Quali sacrifici offrivano i Greci ai sacerdoti e agli dèi

Nella religione greca il sacrificio era il principale atto rituale e una manifestazione festiva della comunità, attraverso cui gli uomini onoravano gli dèi, i defunti e gli eroi, chiedevano la loro benevolenza oppure esprimevano gratitudine per una grazia ricevuta. I Greci offrivano soprattutto animali, vino, latte, miele, acqua, frutti, focacce, incenso e oggetti votivi; la pelle dell’animale sacrificato spettava al santuario o al sacerdote, mentre altre parti della vittima venivano bruciate per la divinità e la carne era distribuita ai partecipanti.

Il sacrificio greco non consisteva quindi soltanto nell’uccisione di una vittima, ma in un insieme ordinato di preghiere, purificazioni, offerte, gesti rituali, macellazione, consacrazione e banchetto. Le modalità cambiavano in base alla divinità, alla comunità e al tipo di rito: agli dèi olimpici si offrivano normalmente sacrifici con consumo condiviso della carne, mentre ai defunti, agli eroi e alle divinità sotterranee la vittima poteva essere bruciata interamente o il sangue lasciato colare in una fossa.

Il significato del sacrificio nella religione greca

Il sacrificio è un «atto rituale attraverso il quale si dedica un oggetto o un animale o un essere umano a un’entità sovrumana o divina, sottraendolo alla sfera quotidiana, come segno di devozione oppure per ottenere qualche beneficio».

Il sacrifico era fondamentale nella religione pagana e rappresentava un atto imprescindibile nella vita sociale: è manifestazione festiva per una comunità. In particolare rilievo è posto il contrasto con la quotidianità: si fa il bagno, si indossano vesti pulite, ci si adorna, in particolare si si mette attorno al capo una corona fatta di rami intrecciati - usanza che non esisteva ancora ai tempi di Omero.

Il politeismo dei Greci concepisce il mondo come un universo popolato da esseri visibili e invisibili le cui sfere sono interdipendenti, strettamente legate tra loro. La relazione che gli uomini stabiliscono con le potenze divine è fondata sull’equilibrio tra le diverse sfere del cosmos ed è intrattenuta dal culto.

La venerazione degli dèi è codificata in un insieme di pratiche rituali che sono specifiche di ogni comunità civica. Per cui non è del tutto esatto affermare che i Greci credono negli dèi e nel loro intervento nel mondo, perché quest’ultimo, per essi, è un dato di fatto, non di fede; in questa prospettiva, appare essenziale rivolgere l’attenzione al modo di agire dei Greci nei confronti degli dèi e, utilizzando categorie greche, parlare quindi della cura (therapeia), degli onori che essi rendono loro attraverso il culto.

La religione in Grecia non si definisce pertanto come un insieme di credenze e di culti dettati da una sorta di formalismo rituale senza fede, quanto piuttosto come un sistema di pratiche che organizzano la società e fondano il legame sociale.

Che cosa veniva offerto nel culto greco

Gli Dei venivano onorati e invocati con preghiere, con offerte e con sacrifici. Le offerte consistevano comunemente nelle primizie delle frutta e delle messi o in focacce di forme svariate; o si spargeva miele, vino, latte sugli altari, mentre una parte dei liquidi era assaggiata dagli offerenti (libazione).

I sacrifici erano invece offerte di animali, i quali venivano sgozzati sull’altare. Per lo più si sacrificavano buoi, pecore, capre o altri animali domestici; le vittime dovevano essere bianche se offerte agli Dei superni e nere se offerte agli Dei sotterranei.

Le vittime sacrificali più nobili erano il bue e il toro, ma le più comuni erano la pecora, la capra e il maiale. Diffusi erano anche i sacrifici con maialini, poli, uccelli (oca, colomba). I pesci erano un’eccezione.

Certi Dei volevano il sacrificio solo di determinati animali: così Bacco voleva un caprone, Venere colombe, Nettuno un cavallo, Esculapio un gallo. Gli animali sacrificati erano per lo più di tipo domestico, come tori, mucche, pecore, arieti, agnelli, capre, maiali, cani e cavalli; ma i pesci sono anche menzionati come graditi a certi Dei.

