Il canto XXXIII del Paradiso: la preghiera di san Bernardo alla Vergine

La preghiera di san Bernardo alla Vergine occupa i versi 1-39 del canto XXXIII del Paradiso, ultimo canto dell’intero poema. Dante è ormai pronto ad affrontare la visione di Dio, ma prima di fissare lo sguardo nella mente divina san Bernardo deve rivolgere un’appassionata preghiera alla Vergine, affinché Maria interceda presso l’Altissimo e sia concesso al poeta il privilegio di penetrare i misteri dell’universo pur essendo ancora in possesso del corpo mortale.

Il passo si può dividere in due momenti, dei quali il primo (vv. 1-21) costituisce una sorta di captatio benevolentiae con cui san Bernardo elogia la figura di Maria ricalcando in parte le immagini tradizionali dell’innografia, mentre il secondo (vv. 22-39) contiene la richiesta alla Vergine affinché interceda presso Dio e consenta a Dante di affrontare la visione finale del viaggio.

Santa Maria nella Candida Rosa di Gustave Doré

Il contesto del canto XXXIII del Paradiso

Il canto XXXIII del Paradiso è l’ultimo canto dell’intero poema: ci troviamo nell’Empireo, la sede dei beati, e siamo alla mezzanotte del 15 aprile del 1300. Il canto di apre con l'invocazione alla Vergine, in cui San Bernardo (guida di Dante dal XXXI al XXXIII canto del Paradiso), chiede che il poeta possa alzare lo sgaurdo a Dio per comprenderne il mistero; la visione della Trinità, che il poeta si sforza di spiegare in maniera intellegibile, il soddisfacimento completo della sua sete di conoscenza.

Si conclude così il cammino di redenzione individuale e il grandioso affresco della società del suo tempo iniziato nel primo canto dell’Inferno. Ancora nel X Cielo (Empireo), il canto presenta la preghiera di san Bernardo alla Vergine e l’intercessione di Maria, seguite dalla visione dell’unità dell’Universo, dai misteri della Trinità e dell’Incarnazione, fino alla folgorazione e al supremo appagamento di Dante.

È mezzanotte di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300. Il 25 marzo si celebra la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. Perché questa data? Secondo gli studiosi, il viaggio di Dante all’Inferno, nel Purgatorio e in Paradiso, che il sommo poeta ha raccontato nel suo capolavoro, la Divina Commedia, inizia proprio il 25 marzo 1300.

La preghiera alla Vergine: testo dei versi 1-39

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore. Qui se’ a noi meridïana face di caritate, e giuso, intra ‘ mortali, se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz’ ali. La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fïate liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate. Or questi, che da l’infima lacuna de l’universo infin qui ha vedute le vite spiritali ad una ad una, supplica a te, per grazia, di virtute tanto, che possa con li occhi levarsi più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi ti porgo, e priego che non sieno scarsi, perché tu ogne nube li disleghi di sua mortalità co’ prieghi tuoi, sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi ciò che tu vuoli, che conservi sani, dopo tanto veder, li affetti suoi. Vinca tua guardia i movimenti umani: vedi Beatrice con quanti beati per li miei prieghi ti chiudon le mani!»

Parafrasi della preghiera

«O Vergine Madre, figlia del tuo stesso Figlio [di Cristo-Dio], la più umile e la più alta di tutte le creature, termine fisso della sapienza divina, tu sei quella che ha nobilitato la natura umana a tal punto che il suo Creatore non disdegnò di diventare sua creatura [con l'Incarnazione].

Nel tuo grembo si riaccese l'amore tra Dio e l'uomo, grazie al cui ardore nella pace eterna è germogliato questo fiore [la rosa celeste dei beati]. Qui per noi tu sei una fiaccola lucente di carità e sulla Terra, fra i mortali, sei una viva fonte di speranza.

Donna, sei così grande e hai così grande valore che, se uno vuole una grazia e non ricorre alla tua intercessione, è come se il suo desiderio volesse volare senza le ali. La tua benevolenza non solo risponde a chi la domanda, ma molte volte anticipa spontaneamente la richiesta.

In te vi sono misericordia, pietà, liberalità, in te si raccoglie tutta la bontà che può esservi in una creatura. Ora costui [Dante], che dal profondo dell'Inferno fino a qui ha visto la condizione tutte le anime dopo la morte, supplica che tu gli conceda, per tua grazia, quella virtù sufficiente perché possa sollevarsi più in alto, verso l'ultima salvezza [guardare Dio].

