Il Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2010 propone una riflessione sulla giustizia a partire dall’affermazione di san Paolo: “La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo” (cfr. Romani 3, 21-22). La Quaresima diventa così un tempo di sincera revisione della vita alla luce del Vangelo e un cammino di conversione verso la Pasqua.
Secondo Benedetto XVI, la giustizia non consiste soltanto nel “dare a ciascuno il suo”, perché ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per vivere in pienezza, l’essere umano ha bisogno dell’amore che solo Dio può comunicargli; per questo la giustizia cristiana nasce dalla grazia, si compie nella fede in Cristo e diventa amore concreto verso il prossimo.
Il tema del Messaggio per la Quaresima 2010
Ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: “La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo” (cfr. Romani 3, 21-22).
La Quaresima è un tempo privilegiato di preparazione alla Pasqua e di rinnovamento interiore. La sua meta non è una semplice correzione esteriore dei comportamenti, ma un ritorno a Dio attraverso la conversione del cuore, l’ascolto della Parola, la preghiera e la partecipazione ai sacramenti.
Che cosa significa “giustizia”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare cuique suum”, dare a ciascuno il suo, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno.
La giustizia, intesa in senso umano, richiama l’equità, il rispetto dei diritti e la distribuzione corretta dei beni e delle responsabilità. Tuttavia, la prospettiva cristiana sostiene che l’uomo possiede bisogni più profondi di quelli che possono essere soddisfatti da una legge, da un sistema economico o da una distribuzione materiale.
Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza.
Sono certamente utili e necessari i beni materiali - del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto.
Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).
| Dimensione della giustizia | Significato |
|---|---|
| Giustizia umana | “Dare cuique suum”, dare a ciascuno il suo |
| Giustizia distributiva | Garantire beni materiali e condizioni necessarie alla vita |
| Giustizia cristiana | Accogliere gratuitamente l’amore di Dio e viverlo verso il prossimo |
I beni materiali e il bisogno di Dio
La riflessione di Benedetto XVI non contrappone i bisogni spirituali a quelli materiali. La fame, la mancanza d’acqua, l’assenza di medicine e la povertà sono realtà che richiedono una risposta concreta. Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati e di sfamare le folle che lo seguivano.
La giustizia materiale, però, non esaurisce la dignità della persona. L’uomo non è soltanto un essere che deve ricevere cibo, salute, istruzione o sicurezza: è una creatura aperta alla verità, alla relazione, alla libertà e a Dio.
Da questa prospettiva, la lotta contro la povertà non può essere separata dalla promozione integrale della persona. La cura delle necessità materiali deve accompagnarsi al rispetto della libertà, della coscienza, della dignità e della vocazione spirituale di ogni essere umano.
Il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.
Da dove viene l’ingiustizia
L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Marco 7, 14-15.20-21).
Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione.
Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male.
Il male può certamente essere favorito da strutture ingiuste, rapporti di potere, disuguaglianze e condizioni sociali. Tuttavia, anche le strutture esterne sono il risultato di decisioni, desideri e comportamenti umani. Per questo la trasformazione della società deve essere accompagnata dalla conversione delle persone.
Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Salmo 51, 7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro.
Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale.
Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr. Genesi 3, 1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza.
L’illusione dell’autosufficienza
La radice dell’ingiustizia viene individuata nell’illusione dell’autosufficienza. L’uomo, invece di riconoscersi come creatura che riceve la vita e i beni fondamentali, pretende di bastare a se stesso e tende a possedere, controllare e dominare.
Questa chiusura altera il rapporto con Dio e con gli altri. Quando l’uomo smette di vivere nella fiducia, la relazione si trasforma in sospetto; quando smette di ricevere, cerca di afferrare; quando non riconosce più il dono, considera tutto come proprietà esclusiva.
La competizione prende il posto della comunione e l’affermazione di sé si costruisce spesso sopra o contro gli altri. In questo modo l’ingiustizia non è soltanto un problema di distribuzione esterna, ma riflette una disordinata disposizione del cuore.
Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?
La giustizia nella tradizione biblica: la sedaqah
Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Salmo 113, 7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, “sedaqah”, ben lo esprime.
“Sedaqah” infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr. Esodo 20, 12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr. Deuteronomio 10, 18-19).
