Matteo Salvini non è un missionario in senso religioso: è un giornalista e politico italiano, dirigente della Lega e protagonista della vita istituzionale nazionale ed europea. L’espressione “Matteo Salvini missionario” rimanda soprattutto alla controversia nata dopo l’uso pubblico del rosario e dell’invocazione alla Madonna durante un comizio elettorale.
Il 18 maggio, a Milano, Salvini ha stretto in mano e mostrato alla folla un rosario, dichiarando: «Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a san Benedetto da Norcia, a santa Brigida di Svezia, a santa Caterina da Siena, ai santi Cirillo e Metodio, a santa Teresa Benedetta della Croce. […] Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria».
Chi è Matteo Salvini
Matteo Salvini nasce a Milano il 9 marzo 1973. Diplomato al Liceo classico Manzoni, è giornalista professionista. Iscritto alla Lega dal 1990, ne è segretario federale dal dicembre 2013, dopo aver ricoperto numerosi ruoli politici e istituzionali, a partire da quello di consigliere comunale a Milano, dove viene eletto per la prima volta nel 1993.
Matteo Salvini, nato a Milano, è giornalista professionista e ha diretto dal 1999 al 2013 il quotidiano e Radio Padania. Iscritto alla Lega Nord dal 1990, ha ricoperto incarichi di responsabilità all’interno del partito, tra cui responsabile del Gruppo Giovani di Milano (1994‑1997), Segretario Provinciale della Lega Nord Milano (1998‑2004) e Consigliere comunale di Milano (1993‑2012).
Parlamentare europeo nel 2004‑2006 e nuovamente nel 2009 e 2014, nel 2008 è stato eletto alla Camera dei deputati, cessando il mandato nel 2009, anno in cui è stato rieletto al Parlamento europeo. Nel 2013 è nuovamente eletto alla Camera e nello stesso anno eletto Segretario federale della Lega Nord, confermato nel 2017 e nuovamente nel congresso del 2025 con mandato esteso fino al 2029.
Eletto alla Camera dei Deputati nel 2008, opta l'anno seguente per il ruolo di parlamentare europeo, incarico a cui viene rieletto nel 2014. Senatore della Repubblica dal marzo 2018, è dal 1 giugno ministro dell'Interno e vicepresidente del Consiglio dei ministri.
Il percorso istituzionale e politico
Alle elezioni politiche del 2018 la Lega ha ottenuto circa il 17% dei voti, risultando il partito più votato della coalizione di centrodestra. In seguito a un accordo con il Movimento 5 Stelle, Salvini è stato Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno del governo Conte I (1° giugno 2018 - 5 settembre 2019).
Incarichi di governo
I Governo Conte - Ministro dell'Interno 1 Giugno 2018 - 5 Settembre 2019
Alle elezioni europee del 2019 la Lega ha conseguito oltre il 34% dei consensi, confermandosi primo partito in Italia. Dopo un periodo all’opposizione durante il governo Conte II, ha sostenuto il governo Draghi nel 2021. Dal 22 ottobre 2022 è Vicepresidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Meloni.
Nel 2025 ha presentato un piano di investimenti da circa 204 miliardi di euro per opere pubbliche, energia, ferrovie, sicurezza stazioni, reti regionali e piano idrico nazionale. Ha promosso la Transizione Ecologica collegata a eventi come Milano‑Cortina 2026, sostenuto il Ponte sullo Stretto di Messina e illustrato piani infrastrutturali e urbanistici al Meeting di Rimini.
Nel 2025 ha affrontato il ricorso della Procura di Palermo nel caso “Diciotti” e nel 2026 ha gestito tensioni interne alla Lega. Autore del testo autobiografico Secondo Matteo. Follia e coraggio per cambiare il paese (2016), la sua carriera politica è caratterizzata da un costante radicamento territoriale e da un ruolo di primo piano nel contesto nazionale ed europeo.
Il rosario nel comizio di Milano
Ci sono commenti che non vorremmo scrivere, specie alla vigilia di un voto importante. Ma ci sono gesti e ci sono parole che non avremmo voluto vedere né sentire. E rimanere in silenzio, in alcuni casi, potrà anche essere rispettoso della par condicio ma non lo è della decenza.