E io, che non ho mai desiderato di veder Dio più di quanto desideri ardentemente che lo veda lui, ti porgo tutte le mie preghiere e prego che siano sufficienti, affinché tu dissolva in lui ogni velo di mortalità con le tue preghiere a Dio, cosicché gli venga mostrata la suprema beatitudine.

Ti prego inoltre, o Regina che puoi ottenere tutto ciò che vuoi, che tu conservi intatti i suoi sensi dopo una simile visione. La tua custodia vinca i suoi sentimenti umani: vedi Beatrice e tutti gli altri beati che uniscono le mani unendosi alla mia preghiera!»

La struttura dell’orazione

È vera e propria preghiera quella che il divino dottore Bernardo rivolge a Maria, scandendola in tre momenti di 7, 6, 5 strofe, per complessivi 54 versi. Sette strofe (vv 1-21) costituiscono l’invocazione composta di lodi; sei strofe (vv 22-39) costituiscono la richiesta di grazia; cinque strofe (vv 40-54) descrivono l’effetto della preghiera e la concessione.

SezioneVersiFunzione
Laudatio1-21Invocazione e lode della Vergine
Deprecatio22-39Richiesta della grazia per Dante
Adsensus40-54Effetto della preghiera e concessione

Un momento particolare è rappresentato poi dalla prime due strofe, che costituiscono una specie di ouverture, un “fortissimo” iniziale che sconvolge il cuore e la mente. Lo sviluppo dell’orazione riprende poi i concetti fondamentali della teologia mariana, proiettando sull’ordine del Paradiso appena percorso, la insondabile e profonda specificità creaturale di Maria che, Regina del cielo, è anche Madre sulla terra e ponte fra la natura umana e la dimensione divina.

La lode della Vergine: i versi 1-21

Gli ossimori dell’incipit

L'inizio del brano è solenne e ricco di sottigliezze retoriche, anzitutto con una serie di ossimori ("Vergine madre", "figlia del tuo figlio") che evidenziano il carattere eccezionale dell'esperienza di Maria che è al tempo stesso madre e figlia di Cristo-Dio, analogamente all'antitesi "fattore/fattura" in posizione rima (vv. 5-6).

Se la prima è di tipo paratattico asindetico, in quanto composta di attributi accostati in sequenza, senza nessuna congiunzione - macchie di luce gettate su una tela come sprazzi di colore abbagliante - la seconda costituisce integralmente un periodo complesso (principale + consecutiva) che esprime un concetto unitario.

Dal punto di vista stilistico la prima strofa è un concentrato impressionante di figure retoriche: tre antitesi, (due ossimori: ovvero accostamenti di termini contrapposti, che per definizione non potrebbero nemmeno essere confrontati in un’antitesi, in quanto naturalmente escludentisi fra loro, per cui è assolutamente impossibile la loro compresenza, nemmeno da due punti di vista diversi), una terza antitesi semantica pura in coordinazione, e infine un’iperbole, ovvero una affermazione che esalta Maria oltre il pensabile.

La prima strofa è un concentrato di contrasti solo apparentemente inconciliabili: Maria è vergine e madre, figlia e madre del Figlio, umile e altissima fra le creature. Queste opposizioni esprimono la sua posizione unica nel disegno della salvezza e traducono poeticamente il mistero dell’Incarnazione.

Maria e l’Incarnazione

Nella seconda abbiamo invece la descrizione di una situazione o di un fatto che sono irreali: abbiamo quindi un adynaton, ovvero un evento impossibile secondo la logica umana, che però in questo caso costituisce il cuore della fede, Mysterium Fidei, ovvero l’Incarnazione: Maria è infatti la dimostrazione che “nulla è impossibile a Dio”, come afferma Gabriele all’atto dell’Annunciazione.

Nel ventre della Vergine è definito come il luogo in cui si è riacceso l'amore tra Dio e gli uomini dopo il peccato originale e dove è germogliato il "fiore" rappresentato dalla rosa celeste dei beati (in cui Maria, come è stato mostrato in precedenza, occupa una posizione centrale).

Nel ventre di Maria si riaccese l’amore tra Dio e gli uomini, che ha fatto germogliare la rosa celeste dei beati; ella è per questi ultimi una perenne luce di carità e fonte di speranza per i mortali.

Questa la struttura retorica: Si noti come fattura dell’ultimo verso corrisponda in rima a natura, ma configuri una consonanza par onomastica (identità di consonanti e variazione vocalica) con il precedente fattore, in un gioco raffinatissimo di corrispondenza etimologica: factor (nomen agentis) diventa factura (nomen rei actae), così che nella struttura del lessico si attua il valore teologico dell’affermazione espressa.