La giustizia biblica non separa il rapporto con Dio dal rapporto con il prossimo. La fedeltà a Dio si manifesta nella protezione dei deboli, nell’accoglienza dello straniero, nel rispetto del povero e nella difesa di chi è privo di sostegno.
Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo.
Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha “ascoltato il lamento” del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr. Esodo 3, 8).
Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr. Siracide 4, 4-5.8-9), il forestiero (cfr. Esodo 22, 20), lo schiavo (cfr. Deuteronomio 15,12-18).
| Destinatari della giustizia biblica | Atteggiamento richiesto |
|---|---|
| Il povero | Ascolto, sostegno e condivisione |
| Il forestiero | Accoglienza e rispetto |
| L’orfano | Protezione e cura |
| La vedova | Difesa e solidarietà |
| Lo schiavo | Riconoscimento della dignità e liberazione |
Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare.
C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?
Cristo, giustizia di Dio
L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3, 21-25).
La giustizia di Dio non è semplicemente una forma più alta di giustizia distributiva. È l’azione con cui Dio ristabilisce l’uomo nella relazione con Lui, liberandolo dal peccato e restituendogli la possibilità di vivere nella comunione.
Quale è dunque la giustizia di Cristo? È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri.
Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr. Galati 3, 13-14).
La salvezza cristiana nasce quindi da un dono gratuito. L’uomo non si giustifica da solo e non può guarire autonomamente la frattura che il peccato ha introdotto nel rapporto con Dio, con gli altri e con se stesso.
Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”?
In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante.
La giustizia divina non si limita a ristabilire un equilibrio tra colpa e pena. Essa è una giustizia che salva, guarisce e trasforma, perché nasce dall’amore con cui Dio prende su di sé la condizione dell’uomo peccatore.
La Croce e la libertà dell’uomo
Di fronte alla giustizia della croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso.
La Croce smaschera l’idea di un uomo autosufficiente e mostra che la libertà non consiste nel bastare a se stessi. La persona diventa pienamente se stessa quando accetta di ricevere, di essere amata e di vivere in relazione con Dio e con gli altri.
Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza: indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”.
L’uomo non riceve da Dio soltanto una soluzione esterna ai suoi problemi, ma viene introdotto in un rapporto nuovo. Il perdono e l’amicizia di Dio rendono possibile una libertà diversa, capace di uscire dalla chiusura egoistica e di aprirsi al dono.
La fede e i sacramenti
Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. Nel sacramento della penitenza l’uomo riconosce il peccato, accoglie il perdono e ritorna alla comunione con Dio.
Nell’Eucaristia, invece, il credente riceve il dono di Cristo e viene conformato al suo amore. La vita cristiana non nasce soltanto da uno sforzo morale, ma dall’accoglienza della grazia che rende possibile un nuovo modo di vivere.
È errato non bilanciare le due grandi virtù della fede e della carità: “è limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista.”
La fede non può ridursi a una convinzione privata e la carità non può trasformarsi in semplice attivismo. La fede autentica diventa operante nell’amore, mentre l’amore cristiano riceve dalla fede la sua origine, il suo orientamento e la sua forza.
È importante infatti ricordare come il nostro intimo rapporto con Dio vada alimentato quotidianamente, perché è da questo che può scaturire una sincera ed operativa carità verso il prossimo che si manifesta in primis con l’evangelizzazione.
“E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8)”.
Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr. Romani 13, 8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Dalla giustificazione alla società giusta
La grazia ricevuta non conduce a una passività disinteressata verso il mondo. Al contrario, chi è stato raggiunto dall’amore di Dio viene spinto a contribuire alla costruzione di rapporti più giusti.
Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
La fede cristiana non sostituisce l’impegno sociale e non elimina la responsabilità personale. Essa offre però una motivazione più profonda per difendere la dignità umana, condividere i beni, combattere l’indifferenza e promuovere il bene comune.
Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo.
Con la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve del potere economico e finanziario di promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo.
Un’importante verifica di questo sforzo sarà l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato dalla carità.
In questo sforzo si iscrive pure l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli autentici valori religiosi svolgono nella vita dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali.
Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa.