Offerta o sacrificioDestinatari e caratteristiche
χοαίOfferta di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, destinato ai defunti, agli eroi e alle divinità sotterranee.
σπονδαίOfferta di libagioni di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, ed è destinato agli dei dell'Olimpo.
απαρχαίOfferta di un oggetto dell'agricoltura, posto nei boschetti sacri o gettato nei corsi d'acqua e destinato a Dioniso o alle ninfe.
νηφάλιαOfferta d’acqua, miele od olio destinata ai defunti.
ΘυσίαSacrificio di uno o più animali (bue, maiale, capra o pecora) destinato agli dei dell'Olimpo.
ἐνάγισμα o αιμαχουρίαSacrificio di uno o più animali (bue, maiale, capra o pecora) ai defunti, agli eroi o alle divinità sotterranee.
ἑκατόμβηSacrificio solenne di cento buoi.

Le libagioni, le primizie e le offerte incruente

Nella religione greca erano comuni le libagioni di vino, latte, miele e acqua. La χοή era destinata soprattutto ai defunti, agli eroi e alle divinità ctonie; la σπονδή era invece associata agli dèi olimpici.

Le libagioni di solito consistevano in vino non mescolato, ma pure latte, miele e altri liquidi, puri o diluiti con acqua. Le libagioni accompagnavano sempre un sacrificio offerto nel concludere un trattato con una nazione straniera, ma le libagioni potevano essere indipendenti da ogni altro sacrificio, come nelle preghiere solenni, o, in molte altre occasioni di vita pubblica e privata, come prima di bere ai pasti.

Anche l’incenso era un’offerta che di solito accompagnava sanguinosi sacrifici, ma era anche bruciata come offerta da sola. Il vero incenso sembra essere stato usato solo in epoche successive, ma si bruciavano agli Dei vari tipi di legno profumato, come cedro, fico, vite e legno di mirto.

I sacrifici di frutti venivano in genere offerti agli Dei come "primitie" o decime del raccolto, e come segno di gratitudine, o al naturale, oppure adornati o preparati in vari modi. Ad esempio il ramo d'ulivo avvolto intorno dalla lana e legato con vari tipi di frutti; o le pentole piene di fagioli cotti.

Le focacce erano destinate al culto di certe divinità, come a quello di Apollo. Erano semplici focacce di farina, a volte anche di cera, o erano fatti a forma di animale, e venivano poi offerti come sacrifici simbolici al posto di veri animali, o perché non potevano essere procurati facilmente o erano troppo costosi per il sacrificante.

Gli anathemata: oggetti, vesti e doni votivi

Nell'antica Grecia gli "anathemata" consistevano in coroncine e ghirlande di fiori offerte agli Dei. Oppure si offrivano ciocche di capelli, specialmente i giovani e le fanciulle.

Ma si donavano anche abiti costosi, in particolare ad Athena e Hera. Ad Atene il sacro peplo di Atena, in cui venivano lavorate le grandi avventure di eroi antichi, veniva tessuto dalle donzelle ogni cinque anni, alla festa della grande Panatenea. Un peplo veniva tessuto ogni cinque anni a Olympia, da sedici donne, e dedicato a Hera.

Nel periodo in cui le belle arti fiorivano in Grecia, gli anathemata erano generalmente opere d'arte di squisita fattura, come alti treppiedi che portavano vasi, crateri, tazze, candelabri, quadri, statue e varie altre cose. I materiali di cui erano fatti erano di bronzo, altri d'argento o d'oro, ma si donavano pure gioielli come collane, bracciali e diademi. Così come si donavano nastri e veli colorati.

Dopo una vittoria i greci dedicavano la decima parte del bottino agli Dei, generalmente sotto forma di qualche opera d'arte. Oppure delle splendide armature, o una bella spada lavorata, o un elmo inciso, o uno scudo molto elaborato, venivano donati nei templi alle divinità come anathemata.

