce: “Abbiamo questa speranza come un’ancora per l’anima, salda e sicura”.

Mucca, agnello e animale sacrificale

L’agnello è un altro dei soggetti che sin dalle origini dell’arte cristiana è sempre stato associato alla Pasqua e alla Resurrezione di Cristo. L’origine di questa simbologia è ispirata al racconto del sacrificio di Abramo nell’Antico Testamento.

L’agnello è il simbolo del sacrificio della croce e esplica, in modo simbolico, il mistero della Resurrezione. Talvolta è sostituito dall’ariete, animale prediletto per il sacrificio nel culto del vecchio testamento.

La scelta dell’agnello pasquale tra pecore e capre viene interpretata dai Padri della Chiesa orientale come la capacità di redenzione del Cristo che è morto per l’umanità. Secondo la patristica latina, Cristo è nato tra i giusti e i peccatori, tra ebrei e pagani. I Padri della Chiesa vedono nella natura divina di Cristo la perfezione dell’agnello pasquale.

Per questo motivo, l’associazione tra una mucca e un Crocifisso paleocristiano non corrisponde al principale codice simbolico dell’iconografia cristiana antica. Quando il soggetto animale richiama il sacrificio di Cristo, il riferimento è normalmente all’agnello immolato, mentre la mucca appartiene al più ampio repertorio degli animali domestici e sacrificali dell’Antichità, senza assumere nel Crocifisso paleocristiano una funzione iconografica paragonabile a quella dell’agnello.

Il Buon Pastore come prima immagine umana di Cristo

La prima raffigurazione di Gesù in forma umana, sia pure di natura ancora simbolica, fu quella del Buon Pastore, un semplice ragazzo che porta una pecora (talvolta un agnello) sulle spalle, abbigliato con una veste corta e i calzari, talvolta con il flauto di Pan in mano.

La sua immagine è legata alla parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita (allegoria del Cristo che va incontro al peccatore pentito). Questo motivo iconografico è molto importante nella storia dell’arte cristiana, perché è la prima volta in cui Gesù viene presentato in carne ed ossa e non attraverso il ricorso a simboli animali o vegetali.

Uno dei più antichi esempi del Buon Pastore è un dipinto del II secolo realizzato nelle Catacombe di San Callisto. Assai famosa è l’immagine del Buon Pastore scolpita tra la fine del III e i primi anni del IV secolo, un tempo parte di un sarcofago e oggi nei Musei Vaticani.

Nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo è raffigurato come Buon Pastore, circondato dalle sue pecore. In questo caso, l’immagine non è solamente simbolica e l’identificazione con il Messia è chiara, essendo egli dotato di aureola e di un grande bastone crociato cui si appoggia.

Buon Pastore catacombe paleocristiane

La raffigurazione di Cristo prima del Crocifisso

I Vangeli e le altre fonti non ci hanno tramandato un ritratto di Gesù, né precise indicazioni sul suo aspetto fisico. Così, quando comparvero le prime esplicite rappresentazioni del Cristo come maestro, ossia del Cristo-docente seduto tra gli apostoli, o che compie i miracoli, gli artisti scelsero di mantenere l’iconografia classica del giovane senza barba, ispirata all’ideale greco della bellezza.

Il Cristo imberbe, che rimanda al tipo apollineo, era infatti simbolo dell’eterna giovinezza, della vita che vince la morte. Questa particolare iconografia di Gesù non ebbe grande successo se non nei primi secoli del Cristianesimo, perché venne presto soppiantata da quella di Cristo con la barba.

Sul finire del II secolo e agli inizi del secolo successivo, si diffuse l’immagine, senza dubbio più autorevole, del cosiddetto Cristo barbato (cioè con la barba), vestito con un lungo abito talare. Questo particolare modo di rappresentare Gesù, detto anche del Cristo filosofo, fu certamente desunto dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli; era considerato anche più rispondente al suo possibile aspetto fisico reale.

Già nella pittura delle catacombe si può ritrovare la prima iconografia del Cristo re, espressione della Majestas Domini, la ‘maestà divina’. Nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale, e in una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è sempre rappresentato in questa forma, seduto o in piedi, ma sempre in posizione perfettamente frontale, a rendere evidente il suo status non solo divino ma di imperatore dell’Universo.

La croce simbolica prima del Cristo crocifisso

Anteriormente al 400, l’arte delle prime comunità esprime simbolicamente il sacrificio di Cristo con l’immagine dell’ Agnello immolato e con l’ancora, che in forme diverse camuffa la croce.

L’uso dell’ancora, a differenza di altri simboli catacombali, non ha riscontro in altre civiltà, è propria del cristianesimo, e rivela il concetto teologico originale: Cristo crocifisso e risorto è l’ancora della nostra salvezza.

Il tema del crocifisso rimane sconosciuto all’iconografia finchè Teodosio il Grande soppresse la pena umiliante della croce e l’immagine non suscitò più associazioni negative. La raffigurazione del Messia crocifisso "scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani"(I°Cor. 1,23) poteva infatti scandalizzare gli ebrei e intimorire i neofiti, nonché suscitare il disprezzo dei pagani come appare nell’incisione del Palatino dove è rappresentata l’immagine di un asino crocifisso adorato dal proselito Alessandro.