La Quaresima come tempo di conversione
La Quaresima è tempo propizio per imparare a sostare con Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, accanto a Colui che sulla Croce consuma per l’intera umanità il sacrificio della sua vita (cfr Gv 19,25).
Con più viva partecipazione volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio.
La Quaresima è un cammino, è accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione; ci ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire.
Gesù, infatti, ci dice: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23).
Ci dice, cioè, che per giungere con Lui alla luce e alla gioia della risurrezione, alla vittoria della vita, dell’amore, del bene, anche noi dobbiamo prendere la croce di ogni giorno, come ci esorta una bella pagina dell’Imitazione di Cristo: “Prendi, dunque, la tua croce e segui Gesù; così entrerai nella vita eterna.
Ti ha preceduto lui stesso, portando la sua croce (Gv 19,17) ed è morto per te, affinché anche tu portassi la tua croce e desiderassi di essere anche tu crocifisso. Infatti, se sarai morto con lui, con lui e come lui vivrai. Se gli sarai stato compagno nella sofferenza, gli sarai compagno anche nella gloria” (L. 2, c. 12, n. 2).
La liturgia e il cammino verso la Pasqua
Nella Santa Messa della Prima Domenica di Quaresima pregheremo: “O Dio nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi ai tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita” (Colletta).
E’ un’invocazione che rivolgiamo a Dio perché sappiamo che solo Lui può convertire il nostro cuore. Ed è soprattutto nella Liturgia, nella partecipazione ai santi misteri, che noi siamo condotti a percorrere questo cammino con il Signore.
È un metterci alla scuola di Gesù, ripercorrere gli eventi che ci hanno portato la salvezza, ma non come una semplice commemorazione, un ricordo di fatti passati. Nelle azioni liturgiche, Cristo si rende presente attraverso l’opera dello Spirito Santo, quegli avvenimenti salvifici diventano attuali.
C’è una parola-chiave che ricorre spesso nella Liturgia per indicare questo: la parola “oggi”; ed essa va intesa in senso originario e concreto, non metaforico.
- Oggi Dio rivela la sua legge e a noi è dato di scegliere oggi tra il bene e il male, tra la vita e la morte (cfr Dt 30,19).
- Oggi “il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
- Oggi il Cristo è morto sul Calvario ed è risuscitato dai morti.
- Oggi è salito al cielo e siede alla destra del Padre.
- Oggi ci è dato lo Spirito Santo.
- Oggi è tempo favorevole.
Partecipare alla Liturgia significa allora immergere la propria vita nel mistero di Cristo, nella sua permanente presenza, percorrere un cammino in cui entriamo nella sua morte e risurrezione per avere la vita.
Il legame tra Quaresima e Battesimo
Nelle domeniche di Quaresima, in modo del tutto particolare in quest’anno liturgico del ciclo A, siamo introdotti a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, per ravvivare in noi questo dono e per far in modo che la nostra vita recuperi le esigenze e gli impegni di questo Sacramento, che è alla base della nostra vita cristiana.
Nel Messaggio che ho inviato per questa Quaresima, ho voluto richiamare il nesso particolare che lega il Tempo quaresimale al Battesimo. Da sempre la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo, passo per passo.
In esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11).
Le Letture che ascolteremo nelle prossime domeniche e alle quali vi invito a prestare speciale attenzione, sono riprese proprio dalla tradizione antica, che accompagnava il catecumeno nella scoperta del Battesimo: sono il grande annuncio di ciò che Dio opera in questo Sacramento, una stupenda catechesi battesimale rivolta a ciascuno di noi.
La Prima Domenica: la tentazione nel deserto
La Prima Domenica, chiamata Domenica della tentazione, perché presenta le tentazioni di Gesù nel deserto, ci invita a rinnovare la nostra decisione definitiva per Dio e ad affrontare con coraggio la lotta che ci attende per rimanergli fedeli.
Sempre c'è di nuovo questa necessità di decisione, di resistere al male, di seguire Gesù. In questa Domenica la Chiesa, dopo aver udito la testimonianza dei padrini e dei catechisti, celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali.
La Seconda Domenica: Abramo e la Trasfigurazione
La Seconda Domenica è detta di Abramo e della Trasfigurazione. Il Battesimo è il sacramento della fede e della figliolanza divina.