Gli Ateniesi dedicarono sempre ad Atena la decima parte del bottino e dei beni confiscati; e a tutti gli altri dei collettivamente, la cinquantesima parte. Dopo un combattimento marittimo, spesso veniva offerta a Nettuno una nave, ponendola in secca.

Ma talvolta la decima parte del profitto di qualche impresa commerciale veniva dedicata a un Dio nella forma di un'opera d'arte. Spesso si offrivano anathemata per essersi ristabiliti da una malattia, soprattutto trascorrendo una o più notti in un tempio di Esculapio.

Per ogni grazia ricevuta venivano fatti regali al tempio e e si appendevano piccole tavolette sui muri, contenenti un resoconto del pericolo scampato, e dell'intervento divino. A volte dopo la guarigione si dedicava un'immagine della parte malata in oro o argento alla divinità sanatrice.

Le persone sfuggite a un naufragio di solito dedicavano a Nettuno l'abito che indossavano al momento del pericolo ma se erano fuggiti nudi, dedicato ciocche di capelli. Anche sul tempio di Nettuno si appendevano tavolette votive con su descritto o dipinto l'incidente.

Gli individui che abbandonavano la professione o l'occupazione con cui erano vissuti, spesso dedicavano nel tempio gli strumenti che avevano usato, come riconoscimento del favore degli Dei. Il soldato dedicava così le sue armi, i pescatori la sua rete, il pastore il suo flauto, il poeta la sua lira, la cetra o l'arpa, ecc.

Quali parti dell’animale spettavano al sacerdote

La suddivisione in parti dell’animale sacrificato era rigidamente stabilita: la pelle andava al sacerdote, così anche le cosce che divideva però con i magistrati.

Degli animali sacrificati, le interiora e parte delle cosce venivano arse in onore del Dio; le altre carni, rosolate, si distribuivano tra tutti gli astanti.

In genere in questo sacrificio della vittima sacrificale venivano bruciati solo il grasso e le ossa, il restante veniva macellato e distribuito ai partecipanti al sacrificio per il banchetto sacrificale.

La pelle spetta al santuario o al sacerdote. Le interiora, soprattutto cuore e fegato (splánchna), vengono dapprincipio arrostite sul fuoco dell’altare. Assaggiare subito parte delle viscere è privilegio e obbligo della cerchia più interna e ristretta dei «partecipanti».

La spartizione rituale tra dèi, sacerdoti e partecipanti era spiegata anche attraverso il mito di Prometeo. Nella Teogonia, Esiodo offre una spiegazione poetica e mitica della spartizione della vittima sacrificale tra uomini e dei, attribuendo la scelta ad un "inganno" di Prometeo.

Ciò che giungerà alle divinità saranno i fumi e i vapori del grasso che salgono in cielo durante la cottura delle carni: una divisione che risale al mito di Prometeo che, per favorire gli uomini, ingannò Zeus durante il primo sacrificio.

Il dio, infatti, dovette scegliere quale parte sarebbe andata alle divinità e quali sarebbe rimasta agli uomini e scelse la parte delle ossa, furbamente coperte da Prometeo con grasso luccicante e appetitoso, pensando fosse quella più buona. Fu così che in realtà le carni e le interiora, saggiamente coperte dalla pelle, rimasero agli uomini.

Come si svolgeva un sacrificio animale

Il rituale era soggetto a variazioni a secondo della città, fermo restando che di base il sacrificio animale si basava sull’uccisione della vittima e il successivo banchetto.

1. Ornamento dell’animale e processione

Anche l’animale viene adornato, avvolto di bende; s’indorano le corna. L’animale viene accompagnato in processione fino all’altare.

Una ragazza illibata, alla testa del corteo, reca sul capo un canestro sacrificale, con dentro il coltello nascosto da cereali e focacce. Viene portata anche una brocca per l’acqua e spesso in incensiere a colonna; non mancano i musicanti, per lo più suonatore o una suonatrice di flauto.