La face, la fontana e le virtù mariane

La Vergine è poi paragonata a una "face" (una fiaccola) e a una "fontana", dunque ancora con l'antitesi delle immagini del fuoco e dell'acqua, mentre l'elogio di Maria si conclude ai vv. 19-20 con la quadruplice anafora di "in te" disposta all'inizio di ogni emistichio in posizione parallela.

La grandezza della Vergine è tale che benevolmente concede ogni grazia, spesso addirittura prevenendone la richiesta, poiché in lei albergano la pietà, la magnificenza, la bontà. In te sono raccolte misericordia, pietà, magnificenza e ogni bontà possibile in una creatura.

La ripetizione di «in te» costruisce una progressiva concentrazione semantica: tutte le virtù che possono appartenere a una creatura convergono in Maria. La sua benevolenza, inoltre, non si limita a rispondere alle richieste, ma spesso le anticipa.

Il significato di «volar sanz’ali»

Innanzi tutto esaminiamo la quinta strofa, che spesso non viene interpretata in maniera sintatticamente corretta. Non siamo di fronte a un anacoluto e l’espressione “qual vuol grazia e a te non ricorre/sua disianza vuol volar sanz’ali” non va interpretata, come spesso si legge nei commenti, “chi desidera una grazia e non ricorre alla tua intercessione è come se il suo desiderio volesse volare senza ali”.

Siamo infatti di fronte al costrutto tipicamente latino della frase infinitiva oggettiva: quicumque vult gratiam neque a te eam petit, vult desiderium suum sine alis volare” ovvero “chiunque desidera una grazia e non ricorre a te, pretende che il suo desiderio voli senza ali”.

Quindi il vuol che precede volar non va riferito al desiderio come soggetto, ma al chi, soggetto che rivolge la preghiera, a conferma della insipienza di chi non ricorre a Maria per giungere a Gesù.

La metafora delle ali indica dunque la necessità dell’intercessione mariana: chi desidera ottenere una grazia senza rivolgersi a Maria pretende che il proprio desiderio raggiunga la meta senza lo strumento necessario al volo.

La supplica per Dante: i versi 22-39

San Bernardo spiega che Dante è giunto fin lì "da l’infima lacuna / de l’universo", cioè dalla profondità dell'Inferno, mentre ora desidera "levarsi" con lo sguardo verso la visione finale di Dio, dunque l'immagine potente usata dal santo è quella di una elevazione dal punto più basso del mondo a quello più alto, per compiere la quale al poeta è indispensabile la grazia divina.

Dante, spiega Bernardo, è giunto all'Empireo dal profondo dell'Inferno e ha visto lo stato delle anime dopo la morte, quindi supplica Maria di concedergli la virtù sufficiente per figgere lo sguardo nella mente di Dio.

La preghiera di San Bernardo alla Vergine, all’inizio del XXXIII canto del Paradiso, non è mai stata oggetto di particolare attenzione scolastica, almeno a mia memoria (posso darne testimonianza diretta almeno dalla metà degli anni Settanta e indiretta dal secondo dopoguerra). Noi qui vogliamo invece ritornare al Paradiso, a quella preghiera alla Vergine che costituisce uno di punti in assoluto più alti della poesia dantesca e si configura come la sintesi suprema di teologia, filosofia, poesia e fede.

La richiesta della grazia

Il santo le porge tutte le sue preghiere affinché gli venga concesso questo, che egli desidera per Dante più di quanto l’abbia mai bramato per sé, e chiede alla Vergine di dissipare ogni velo che offusca gli occhi mortali del poeta.

E io, che mai per mio veder non arsi più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi ti porgo, e priego che non sieno scarsi, perché tu ogne nube li disleghi di sua mortalità co’ prieghi tuoi, sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Il poliptoto «prieghi/priego», in allitterazione con «porgo», è ripreso ancora al v. 32 («prieghi»), al v. 34 («priego») e al v. 39 («prieghi»), con l’immagine finale di Beatrice e degli altri beati che uniscono le mani proprio in segno di preghiera.

La conservazione degli affetti umani

L’ostacolo per Dante è rappresentato dalla sua "mortalità" e dal fatto che i suoi sensi sono ancora imprigionati dentro un corpo in carne e ossa, perciò Maria dovrà togliergli il "velo" di questa sua fisicità e consentirgli la visione conservando "sani" i suoi "affetti", senza cioè che il poeta venga incenerito dalla visione che eccede i limiti della sua umanità.