Come Abramo, padre dei credenti, anche noi siamo invitati a partire, ad uscire dalla nostra terra, a lasciare le sicurezze che ci siamo costruite, per riporre la nostra fiducia in Dio; la meta si intravede nella trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato, nel quale anche noi diventiamo “figli di Dio”.
La Terza Domenica: la Samaritana e l’acqua viva
Nelle Domeniche successive viene presentato il Battesimo nelle immagini dell’acqua, della luce e della vita. La Terza Domenica ci fa incontrare la Samaritana (cfr Gv 4,5-42).
Come Israele nell’Esodo, anche noi nel Battesimo abbiamo ricevuto l’acqua che salva; Gesù, come dice alla Samaritana, ha un’acqua di vita, che estingue ogni sete; e quest’acqua è il suo stesso Spirito.
La Chiesa in questa Domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo.
La Quarta Domenica: il cieco nato e la luce
La Quarta Domenica ci fa riflettere sull’esperienza del “Cieco nato” (cfr Gv 9,1-41). Nel Battesimo veniamo liberati dalle tenebre del male e riceviamo la luce di Cristo per vivere da figli della luce.
Anche noi dobbiamo imparare a vedere la presenza di Dio nel volto di Cristo e così la luce. Nel cammino dei catecumeni si celebra il secondo scrutinio.
La Quinta Domenica: Lazzaro e la vita nuova
Infine, la Quinta Domenica ci presenta la risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45). Nel Battesimo noi siamo passati dalla morte alla vita e siamo resi capaci di piacere a Dio, di far morire l’uomo vecchio per vivere dello Spirito del Risorto.
Per i catecumeni, si celebra il terzo scrutinio e durante la settimana viene consegnata loro l’orazione del Signore: il Padre nostro.
| Domenica di Quaresima | Immagine biblica | Significato battesimale |
|---|---|---|
| Prima | La tentazione di Gesù | Decisione per Dio e resistenza al male |
| Seconda | Abramo e la Trasfigurazione | Fede e figliolanza divina |
| Terza | La Samaritana | Acqua viva e dono dello Spirito |
| Quarta | Il cieco nato | Liberazione dalle tenebre e luce di Cristo |
| Quinta | La risurrezione di Lazzaro | Passaggio dalla morte alla vita |
Le pratiche quaresimali
Questo itinerario della Quaresima che siamo invitati a percorrere nella Quaresima è caratterizzato, nella tradizione della Chiesa, da alcune pratiche: il digiuno, l’elemosina e la preghiera.
Queste pratiche non sono gesti isolati né semplici consuetudini esteriori. Esse esprimono un unico movimento di conversione: liberarsi da ciò che chiude il cuore, riconoscere il bisogno di Dio e diventare disponibili verso il prossimo.
Il digiuno
Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Tutto questo però non è ancora la realtà piena del digiuno: è il segno esterno di una realtà interiore, del nostro impegno, con l’aiuto di Dio, di astenerci dal male e di vivere del Vangelo.
Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio. Il digiuno cristiano non si riduce alla rinuncia alimentare, ma mira a rendere il credente più libero, più vigilante e più capace di ascoltare Dio.
Il digiuno, nella tradizione cristiana, è legato poi strettamente all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: “Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati.
A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di ‘misericordia’ abbraccia molte opere buone. Immenso è il campo delle opere di misericordia.
Non solo i ricchi e i facoltosi possono beneficare gli altri con l’elemosina, ma anche quelli di condizione modesta e povera. Così, disuguali nei beni di fortuna, tutti possono essere pari nei sentimenti di pietà dell’anima” (Discorso 6 sulla Quaresima, 2: PL 54, 286).
San Gregorio Magno ricordava, nella sua Regola Pastorale, che il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità, che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una nostra privazione (cfr 19,10-11).
L’elemosina
Ogni anno, la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli.
Nel tempo quaresimale la Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina.
Quest’anno, nel consueto Messaggio quaresimale, desidero soffermarmi a riflettere sulla pratica dell’elemosina, che rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni.