I sacrifici cruenti venivano introdotti da un corteo guidato da una vergine detta κανηϕόρη (portatrice del cesto) che reggeva un cesto contenente dei pani, chicchi di cereali e il "coltello sacrificale".

2. Il solco sacro, la lavanda e i chicchi d’orzo

Una volta giunti all’altare o al luogo sacro si traccia un solco circolare, che racchiude il sito sacrificale, l’animale e i partecipanti al rito, mentre canestro sacrificale e brocca per l’acqua vengono portati intorno ai partecipanti.

Tutti stanno in piedi «attorno all’altare». Il primo atto collettivo è la lavanda delle mani: questo è l’«iniziare», árchesthai. Anche l’animale viene asperso con l’acqua; il suo scuotere la testa viene interpretato come cenno di assenso.

Si dà da bere al toro, così anche lui è costretto a piegare la testa. Dal canestro sacrificale i partecipanti prendono ora i chicchi d’orzo non macinato (oulaí, oulochýtai), li tengono in mano mentre si fa silenzio: chi presiede al sacrificio recita una preghiera.

Dopo le libagioni di acqua, vino o latte e miele, a seconda della divinità a cui era destinato il sacrificio, la vittima veniva bagnata con dell’acqua durante la purificazione delle mani, di modo che scuotendosi assentiva al sacrificio, poichè senza l’assenso della vittima sacrificale, il sacrificio greco non poteva avere luogo.

3. La preghiera

La preghiera era fondamentale anche durante il sacrificio alle divinità ed era recitata da chi presiedeva il sacrificio: risuonano alte e solenni parole d’invocazione, di desiderio, di voto, le mani levate verso il cielo.

Poi, come a convalida di quanto detto, tutti gettano i loro chicchi verso l’altare e la vittima del sacrificio; il alcuni riti si gettavano pietre. Anche questo, insieme alla lavanda delle mani, è chiamato «iniziare» (katárchesthai).

4. Il sacrificio dei peli

Dopo la preghiera si procede col rituale e ci si concentra sull’animale da sacrificare: il coltello sacrificale nel canestro è ora scoperto. Chi presiede al sacrificio lo prende e si avvicina, tenendolo nascosto, alla vittima: le taglia alcuni peli dalla fronte e li getta nel fuoco.

Tale «sacrificio di peli» è nuovamente, e per l’ultima volta, un «iniziare». Ancora non è stato versato sangue, ma la vittima non è più inviolata.

5. Uccisione, macellazione e lamento

È ora la volta della macellazione. Alcuni animali più piccoli vengono sollevati sopra l’altare e si taglia loro la gola; il bue viene abbattuto con una scure, poi gli si apre l’arteria del collo.

Il sangue viene raccolto in una coppa e spruzzato sull’altare e sulle parti laterali: è un’azione di pietà «aspergere col sangue» l’altare (haimássein).

Le donne presenti devono emettere, al colpo mortale, urla acute e stridule; «l’usanza greca di accompagnare con urla il sacrificio» sottolinea il culmine emozionale dell’evento; la vita sovrasta la morte.

Nel caso di un sacrificio olimpico il sangue veniva raccolto e quindi spruzzato sull’altare, nel caso di un sacrificio ai morti o alle divinità ctonie, lasciato colare a terra.

6. Scuoiamento, sventramento e cottura delle viscere

Ucciso e macellato l’animale, questo deve essere scuoiato e sventrato perché le interiora sono fondamentali per portare a compimento il rito: le interiora, soprattutto cuore e fegato (splánchna), vengono dapprincipio arrostite sul fuoco dell’altare.

Talvolta è il cuore ad essere strappato per primo, ancora palpitante, dal corpo. Assaggiare subito parte delle viscere è privilegio e obbligo della cerchia più interna e ristretta dei «partecipanti».

Sempre nel caso di un sacrificio agli dei olimpici l'animale sgozzato e dissanguato veniva macellato dal μάγειρος sul tavolo e la sua carne fatta a pezzi, bollita, tranne le viscere che invece venivano grigliate, e consumata subito.

