Spiegazioni sulla benedizione finale nella Messa

La benedizione finale conclude la Messa dopo il saluto del sacerdote e prima del congedo dell’assemblea. È una preghiera con cui il sacerdote invoca su tutti la benedizione di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, mentre l’assemblea accoglie l’invocazione rispondendo: «Amen».

La Messa si conclude con un ultimo rito, forse un po' frettoloso, ma ugualmente intenso e ricco di significato. La benedizione, con cui si conclude la Messa, è preceduta dal saluto augurale: “Il Signore sia con voi”, cui l’assemblea risponde: “E con il tuo spirito”.

Il significato della benedizione finale

Il sacerdote che presiede torna a rivolgere all’assemblea il saluto augurale, che è risuonato all’inizio e in altri momenti importanti della celebrazione: «Il Signore sia con voi». Gesù, il Risorto, di cui abbiamo fatto esperienza, mediante la Parola, i canti, il silenzio, le preghiere e i gesti della liturgia, continua ora ad essere presente, come egli stesso aveva promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Dopo la celebrazione Gesù continua ad essere con noi, anzi, vive «in noi». San Paolo lo aveva capito bene quando diceva di se stesso: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa è la nostra gioia ed è anche la nostra forza, in quanto ciò che siamo chiamati a realizzare, nella nostra vita cristiana, non è affidato solo alle nostre fragili forze umane, ma c'è Gesù che agisce in noi e ci comunica la forza del suo Spirito.

Per questo il sacerdote invoca su tutti «la benedizione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», perché la Trinità abiti in noi e ci renda sua immagine, strumenti di amore e di comunione, prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, con tutto il nostro corpo.

Vi benedica Dio onnipotente. A ciascuno il compito di non soffocare o spegnere lo Spirito di Gesù e del Padre, ma a lasciarlo agire in noi.

Il gesto e la formula della benedizione

Viene impartita a braccia allargate, quale segno di affezione con l’intenzione di abbracciare tutti, con un largo segno di croce e con la formula: “Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo”, cui il popolo risponde: “Amen”.

Il gesto delle braccia allargate manifesta l’estensione della benedizione a tutta l’assemblea. Il segno di croce richiama il mistero della salvezza e indica che la benedizione è impartita nel nome della Santissima Trinità.

I Vescovi benedicono facendo tre segni di croce nelle tre direzioni davanti a loro.

MomentoFormula o gestoSignificato
Saluto«Il Signore sia con voi»Il sacerdote annuncia nuovamente la presenza del Signore in mezzo all’assemblea.
Risposta dell’assemblea«E con il tuo spirito»Il popolo risponde al saluto sacerdotale.
Benedizione«Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo»Il sacerdote invoca la benedizione della Trinità sull’assemblea.
Risposta finale«Amen»L’assemblea accoglie e fa propria la benedizione.

La benedizione come invocazione sulla comunità

La loro particolarità é che, a differenza delle altre orazioni in cui colui che presiede include se stesso nella domanda a nome dell’assemblea, qui il presidente si rivolge a Dio per chiedere la sua benedizione a favore dell’assemblea.

In questo senso, la benedizione finale non è soltanto una formula conclusiva, ma una vera invocazione rivolta a Dio per il bene dei fedeli. Il sacerdote non benedice in nome proprio: presiede la preghiera della Chiesa e invoca su tutti il dono di Dio.

In alcuni giorni e in certe circostanze si può arricchire con l’orazione sopra il popolo o con un’altra forma più solenne.

L’Orazione sul popolo nel Tempo di Quaresima

Nel Tempo di Quaresima c’è una piccola novità inserita nella 3ª edizione Latina del Messale, si tratta di una “Orazione sul popolo” che è stata collocata alla fine della messa immediatamente prima della benedizione.

Questo tipo di preghiera era già presente nell’edizione Italiana del 1983 in una raccolta di 28 orazioni su popolo poste dopo le benedizioni solenni che chiudevano il così detto Ordo missae. Si tratta di antiche preghiere, presenti già i primi sacramentari in aggiunta la preghiera dopo la comunione e riprese dal Messale di san Pio V (1570) come preghiera di benedizione finale.

Queste invocazioni che possono essere fatte a scelta, assomigliano molto alle suppliche rivolte allo Spirito a Pentecoste: infatti nella rubrica si chieda sacerdote distende le mani durante la preghiera, con un chiaro significato di epiclesi, cioè di invocazione dello Spirito.

Sarà premura del sacerdote celebrante distinguere le due orazioni con una breve monizione.