Quanto sia forte la suggestione delle ricchezze materiali, e quanto netta debba essere la nostra decisione di non idolatrarle, lo afferma Gesù in maniera perentoria: “Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13).
L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo.
Secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.
Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, i beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il principio della loro destinazione universale (cfr n. 2404).
Nel Vangelo è chiaro il monito di Gesù verso chi possiede e utilizza solo per sé le ricchezze terrene. Di fronte alle moltitudini che, carenti di tutto, patiscono la fame, acquistano il tono di un forte rimprovero le parole di san Giovanni: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17).
Con maggiore eloquenza risuona il richiamo alla condivisione nei Paesi la cui popolazione è composta in maggioranza da cristiani, essendo ancor più grave la loro responsabilità di fronte alle moltitudini che soffrono nell’indigenza e nell’abbandono. Soccorrerle è un dovere di giustizia prima ancora che un atto di carità.
Il dono nascosto
Il Vangelo pone in luce una caratteristica tipica dell’elemosina cristiana: deve essere nascosta. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, dice Gesù, “perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,3-4).
E poco prima aveva detto che non ci si deve vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di essere privati della ricompensa celeste (cfr Mt 6,1-2). La preoccupazione del discepolo è che tutto vada a maggior gloria di Dio.
Gesù ammonisce: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).
Tutto deve essere dunque compiuto a gloria di Dio e non nostra. Questa consapevolezza accompagni, cari fratelli e sorelle, ogni gesto di aiuto al prossimo evitando che si trasformi in un mezzo per porre in evidenza noi stessi.
Se nel compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto ad un ritorno di interesse personale o semplicemente di plauso, ci poniamo fuori dell’ottica evangelica.
Nella moderna società dell’immagine occorre vigilare attentamente, poiché questa tentazione è ricorrente. L’elemosina evangelica non è semplice filantropia: è piuttosto un’espressione concreta della carità, virtù teologale che esige l’interiore conversione all’amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi.
Come non ringraziare Dio per le tante persone che nel silenzio, lontano dai riflettori della società mediatica, compiono con questo spirito azioni generose di sostegno al prossimo in difficoltà?
A ben poco serve donare i propri beni agli altri, se per questo il cuore si gonfia di vanagloria: ecco perché non cerca un riconoscimento umano per le opere di misericordia che compie chi sa che Dio “vede nel segreto” e nel segreto ricompenserà.
La gioia del donare
Invitandoci a considerare l’elemosina con uno sguardo più profondo, che trascenda la dimensione puramente materiale, la Scrittura ci insegna che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35).
Quando agiamo con amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i fratelli (cfr 2 Cor 5,15).
Ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia.
Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia. E c’è di più: san Pietro cita tra i frutti spirituali dell’elemosina il perdono dei peccati.
“La carità - egli scrive - copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Come spesso ripete la liturgia quaresimale, Iddio offre a noi peccatori la possibilità di essere perdonati.
Il fatto di condividere con i poveri ciò che possediamo ci dispone a ricevere tale dono. Penso, in questo momento, a quanti avvertono il peso del male compiuto e, proprio per questo, si sentono lontani da Dio, timorosi e quasi incapaci di ricorrere a Lui.
L’elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i fratelli.
La vedova e il dono totale
L’elemosina educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: “Non contate mai le monete che date, perché io dico sempre così: se nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima” (Detti e pensieri, Edilibri, n. 201).
Al riguardo, è quanto mai significativo l’episodio evangelico della vedova che, nella sua miseria, getta nel tesoro del tempio “tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44).
La sua piccola e insignificante moneta diviene un simbolo eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo, non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa.
Questo episodio commovente si trova inserito nella descrizione dei giorni che precedono immediatamente la passione e morte di Gesù, il quale, come nota san Paolo, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9); ha dato tutto se stesso per noi.
La Quaresima, anche attraverso la pratica dell’elemosina ci spinge a seguire il suo esempio. Alla sua scuola possiamo imparare a fare della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò che possediamo, bensì noi stessi.
L’intero Vangelo non si riassume forse nell’unico comandamento della carità? La pratica quaresimale dell’elemosina diviene pertanto un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana.
Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore all’elemosina è dunque l’amore, che ispira forme diverse di dono, secondo le possibilità e le condizioni di ciascuno.