7. Consacrazione dei resti non commestibili

Fulcro del rito è la consacrazione dei resti: i resti non commestibili vengono poi «consacrati»: si depongono le ossa sul rogo apparecchiato sopra l’altare «nel giusto ordine».

Nelle descrizioni omeriche vengono sovrapposte anche «parti iniziali» di ogni membro dell’animale, piccoli pezzi di carne, di ogni membro dell’animale: si vuole così allusivamente ricomporre l’essere smembrato.

Nel fuoco si gettavano anche offerte di cibo, focacce e piccoli quantitativi di purea; soprattutto il sacrificante versa vino ne fuoco che l’alcool s’infiammi.

8. Il banchetto sacrificale

Dopo aver mangiato cuore e fegato e quando il fuoco è spento, si inizia a banchettare con le carni dell’animale sacrificato: iniziano i preparativi del banchetto: la cottura e arrostitura delle carni.

Tale operazione ha per lo più carattere profano. Non di rado vige tuttavia il divieto di portare a casa la carne, essa dev’essere interamente consumata nel santuario.

Sacrifici olimpici e sacrifici ctoni

Quando il sacrificio doveva essere offerto agli Dei olimpici, la testa dell’animale era volta verso il cielo; quando agli Dei del mondo inferiore, agli eroi o ai morti, veniva volta verso il basso.

Nel sacrificio olimpico, il sangue veniva raccolto e spruzzato sull’altare, la carne veniva macellata e distribuita ai presenti, mentre il grasso, le ossa e alcune parti dell’intestino venivano bruciati in onore della divinità.

Nel sacrificio rivolto ai defunti, agli eroi o alle divinità sotterranee, il sangue veniva lasciato colare a terra e la vittima poteva essere interamente bruciata. In genere in questo sacrificio la vittima sacrificale veniva interamente bruciata.

Ogni dio aveva i suoi animali preferiti come sacrifici; ma in genere gli animali sacri a un dio non gli venivano sacrificati, eccezione i cavalli sacrificati a Poseidone.

Il ruolo dei sacerdoti

Il culto si può definire come l’insieme dei comportamenti e delle pratiche rituali specifici di una comunità, eseguiti nel rispetto delle tradizioni, in tempi e spazi ben precisi, e posti generalmente sotto l’autorità di individui le cui funzioni sono definite dalla società.

I sacerdoti preposti al culto entravano nel tempio per depositare le offerte. Il tempio, l’edificio più rappresentativo agli occhi dei moderni, non è sempre accessibile ai visitatori.

I templi erano custoditi dai sacerdoti, che non costituivano una casta presso gli antichi Greci. La pelle spettava al santuario o al sacerdote, così come le cosce che il sacerdote divideva però con i magistrati.

Il sacrificio era svolto presso l’altare, mentre il tempio custodiva la statua della divinità e le offerte consacrate. È sull’altare che si svolge il sacrificio e su di esso viene fatto colare il sangue della vittima.

I luoghi del culto e gli altari

Per trattare del culto in Grecia, occorre partire dallo spazio in cui esso si iscrive ed è praticato, dato che molti atti cultuali permettono di radicare una comunità nel suo territorio: l’analisi del paesaggio religioso greco rivela cioè il modo in cui la comunità organizza lo spazio cultuale e vive in esso.

Il primo elemento da considerare è lo spazio domestico, l’oikos, il cui perno è costituito dal focolare, hestia, protetto dalla divinità omonima. Il focolare è un elemento centrale per la vita della cerchia familiare; sotto l’autorità paterna vi si svolgono gli atti quotidiani del culto (preghiere, libagioni, sacrifici), ma anche rituali di integrazione di nuovi membri.

Al di fuori dell’oikos, i luoghi di culto frequentati dall’intera comunità sono i santuari. In greco si impiega il termine hieron per indicare un luogo consacrato a una divinità e quindi di suo possesso.