Prima i gesti e le parole, però, casomai a qualcuno fossero sfuggiti: «Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a san Benedetto da Norcia, a santa Brigida di Svezia, a santa Caterina da Siena, ai santi Cirillo e Metodio, a santa Teresa Benedetta della Croce. […] Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria».
Così Matteo Salvini sabato 18 maggio, stringendo in mano e mostrando alla folla il rosario, a conclusione del comizio che ha visto riuniti tutti i leader che ci siamo ormai abituati a definire “sovranisti”, da Geert Wilders a Marine Le Pen.

VENEZIA L’invocazione all’«immacolato cuore di Maria grazie a cui vinceremo» alzata da Matteo Salvini sabato scorso dal palco di piazza Duomo a Milano risuona ancora in Padania, Veneto incluso, e l’eco non ne ha attenuato il fragore.
Suscitando ondate di sdegno rigorosamente cattolico. La nota dei Comboniani, per dirne una, abbandona la prosa sfumata d’ambito ecclesiale. Al contrario, è durissima: «Noi Missionari Comboniani in Italia siamo schierati. Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario che è segno della tenerezza di Dio, macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo».
La risposta di Salvini alle critiche
«Sono l’ultimo dei buoni cristiani: sono divorziato, sono peccatore, dico le parolacce, vado a messa tre volte l’anno. Ma difendo la nostra storia, l’esistenza delle scuole cattoliche. Non so se sono un buon cattolico ma sono un uomo felice e chiedo rispetto. Se credo in Dio e chiedo la protezione di Maria, dà fastidio a qualcuno?».
La sera, in televisione, il “capitano” - così ama farsi definire dai suoi strateghi della comunicazione - risponde al fiume di critiche con parole che all’apparenza suonano di umano buon senso e muovono all’empatia.
Facile per l’ascoltatore riconoscersi nel ritratto del Matteo che cerca faticosamente di essere un buon cristiano… proprio come ciascuno di noi. Facile immedesimarsi nei suoi “tormenti”, fino al punto di non cogliere più il senso profondo dello sfregio che si è consumato in piazza a Milano.
La distinzione tra fede personale e responsabilità politica
Perché una cosa deve essere chiara: l’immagine proiettata da piazza Duomo in tutte le case e su tutti gli schermi è uno sfregio, che ci ferisce innanzitutto come credenti ma dovrebbe farci male anche come cittadini.
Che Salvini sia un buono o un cattivo cristiano, che vada o meno a messa con regolarità, che pecchi o non pecchi a noi non interessa. Ne parli semmai col suo confessore, se ce l’ha.
Ma la politica - a maggior ragione quando si è vicepresidenti del governo - è cosa ben diversa dai personali cammini di fede. Così come peccato non è sinonimo di reato.
Sabato Maria è diventata uno slogan da campagna elettorale, una divina testimonial, un vessillo da far sventolare in piazza. La dolce madre di Gesù si è trasformata nella condottiera di un novello esercito di crociati pronti a muovere alla ri-conquista dell’Europa, nemmeno fossimo ancora ai tempi della Giovanna d’Arco che tanto infiamma il cuore di Marine Le Pen.
Il rosario è parso un’arma da brandire contro i nemici. E la religione si è fatta strumento politico, buono a eccitare le piazze e occupare i palcoscenici mediatici.
Le critiche di ambienti cattolici e istituzionali
Tutto questo, diciamolo a voce alta, è la peggiore offesa che si possa rivolgere ai credenti. «Se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio», ha scritto a caldo padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica.
Al netto degli errori del passato, vale la pena ricordare che cent’anni fa è stato un prete, don Luigi Sturzo, a insegnarci col suo appello ai liberi e forti (e non ai cattolici, guarda un po’…) che la politica è il campo della laicità, in cui siamo chiamati a impegnarci come cittadini e non come membri di una chiesa, ricercando l’incontro ed esercitando l’arte nobile del compromesso.
Dal mondo cattolico sono germogliati don Sturzo e De Gasperi, e insieme e dopo di loro schiere di ministri, parlamentari, sindaci. I nostri lettori provino a riandare con la memoria al passato: chi di loro si è mai permesso di invocare la Vergine o agitare rosari ai comizi?
Quando mai la lotta politica, anche nei momenti più aspri, si è trasformata in lotta nel nome di Dio e non in nome della democrazia, della giustizia sociale, della libertà, della pace?