L’elemosina e la testimonianza di Cristo
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima ci invita ad “allenarci” spiritualmente, anche mediante la pratica dell’elemosina, per crescere nella carità e riconoscere nei poveri Cristo stesso.
Negli Atti degli Apostoli si racconta che l’apostolo Pietro allo storpio che chiedeva l’elemosina alla porta del tempio disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6).
Con l’elemosina regaliamo qualcosa di materiale, segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c’è la vita vera.
Questo periodo sia pertanto caratterizzato da uno sforzo personale e comunitario di adesione a Cristo per essere testimoni del suo amore.
La preghiera
La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono “le due ali della preghiera”, che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio.
Egli afferma: “In tal modo la nostra preghiera, fatta in umiltà e carità, nel digiuno e nell’elemosina, nella temperanza e nel perdono delle offese, dando cose buone e non restituendo quelle cattive, allontanandosi dal male e facendo il bene, cerca la pace e la consegue.
Con le ali di queste virtù la nostra preghiera vola sicura e più facilmente viene portata fino al cielo, dove Cristo nostra pace ci ha preceduto” (Sermone 206, 3 sulla Quaresima: PL 38,1042).
La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono quindi inseparabili. La preghiera orienta il cuore verso Dio, il digiuno libera dall’attaccamento e l’elemosina apre alla condivisione.
La Chiesa sa che, per la nostra debolezza, è faticoso fare silenzio per mettersi davanti a Dio, e prendere consapevolezza della nostra condizione di creature che dipendono da Lui e di peccatori bisognosi del suo amore.
Per questo, in Quaresima, invita ad una preghiera più fedele ed intensa e ad una prolungata meditazione sulla Parola di Dio.
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso.
Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Omelia 6 sulla Preghiera: PG 64,466).
Il significato della cenere e del Mercoledì delle Ceneri
Oggi, segnati dall’austero simbolo delle Ceneri, entriamo nel Tempo di Quaresima, iniziando un itinerario spirituale che ci prepara a celebrare degnamente i misteri pasquali.
La cenere benedetta imposta sul nostro capo è un segno che ci ricorda la nostra condizione di creature, ci invita alla penitenza e ad intensificare l’impegno di conversione per seguire sempre di più il Signore.
Il segno della cenere richiama la fragilità della vita umana e la necessità di riconoscere la propria dipendenza da Dio. Non è un gesto di disperazione, ma un invito a rientrare nella verità della propria condizione e ad affidarsi alla misericordia divina.
Il Mercoledì delle Ceneri apre il percorso quaresimale con un gesto pubblico di umiltà. La persona riconosce di non essere autosufficiente e accetta di lasciarsi condurre da Cristo verso la Pasqua.
La Quaresima nella predicazione di Benedetto XVI
La priorità di Benedetto XVI è rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio. In Ratzinger è manifesta la volontà di concentrare la sua missione di papa nella predicazione orale e scritta.
Una predicazione di grande vigore dottrinale, mirata a consolidare i fondamenti della dottrina e a “confermare” nella fede una Chiesa ampiamente tentata da visioni spiritualizzate e riduttive sia di Dio che di Gesù e dei dogmi cristiani.
La Quaresima 2010 si colloca in questa prospettiva: non è soltanto un periodo dedicato a pratiche ascetiche, ma un tempo per riscoprire il centro della fede cristiana, cioè l’incontro con Cristo, la grazia della giustificazione e la trasformazione della vita attraverso l’amore.
All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.
Con queste parole il Santo Padre dice chiaramente cosa il cristianesimo non è. Non è infatti un’ideologia e non è neanche una morale. È qualcos’altro.
Il nostro credo viene da un fatto storico, dunque da un Avvenimento; la Persona Gesù infatti è nata a Betlemme, cresciuta a Nazaret, morta e risorta a Gerusalemme.
È proprio il messaggio di Cristo che accolto liberamente dà alla nostra esistenza un significato nuovo, un nuovo orizzonte e uno scopo nuovo, la direzione decisiva.
È necessario tuttavia, che la fede diventi operante nell’amore e che il cristiano, avendo conosciuto il modo straordinario in cui Dio lo ama, riversi sul suo prossimo tale amore.