La implora infine di conservare puri i sentimenti di Dante dopo una tale visione, poichè la Regina del Cielo può ottenere tutto ciò che vuole, e la invita ad accogliere la sua preghiera alla quale si uniscono idealmente tutti i beati della rosa, inclusa Beatrice.

Tale esperienza straordinaria non potrà avvenire senza la "guardia", la custodia della Vergine e infatti ai vv. 82-84 Dante spiegherà di aver fitto lo sguardo nella mente divina spingendosi al limite estremo delle sue capacità, quasi "consumando" la propria capacità visiva.

San Bernardo, ultima guida di Dante

Innanzi tutto rileviamo che nemmeno Beatrice assiste Dante sul limitare dell’ultimo spettacolare balzo verso l’Assoluto. È necessaria una guida particolare, quella di un grande santo mistico, Bernardo di Chiaravalle, noto per le sue visioni, le sue esperienze mistiche e le sue incursioni anche polemiche nei dibattiti filosofici e teologici del XII secolo.

Bernardo è definito Doctor Mellifluus per la “dolcezza” e la fluidità del suo eloquio. È lui che porterà Dante al sommo passo verso l’immersione nel cuore della Trinità e che per questo invocherà la Vergine Maria con una straordinaria orazione.

San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) è stato uno dei più importanti padri della Chiesa del Basso Medioevo, difensore dell'Ordine cisterciense e grande cultore di Maria, in onore della quale scrisse vari sermoni, definito Doctor mellifluus per l'efficacia dei suoi scritti liturgici.

Dante lo introduce nel Paradiso al canto XXXI come terza e ultima guida del viaggio, nel momento in cui Beatrice riprende il suo posto nella rosa dei beati ed è di fatto sostituita dal santo che illustrerà al poeta il criterio di disposizione dei beati nella rosa.

La vita e il pensiero di Bernardo

Bernardo - chiamato successivamente Doctor Mellifluus (mellifluus in latino significa "dolce come miele"), nacque nel 1090 a Fontaines-le-Dijon e morì a Clairvaux nel 1153. Viene considerato il secondo fondatore dell'ordine dei Cistercensi 1, che da Bernardo in poi vennero chiamati anche Bernardini.

Bernardo apparteneva ad una famiglia nobile borgognese, fu educato dai canonici regolari e nel 1112 entrò nell'abbazia di Cîteaux; solo tre anni dopo Santo Stefano Harding lo invitò a fondare il monastero che assumerà il nome di Clairvaux ("clara vallis", italianizzato in Chiaravalle), di cui Bernardo fu abate fino al momento della sua morte.

Bernardo si mosse per tutta l’Europa per esercitare la sua influenza politica e religiosa in ambiente sia ecclesiastico sia politico, e fu autore molto prolifico: abbiamo infatti lettere, sermoni, trattati ascetico-mistici, monastici, liturgici, dogmatici, agiografici.

Si occupò anche di temi politici, formulando la "dottrina delle due spade", in cui si trattava del potere spirituale e di quello temporale, che Bernardo assegnava entrambi alla Chiesa, di cui stabiliva la superiorità rispetto all’Impero, cui l’istituzione ecclesiastica trasmetteva il diritto di amministrare il mondo terreno.

Bernardo, da un punto di vista filosofico, sostenne la cooperazione tra la volontà e la grazia per la santificazione dell’uomo, che può avvenire solo grazie alla mediazione di Cristo tramite l’umiltà e l’amore.

Al centro delle sue opere (dal De laudibus Virginis Matris e MedItazione sopra il pianto di Nostra Donna) centrale è pure l'esaltazione della figura e del ruolo della Vergine, considerata come colei che è la mediatrice universale della grazia.

Bernardo venne canonizzato ad Anagni da Alessandro III nel 1174, riconosciuto come Dottore della Chiesa da Pio VIII nel 1830 e Pio XII, nel 1953, gli dedicò l’enciclica Doctor Mellifluus. Dante lo sceglie come sua ultima guida per la parte finale del viaggio paradisiaco proprio per la devozione mariana e perché autore fondamentale per la tradizione mistica occidentale.

La preghiera come orazione e intercessione

Orazione è parola ambivalente. Quella di Bernardo è a tutti gli effetti una difesa, una vera e propria Oratio pro Dante. Ma il termine orazione, proprio in questo passo, assume in forma pregnante il valore originario di “preghiera” e il testo poetico diventa documento dello slittamento semantico verso le origini del termine.

