Missionari gesuiti in Brasile: evangelizzazione, difesa degli indigeni e nascita delle Riduzioni

I missionari gesuiti arrivarono in Brasile nel 1549, sotto la guida di Manuel da Nóbrega, con il proposito di convertire gli indigeni al cattolicesimo, fondare comunità cristiane e contribuire alla formazione culturale e politica della nuova colonia portoghese. Il loro metodo si distinse progressivamente dalla colonizzazione puramente predatoria: i gesuiti studiarono le lingue locali, difesero la libertà degli indios, fondarono collegi e cercarono di organizzare villaggi stabili sottratti allo sfruttamento dei coloni.

La loro attività si sviluppò sia lungo la costa brasiliana sia nelle regioni interne e meridionali collegate ai fiumi Paraná, Uruguay e Iguazú. In quest’area nacquero le Riduzioni dei Guaranì, comunità missionarie organizzate dai gesuiti tra il XVII e il XVIII secolo, nelle quali evangelizzazione, educazione, lavoro collettivo e difesa degli indigeni furono strettamente connessi.

Missioni gesuitiche nel Brasile coloniale

La Compagnia di Gesù e l’avvio delle missioni

Il primo nucleo della Compagnia di Gesù si forma nel 1534 a Parigi, dove Ignazio di Loyola con alcuni amici aspiranti alla vita religiosa formulano il loro impegno che li vede pronunciare oltre ai tre voti tradizionali (castità, povertà e ubbidienza) un quarto voto: quello di eseguire qualsiasi ordine del Papa. La congregazione viene riconosciuta da Papa Paolo III nel 1540 con la bolla Regimini militantis Ecclesiae.

La formazione dei suoi membri si fonda sugli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio e, rapidamente diffusasi in tutta Europa, per numero e qualità culturale, la Compagnia diviene subito un punto di riferimento della Controriforma cattolica, formando culturalmente e religiosamente le classi dirigenti di allora, all’interno dei loro collegi, che presto divengono veri centri della pedagogia cattolica e della cultura umanistica combinate allo studio delle scienze, arrivando a teorizzare fini e metodi di studio nella Ratio studiorum del 1599.

Altro campo d’azione dei Gesuiti sono le missioni. Già nel 1541 padre Francesco Saverio parte per le Indie portoghesi arrivando a Goa l’anno successivo, mettendosi subito al servizio dei più poveri e dei malati.

Si sposta poi a Capo Comorin nel sud dell’India, dove il suo metodo di insegnamento della dottrina nella lingua locale(il tamil) ha un grande successo; dopo due anni parte per le comunità cristiane nelle Molucche (odierna Indonesia), per poi intraprendere il rischioso viaggio verso il Giappone.

Qui si rende subito conto che le possibilità di convertire il Giappone sono molto scarse se prima non si fosse convertita la Cina e quindi, con forza inesauribile, parte ancora una volta per fermarsi all’isola di Sancian, di fronte a Canton, dove purtroppo si ammala, morendo il 3 dicembre del 1552. La strada è aperta, sarà seguito dopo qualche anno da un altro grande missionario gesuita che realizzerà il suo sogno: padre Matteo Ricci.

Dopo l’Asia è la volta delle missioni nel continente americano: le Reducciones tra il Brasile, l’Argentina e il Paraguay, e poi le missioni in California.

Il contesto della colonizzazione portoghese

Il Brasile, scoperto dai portoghesi nel 1500, divenne uno dei principali campi di apostolato della nuova congregazione religiosa. La corona portoghese aveva assunto un ruolo decisivo nella diffusione del cristianesimo nei territori d’oltremare, sostenendo l’attività missionaria attraverso il sistema del padroado.

Sin dall’inizio dei primi viaggi di esplorazione lungo le coste dell’Africa, la disputa tra Spagna e Portogallo per l’acquisizione delle terre scoperte e da colonizzare è molto aspra.

Per ottenere l’esclusivo diritto di possesso delle future acquisizioni, le potenze colonizzatrici del tempo hanno bisogno dell’assenso del potere papale, in altri termini colonizzazione ed evangelizzazione vanno di pari passo e quindi, riuscendo a strappare al Papa il diritto-dovere di portare il Vangelo di Cristo tra i popoli infedeli, si ha l’implicito assenso a governare quegli stessi popoli.

Esempio è la bolla Aeterni Regis emanata da Papa Sisto IV nel 1481, con la quale si garantisce al Portogallo il possesso di tutte le terre a sud delle Canarie, dopo che il trattato di Alcáçovas del 1479 assegna le Canarie alla Spagna e gli arcipelaghi di Madera, Azzorre e le isole di Capo Verde al Portogallo.

Ben presto i sovrani di Spagna, Isabella e Ferdinando, capiscono loro malgrado che il trattato si rivela un notevole successo diplomatico per i portoghesi, in quanto assegna loro praticamente il dominio della costa atlantica africana; si muovono quindi nei confronti del nuovo papa Alessandro VI, spagnolo di nascita, per ottenere il monopolio delle terre che Cristoforo Colombo, da loro finanziato, avesse scoperto, nella sua spasmodica ricerca della via delle Indie.

Alessandro VI non rimane insensibile, emana ben quattro bolle papali a favore di Ferdinando il Cattolico, ognuna delle quali accresce le concessioni delle precedenti.

Con il 7 giugno 1494 Portogallo e Spagna arrivano alla stipula del famoso Trattato di Tordesillas, col quale si sposta ancora più ad ovest di 270 miglia dalle Azzorre e Capo Verde la linea divisoria tra le due zone di influenza, consegnando praticamente il predominio dell’atlantico meridionale ai portoghesi.