E’ questo binomio tra fede ed amore che è alla base della nostra fede. E’ infatti per Amore che Gesù si è incarnato ed è morto per noi ed è ancora per amore che opera verso di noi con infinita misericordia.
Proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte.
Il desiderio del cuore e la ricerca di Dio
Ogni uomo intuisce che proprio nella realizzazione dei desideri più profondi del suo cuore può trovare la possibilità di realizzarsi, di compiersi, di diventare veramente se stesso.
L’uomo sa che non può rispondere da solo ai propri bisogni. Per quanto si illuda di essere autosufficiente, egli sperimenta che non può bastare a se stesso.
Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca. Deve, per così dire, uscire da se stesso verso ciò che sia in grado di colmare l’ampiezza del suo desiderio.
Come il titolo del Meeting sottolinea, non qualsiasi cosa è la meta ultima del cuore dell’uomo, ma solo le “cose grandi”. L’uomo è spesso tentato di fermarsi alle cose piccole, a quelle che danno una soddisfazione ed un piacere “a buon mercato”, a quelle che appagano per un momento, cose tanto facili da ottenere, quanto ultimamente illusorie.
Nel racconto evangelico delle tentazioni di Gesù (cfr. Mt 4, 1-4) il diavolo insinua che sia “il pane”, cioè la soddisfazione materiale, a poter appagare l’uomo.
Questa è una menzogna pericolosa, perché contiene solo una parte di verità. L’uomo, infatti, vive anche di pane, ma non di solo pane.
La risposta di Gesù svela la falsità ultima di questa posizione: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4).
Dio solo basta. Lui solo sazia la fame profonda dell’uomo. Chi ha trovato Dio, ha trovato tutto.
Le cose finite possono dare barlumi di soddisfazione o di gioia, ma solo l’infinito può riempire il cuore dell’uomo: “inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te - il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I, 1).
L’uomo, in fondo, ha bisogno di un’unica cosa che tutto contiene, ma prima deve imparare a riconoscere, anche attraverso i suoi desideri e i suoi aneliti superficiali, ciò di cui davvero necessita, ciò che veramente vuole, ciò che è in grado di soddisfare la capacità del proprio cuore.
La Samaritana e l’acqua viva
Dio è venuto nel mondo per risvegliare in noi la sete di “cose grandi”. Lo si vede bene in quella pagina evangelica, di inesauribile ricchezza, che narra dell’incontro di Gesù con la donna samaritana (cfr. Gv 4,5 - 42), di cui Sant’Agostino ci ha lasciato un commento luminoso.
La samaritana viveva l’insoddisfazione esistenziale di chi non ha ancora trovato ciò che cerca: aveva avuto “cinque mariti” ed in quel momento conviveva con un altro uomo.
Quella donna, come faceva abitualmente, era andata ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe e vi trovò Gesù, seduto, “stanco del viaggio”, nella calura del mezzogiorno.
Dopo averle chiesto da bere, è Gesù stesso che le offre dell’acqua, e non una qualsiasi, ma “un’acqua viva”, capace di estinguere la sua sete.
E così egli si faceva spazio “a poco a poco... nel cuore di lei” (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, XV, 12), facendo emergere il desiderio di qualcosa di più profondo della semplice necessità di soddisfare la sete materiale.
Sant’Agostino commenta: “Colui che domandava da bere, aveva sete del desiderio di quella donna” (Ibid. XV, 11).
Dio ha sete della nostra sete di Lui. Lo Spirito Santo, simboleggiato dall’“acqua viva” di cui parlava Gesù, è proprio quel potere vitale che placa la sete più profonda dell’uomo e gli dona la vita totale, quella vita che egli cerca e attende senza conoscerla.
La samaritana lasciò allora a terra la brocca “che ormai non le serviva più, anzi era diventata un peso: era avida ormai di dissetarsi solo di quell’acqua” (Ibid. XV,30).
L’immagine della brocca abbandonata esprime il passaggio da una ricerca frammentaria a un desiderio più profondo. La persona non elimina la realtà materiale, ma smette di considerarla capace di offrire da sola la pienezza dell’esistenza.