In fase classica, tardo-antica e nel primo Medio Evo il termine era invece passato, anche sulla base dei testi ciceroniani, da quello arcaico e originario di “preghiera” a quello più consueto di “discorso”, sia nel senso di formulazione di un pensiero sia in quello tecnico di intervento in tribunale o assemblea.

Ma, come sappiamo bene, nell’uso comune della pietà popolare (veneta in particolare) il termine orazione, spesso usato al plurale, ha mantenuto sempre il valore originario di preghiera (con quale devozione le nostre nonne recitavano le “orazioni del mattino e della sera”!), basti pensare anche all’invito che ricorre nella messa da parte del celebrante ai fedeli: oremus: “preghiamo”.

La santa orazione che il doctor mellifluus Bernardo rivolge a Maria è considerata un piccolo capolavoro retorico, che presenta caratteri di originalità rispetto all’Ave, Maria cui pure si ispira.

La preghiera chiude “a ring” la vicenda dantesca, ricollegandosi alle prime fasi della Commedia, là dove, nel secondo canto dell’Inferno, Virgilio spiega a un Dante perplesso e inquieto di fronte al percorso che dovrà compiere, come la Madre stessa di Dio avesse avuto per lui lo sguardo di misericordia e affetto.

Il collegamento con l’Inferno

La preghiera chiude “a ring” la vicenda dantesca, ricollegandosi alle prime fasi della Commedia, là dove, nel secondo canto dell’Inferno, Virgilio spiega, a un Dante perplesso e inquieto di fronte al percorso che dovrà compiere, come la Madre stessa di Dio avesse avuto per lui lo sguardo di misericordia e affetto (ed ecco l’esempio concreto di come Maria “liberamente al dimandar precorre”!) per cui chiamò Lucia affinché inviasse Beatrice a chiedere aiuto a Virgilio, in una catena di comando di successione gerarchica di strepitosa e suggestiva efficacia scenografica, esposta a mo’ di scatole cinesi (Inf. II, 94 sgg.).

Virgilio cita in forma diretta la preghiera che Beatrice, scesa dal cielo, rivolge a lui, condannato a vivere nel limbo, ma dotato di indiscussa autorità sul Poeta smarrito. Il soggetto esterno della narrazione, quindi, è Virgilio, che si rivolge a Dante, ma il soggetto interno è Beatrice, che rivolgendosi a Virgilio a sua volta riporta le parole di Maria:

«Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo ’mpedimento ov’io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange. Questa chiese Lucia in suo dimando e disse: «Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando». Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse, e venne al loco dov’i’ era, che mi sedea con l’antica Rachele.»

La vicenda si chiude, dunque, con lo sviluppo logico e dialetticamente simmetrico della situazione iniziale di Dante. Virgilio ha consegnato Dante a Beatrice sulla soglia del Paradiso Terrestre, ora Beatrice lascia a Bernardo il pellegrino che, di Fronte a Maria per bocca del mistico dottore, invoca la grazia di avere la forza di conoscere direttamente la Trinità Divina.

Il ritmo e la forma dell’incipit

Il tessuto linguistico delle due strofe iniziali è poi sostenuto da un ritmo di particolare intensità. I sei versi, sono identici ritmicamente due a due, così che, se sul piano metrico la struttura, governata dalla rima incatenata, è configurata nella sequenza strofica di 3 versi+3 versi, in realtà la struttura prosodica (la simmetria cioè dello schema degli accenti) è impostata secondo la successione 2+2+2.

Questo “ornato” retorico, costituisce un’autentica corona di preziosa raffinatezza linguistica, nella quale lessico e prosodia, grammatica e retorica, filosofia e teologia si integrano in una incredibile unità espressiva, configurando concetti di rarefatta e altissima complessità.

Qui di seguito riportiamo anche lo schema metrico secondo le leggi della poesia latina (e greca) individuando come lunghe le sillabe accentate e come brevi quelle atone. Si noterà come la struttura di tipo “quantitativo” secondo la prosodia latina giochi a “nascondino” con la prosodia del volgare di tipo “accentuativo”, in un inaspettato sovrapporsi e intrecciarsi di ritmi, che conferisce alla cadenza del volgare armonica e potente dignità di lingua poetica classica.

In queste due terzine la nobiltà del volgare viene affermata con un prodigioso gioco espressivo che in modo inarrivabile rispetta il precetto sallustiano exaequanda facta dictis: da non interpretarsi banalmente con “adeguare il linguaggio ai fatti”, ma “rivestire i fatti di un linguaggio adeguato alla loro altezza”.

