Secondo il dizionario Treccani consiste nella «Costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai propri propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta. […] In particolare, nella teologia morale cattolica, virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dalla stanchezza e dallo sconforto».
Si presenta quindi la perseveranza come una virtù caratterizzata dalle componenti di costanza e fermezza. Perseverare per raggiungere un obiettivo significa allora mettere in campo la propria energia interiore, senza lasciarsi sconfiggere o fuorviare da difficoltà, opposizioni o parziali sconfitte. Perseverare è agire in modo sapiente: non si assolutizza il fine perseguito prescindendo dalla situazione concreta, ma non si è neanche proni ad arrendersi all’avvisaglia delle prime difficoltà.
Nella Bibbia la perseveranza non significa semplicemente sopportare una situazione difficile. Ha a che fare con il nostro atteggiamento, cioè con quello che pensiamo e proviamo quando affrontiamo un problema. La perseveranza ci aiuta a essere coraggiosi, fedeli e pazienti.
Perseverare vuol dire non mollare, vuol dire continuare nella stessa direzione, senza arrendersi. Vuol dire procedere verso il premio, superando gli ostacoli. La vita cristiana è una vita di perseveranza, e senza la perseveranza, non c’è vera salvezza.
Il significato biblico della perseveranza
Il vocabolo greco che nel Nuovo Testamento viene tradotto con perseveranza, o talvolta con pazienza, costanza o fermezza, è upomonè, composto da upo, preposizione che si traduce generalmente con sotto, in senso sia locale che metaforico, e meno, verbo che significa stare, dimorare, abitare.
Il verbo greco upomeno (da cui il vocabolo upomonè) ha anch’esso connotazione sia di modalità di resistere, di perseverare nella fede nelle vicende del mondo, sia di attendere con desiderio e fiducia la venuta di Cristo mantenendo la fede. Potremmo tradurre upomonè in maniera letterale come il sotto-stare e più esistenziale come lo star-ci, nel senso di rimanere, stare, imparare ad abitare e vivere le situazioni che la vita e le sue vicende presentano.
Già questo semplice sguardo al significato del vocabolo ci dà un’indicazione preziosa del suo utilizzo nei testi biblici in cui compare. La perseveranza non è dunque inerzia, rassegnazione o semplice resistenza passiva, ma la capacità di rimanere fedeli a Dio e al bene dentro situazioni concrete, anche quando comportano fatica, sofferenza, opposizione o attesa.
| Espressione | Significato |
|---|---|
| upomonè | perseveranza, pazienza, costanza o fermezza |
| upo | sotto, in senso sia locale che metaforico |
| meno | stare, dimorare, abitare |
| upomeno | resistere, perseverare nella fede e attendere con fiducia |
La perseveranza nel Nuovo Testamento
A parte un paio di occorrenze nel Vangelo di Luca, upomonè compare solo nelle lettere di Paolo e nell’Apocalisse, per un totale di 32 volte. Paolo utilizza il termine come costanza e fermezza nel portare avanti la scelta della vita nuova in Cristo, sia da parte di colui che annuncia il Vangelo, sia soprattutto come risposta di vita del fedele che accoglie e vuole vivere quanto la predicazione dell’apostolo gli ha fatto comprendere.
Si tratta quindi di uno stile di vita che sa tenere ferma la scelta fatta anche a costo di difficoltà e contrarietà, sapendo che questa costanza, fermezza e pazienza producono in ultima analisi la speranza. E la speranza non delude, dice ancora Paolo (cfr Romani 5,3-5).
Per l’Apostolo il fondamento della perseveranza è l’amore di Dio versato nei nostri cuori attraverso il dono dello Spirito, un amore che ci precede e ci rende capaci di vivere il tempo dell’attesa del suo ritorno appunto con perseveranza.
La tribolazione, la pazienza e la speranza
Romani 5,3-5 presenta una vera dinamica spirituale: «E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza [upomonè], 4 la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
La sofferenza non viene descritta come un bene in sé, né la perseveranza consiste nel cercare il dolore. Il testo mostra piuttosto che, quando la tribolazione viene vissuta nella fede, può diventare un cammino attraverso il quale la pazienza si trasforma in virtù provata e la virtù provata alimenta la speranza.
La perseveranza nell’Apocalisse
Nel testo dell’Apocalisse, upomonè prende maggiormente la sfumatura di fortezza e capacità di resistere nella fede in tempo di difficoltà e persecuzione nell’attesa della manifestazione di Cristo. Spesso infatti l’autore sottolinea la perseveranza legata alla fatica e appunto alla sopportazione di situazioni di grande sofferenza o persecuzione (cfr Apocalisse 2,2-3; 13,10; 14,12).
«Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti» (Apocalisse 2,2-3).
Il contesto storico in cui nasce l’Apocalisse era infatti quello delle prime persecuzioni dei cristiani nell’impero romano. Oggi vorremmo poter leggere questi testi solo in maniera metaforica, parlando di difficoltà interiori che il cristiano deve vivere, ma le vicende storiche che viviamo ci mettono di fronte, invece, a vere e proprie situazioni in cui i credenti in Cristo si trovano a vivere la perseveranza anche a costo della vita.
La perseveranza nei Vangeli
Nel Vangelo secondo Luca Gesù collega direttamente la perseveranza alla salvezza della vita: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Luca 21,19). Il contesto parla di inganno, guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie, pestilenze, persecuzione e opposizione, ma l’insegnamento di Gesù non consiste nel fissare una data o nel lasciarsi dominare dalla paura.
Gesù disse: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Il Signore invita anche ad essere vigilanti e sempre pronti all’incontro più importante e definitivo della nostra vita: l’incontro con Gesù. Non si tratta, dunque di sapere come o quando avverrà questo incontro, ma come dobbiamo comportarci oggi.
Certi della Parola di Gesù: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”: siamo chiamati a vivere il presente, costruendo il nostro futuro con serenità e fiducia in Dio ed essere perseveranti fino alla fine perché la venuta del Signore è per il cristiano gioia, compimento e liberazione.
La perseveranza nell’Antico Testamento
Volendo indagare la perseveranza nell’Antico Testamento, è necessario rivolgersi ai testi della letteratura profetica e sapienziale, in particolare i Salmi e Giobbe, in cui si concentra la ricorrenza dei termini perseveranza (in ebraico miqweh, con un’accezione di speranza e fiducia) e perseverare.
In ebraico i vari verbi utilizzabili sottolineano sfumature diverse: attendere fiducioso in Dio; attendere impaziente legato allo sperare; attendere persistente e perseverante; attendere paziente.
La perseveranza biblica comprende quindi l’attesa, la fiducia, la speranza e la fermezza. Non si limita a stringere i denti davanti al dolore, ma mantiene aperta la relazione con Dio e orienta il credente verso una promessa ancora non pienamente visibile.
Giobbe: perseverare senza rassegnarsi
Proprio il libro di Giobbe può offrirci delle piste interessanti sul come perseverare. Il protagonista è Giobbe: un uomo giusto ingiustamente sottoposto alla prova della sofferenza, propria e delle persone che gli sono care, da parte di Dio e dell’avversario (traduzione letterale del termine ebraico reso con Satana nella versione della CEI).
Dal testo - volutamente ambiguo - non è chiaro di chi sia la colpa; l’avversario agisce toccando Giobbe in ciò che ha di più caro e nella sua stessa persona (cfr Giobbe 1-2), ma Dio glielo permette, proprio per saggiare la sua fede, perché non sia solo dovuta al fatto che la sua vita è riuscita in ricchezze, figli e saggezza.
Sotto l’egida di questa scommessa, che Giobbe non conosce (ma che il lettore sa fin dall’inizio), inizia una serie di discorsi di Giobbe e dei suoi tre amici, venuti per consolarlo, ma che di fatto diventano suoi avversari, nel tentativo di giustificare ciò che sembra essere un castigo di Dio: «Se stai male è perché hai agito male», gli ripetono continuamente i tre amici.
All’ascolto di queste parole, Giobbe si ribella, discute e protesta. In maniera veemente, ora accusando gli amici di essere falsi consolatori, che per giustificare Dio e la classica teoria della retribuzione devono condannare lui, ora prendendo direttamente l’iniziativa per interloquire con il Signore.
Il lamento e il desiderio di uscire dalla sofferenza
In questo suo rivolgersi a Dio nella sofferenza, Giobbe presenta una serie di modalità molto interessanti, perché profondamente umane e che dimostrano come la perseveranza in una relazione con il Signore abbia bisogno di una molteplicità di atteggiamenti anche di fronte a lui.
E allora abbiamo il lamento (Giobbe 3), che arriva a desiderare il nulla e la morte piuttosto che la sofferenza: «Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?» (Giobbe 3,11).
Il lamento di Giobbe mostra che la perseveranza non richiede di fingere che tutto vada bene. Il credente può riconoscere la propria stanchezza, il dolore e il desiderio di essere liberato dalla prova, senza per questo interrompere il rapporto con Dio.