La conquista del Nuovo Mondo e il problema degli indigeni

Per questo continente sconosciuto cominciano a partire numerose spedizioni, formate da uomini decisi a tutto pur di conseguire il maggior guadagno nel minor tempo possibile. Essi entrano in contatto con nuove civiltà e nuovi popoli, spesso primitivi.

Il metodo usato nei confronti dei nativi non è basato sulla misericordia del Vangelo di Cristo, bensì sull’asservimento e la schiavitù.

Uomini come Francisco Pizarro ed Hernàn Cortés, che comandano alcune di queste spedizioni formate da coloro che in seguito saranno chiamati “conquistadores”, abbattono uno dopo l’altro antichi imperi come quelli degli Incas, dei Maya e degli Aztechi, brutalizzando i nativi per la sola sete di conquista.

Quindi se si può affermare che i conquistadores non partono per le Americhe guidati da spirito missionario, si può invece dire che i missionari, domenicani, francescani o gesuiti che fossero, riescono ad essere veri missionari in un ambiente completamente ostile, cosa che porta ben presto ad un vero e proprio conflitto tra le autorità spagnole del tempo e i conquistadores.

Il dibattito tra Las Casas e Sepúlveda

Già nel 1551 la diversità di concepire la conquista del Nuovo Mondo da parte dei conquistadores e dei missionari vede contrapposti Juan Ginès de Sepùlveda da una parte e Bartolomeo de Las Casas, soprannominato “l’Apostolo degli Indiani”, dall’altra.

Alla visione tra chi vede i colonizzatori portatori di civiltà ed evangelizzatori di popoli barbari e superstiziosi (Sepùlveda), si contrappone il domenicano Bartolomeo de Las Casas che reclama il diritto di ogni uomo alla libertà e all’uguaglianza tra cristiani e non cristiani: le conversioni devono essere solo spontanee e non di massa.

Per Las Casas la conquista del Nuovo Mondo deve essere finalizzata allo sviluppo morale e civile degli indios, abbattendo le barriere di segregazione e sfruttamento, mentre i colonizzatori (creoli o paulisti che fossero) puntano a realizzare la conquista del Nuovo Mondo arricchendosi attraverso lo sfruttamento degli indios nelle “encomiendas” o nelle miniere di rame e argento, fino alla morte.

Scrive il Padre Provinciale dei francescani del Messico al Re nel 1567: “Ovunque vi sono spagnoli, vi è strage e morte per gli infelici indios”.

Al contrario Sepùlveda afferma che è assurdo pensare che tutti i coloni giunti nelle Americhe siano tutti ladri, assassini e accaparratori dei beni dei nativi: civiltà e cristianesimo sono una cosa sola, per questo gli spagnoli sono investiti di alcuni obblighi, quali respingere la forza con la forza, punire i criminali, sottomettere al governo di una razza migliore tutti i nativi che si fossero rifiutati di farlo, in quanto questi hanno bisogno di un padrone civile.

Due teorie nettamente divergenti che portano il gruppo di giuristi e teologi riunito per dirimere la questione a non arrivare ad alcuna conclusione positiva, anche se il dibattito alla fine fa emergere il problema dello sfruttamento degli indios nelle encomiendas.

Il sistema dell’encomienda

Il sistema delle “encomiendas” è tutt’altro che nuovo in Spagna, in quanto vige da lungo tempo nei territori strappati ai Mori nelle Canarie e nelle isole delle Indie Occidentali.

L’encomienda (letteralmente “affidare un incarico”) è un villaggio indigeno, o parte di un villaggio, o un gruppo di villaggi affidato ad un singolo spagnolo, “l’encomendero”, al quale spetta il compito di proteggere gli abitanti, insediare e mantenere il clero missionario nei villaggi e partecipare alla difesa militare della provincia.

Quindi quando padre Diego de Torres Bollo, per dar vita all’esperimento delle reducciones, chiede in cambio la sospensione per tutti gli indiani dal servizio personale, appunto “l’encomienda”, non sembra una richiesta fuori luogo.

E quando nel 1611 con l’ordinanza del giudice Francisco de Alfaro il servizio personale dovuto da parte di tutti gli indios viene abolito, solo per la provincia gesuitica del Paraguay, si può finalmente inneggiare alla prima vittoria dell’uomo missionario contro la barbarie coloniale.

L’arrivo dei gesuiti in Brasile nel 1549

I primi rappresentanti della Chiesa cattolica a svolgere missione di catechesi nel nuovo mondo furono i francescani e i domenicani, ma i gesuiti ebbero il ruolo di maggior rilievo nella colonizzazione del Brasile.

Sotto la guida di Manuel da Nóbrega, arrivarono a Salvador di Bahia nel 1549 (lo stesso anno in cui si stabilì il Governo Generale) con il proposito di convertire gli indigeni al cattolicesimo.

Il loro fu da subito un processo di colonizzazione più razionale rispetto alla forma puramente predatoria dei coloni.

Si schierarono in difesa della libertà degli indios, dei loro costumi, eccetto la poligamia e l’antropofagia, ne studiarono il linguaggio, indispensabile per la comunicazione, e la cultura.

Tuttavia nei primi tempi uno stesso processo di incivilimento unì laici e religiosi e la letteratura contribuì a consolidare la conquista del territorio e il dominio portoghese.

I gesuiti, a fianco di cronisti viaggiatori, furono gli autori più assidui dell’epoca.

Nelle loro Cartas (lettere) inviate al Provinciale e ai confratelli di Lisbona, predomina il contesto storico e informativo finalizzato alla catechesi.

Si trovano accenni sulla condizione primitiva dell’uomo e della natura brasiliani.