«Dio è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso», ha ammonito il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin.
Questo è il punto. E nessuno dovrebbe stupirsi dell’ondata di sdegno che hanno suscitato in tutta Italia le parole di chi, mentre costruisce lucidamente il suo consenso con politiche di egoistica chiusura, invoca poi la protezione della Vergine e si presenta come difensore della “civiltà cristiana”.
La posizione dei missionari comboniani
Il nodo, per altro, è tutto lì, su quei porti chiusi o aperti. Poi, però, a far rompere gli argini a tanta parte del mondo cattolico, da Famiglia Cristiana ad Avvenire passando per il vescovo di Mazara del Vallo che ieri sbottava: «È ora di finirla. Non possiamo più stare zitti di fronte alle sparate di un sempre più arrogante ministro della Repubblica» sono i simboli.
Il rosario «brandito» come il mitra immortalato sui social nel giorno di Pasqua ma, soprattutto, quell’invocazione alla Madonna che in molti, da cattolici, hanno bollato come blasfema perché invocata in nome di una vittoria elettorale.
Tante e dure le posizioni del mondo cattolico dopo che Matteo Salvini si è presentato sul palco della manifestazione sovranista con un rosario in mano: da Civiltà Cattolica al Vaticano, da Avvenire a Famiglia cristiana, i vertici culturali e politici hanno preso le distanze dal vice premier leghista.
Ora si aggiungono anche i missionari comboniani. "Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna", questo il commento dei missionari comboniani d'Italia, dopo che Matteo Salvini si è presentato sul palco della manifestazione sovranista con un rosario in mano.
Ora si aggiungono anche i missionari comboniani: "Il rosario è segno della tenerezza di Dio e viene macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo".
I comboniani si smarcano dall'uso strumentale del rosario. "Noi siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo - scrivono - che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro.
Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore.
Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti".
Non solo. "Ci ripugna - aggiungono i missionari comboniani d'Italia - il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli 'scarti' del mondo per innalzare gli umili.
Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. 'Ero forestiero e mi avete accolto' (Mt 25,35). Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano 'porti aperti'. Dettando legge in nome dei vescovi".
La visione è un'altra. "Ci dà coraggio e ci fa resistere - concludono i missionari comboniani - contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi.
Da chi non tace e, con la determinazione della non-violenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita.
I missionari comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre".
Il confronto sul tema dei migranti
Dio invocato troppo spesso invano per i Comboniani veneti: «Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro».
E i missionari arrivano a parlare apertamente di «strategia fascista»: «Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Come la nave Sea Watch di queste ore».
E, ancora: «Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli “scarti” del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra».
Di altro tenore le parole di monsignor Tessarollo da Roma dove con gli altri vescovi partecipava alla giornata inaugurale dell’assemblea Cei: «In campagna elettorale vien fuori di tutto. L’abbiamo già visto, si usano tutti gli strumenti possibili per far presa sull’uditorio.
Allora, l’invocazione a Dio, alla Madonna e ai santi non è esclusiva di nessuno, neppure della Chiesa. Sa, io parlo con tanta gente e c’è chi invoca il rigorismo, chi dice che papa Francesco sta distruggendo la Chiesa, la religione viene tirata troppo per la giacchetta.
Sa perché Salvini ha gioco facile? Perché l’approccio del Pd e della sinistra, dall’altra parte, è apertamente schierato in modo opposto. Però aggiungo che Salvini non mi pare ferratissimo in materie religiose, pesca da una religiosità popolare diciamo».
Il commento del vescovo di Chioggia
La battuta, involontaria, del vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo suona così: «Un po’ “Gott mit uns no?”».
Il motto degli eserciti prussiani e imperiali prima e nazisti poi è l’erede di quel Deus nobiscum d’epoca romana. Insomma, quel «Dio è con noi» guerresco che, ci si passi il paragone forse irriverente, guida gli eserciti televisivi dell’osannato Trono di Spade di questi tempi.
Le diverse posizioni all’interno della Chiesa
Il presule su Twitter
Su Twitter, però, un altro vescovo, Claudio Cipolla di Padova, ha scelto come immagine profilo un panorama con una scritta: «Non posso accettare distanze sociali e di classe, il Vangelo mi chiede di essere servo, di essere ultimo».