La protesta rivolta a Dio
In seguito Giobbe interpella direttamente il Signore ingaggiandosi in ciò che viene definito un litigio (rîb), accusandolo di essere un aguzzino che spia per fare il male alla sua vittima (cfr Giobbe 7,17-20), senza lasciargli scampo ma mantenendolo in vita, mentre Giobbe desidera morire.
Viene poi l’immagine di Dio che potremmo dire opposta: non ricevendo nessun segno dal cielo, Giobbe accusa Dio di essere assente, di non volerlo guardare, o di trattarlo addirittura come un suo nemico, che mette inciampo a ogni suo passo senza farsi vedere (Giobbe 13,24: «Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?»).
Alla fine dei dialoghi - che in realtà diventano sempre più un riflettere tra sé e sé a voce alta - Giobbe lancia la sfida finale, proclamandosi innocente e chiamando il Signore a farsi vivo (Giobbe 31).
La risposta di Dio e la trasformazione di Giobbe
Dio risponde, senza dare in realtà risposte a Giobbe; lo aiuta piuttosto a calarsi in una creazione di cui anche lui è parte, ma non finisce con lui (Giobbe 38-41). Si parla di distacco terapeutico dalla propria sofferenza.
Giobbe afferma ora di comprendere, ma che cosa? Sembra rendersi conto che la sua condizione umana di sofferenza fa parte di una vita che comunque chiede di essere affrontata e vissuta.
Il testo termina ancora una volta con una sorpresa: il Signore dice ai tre amici che Giobbe ha detto cose rette di lui (Giobbe 42,7). Allora quella protesta, quelle immagini di Dio che nella sua sofferenza Giobbe ha evocato, sono corrette? Sembrerebbe proprio di sì.
«Giobbe prese a dire al Signore: “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t’interrogherò e tu mi istruirai! Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere”» (Giobbe 42,1-6).
«Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: “La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe”» (Giobbe 42,7).
La perseveranza come “stare dentro” la vita
Quanto visto non può che farci guardare alla perseveranza come una modalità di stare-dentro alle situazioni di vita che implicano sofferenza, prova, dolore, senza negarle, senza aver paura di chiamare in causa anche Dio, ma gridando a gran voce il desiderio di uscirne, la volontà positiva di portare avanti un progetto di vita che non si adagi nella rassegnazione, come in una specie di morte anticipata.
La perseveranza diventa così, soprattutto da un punto di vista credente, la capacità di saper vivere tutta una serie di vicissitudini, per quanto difficili e dolorose, affidandosi a un Dio che va chiamato in causa. In situazioni di difficoltà, ci si rende conto che una cosa è parlare di Dio, altra cosa - e ben più essenziale - è parlare con Dio.
E questo cammino di protesta con Dio, di ricomprensione della propria vita, non solo è permesso o tollerato, ma è addirittura richiesto per una sana relazione di fede. Giobbe è tutt’altro che il paziente e rassegnato saggio che talvolta viene presentato.
In questo senso, la nuova traduzione della CEI del versetto di Giacomo 5,11 che presenta il paziente Giobbe non rende giustizia alla sua figura. Se per paziente si intende colui che ha fiducia che alla fine Dio compirà la sua giustizia, può anche essere corretto; ma sarebbe stato meglio tradurre il greco upomonè con perseverante.
In questa maniera si dà la giusta misura della virtù della perseveranza, la quale non rifugge dalla fiducia che Dio farà giustizia perché è Dio, ma, senza confinare l’uomo in una passiva pazienza, gli lascia al contempo la possibilità di vivere questa virtù alla luce delle circostanze.
E se le circostanze sono difficili, difficile e duro sarà o potrà essere anche il confronto (e la protesta) con Dio. In questa maniera, nulla di veramente umano viene lasciato perdere. Non Dio o l’uomo, ma Dio e l’uomo sono coinvolti in quella virtù che è la perseveranza.
La perseveranza e la lotta contro la rassegnazione
Costanza e fermezza sono le componenti della perseveranza. Proprio due regole per il discernimento degli spiriti di sant’Ignazio, assai ben conosciute ma assai meno praticate, recitano che «Nel tempo della desolazione non bisogna mai fare cambiamenti, ma rimanere saldi e costanti nei propositi e nella decisione in cui si era nel giorno precedente a quella desolazione. […] Durante la desolazione non dobbiamo cambiare i propositi precedenti; però giova molto reagire intensamente contro la stessa desolazione» (Esercizi spirituali, nn. 318 e 319).
Che tradotto dal linguaggio degli Esercizi spirituali significa chiaramente che in tempi di difficoltà, prova, ecc. la cosa peggiore da fare è rassegnarsi, tornare sulle proprie scelte, mutare (in genere al ribasso) i propri obiettivi in maniera da sopravvivere, mentre invece occorre esercitare la costanza, insieme al reagire intensamente espressione della fermezza.