Manuel da Nóbrega, fondatore della missione brasiliana

Manuel da Nóbrega nacque il 18 ottobre 1517 si suppone a Sanfins de Ouro nella regione del Minho (nord del Portogallo).

Dal 1534 al 1538 studiò all’Università di Salamanca. Trasferitosi a Coimbra si formò in diritto canonico.

Nel 1544 entrò nella Compagnia di Gesù, da poco fondata, già consacrato sacerdote eodem etiam anno admissus fuit Emmanuel de Nóbrega, sacerdos etiam.

Nel 1549 il Provinciale dei gesuiti del Portogallo lo inviò in Brasile con l’incarico di fondare l’Ordine nella nuova terra.

Come capo delle Missioni Portoghesi dell’Occidente, partì da Lisbona il 1° febbraio con la flotta di Tomé de Sousa, primo governatore del Brasile, e arrivò a Bahia (Salvador) il 29 marzo, nella terra più bella del mondo ma senza città, templi, diocesi, conventi contrariamente agli altri padri delle Indie Orientali (India).

La creazione della Missione in Brasile coincise con la creazione del Governo Generale che diede l’opportunità a Nóbrega di collaborare alla fondazione di Salvador e di rivelare, oltre alle sue doti di missionario, anche quelle di statista nella formazione del Brasile persino sotto l’aspetto territoriale e politico.

Le lettere che Nóbrega inviò al Provinciale e ai confratelli di Lisbona evidenziano due periodi della sua vita nella nuova terra: il primo, quando fu Superiore delle Missioni, Vice Provinciale, Provinciale di tutto il Brasile, in cui svolse un intenso lavoro missionario iniziando subito l’opera di conversione del pagano, di educazione dei bambini, dei costumi degli adulti e di salvaguardia della loro libertà.

Lingua, catechesi ed educazione

Una tabula rasa su cui scrivere le virtù più necessarie. (…) ci siamo impegnati a imparare la loro lingua e a tradurre le preghiere…

Studiò gli indios, non avversò i loro costumi tranne la poligamia e l’antropofagia, cercò di moderare l’uso del bere mentre tentava di abituarli alla vita del villaggio.

Procedendo per gradi, incominciò a insegnare a leggere e a scrivere ai bambini, a coinvolgerli con il canto e la musica, ad ammetterli in chiesa, a confessarli con l’impiego di un interprete.

Nel 1554 fondò con padre Anchieta il collegio dell’altopiano di Piratininga, nucleo della futura città di San Paolo, imparando dai bambini la lingua locale.

Rinnovò il suo impegno nel cercare di dissuadere gli indios adulti dal praticare la poligamia e l’antropofagia interessando ripetutamente il secondo governatore generale Duarte da Costa affinché attivasse il suo intervento.

Il ruolo politico e territoriale

Fu in coincidenza dell’inerzia del governatore, diversamente da Tomé de Sousa e più tardi Mem de Sá, che Nóbrega scrisse il Dialogo, documento notevole per le relazioni con gli indios.

Già nella lettera del 11 agosto 1551 manifestò il desiderio di recarsi nel sertão di São Vicente essendo stato informato che c’erano molti pagani vestiti di pelle disposti a convertirsi.

Nel 1556, per ordine superiore, ritornò a Bahia dove il nuovo governatore Mem de Sá, uomo colto e valente, assecondò sempre Nóbrega senza limitazioni.

Nel 1560, già con esperienza di uomini e di terra, compì un viaggio con il governatore Mem de Sá nel sud del Brasile, viaggio dettato da intenzioni politiche immediate per stabilire una forte presenza portoghese che permettesse la sicurezza degli abitanti e l’espansione territoriale, condizione quest'ultima indispensabile per l’espansione della conversione.

E fu nel decennio del suo governo spirituale nella capitania di São Vicente che si consolidò São Paulo e venne fondata la città di Rio de Janeiro, eventi in cui si inserisce, con la collaborazione di padre Anchieta, il tentativo di stabilire la pace con i tamoios (1563).

Fondata Rio de Janeiro, divenne superiore del locale collegio gesuita.

Morì a Rio de Janeiro il 18 ottobre 1570.

Le lettere di Nóbrega e la conoscenza del Brasile

Gli scritti di Nóbrega sono considerati opera letteraria prodotta in Brasile.

Essi danno inizio alla letteratura di informazione gesuitica inaugurata dalla prima lettera dell’aprile 1549, scritta due settimane dopo essere giunto a Salvador, in cui riferisce del suo arrivo nel territorio brasiliano e sulla gente di Bahia.

Nelle sue Cartas do Brasil (Lettere dal Brasile) si trova l’inizio della storia brasiliana.

Esse rappresentano un prezioso contributo per la cosmologia e l’etnografia brasiliana, nonché per lo studio dei costumi.

Sono relazioni dettagliate della vita quotidiana nell’America portoghese, portano l’eco di un’esperienza missionaria fra le più avventurose, inserendo qua e là informazioni sulla nuova terra de maravilha, che cosa offre, cosa produce e sugli animali dai molti e diversi aspetti (bradipo, tapiro, formichiere gigante, tucano, pappagallo), che Plinio mai conobbe, né di essi diede mai notizia.

Le Cartas do Brasil sono state riunite e pubblicate nel 1886.

“Siamo arrivati a Bahia (Salvador) il 29 marzo 1549. Il viaggio è durato otto settimane. Abbiamo trovato la terra in pace e quaranta o cinquanta abitanti nel villaggio già costituito. Siamo stati ricevuti molto festosamente, abbiamo trovato una chiesa dove dire messa e confessarci e, lì vicino, abbiamo trovato dove alloggiare i Padri.”