Il chrismon e la croce come segno di vittoria

La croce veniva rappresentata in diversi modi, uno dei quali è l’associazione di essa al monogramma di Cristo, il chrismon. La tradizione associa la nascita e la diffusione della rappresentazione della croce alla celebre “visione” o sogno di Costantino durante la Battaglia di Ponte Milvio.

Il chrismon, o chi rho, è formato da due grandi lettere greche sovrapposte ovvero alla 'χ' ('chi') e 'ρ' ('rho') - iniziali della parola 'Χριστός' (Cristo). Spesso il Chrismon è accompagnato dalle due lettere greche 'α' (alfa) e 'ω' (omega), prima e ultima lettera dell’alfabeto greco, in riferimento al celebre passo dell’Apocalisse di Giovanni in cui Cristo dice: «Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine».

In un sarcofago del IV secolo dal cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina, oggi ai Musei Vaticani, la decorazione a rilievo è incentrata sul tema della Passione e Risurrezione di Cristo. La Resurrezione è rappresentata come come vittoria sulla morte, anche in segno di speranza per il defunto.

Al centro della fronte del sarcofago è rappresentata una croce sormontata dal monogramma di Cristo (X e P, chi-rho, iniziali del greco Christós), simbolo della risurrezione (Anàstasis), cui alludono, in basso, anche i due soldati tramortiti.

La Croce Gemmata e l’Albero della Vita

Con il IV secolo apparirà, nell'abside delle Basiliche paleocristiane e specialmente nei mosaici ravennati, la Croce Gemmata che allude all'apoteosi finale di Cristo come lo vediamo nella cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna dove la Croce è al centro di una incredibile decorazione stellare.

Molto frequente è anche l'immagine dell'Albero Della Vita (S.Clemente a Roma) Ma fino al V secolo non vi è il corpo di Cristo appeso.

Croce Gemmata Mausoleo Galla Placidia

La più antica raffigurazione del Cristo crocifisso

Fra il IV e il V secolo comparvero le prime raffigurazioni del Crocifisso, che sarebbe diventato il soggetto più importante di tutta l’iconografia cristiana. Ricordiamo che i primi cristiani avevano evitato di rappresentare la morte di Gesù, giustiziato come uno schiavo; nelle catacombe, avevano scelto di mostrare solo la croce, vuota o con l’immagine di un agnello sovrapposta ad essa.

La più antica rappresentazione di Cristo crocifisso giunta fino a noi è quella scolpita nella Porta lignea della Basilica di Santa Sabina a Roma, intagliata in legno di cipresso nel secondo quarto del V secolo.

L'opera che presentiamo è un pannello della porta di S.Sabina a Roma del sec. V, uno dei rarissimi esemplari di scultura lignea paleocristiana conservata; è la più antica raffigurazione della Crocifissione che si conosca.

In quest'opera Cristo è rappresentato frontalmente al centro del riquadro notevolmente più grande dei due ladroni crocifissi ai lati, per indicare - secondo un antico concetto - la superiorità del personaggio; ha gli occhi aperti, il volto barbato, i capelli lunghi.

è cinto del perizoma, le braccia si allargano nell’atteggiamento dell'"orante"; solo le mani sono inchiodate, dietro di esse appena si intravedono le estremità del braccio trasversale della croce. I piedi non sono inchiodati e poggiano per terra.

La testa si volge livemente verso destra per dire al Buon ladrone le parole della salvezza: "Oggi sarai con me in Paradiso". Il corpo del Cristo per quanto possente sembra senza peso.

Il volto di Gesù ha le sembianze di un vivente e indica la totalità dell'annuncio cristiano: il Cristo è morto ed è risorto, egli è il Vivente.

La scena è collocata sullo sfondo di un muro con un riferimento alle mura di Gerusalemme fuori dalle quali sorge il Golgota. Sul muro appaiono tre frontoni su quello di destra una finestrella, probabile allusione alla salvezza accordata al Buon Ladrone.

Crocifissione porta Santa Sabina Roma

Il Cristo crocifisso nella Porta di Santa Sabina

Gesù è nella posizione del crocifisso, con le braccia aperte, ma non compare la croce, o perlomeno è coperta dal suo corpo, sicché il Messia sembra inchiodato direttamente alle mura cittadine che compaiono sullo sfondo.

Inoltre, Cristo è molto più grande dei due ladroni che lo affiancano, a rimarcare la sua maggiore importanza. La scelta di mostrare il volto vivo, gli occhi aperti e il corpo non abbandonato alla morte collega la scena della Passione alla certezza della Risurrezione.

Dal Cristo vivente al Cristo sofferente

Dopo la coraggiosa raffigurazione di S.Sabina, Leone Magno, in seguito alle dispute monofisite, nel 451 aveva affermato la natura umana di Cristo "appesa alla croce e trapassata dai chiodi" finchè il Concilio detto Trullano del 692, ordinò di rappresentare direttamente il Cristo nella sua umanità sofferente.

Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, un affresco della metà dell’VIII secolo mostra il Cristo crocifisso frontale e interamente vestito, raffigurato vivo al centro del riquadro. Ai lati della croce, in posizione simmetrica, si trovano Maria, Giovanni e due soldati, questi ultimi di proporzioni ridotte perché meno importanti.

Christus Triumphans e Christus Patiens

La rappresentazione della Crocifissione ebbe grande diffusione in tutto il Medioevo sino alle grandi Croci dei sec. XII-XIII nelle cattedrali romaniche e gotiche nella duplice tipologia: quella della Croce di S.Damiano dove il Cristo appare ancora Triumphans (trionfante sulla morte), e in quella del Cristo Patiens (sofferente) che andò sviluppandosi nel sec. XIII per influsso delle correnti francescane.

In Toscana, a partire dal XII secolo, iniziarono a diffondersi le croci di legno dipinte, le cui forme, piuttosto complesse, consentivano di introdurre, accanto alla figura di Gesù inchiodato alla croce, anche altri personaggi, soprattutto Maria e san Giovanni Evangelista, oltre che scene della Passione.

Nei crocifissi del XII secolo, Cristo è mostrato in posa rigida e frontale, eretto e ancora vivo, con i piedi affiancati e gli occhi ben aperti, secondo l’iconografia del Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte. La regalità del Redentore non è intaccata dai segni del dolore e delle sevizie subìte.

Dai primi anni del Duecento, comparve la nuova iconografia del Christus Patiens, “paziente” perché patisce, ossia soffre, e anche perché accetta il suo sacrificio.

Il Christus Patiens è più intensamente espressivo del Christus Triumphans, perché ha il corpo inarcato verso la sua destra, nello spasimo della sofferenza, gli occhi serrati, il capo reclinato sulla spalla destra, il fianco squarciato con un fiotto di sangue che sgorga dalla ferita.

La curvatura del corpo di Cristo, spesso accentuata, comportò la sparizione delle scene della Passione e il trasferimento delle figure di Maria e Giovanni, a mezzo busto, nei due capicroce.

Fu il pittore Giunta Pisano a definire compiutamente questa nuova iconografia, presto imitato da Cimabue che dipinse due celebri crocifissi duecenteschi. Giotto, invece, abbandonò gli ultimi retaggi bizantini nella rappresentazione di Cristo crocifisso, rappresentando per la prima volta un uomo inchiodato alla croce in modo verosimile, con il busto piegato in avanti, i piedi sovrapposti, le mani a cucchiaio (e non aperte), con il pollice che si sovrappone al palmo.

La Resurrezione e i simboli della speranza

Nell’arte paleocristiana le rappresentazioni della Resurrezione risultano meno numerose e diffuse rispetto ad altri episodi della vita di Cristo. Questo fenomeno potrebbe essere giustificato dal mistero stesso della Resurrezione, descritto in modo molto scarno nel racconto evangelico: tre giorni dopo la crocifissione alcune donne si recarono al sepolcro portando unguenti profumati.

Giunte lì trovarono la pietra di chiusura della sepoltura rovesciata e un angelo che le attendeva. Inizialmente la Resurrezione è rappresentata in modo molto semplice e simbolico come nel caso della raffigurazione della croce o dell’agnello.

La rappresentazione del mistero della Resurrezione di Cristo nell’arte paleocristiana non è mai del tutto esplicita. Un chiaro riferimento è dato dalla frequente rappresentazione del Ciclo di Giona all’interno delle catacombe, dove il messaggio della Resurrezione coincideva con la speranza della vita oltre la morte.

Il Vangelo di Matteo collega molto chiaramente la storia del profeta raccontata nell’Antico Testamento con la storia di Gesù: "Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra".

L’esegesi cristiana del libro di Giona, pertanto, prende le mosse in origine da una visione cristologica del racconto, che porterà a guardare Giona come un uomo redento e nella conversione di Ninive una prefigurazione della nascita della Chiesa e della sua missione universale.

Dal Crocifisso paleocristiano alla tradizione successiva

In età bizantina si affermò il genere pittorico dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti.

Le icone rappresentano prevalentemente figure sacre, come il Cristo benedicente e la Vergine con Gesù Bambino in braccio. Questi personaggi, i cui tratti somatici sono resi con un linguaggio piuttosto stilizzato, sono accompagnati da lettere o scritte che ne certificano l’identità.

Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC Σ XC Σ (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”.

Sin dal VI secolo, le caratteristiche somatiche del Cristo divennero molto specifiche e determinate: volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura.

Talvolta Cristo mostra le stimmate, o stigmate, ossia le ferite alle mani, ai piedi e al costato provocate dai chiodi e dal colpo di lancia durante la sua crocifissione.

Immagini diverse per dire quella parola espressa nel simbolo della Croce che tutti possono comprendere: "Non c'è amore più grande di quello che dà la propria vita per i fratelli".

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