Il cuore che arde e la preghiera
Anche i discepoli di Emmaus vivono di fronte a Gesù la stessa esperienza. È ancora il Signore che fa “ardere il loro cuore” ai due mentre camminavano “col volto triste” (cfr. Lc 24, 13-35).
Pur senza riconoscere Gesù risorto, durante il tragitto compiuto insieme a lui, essi si sentivano il cuore “ardere nel petto”, riprendere vita, tanto che, arrivati a casa, “insistettero” affinché egli restasse con loro.
“Resta con noi, Signore”: è l’espressione del desiderio che palpita nel cuore di ogni essere umano.
Questo desiderio di “cose grandi” deve trasformarsi in preghiera. I Padri sostenevano che pregare non è altro che cambiarsi in desiderio struggente del Signore.
In un bellissimo testo Sant’Agostino definisce la preghiera come espressione del desiderio e afferma che Dio risponde allargando verso di Lui il nostro cuore: “Dio... suscitando in noi il desiderio, estende il nostro animo; ed estendendo il nostro animo, lo rende capace di accoglierlo” (Commento alla Prima Lettera di Giovanni, IV, 6).
Da parte nostra dobbiamo purificare i nostri desideri e le nostre speranze per poter accogliere la dolcezza di Dio. “Questa - continua Sant’Agostino - è la nostra vita: esercitarsi nel desiderio” (Ibid.).
Pregare davanti a Dio è un cammino, una scala: è un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri.
A Dio possiamo chiedere tutto. Tutto ciò che è buono. La bontà e la potenza di Dio non conoscono un limite tra cose grandi e piccole, tra cose materiali e spirituali, tra cose terrene e celesti.
Nel dialogo con Lui, portando tutta la nostra vita davanti al suoi occhi, impariamo a desiderare le cose buone, a desiderare, in fondo, Dio stesso.
Si narra che, in uno dei suoi momenti di preghiera, San Tommaso d’Aquino sentì il Signore Crocifisso dirgli: “Hai scritto bene di me Tommaso; che cosa desideri?”. “Nient’altro che Te”, fu la risposta del Santo dottore.
“Nient’altro che Te”. Imparare a pregare è imparare a desiderare e, così, imparare a vivere.
Il cammino spirituale della Quaresima 2010
La Quaresima 2010 può essere vissuta come un percorso articolato in diversi passaggi spirituali:
- riconoscere che la giustizia umana non esaurisce il bisogno dell’uomo;
- individuare nel cuore la radice dell’egoismo e dell’ingiustizia;
- uscire dall’illusione dell’autosufficienza;
- accogliere in Cristo la giustizia che viene dalla grazia;
- lasciarsi riconciliare con Dio nei sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia;
- vivere la fede attraverso la carità concreta;
- praticare il digiuno come liberazione dal male e dalle forme di disordine interiore;
- praticare l’elemosina come condivisione e dono di sé;
- intensificare la preghiera e l’ascolto della Parola;
- giungere alla Pasqua rinnovati nella vita battesimale.
Questo itinerario non separa la dimensione personale da quella sociale. La conversione del cuore conduce alla responsabilità verso il prossimo, mentre la giustizia nei rapporti umani trova la sua radice nella relazione con Dio.
Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare le folle e ciascuno di noi.
Esso restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva dell’eternità beata.
Già nella storia, dunque, il Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai mancare la testimonianza luminosa del suo amore.
Cari amici, in questo cammino quaresimale siamo attenti a cogliere l’invito di Cristo a seguirlo in modo più deciso e coerente, rinnovando la grazia e gli impegni del nostro Battesimo, per abbandonare l’uomo vecchio che è in noi e rivestirci di Cristo, per giungere rinnovati alla Pasqua e poter dire con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

La cenere benedetta imposta sul nostro capo è un segno che ci ricorda la nostra condizione di creature, ci invita alla penitenza e ad intensificare l’impegno di conversione per seguire sempre di più il Signore.
Benedetto XVI: in Quaresima ascoltare la parola di verità..rifiutare la menzogna che avvelena
La Quaresima culmina nel triduo pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza.
Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia.
Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti a condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito.
A Maria, “di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché ci conduca al suo Figlio.
Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’apostolica benedizione.