“Abbiamo fatto la processione con molta musica. Gli indios sono rimasti talmente impressionati che dopo hanno domandato a padre Navarro di cantare come aveva fatto durante la processione.”

“La nostra chiesa, che costruimmo con paglia e fango, è crollata. Ora radunerò i signori più onorati affinché ci aiutino a restaurarla in attesa che Dio ce ne dia una più resistente.”

Il territorio e le risorse naturali

È così vasta questa terra che (gli indios) dicono che delle tre parti del mondo, essa ne ha due.

Ha mille leghe di costa popolata da gente nuda, sia gli uomini che le donne, ma in luoghi meno caldi, dove il clima è temperato, le donne portano vesti di cotone alla gitana.

L’inverno non è né freddo né caldo e l’estate, benché sia calda, è sopportabile, e la terra e il clima sono molto umidi per l’abbondante pioggia che cade.

Per cui alberi e erbe sono sempre verdi e la terra è in parte impervia a causa dei monti, e le foreste sono sempre verdi.

C’è molta frutta di cui i locali si nutrono, non buona come la nostra che, se venisse piantata qui, dovrebbe crescere bene.

L’uva dà frutti due volte l’anno, ma è poca a causa delle formiche.

Crescono in abbondanza cedri, arance e limoni; i fichi sono buoni come i nostri.

Il cibo più diffuso è una radice che si chiama mandioca da cui si ricava una farina di cui tutti si nutrono.

Mescolata al miglio, dà il pane.

C’è molto pesce e molluschi, molta cacciagione nei boschi, e oche allevate dagli indios.

Buoi, mucche, pecore, capre e pollame sono abbondanti.

Le popolazioni indigene nelle descrizioni gesuitiche

Le popolazioni locali avevano una loro cultura, riti semplici, leggende tramandate oralmente, una cultura ancora allo stadio primitivo di chi non sa leggere, vive nella selva a cielo aperto o nel migliore dei casi in capanne, ignora l’uso del ferro.

Non avendo parole idonee per portarli alla conoscenza di Dio, lo chiamiamo Pai (padre) Tupana.

Il timore reverenziale degli indios per il tuono, tupã, suggerisce l’idea di Dio.

La mentalità primitiva degli indios fa sì che domandino se Dio ha una testa, una moglie, se mangia, come si veste e cose simili.

I pagani appartengono a gruppi diversi: ci sono i goianeses e i carijós, questi ultimi i migliori della costa.

Ci sono i gaimurés (o aimorés, n.d.R.) che vivono sui monti (fra Bahia e Espírito Santo) e dicono che siamo loro fratelli perché portiamo anche noi la barba, mentre gli altri indios si rasano persino le ciglia e si forano labbra e narici infilandoci degli ossi tanto da sembrare dei mostri, soprattutto gli stregoni che hanno il viso pieno di ossi.

In una mano tengono un arco e nell’altra un legno con il quale affrontano gli avversari e li feriscono agevolmente e in modo grave.

In guerra con tutti, senza alleati, sono da tutti temuti.

Però con quelli con cui sono amici, vivono in grande concordia e mettono tutto in comune, un pesce o qualsiasi animale cacciato.

Finora comunichiamo con due gruppi, i tupeniques, o tupiniquins, e i tupinambás.

José de Anchieta e i collegi gesuiti

Sotto il profilo letterario, si distinsero Manuel da Nóbrega, José de Anchieta e Fernão Cardim.

Ai gesuiti si deve peraltro la fondazione di collegi, in particolare a Rio de Janeiro, Bahia e Pará, di rilevante portata nella formazione culturale del Brasile.

Nel 1554 Nóbrega fondò con padre Anchieta il collegio dell’altopiano di Piratininga, nucleo della futura città di San Paolo, imparando dai bambini la lingua locale.

La scuola, la catechesi, la musica e l’insegnamento della lingua furono strumenti fondamentali dell’azione missionaria.

Ignazio de Azevedo e i Quaranta Martiri del Brasile

Il beato Ignazio de Azevedo è ricordato come uno dei grandi testimoni missionari della Compagnia di Gesù nel XVI secolo e come guida del gruppo dei “Quaranta Martiri del Brasile”, composto da lui e da trentotto compagni gesuiti uccisi nel 1570 durante il viaggio verso le missioni del Nuovo Mondo.

Nato in Portogallo in una famiglia nobile, entrò nella Compagnia di Gesù poco dopo la sua fondazione e divenne uno dei principali promotori dell’opera missionaria gesuita nei territori portoghesi d’oltremare.

Uomo di profonda spiritualità e di notevoli capacità organizzative, fu incaricato di visitare le missioni brasiliane e di preparare un nuovo gruppo di missionari destinati all’evangelizzazione.

Il Brasile, scoperto dai portoghesi nel 1500, divenne uno dei principali campi di apostolato della nuova congregazione religiosa.

La formazione e la missione di Ignazio de Azevedo

Ignazio de Azevedo proveniva da una famiglia aristocratica portoghese. Ricevette un’educazione conforme al suo ambiente sociale e inizialmente intraprese una carriera amministrativa.

Attratto dalla spiritualità ignaziana, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1548, pochi anni dopo la fondazione dell’ordine.

Studiò filosofia e teologia e fu ordinato sacerdote.

Fin dagli inizi manifestò una particolare inclinazione verso la vita missionaria e un forte desiderio di dedicarsi all’evangelizzazione dei popoli lontani.

Nel 1552 Ignazio de Azevedo fu inviato nelle missioni portoghesi dell’India, dove collaborò con l’opera iniziata da san Francesco Saverio.

Fu rettore di collegi gesuiti e nel 1565 venne nominato visitatore delle missioni del Brasile.