La presenza dell’Orazione sul popolo prima della benedizione evidenzia il legame tra la preghiera conclusiva e l’invio dei fedeli nella vita quotidiana. L’assemblea non lascia la celebrazione senza una parola di Dio, ma riceve una preghiera speciale che prepara il congedo.

La benedizione all’interno dei riti di conclusione

La preghiera dopo la comunione conclude l’azione eucaristica. Con Cristo nel cuore e il ringraziamento al Padre abbiamo ottenuto tutto e tutto donato. L’assemblea può sciogliersi e questo avviene dopo i riti di conclusione, che comprendono:

  • brevi avvisi;
  • saluto;
  • benedizione;
  • congedo.

La Santa Messa è anche un momento importate d’incontro del sacerdote con i fedeli. E’ naturale che egli approfitti dell’occasione per qualche comunicazione di carattere pastorale. Gli avvisi naturalmente devono essere brevi.

La benedizione e il saluto vengono quindi dopo la preghiera dopo la comunione e gli eventuali avvisi, ma precedono il congedo. La benedizione non coincide con il congedo: la prima invoca il dono di Dio, mentre il secondo manda l’assemblea nella vita quotidiana e nella missione.

Dal saluto finale al congedo

L’ultima frase della Santa Messa è: “La Messa è finita, andate in pace”, che è la traduzione dell’ “Ite missa est“, antico invito proveniente dalla tradizione romana, che nell’ambito civile serviva come formula conclusiva delle assemblee, specialmente parlamentari; fu presa e trasferita nell’assemblea del popolo di Dio e fu impiegata quando si congedavano i catecumeni, poi fu trasferita al termine della celebrazione eucaristica.

E’ l’unica volta che nella celebrazione eucaristica la Cena del Signore viene chiamata “Messa”, ma forse si tratta di una traduzione non esatta, perché il termine latino “missa” indica piuttosto “missio”, ossia congedo e allora la traduzione migliore sarebbe: “Andate è (il momento del) congedo”.

E’ un invito a rientrare nella vita quotidiana, alle sue opere di bene, lodando e benedicendo Dio, con la pace apportata dall’Eucaristia. All’invito del sacerdote, il popolo risponde: “Rendiamo grazie a Dio”. All’invito e alla risposta, nel periodo pasquale, si aggiunge: “Alleluia”.

Nei riti di conclusione, infine, è stata aggiunta una nuova formula di congedo proveniente dalla 3ª edizione Latina: “Andate e annunciate a tutti il Vangelo del Signore”.Una piccola variazione riguarda pure la formula: “La gioia del Signore sia la nostra forza”, che diventa in sintonia al testo di Neemiaa 8,10, “La gioia del Signore sia la vostra forza”.

La benedizione invia alla missione

La chiesa invia in missione. A questo siamo inviati. «Ite, Missa est!»: è l'espressione in latino, diventata famosissima, che concludeva la celebrazione e che ora è tradotta in italiano, in maniera non molto efficace, con «La Messa è finita, andate in pace!».

Sono molti i commenti e diverse le spiegazioni di questa frase. L'interpretazione più interessante e convincente sembra essere quella che associa il termine Missa, «Messa», a missio, «invio in missione». Non segna la fine della celebrazione, ma è l'invito impegnativo e affascinante «ad andare e realizzare la missione», donando quanto abbiamo gustato nella Messa.

Il Risorto dà il mandato agli Undici e li abilita a "fare discepoli". A Messa, con il saluto finale, Gesù ci costituisce suoi testimoni, per annunciare la sua risurrezione come forza rigeneratrice.

Sì, proprio dall'altare delle celebrazioni eucaristiche, dove siamo accorsi e attorno al quale ci siamo riscoperti come «un solo Corpo» in Cristo, figli amati, fratelli e sorelle, ogni volta l'ultima parola e l'ultimo gesto sono un invito e una missione.

Siamo chiamati ad andare, a tornare nel mondo, alla vita quotidiana, ma in maniera nuova, diversa, più bella. Siamo mandati a testimoniare, con le parole e con tutto noi stessi, l'incontro vivo che abbiamo vissuto, affinché la Bella Notizia del Risorto rimbalzi ancora gioiosa, contagiando tutti.