Il significato teologico della preghiera

Lo sviluppo dell’orazione riprende i concetti fondamentali della teologia mariana, proiettando sull’ordine del Paradiso appena percorso, la insondabile e profonda specificità creaturale di Maria che, Regina del cielo, è anche Madre sulla terra e ponte fra la natura umana e la dimensione divina.

Proprio nel suo seno ha preso vita una Nuova Forma dell’Universo generata dal calore di quell’Amore dal quale è germogliato il fiore che costituisce la gloria dei Santi e il premio della gioia eterna.

La fede di Dante, innervata da secoli di patristica e di pensiero teologico, zampilla in uno slancio di poesia purissima e di vertiginosa finezza, incomprensibile a quanti non hanno mai sperimentato nel cuore quella dolcezza generosa che “molte fiate/liberamente al dimandar precorre”.

Infine tutta l’orazione è da un lato la dimostrazione del principio cardine della devozione mariana: ad Jesum per Mariam, teologicamente fondato sulla certezza che solo Maria può sostenere lo sguardo di Dio e dirigere sempre, a suo piacimento e senza esitazioni né timori reverenziali, i suoi occhi là dove anche Dante avrà il privilegio di guardare per un infinitesimo istante.

L’intercessione di Maria e l’inizio della visione

Maria ha accolto benevolmente la preghiera di San Bernardo ed intercede per il poeta volgendo lo sguardo a Dio (vv. 40-45). Dante, colmo di ardore di conoscenza e di inesprimibile felicità, volge lo sguardo verso l’alto cercando di vedere, scorgere e penetrare la luce divina.

Li occhi da Dio diletti e venerati, fissi ne l’orator, ne dimostraro quanto i devoti prieghi le son grati; indi a l’etterno lume s’addrizzaro, nel qual non si dee creder che s’invii per creatura l’occhio tanto chiaro.

L’intercessione della Vergine non viene manifestata con un gesto tangibile, neppure un cenno o un sorriso come farà invece Bernardo per esortare Dante alla visione, poiché la Regina del Cielo si limita a tenere il suo sguardo fisso in quello dell’oratore e poi a spingerlo nella luce di Dio.

Dante si avvicina al compimento di tutti i suoi desideri, cosicché consuma in sé tutto il proprio ardore, mentre Bernardo con un cenno e un sorriso lo esorta a guardare in alto.

E io ch’al fine di tutt’i disii appropinquava, sì com’io dovea, l’ardor del desiderio in me finii. Bernardo m’accennava, e sorridea, perch’io guardassi suso; ma io era già per me stesso tal qual ei volea.

La vista di Dante, diventando via via più chiara, si inoltra nella luce divina e da quel momento in poi la visione del poeta è tale che il linguaggio è insufficiente a esprimerla, così come anche la memoria non è in grado di ricordarla pienamente.

La visione e il limite della parola

Il poeta si sforza qui di ricordare e riprodurre le ineffabili sensazioni e l'indicibile mistero cui ha avuto accesso: si passa dalla percezione dell'unità dell'Universo in Dio (vv. 76-108), alla spiegazione del dogma della Trinità (vv. 109-126) fino al mistero dell'Incarnazione (vv. 127-138).

Dante è simile a colui che sogna e, al risveglio, non ricorda nulla pur conservando nell'animo una forte impressione, in quanto egli ha dimenticato quasi tutta la sua visione e conserva in cuore la dolcezza infinita che essa gli provocò.

Qual è colüi che sognando vede, che dopo ’l sogno la passione impressa rimane, e l’altro a la mente non riede, cotal son io, ché quasi tutta cessa mia visïone, e ancor mi distilla nel core il dolce che nacque da essa.

La neve si scioglie al sole in modo simile e così le foglie con su scritto il responso della Sibilla si disperdevano al vento.

Così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi si perdea la sentenza di Sibilla.

Per rappresentare la sproporzione tra l’altezza delle cose vedute e l’angustia dei suoi limiti umani Dante ricorre a più di una similitudine tratta dall’ambito domestico o mitologico: paragona se stesso a colui che si sveglia dopo aver sognato e non ricorda nulla, ma conserva la forte impressione che il sogno gli ha lasciato nell’animo.

Ricorda la neve che al sol si disigilla, ovvero si scioglie non conservando le orme impresse su di essa, così come i ricordi svaniscono dalla sua memoria; cita i responsi della Sibilla Cumana, che venivano scritti su foglie disperse dal vento e diventavano così incomprensibili.