Durante la visita alle comunità brasiliane constatò la necessità di inviare nuovi missionari preparati e numerosi.

Tornato in Europa, si impegnò nella formazione di un gruppo destinato a rafforzare la presenza gesuita nel continente americano.

La spedizione del 1570

Nel 1570 Ignazio de Azevedo ottenne dal superiore generale della Compagnia di Gesù, san Francesco Borgia, il permesso di condurre in Brasile un gruppo di missionari.

Riuscì a raccogliere quaranta religiosi provenienti da diverse regioni d’Europa.

Il gruppo comprendeva sacerdoti e giovani gesuiti animati dal desiderio di dedicarsi all’annuncio del Vangelo nelle terre americane.

Prima della partenza, secondo la tradizione gesuita, Ignazio affidò la missione alla protezione della Vergine Maria.

La spedizione partì dal Portogallo sulla nave Santiago.

La flotta partì il 5 giugno e raggiunse il 12 dello stesso mese, l’isola portoghese di Madera nell’Atlantico, di fronte alle coste dell’Africa settentrionale; attendendo per ripartire venti favorevoli, per ordine del viceré.

La “S. Giacomo”, salpata da Madera il 30 giugno poté navigare agevolmente con i venti a favore, ma arrivati a nove miglia dalla costa, nell’arcipelago delle Canarie, verso la metà di luglio 1570, dovette fermarsi per la bonaccia (mancanza di vento).

Il martirio nell’Oceano Atlantico

Durante la navigazione verso il Brasile, la nave fu intercettata il 15 luglio 1570 vicino alle Isole Canarie da corsari ugonotti francesi guidati dal capitano Jacques Sourie.

Quando i pirati scoprirono che i passeggeri erano gesuiti diretti in missione, decisero di ucciderli in odio alla fede cattolica.

Infatti i 40 religiosi meno uno, il quattordicenne Giovanni Sanchez, che essendo cuoco serviva agli stessi pirati, furono massacrati a colpi di spada e lancia e buttati in mare, morti o moribondi.

Il martirio avvenne il 15 luglio 1570 tranne per uno, che fu ucciso il giorno dopo.

Secondo le testimonianze raccolte successivamente, Ignazio de Azevedo fu il primo a essere ucciso.

Rifiutò di abbandonare l’immagine della Vergine Maria che teneva con sé e affrontò la morte con serenità.

I loro corpi furono gettati in mare e nessuno dei martiri giunse in Brasile.

Il loro sacrificio fu interpretato dalla Chiesa come testimonianza della fedeltà missionaria fino al dono della vita.

La fama del martirio si diffuse rapidamente nella Compagnia di Gesù e nelle comunità cattoliche portoghesi e brasiliane.

Il processo di riconoscimento ecclesiastico si concluse con la beatificazione proclamata da papa Pio IX l’11 maggio 1854.

La loro memoria liturgica è celebrata il 15 luglio.

Ignazio de Azevedo e martiri gesuiti

Le Riduzioni dei Guaranì

Tra il 1609 e il 1773, lì dove il fiume Iguazú s’incanala verso il Paranà tra il sud del Brasile e il nord dell’Argentina per formare le famose “Cataratas do Iguaçu”, in Paraguay, sorgono le Reducciones Guaraníticas, comunità di indios Guaranì rette dai missionari di un ordine nato solo qualche decennio prima: la Compagnia di Gesù.

La terra attraversata dai fiumi Uruguay e Paranà, abbraccia tre Paesi - Brasile, Argentina e Paraguay - e tre Province dei gesuiti ed è strettamente legata alla storia della Compagnia.

Questo infatti è stato il teatro della cosiddetta “repubblica guaranitica” o “repubblica dei gesuiti”, un fenomeno durato circa 150 anni in cui i religiosi e gli indigeni guaranì collaborarono per costruire un tipo diverso di società in quelle che vennero chiamate “riduzioni” (reducciones o reduções), la cui fine tragica diede inizio alle espulsioni dei gesuiti e alla soppressione della Compagnia nel secolo XVIII.

Territorio dove oggi si possono ancora scorgere le rovine di alcune Riduzioni come San Cosmey Damian, Santisima Trinidad de Paranà e Jesus nel Dipartimento che porta il nome di Itapua, mentre nella provincia Argentina hanno mantenuto il nome emblematico di “Misiones”.

La fondazione delle comunità

Tutto comincia nel 1609, quando il governatore del Paraguay e del Plata Hernandarias de Saavedra, su incarico del Re di Spagna, chiede al gesuita Diego de Torres Bollo, provinciale dell’appena costituita provincia gesuitica del Paraguay, di creare un sistema di villaggi, chiamati appunto “Reducciones”, dove gli indios Guaranì, di natura prevalentemente nomade, sarebbero stati convertiti, resi sedentari, istruiti ma soprattutto salvati dai mercanti di schiavi e quindi dall’estinzione.

Nel 1595 i Gesuiti cominciarono nel Paraguay a fondare delle Missioni dove venivano “ridotti” a vivere indios Guaranì secondo la legge: “ad Ecclesiam et vitam, civilem reducti sunt”, formando le Riduzioni sulla base di vere e proprie cittadine ad economia rurale-industriale-commerciale i raggruppamenti di indigeni, che rinunciavano alla vita nomade.

Queste Riduzioni sono unità di 5000-8000/9000 persone (Scramaglia 1985: 201), secondo un’utopia religiosa, vivente in una architettura moderna e una vita quotidiana di lavoro, di tempo libero, di vita religiosa, guidata dai Gesuiti, e fondata sulla libertà.