Da un punto di vista materiale, un santuario si presenta come un territorio chiaramente delimitato rispetto alle zone circostanti: si tratta di un temenos, cioè di uno spazio "ritagliato", cinto da un muro o semplicemente segnalato da pietre di confine, gli horoi.

Al suo interno si trovano gli hidrymata, elementi costitutivi della fondazione di un culto: il bomos, l’"altare", gli agalmata, statue e oggetti di valore consacrati alle divinità, e il naos, il "tempio".

Nel santuario i culti destinati alle divinità o ai defunti si svolgono a cielo aperto. In esso viene custodita la statua della divinità venerata e i sacerdoti preposti al suo culto vi entrano per depositare le offerte.

Ogni dio ebbe il suo altare; solo agli dei degli Inferi non si usava innalzare altari; i sacrifici per queste divinità erano compiuti presso fosse scavate nel terreno, entro le quali si faceva colare il sangue delle vittime.

Sugli altari costruiti nell’interno dei templi, non si sgozzavano vittime e non si accendevano fuochi. Nei templi, costruiti sull'acropoli, la parte più alta della città, si conservavano le offerte dei fedeli, le quali spesso consistevano in oggetti preziosi per materia e per lavoro arrivando a formare tutti insieme veri e propri tesori.

Il sacrificio umano e il caso del Monte Liceo

La pratica dei sacrifici umani appartiene alla storia di molti popoli, fra cui Sumeri, Egizi, Fenici, Dori, Aztechi. In particolare, li compirono tutti i popoli nordici, dai Germani ai Galli. A Roma vennero proibiti a partire dal 97 a.C.

Lo scheletro di un adolescente vissuto 3.000 anni fa, senza cranio e disposto tra due file di sassi, con una lastra di pietra a coprire il bacino, è stato rinvenuto in Grecia.

Nulla di strano, se non fosse per il luogo del ritrovamento: il Monte Liceo, sede del culto di Zeus e citato spesso in antichità per i sacrifici, umani e animali, che gli antichi Greci consumavano su di esso.

Finora le testimonianze di sacrificio umano associate a questa montagna, incluse quelle di Platone, erano state liquidate come leggende. Difficile pensare che la pratica del sacrificio umano, presente per motivi religiosi tra antichi Romani, Egizi e Israeliti, riguardasse anche la culla della democrazia e del pensiero razionale.

La cima sud della montagna, dove è avvenuto, era sede di un altare sacrificale, non di un cimitero. Perché allora seppellire un corpo proprio lì?

Diverse fonti classiche menzionano l'altare di Zeus come adibito a sacrifici umani. In base alla leggenda, un ragazzo veniva immolato assieme ad alcuni animali, e la carne delle vittime veniva poi cotta e consumata.

Ma se del macello animale erano state trovate tracce - dal XVI secolo a.C. e fino al 300 a.C., furono qui sacrificati decine di migliaia di animali - fino a qualche settimane fa non erano stati rinvenuti resti umani.

La presenza umana in questo luogo risale a più di 5000 anni fa. Fino ad oggi non sono state trovate prove di un culto di Zeus, ma rimane difficile capire perché, altrimenti, una comunità avrebbe dovuto abitare su una cima tanto esposta e arida.

Finora solo il 7% dell'altare del Monte Liceo è stato disseppellito. Ulteriori scavi chiariranno forse il mistero.

La cessazione dei sacrifici umani in Grecia

Nel culto di Zeus Lycaeus in Arcadia, dove si diceva che i sacrifici umani fossero stati introdotti da Lycaon, sembra che siano continuati fino all’epoca degli imperatori romani.

A Leucas una persona veniva ogni anno alla festa di Apollo gettata da una roccia nel mare; e Temistocle, prima della battaglia di Salamina, avrebbe sacrificato tre persiani a Dionisio.

Comunque i sacrifici umani erano cessati nelle epoche storiche della Grecia.

Altare greco e vittima sacrificale

IL DONO GRECO: IL SACRIFICIO CHE PORTA DRITTO AL MATT!

tags: #sacrifici #grechi #che #offrivano #ai #sacerdoti