L’invocazione alla somma luce

Dante invoca la luce di Dio affinché essa gli consenta di ricordare in minima parte come essa gli si mostrò al momento della visione, e renda il suo linguaggio tale da poter lasciare ai posteri almeno una scintilla della Sua gloria, cosicché le parole del poeta possano esprimere la vittoria divina.

O somma luce che tanto ti levi da’ concetti mortali, a la mia mente ripresta un poco di quel che parevi, e fa la lingua mia tanto possente, ch’una favilla sol de la tua gloria possa lasciare a la futura gente.

L'invocazione suprema alla somma luce di Dio affinché consenta a Dante di esprimere una minima parte di ciò che ha visto (il che, a sua volta, è quasi nulla rispetto all'essenza divina) si affianca a quella di san Bernardo a Maria, sottolineando il carattere assolutamente eccezionale e irripetibile del privilegio che qui a Dante è concesso.

Dante figge dunque lo sguardo nella mente di Dio e resterebbe smarrito se ne distogliesse gli occhi: il poeta acquista coraggio per sostenere quella straordinaria visione e addentra così il suo sguardo nell'infinito, spingendo la vista alle sue possibilità estreme.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, se li occhi miei da lui fossero aversi. E’ mi ricorda ch’io fui più ardito per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi l’aspetto mio col valore infinito.

La visione dell’unità dell’universo

Dante vede nella mente divina tutto l’Universo legato in un volume, sostanze, accidenti e i loro rapporti uniti insieme; scorge l’essenza divina che unifica in un tutto armonico le cose create, e parlando di questo ancora oggi sente accrescere in sé la gioia.

Nel suo profondo vidi che s'interna, legato con amore in un volume, ciò che per l'universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

Il poeta riconosce nella mente divina l’unità profonda di ciò che nell’universo appare molteplice e disperso. La metafora del volume contrapposta a quella dell’universo che si «squaderna» esprime la ricomposizione di ogni realtà nella sapienza e nell’amore divini.

L’attimo della visione è stato ormai da lui dimenticato, più di quanto l’impresa della nave Argo (la prima a solcare il mare e a fare stupire il dio Nettuno) sia stata dimenticata in oltre venticinque secoli.

Un punto solo m’è maggior letargo che venticinque secoli a la ’mpresa che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Dante continua a tenere lo sguardo fisso nella luce divina, essendo impossibile volgere gli occhi altrove, poiché tutto il bene possibile è racchiuso in essa e ciò che lì è perfetto al di fuori è difettivo.

A quella luce cotal si diventa, che volgersi da lei per altro aspetto è impossibil che mai si consenta; però che ’l ben, ch’è del volere obietto, tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Il mistero della Trinità

La viva luce che Dante osserva è sempre uguale a se stessa, tuttavia è Dante a cambiare dentro di sé man mano che la sua vista si accresce, quindi quella visione muta al mutare del suo atteggiamento interiore.

All'interno di essa crede di vedere tre cerchi, delle stesse dimensioni e di colori diversi (la Trinità), e mentre il secondo (il Figlio) sembra il riflesso del primo (il Padre), come un arcobaleno che ne crea un altro, il terzo (lo Spirito Santo) è come una fiamma che spira ugualmente dai primi due.

Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza; e l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso, e ’l terzo parea foco che quinci e quindi igualmente si spiri.

Il linguaggio di Dante è del tutto insufficiente a esprimere la propria visione, e questa, in rapporto all'essenza della Trinità, è davvero un nulla: egli ha visto la luce eterna che trova fondamento in se stessa, si comprende da sé e, compresa da se stessa, arde d'amore.

O luce etterna che sola in te sidi, sola t’intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi!

Il mistero dell’Incarnazione

Dante si sofferma ad osservare il secondo cerchio (il Figlio), che sembra il riflesso del primo, e gli pare di vedere al suo interno l'immagine umana, dello stesso colore del cerchio e, tuttavia, perfettamente visibile.

Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige: per che ’l mio viso in lei tutto era messo.

Il poeta è simile allo studioso di geometria, che cerca in ogni modo di risolver il problema della quadratura del cerchio e non vi riesce perché gli manca un elemento fondamentale: anche lui cerca di capire quale sia il rapporto tra l'immagine e il cerchio, benché le sue sole forze siano insufficienti.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio, e non ritrova, pensando, quel principio ond’ elli indige, tal era io a quella vista nova: veder voleva come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova; ma non eran da ciò le proprie penne.