Le Reducciones non sorgono quindi per arbitraria appropriazione di terre da parte dei Gesuiti, bensì sono le stesse autorità coloniali spagnole ad affidare di volta in volta ai padri i territori ove potessero far nascere i futuri villaggi per “ridurre” i nomadi Guaranì.

La società guaranitica

I Guaranì, il cui termine significa “guerriero”, sono un popolo di grandi predatori ed ottimi canoisti; essi, oltre a razziare lungo tutto il fiume Paranà, sono anche eccellenti pescatori, ma poco inclini al lavoro nei campi.

Gli uomini lavorano la superficie necessaria per la loro economia di sussistenza solo un paio di mesi all’anno dopo la stagione delle piogge, poi è compito delle donne piantare, sarchiare e adoperarsi per il raccolto.

Una volta che la terra, spremuta e non più coltivabile, divenuta inutilizzabile per il sostentamento della comunità, venendo a mancare i frutti necessari per la sopravvivenza, i Guaranì sono costretti al trasferimento in un altro luogo della foresta, per ricominciare una nuova vita su un nuovo pezzo di terra da lavorare e sfruttare per un altro breve periodo, da qui il loro perenne nomadismo.

È così che per rendere gli indios guaranì stanziali, e quindi “ridotti” in villaggi (le reducciones) i Gesuiti creano un sistema economico basato sul lavoro collettivo e su campi comuni.

In tal modo il rischio di sussistenza viene praticamente azzerato, a vantaggio di un grande sentimento di uguaglianza, rafforzando il senso di comunità cristiana, e facendo prosperare per quasi 150 anni una civiltà con un proprio stile di vita, basando il vivere nelle comunità sul prestare uguale attenzione alle necessità individuali e collettive e risolvendole reciprocamente.

In estrema sintesi “condividere tutto per sopravvivere tutti”, nient’altro che il messaggio evangelico delle prime comunità cristiane.

Lingua e inculturazione

Pratica missionaria che si avvale di un fondamento, tanto da diventare lo strumento con il quale tutte le tribù Guaranì possono intendersi fra di loro (i loro dialetti sono praticamente intraducibili): la lingua, che consente loro di articolare giudizi complessi e di valore, ma che serve ai missionari Gesuiti per imparare il loro idioma e penetrare l’eterogeneo e complicato mondo etnico paraguayano, avendo la cura di arrivare pronti e preparati all’incontro con le varie tribù guaraniche.

Il sistema o meglio lo sviluppo socio-economico delle riduzioni non nasce secondo un piano preciso, ma solo dalla continua e incessante pratica missionaria che i gesuiti intraprendono durante quella esperienza in America latina, dando una svolta sostanziale al compimento della conquista spagnola nella regione Rioplatense.

Riduzioni, libertà e conflitto con i coloni

Le Riduzioni presto si scontrano con le Colonie, i cui indios prestano, in parte gratuitamente, il lavoro al titolare della “encomienda”.

Le due istituzioni si scontrano perché le Riduzioni trattano i Guaranì secondo principi di libertà, a differenza dell’encomendero, anch’essi appartenenti alla corona spagnola.

Le Riduzioni erano anche una spina nel fianco per i portoghesi del Brasile, in quanto non permettevano loro di ottenere schiavi da impiegare nelle loro piantagioni.

Le Reducciones sono anche osteggiate dai colonizzatori portoghesi, poiché impediscono la cattura di indigeni destinati al lavoro forzato nelle piantagioni.

Gli attacchi dei bandeirantes

Le incursioni dei “bandeirantes” avevano lo scopo di distruggere le Riduzioni dei Guaranì, ma, eccettuati alcuni casi sporadici, i “bandeirantes” nel 1641 furono sconfitti e definitivamente arrestati.

Così alla fine le Riduzioni e la Repubblica guaranica dei Gesuiti del Paraguay ebbero il sopravvento sui due nemici, “encomendero” e “bandeirantes”, e costruirono ai loro confini dei muri duri.

Le Riduzioni presto incontrarono l’ostilità dei colonizzatori spagnoli (encomenderos), per i quali gli indios erano tenuti a lavorare, in parte senza ricevere un compenso.

Le clashes arose because the Reductions treated the Guaranì according to principles of freedom, whereas the colonisers, with the connivance of the Spanish authorities, often resorted to coercion.

Organizzazione urbana e cultura delle Riduzioni

Le Riduzioni erano comunità di between 5,000 and 9,000 people, living according to a religious Utopia with modern architecture and a daily routine of work, leisure time and religious worship, led by the Jesuits and based on freedom.

In Brasile, la più conservata è la riduzione di São Miguel, che era anche la capitale della regione al tempo della repubblica dei guaranì.

Entrando nel grande parco, ciò che subito attira l’attenzione sono i resti della chiesa, che si staglia nel mezzo.

Il tetto è caduto e alcuni alberi sono cresciuti all’interno, ma si percepisce ancora l’imponenza che doveva suscitare questa chiesa barocca progettata su modello del Gesù e più o meno con le stesse dimensioni, che fu costruita quasi 300 anni fa da indigeni nel mezzo della foresta.

Attorno alla chiesa ci sono i resti degli edifici comuni, dove i guaranì lavoravano, studiavano e conservavano provviste e utensili.

C’è anche la residenza dei gesuiti, che insieme ai cachiquis, i capi guaranì, governavano la vita della città e ne curavano la vita spirituale.

Le straordinarie realizzazioni delle Riduzioni comprendono aspetti antropologici, economici, linguistici, architettonici, artistici, demografici, culturali e archeologici.

Rovine della riduzione gesuita São Miguel

La soppressione della Compagnia e la fine delle Riduzioni

Il successo provoca l’invidia in alcune corti europee che unito a comportamenti e atteggiamenti della Compagnia sempre in difesa dei più deboli, sfociano in aperta ostilità con l’avvento delle idee illuministe.