La benedizione e la vita cristiana

Hai capito bene: Gesù vuole guardare gli altri con i tuoi occhi, vuole ascoltare i bisogni e le gioie dei fratelli e delle sorelle attraverso le tue orecchie, vuole continuare a tendere la sua mano verso i più poveri e i più deboli, utilizzando le tue mani, vuole andare incontro a tutti, camminando con i tuoi piedi, vuole prendersi cura di ognuno mediante le tue cure e la tua attenzione verso di loro, vuole gustare il cibo buono, condiviso con amore con gli altri; Gesù, in definitiva, vuole amare attraverso te.

Le più antiche Preghiere eucaristiche chiedevano a Dio di darci, assieme al Corpo di Gesù, il necessario da condividere con gli altri, così il Corpo di Gesù, che riceviamo nel Pane consacrato, diventa vivo anche nei fratelli e nelle sorelle che si amano.

Quelle preghiere, come anche le nostre, oggi, affidano a Dio tutta la creazione e tutte le creature, e domandano per noi la grazia di impegnarci, senza risparmi, nella cura del creato e dell'umano.

L'Eucaristia è amore fino alla fine, è vita spezzata e donata, è partecipazione dello stesso amore di Gesù, che è vincolo di unione, è testimonianza autentica e coraggiosa di condivisione e di comunione.

È questa «la forma eucaristica della vita cristiana» di cui ci ha parlato papa Benedetto XVI (cfr. Sacramentum caritatis, III parte: Eucaristia, mistero da vivere) e alla quale ci richiama costantemente papa Francesco (cfr. Evangelii gaudium, 20-24), invitandoci ad essere «Chiesa in uscita», che sa accogliere, sa avvicinare e farsi prossima e, mostrandosi «esperta di umanità» (Paolo VI), sa condurre a Gesù, per amore e attrazione, manifestando il divino che la anima.

La celebrazione e l’invio nella vita quotidiana

La celebrazione consiste di due parti principali: la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella messa viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.

Questi riti di conclusione non cancellano ciò che è stato celebrato, ma accompagnano il passaggio dalla liturgia alla vita. La benedizione ricevuta orienta il modo in cui i fedeli tornano alle loro responsabilità, alle relazioni, al lavoro, alla famiglia e alla comunità.

Siamo entrati in chiesa portando le nostre vite, con le angosce e le speranze, le fatiche e le gioie; soprattutto siamo entrati come individui, provenendo ognuno dalla sua storia. Dopo la Messa, usciamo dalla chiesa per portare nella quotidianità la vita trasfigurata che il Signore ci ha rivelato come vita possibile, umanamente autentica e bella, soprattutto come fratelli e sorelle che vivono in comunione.

Le nostre assemblee eucaristiche domenicali sono, e devono diventare sempre più, tempi e spazi di condivisione e di autentica vita fraterna. Si condivide la Parola, il Pane eucaristico, il tempo e i doni, le gioie e le tristezze, ci si sente accolti e da lì si è inviati.

Sarebbe bello all'uscita delle nostre chiese, al termine della Messa, che i bambini, i ragazzi, con le loro famiglie e i catechisti, continuassero a «vivere la domenica», oltre la celebrazione e a partire da essa; a intrattenersi volentieri sul sagrato (il cortile o la piazza antistante la chiesa) per salutarsi e conoscersi.

Si condividono esperienze di oratorio, di gioco e, perché no, qualche domenica, anche il pranzo insieme. Si possono vivere momenti di incontro con gli ammalati, accompagnando i ministri straordinari della santa Comunione che portano loro l'Eucaristia.

Il congedo del sacerdote e dell’assemblea

Il sacerdote si congeda dall’altare baciandolo e facendo la riverenza alla croce e al tabernacolo se questo è collocato nello spazio del presbiterio. L’altare rappresenta Cristo, in quanto luogo del sacrificio consumato e del banchetto offerto, perciò il sacerdote come lo ha baciato all’inizio, fa lo stesso nel congedarsi.

Poi il sacerdote, e, se ci sono, gli altri ministri, che hanno anche essi fatto un atto di riverenza all’altare e alla croce, tornano in sacrestia. L’assemblea si scioglie in maniera molto sobria.

La pietà popolare ha aggiunto un canto finale, segno di gioia, omaggio e ringraziamento, che si canta muovendosi. Quando usciamo di Chiesa salutiamo nuovamente il Signore, facendo il SEGNO DELLA CROCE, ma senza l’acqua benedetta, perché ora siamo già purificati e arricchiti di grazia di Dio.

Questo gesto fatto bene è il nostro distintivo, il MARCHIO DELLA NOSTRA APPARTENENZA ALLA FAMIGLIA DI DIO!

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