Il mistero dell’Incarnazione consiste nell’unione dell’umano e del divino, che Dante vede rappresentata nell’immagine umana inscritta nel secondo cerchio della Trinità. La ragione umana può avvicinarsi al mistero, ma non può penetrarlo con le proprie forze.

La folgorazione e l’appagamento finale

Dante riconosce la propria incapacità a comprendere il mistero dell'Incarnazione dell'umano nel divino, fino a quando la sua mente viene colpita da un alto fulgore che, in una sorta di rapimento mistico, appaga il suo desiderio.

Ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ’l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle.

I versi finali del canto (vv. 139-145) sono dedicati all'istante in cui Dante raggiunge il massimo appagamento attraverso un'improvvisa folgorazione, che, grazie all’intercessione della grazia divina, gli permette comprendere la verità e di penetrare completamente la luce divina.

Alla sua immaginazione ora mancano le forze, tuttavia l’amore divino ha ormai placato la sua volontà di conoscere, muovendola come una ruota che si muove in modo regolare e uniforme.

L’ultimo verso della Commedia, «l’amor che move il sole e l’altre stelle», ricondensa il principio che ordina l’intero universo e conclude il percorso di Dante con l’unione di desiderio, conoscenza, grazia e amore.

Interpretazione complessiva

L'ultimo Canto del Paradiso e del poema appare diviso nettamente in due parti, corrispondenti alla preghiera che san Bernardo rivolge alla Vergine perché questa interceda presso Dio e consenta a Dante la visione finale della Sua essenza (vv. 1-39) e alla descrizione della visione stessa (vv. 40-145).

Nonostante si concluda con la «folgorazione» mistica che permette a Dante l'appagamento di tutti i suoi desideri, la seconda parte conserva innegabilmente un carattere intellettuale e razionale.

La santa orazione che il doctor mellifluus Bernardo rivolge a Maria è considerata un piccolo capolavoro retorico, che (diversamente dal Pater noster parafrasato e ampliato all'inizio del Canto XI del Purgatorio) presenta caratteri di originalità rispetto all'Ave, Maria cui pure si ispira.

A una prima parte di lode ed elogio della Vergine segue infatti la preghiera vera e propria, in cui il santo si rivolge a Maria come a colei che concede sempre la sua grazia a chi gliela chiede, supplicandola non solo di permettere a Dante di spingere lo sguardo nella mente divina, ma anche di conservare sani li affetti suoi dopo una visione così superiore alla sua natura di mortale.

La prima parte della preghiera assume dunque i toni, retoricamente elevati, di una captatio benevolentiae in cui Bernardo sottolinea l’altezza e al contempo l’umiltà di Maria, figlia del proprio figlio, scelta da Dio per l’altissimo compito di mettere al mondo Cristo per sancire la pace tra Cielo e Terra.

Di Maria è ribadito il fatto che essa è gratia plena, in grado di soddisfare ogni giusta richiesta che provenga da un cuore onesto, dunque i tratti che la caratterizzano sono la misericordia, la pietà, la magnificenza (da intendere forse come sinonimo di «liberalità» cortese) e la bontate.

Tutti i beati si uniscono alla implorazione di Bernardo unendo le mani in preghiera, inclusa Beatrice la cui rapida menzione è l’ultima della Commedia dopo il saluto del Canto XXXI, per cui si può affermare che tutti gli sguardi dell’Empireo sono rivolti a Dante in procinto di fissare il suo nella mente di Dio.

L’intercessione crea un’atmosfera di tensione narrativa e di attesa che, in un certo senso, verrà protratta per tutto il Canto e si scioglierà solo nei versi finali, con la suprema intuizione elargita a Dante dall’Altissimo.

Infatti proprio questo è l’elemento centrale della seconda parte del Canto, in cui da un lato c’è il tentativo quasi vano da parte di Dante di richiamare alla memoria ciò che ha visto e che eccede totalmente le capacità del suo intelletto, dall’altro il tentativo altrettanto arduo di tradurre in parole umane, coi poveri mezzi della sua arte poetica, la profondità della visione.

La poesia dell’inesprimibile giunge qui al suo punto più alto e stilisticamente impegnato. La rappresentazione del Paradiso è divenuta più astratta e immateriale man mano che si procedeva nell’ascesa, quindi la stessa astrazione quasi «matematica» non poteva non caratterizzare anche la visione di Dio.

Per la quale Dante, e in ciò è la novità assoluta del suo poema, rinuncia in modo programmatico a ogni elemento iconografico, come del resto si era già visto nella descrizione della rosa, degli angeli e di Maria.

Canto XXXIII Paradiso: analisi e spiegazione | Divina Commedia

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