La loro espulsione dal Portogallo del Marchese Pombal, dalla Francia e infine nel 1767 dalla Spagna e da Napoli fu provocata dall’ostilità politica e religiosa delle corti europee.

I Gesuiti vengono prelevati, arrestati e deportati in Europa e in tutte le colonie fino a quando papa Clemente XIV sopprime l’Ordine nel 1773 con la sua “Dominus ac Redemptor”.

Solo nel 1814 saranno ristabiliti come Ordine da papa Pio VII per riprendere la loro posizione di punta nella Chiesa Cattolica.

Tuttavia un secolo dopo le Riduzioni e la Repubblica guaranica vennero sconfitti dal di dentro dall’intervento delle “potenze” politiche europee e dei movimenti di opinione internazionali che spinsero il Papa (Clemente XIV) a sciogliere la Compagnia fondata da Sant’Ignazio, e che rappresentava l’anima e il sostegno delle Riduzioni e la loro legittimazione interna, rappresentata dai Gesuiti.

In altri termini anche i muri duri della Repubblica guaranica e delle Riduzioni crollarono, per effetto dello svuotamento di essa per la dissoluzione dei confini politici, culturali ed economici delle stesse istituzioni, che durarono circa due secoli.

Abbandonate e lasciate decadere in seguito alle vicende che portarono alla soppressione della Compagnia, le Riduzioni, di cui oggi rimangono imponenti rovine incluse dall’Unesco fra i siti dichiarati patrimonio dell’intera umanità, divennero un mito per viaggiatori, esploratori e missionari dell’800.

Le missioni gesuitiche nel Brasile contemporaneo

Nell’immenso Brasile, i missionari Saveriani lavorano in due regioni molto vaste: Brasile Sud: negli stati di Minas Gerais, San Paolo e Paranà.

Brasile Nord / Amazzonia: nello stato del Parà.

I Missionari Saveriani sono arrivati in Brasile nel 1953, in risposta alla chiamata del Papa Pius XII, che aveva chiesto ai sacerdoti di congregazioni missionarie per l’America Latina.

La prima Casa Saveriana fu aperta il 24 Luglio 1954 nella città di Londrina.

Ed il primo lavoro dei Saveriani è stato nel nord dello stato del Paraná.

Brasile Sud: periferie, formazione e comunità cristiane

Era il 1950. quando le foreste venivano bruciate per trasformarle in vasti campi di caffè.

Persone da tutte le parti cercavano in quei luoghi nuovo un futuro migliore per sé e per i loro figli.

La presenza dei missionari Saveriani aveva, quindi, lo scopo di non solo proclamare il Vangelo, ma anche dare la loro collaborazione per il progresso materiale, economico e sociale della regione.

Le comunità cristiane sono state formate e, lentamente, iniziarono a esprimere maturità con l’insorgere di vocazioni missionarie.

Pertanto, i missionari Saveriani aperto seminari a Jaguapitã, Londrina e, piu' tardi, a Laranjeiras do Sul, Santa Mariana, Diadema, Curitiba e San Paolo.

Dalla fine degli 70 anni (1970), i missionari Saveriani assunsero la grande sfida delle periferie delle grandi città dove c'era l'esplosione di complessi residenziali.

Dopo aver chiuso alcune case nel Paraná, ne aprirono delle altre per lavorare in periferia delle città satellite di São Paulo, Curitiba, Belo Horizonte e Melo Viana.

Lì, si sono impegnati nella formazione di piccole comunità cristiane e nella pastorale popolare (specialmente, a cura della pastorale dei ragazzi di strada, dei senza terra e delle famiglie senza fissa dimora).

Pur vivendo l'avventura di una Chiesa che era decisamente dalla parte dei poveri e arricchiti la loro fede e dalla cultura brasiliana - tipicamente allegre e festiva -, i saveriani offrirono alla Chiesa locale il loro carisma, specialmente nell'animazione missionaria, la formazione dei giovani e di futuri missionari e l'accompagnamento alle comunità cristiane.

Molti sono i brasiliani tra i missionari Saveriani che lavorano in varie missioni di tutto il mondo.

Brasile Nord e Amazzonia

Nel 1550, i missionari francescani sbarcarono sulla costa brasiliana, a fianco dei portoghesi nella loro campagna e espansione guidata da Pedro Alvares Cabral.

Nella seconda metà del XVI secolo, il Portogallo prese possesso di questi territori e tentarono di asservire gli indiani per farli lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero.

Nel frattempo, i missionari gesuiti erano arrivati (1549), insieme ai Carmelitani, gli Agostiniani ed altre congregazioni.

Nella regione Amazzonica, in cerca di “El Dorado”, gli spagnoli e i portoghesi, invece di strade lastricate d’oro, si incontrarono con quei corsi idrici di fiumi senza limiti; prima di tutto, il Rio delle Amazzoni, alimentato da decine di affluenti.

Così, anche i missionari si impegnano in un'attività apostolica lungo i fiumi.

Fu il 4 Marzo 1961 quando i primi Saveriani - i PP. Mario Lanciotti, Tarcisio Facchinello, Remo Augusto Cardin e Leone Occhio - lasciata la regione del sud del Brasile, formarono il primo nucleo della Prelatura di Abaeté-Tocantins, nello stato del Parà.

Più tardi, tuttavia, i missionari Saveriani dell'Amazzonia, non erano solo in questa Prelatura territoriale, Diocesi a loro affidata.