Non esattamente salviniano. Che esista un fronte anti-Bergoglio interno però è fuor di dubbio, l’arcivescovo di Trieste, il rodigino Giampaolo Crepaldi, di recente ha citato la dottrina morale della Chiesa e il «diritto a non emigrare».
Un’altra galassia rispetto al veneziano don Nandino Capovilla. E, di fronte all’ultima scelta eclatante di Salvini, pure lui che strappò un selfie a papa Francesco con la spilletta «Porti aperti», si ritrova senza parole: «Per fortuna che la reazione del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin (un altro veneto ndr) è stata netta.
Fatico a commentare: si tratta di un uso politico ma anche di una blasfemia. Nominare il nome di Dio invano per fini elettorali ci lascia sconcertati».
La difesa della Lega
La difesa della Lega
Strenua, invece, la difesa della Lega. L’assessore regionale Roberto Marcato non lesina le bordate: «Ho l’impressione che qualsiasi cosa faccia o non faccia Salvini venga usata dalle contraeree nemiche contro di noi.
Per 50 anni ha governato un partito che si chiamava Democrazia Cristiana e se non eri cristiano non eri democratico. Che questi figli della Dc si scandalizzino mi lascia perplesso.
Quanto ai migranti? “Sutor ne ultra crepidam”, ciabattino, non andare oltre le scarpe, questo dico alla Chiesa».
Un insolitamente morigerato Gianantonio Da Re, infine, sentenzia: «È un argomento che non mi sfiora più di tanto, sono un cattolico non praticante vivo questa vicenda con estremo distacco. Dio è per tutti, poi se qualcuno ha copyright non lo so».
Fede, laicità e identità europea
«La fede è ben altra cosa - ha ricordato il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini - serve a creare ponti e a superare le barriere del pregiudizio».
La fede è ben altra cosa: ce lo dimostrano quotidianamente le mille esperienze che germogliano in ogni angolo d’Italia. Ce lo ricorda l’impegno e la testimonianza di tutta la nostra Chiesa diocesana, a partire dal vescovo Claudio che fin dal suo arrivo tra noi non ha mai smesso di sottolineare con segni e richiami evangelici cosa significhi adoperarsi davvero per restituire un’anima cristiana alla società: investendo sui poveri, coltivando le relazioni e la dimensione comunitaria anche nei territori più lontani, dando impulso alla preghiera, scegliendo il servizio e non l’ostentazione del potere come stile distintivo del suo magistero.
C’è però un secondo tema che scorre sotto traccia e che l’intemerata di Salvini ha avuto quantomeno il merito di riproporre all’attenzione del mondo politico.
Che l’Europa non abbia saputo riconoscere nelle sue carte fondative quelle “radici cristiane” che ne segnano la storia e l’identità, ha finito per ritorcersi come un boomerang contro i sostenitori di un’idea di laicità che si è fatta, strada facendo e forse suo malgrado, culto del laicismo.
Martedì il card. Bassetti, nella sua introduzione all’assemblea generale dei vescovi italiani, ha chiesto a tutti noi uno sforzo, un rinnovato impegno a far sì che le virtù, la tradizione educativa, lo spirito di umanità che contraddistinguono l’Italia, la densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi non rimangano lettera morta.
«Non si vive - ha ammonito - di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori! Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato.
Dobbiamo essere fieri di un cristianesimo che ha disegnato il Continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto».
Affermare la laicità della politica e della società non significa dimenticare che la dimensione religiosa è costitutiva dell’uomo. Promuovere il pluralismo non significa cancellare il sacro dalla sfera pubblica per ridurlo a dimensione intimistica, specie quando siamo di fronte a grandi questioni etiche che tanto bisogno avrebbero della millenaria sapienza delle religioni.
E coltivare i valori dell’integrazione non significa negare la propria storia, che trasuda di cristianesimo dalle sue città, dal suo pensiero filosofico, dalla sua arte. Altrimenti, come si è visto a Milano, quella storia si finisce per consegnarla in ostaggio ad altri.
Pensiamoci tutti, e ci pensi l’Europa chiamata oggi a un passaggio delicatissimo. Non rassegniamoci a dover scegliere tra l’eclissi del sacro e i rosari da comizio.
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