Sensibili alle “emergenze di nuovi spazi di evangelizzazione, iniziarono a servire la Diocesi di Belém, la Prelatura territoriale dello Xingu e, ultimamente, nella diocesi di Conceiçao do Araguaia, regioni dove la popolazione arrivava da tutti gli angoli del Brasile in cerca di terra e di un futuro migliore.

In questo contesto - particolarmente di conflitto e violento -, i missionari Saveriani si misero decisamente dalla parte dei poveri, dei popoli indigeni (soprattutto i KAYAPO') e dei “Senza terra”.

Fino ad oggi, i missionari Saveriani sono impegnati nella formazione delle comunità e dei suoi lìders, nella “pastorale della terra”, nel servizio ai poveri e nella difesa delle culture e dei diritti degli ìndios.

Qui l'evangelizzazione passa attraverso le più significative realtà della Chiesa: creare e incoraggiare le “comunidades de base”, stimolare l'impegno dei laici e catechisti, incoraggiare l'uso dei social media.

La memoria delle missioni nel Rio Grande do Sul

Tra il primo e il secondo anno di teologia è proposto un tempo dedicato alla missione, per gli studenti del Centro Interprovincial de Formação (CIF) de Belo Horizonte, Brasile.

Un’occasione per conoscere alcune opere della Compagnia in territorio brasiliano e mettere in pratica quanto appreso durante il tempo dello studio.

Per Andrea e Romel, scolastico colombiano, la pausa di dicembre è stata l’occasione per visitare la regione delle Missioni, nello stato di Rio Grande do Sul, all’estremo sud del Brasile.

Il santuario è stato costruito nel 1929 nel luogo in cui i gesuiti Rocco Gonzales, Alfonso Rodriguez e Giovanni Castillo furono martirizzati per mano dei guaranì.

Attualmente, due gesuiti, padre Dionisio e fratel Celso, vivono qui e si prendono cura di questo luogo, tentando di riscattare il santuario che per molto tempo era rimasto trascurato, mentre altri due padri si occupano della parrocchia nella vicina città di São Miguel, la principale delle antiche riduzioni.

In Brasile, la più conservata è la riduzione di São Miguel, che era anche la capitale della regione al tempo della repubblica dei guaranì.

Oggi le rovine delle Riduzioni sono parchi archeologici e patrimonio dell’umanità per l’UNESCO.

Comunità, pellegrinaggi e vita pastorale

È una tradizione che prosegue da 90 anni, trasmessa di padre in figlio, che coinvolge più di cento persone dai paesi prossimi.

Camminano fino al Caaró e si accampano per tre giorni nel bosco vicino, dove alternano momenti di preghiera, devozione e riposo.

Sono tutti discendenti di immigrati dalla Germania che nel secolo XIX si sono stabiliti lì e guidati da alcuni gesuiti hanno fondato colonie agricole in cui si è mantenuta una forte identità culturale.

Dopo questo gruppo, sono diversi a visitare il santuario: alcuni provengono da differenti parti del Brasile e, andando a trovare i familiari, passano al santuario per lasciare un’intenzione.

Altri sono ragazzi in gita scolastica, altri vengono da fuori, dall’Argentina, dal Paraguay, e si sentono legati a questo luogo, alla devozione per questi missionari martiri.

Una seconda esperienza, è stata visitare le comunità che compongono la parrocchia di São Miguel.

Ce ne sono circa una ventina, non è una parrocchia molto grande, ma per raggiungerne alcune è necessario viaggiare quasi un’ora buona di macchina su strade di campagna.

Arrivati sul posto, raramente c’è una chiesa, molto più spesso si trova una scuola in disuso o la casa di un membro della comunità.

I partecipanti alla funzione sono poche famiglie, tra le 10 e le 15 persone.

Questa è l’unica celebrazione che la comunità vivrà questo mese, a meno che alcuni di loro non vadano in città per Natale.

La celebrazione eucaristica e la presenza del prete si trasformano nell’occasione per una catechesi o per una riflessione sui testi biblici.

Rimango sorpreso della fede semplice di queste persone, che desiderano abbeverarsi alla fonte dello Spirito, ma che di fatto sono quasi abbandonati per la mancanza di preti.

Eredità storica e culturale dei gesuiti in Brasile

Oggi sono considerate l’unico elemento storicamente unificante dei paesi del Merco Sur e presentano un intreccio di problemi antropologici, economici, linguistici, architettonici, artistici, demografici, culturali e archeologici che fanno delle Riduzioni uno dei soggetti più appassionatamente rivisitati dalla storiografia latino-americana.

La Repubblica guaranica del Paraguay “seminarono un forte senso di identità nazionale e di auto determinazione che non poté essere cancellato, e che si mantenne vivo, riconoscendosi in varie situazioni di uno sviluppo storico spesso tragico”.

Le straordinarie realizzazioni dei nostri connazionali si sono intrecciate infatti con l’eredità della “Repubblica guaranitica” costruita dai gesuiti e costituiscono oggi il vero fattore storico-identitario del Rio Grande do Sul, lo Stato brasiliano più dinamico ed evoluto.

Guardando a questi resti imponenti, non posso non pensare ai padri e fratelli che, dall’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, si avventurarono in queste terre lontanissime e remote, con una cultura diversissima e non cristiana, e crearono un tipo diverso di colonizzazione, basato sull’incontro, sull’inculturazione e sulla condivisione, piuttosto che sullo sfruttamento e sulla schiavizzazione.

Continuando a osservare, mi accorgo che forse la situazione oggi non è così diversa: le distanze non sono geografiche e piuttosto culturali e valoriali.

Ma la missione di portare Cristo a tutti e tutti a Cristo è sempre la stessa.

E vedere quello che i nostri antenati gesuiti insieme agli indigeni hanno costruito nei secoli passati diventa un segno visibile di ispirazione.

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