La perseveranza quindi diventa virtù da vivere in maniera ben concreta: essa è il cammino che, anche attraverso la lotta interiore e/o con Dio, porta a scoprire la propria autenticità di progetto di vita.
Di fatto ogni cammino spirituale che predichi la rassegnazione non è veramente nell’ottica cristiana. Quanto dice Ignazio per il singolo in desolazione spirituale, ovvero in tempo di difficoltà, sofferenza, ecc., vale anche per la sfera pubblica, e cioè politica e sociale.
La perseveranza, lungi dall’essere semplice pazienza o arrendevolezza, diventa la modalità con cui si affrontano le situazioni di crisi, mettendo in comune anche le energie e capacità dei singoli, perché quanto è giusto e veramente umano si possa alfine conseguire per il bene comune.
Perseveranza, salvezza e responsabilità personale
Qualunque impegno importante richiede perseveranza. Senza la perseveranza, tu puoi desiderare buoni risultati, ma non ce ne saranno. La perseveranza è fondamentale.
Nei piccoli e nei grandi impegni, senza la perseveranza la cosa non va in porto. Quanto è importante per ogni genitore insegnare ai figli il valore della perseveranza! E quanto è importante per noi essere perseveranti!
Senza la perseveranza, si può iniziare bene, con grande impegno, ma poi, quando si inizia a togliere gli occhi dal traguardo, quello che andava bene comincia ad andare male. Quella che sembrava una vittoria diventa una sconfitta.
Se la perseveranza è necessaria in tutti i campi delle vita, tanto più lo sarà in quella che è la cosa più importante di tutte: la salvezza. La salvezza è un'opera di Dio, eppure, non c’è vera salvezza senza che la persona perseveri.
Cioè, quando Dio salva una persona, mette in quella persona un cuore che persevera. Allo stesso tempo, dobbiamo combattere contro la carne, contro i pensieri sbagliati, e contro il mondo, per perseverare.
Perseverare nella fede
La vera salvezza produce la perseveranza nella fede. Ogni vero credente persevera nella fede, perché Dio è all’opera in lui. Allo stesso tempo, dobbiamo capire che dobbiamo impegnarci a perseverare.
«E voi stessi, che un tempo eravate estranei e nemici nella mente con le vostre opere malvagie, ora vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, mediante la morte, per farvi comparire davanti a sé santi, irreprensibili e senza colpa, se pure perseverate nella fede, essendo fondati e fermi, senza essere smossi dalla speranza dell’evangelo che voi avete udito» (Colossesi 1,21-23).
Da un lato, quando Dio ha iniziato una buona opera in noi, sarà Lui a portarla a compimento. Però, dall’altro lato, NOI dobbiamo perseverare. Infatti, chi non persevera, non è veramente salvato, perché ogni vero credente persevera.
Quindi, dobbiamo lavorare per completare la nostra salvezza, come dipendesse da noi, con timore e tremore. Però, allo stesso tempo, dobbiamo riposarci in Cristo, sapendo che Dio è all’opera in noi.
«Perciò, miei cari, come mi avete sempre ubbidito non solo quando ero presente, ma molto più ora che sono assente, compite la vostra salvezza con timore e tremore, poiché Dio è colui che opera in voi il volere e l’operare, per il suo beneplacito» (Filippesi 2,12-13).
Il comandamento di compiere la nostra salvezza vuol dire semplicemente perseverare nella salvezza. Noi dobbiamo perseverare, con timore e tremore, che vuol dire come se dipendesse tutto da noi. Però dobbiamo ricordare che Dio opera in noi il volere e l’operare.
Le prove fanno parte del cammino cristiano
Prima di tutto, per perseverare, dobbiamo capire e ricordare che le prove e le difficoltà fanno parte della vita cristiana, e non sono strane. Anzi, sono necessarie.
Se io credo che le prove non dovrebbero esserci, se credo che in qualche modo esse sono fuori dal controllo di Dio, sarà difficilissimo, o anche impossibile, perseverare. Quindi, dobbiamo capire che fanno parte del piano di Dio di santificarci.
Nel piano perfetto di Dio, è necessario che noi siamo afflitti con svariate prove. Lo scopo di questa afflizione è quello di raffinare la nostra fede, in preparazione di quel giorno meraviglioso in cui vedremo il nostro Signore e Salvatore, faccia a faccia nella pienezza della Sua gloria!
«Benedetto sia il Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un’eredità incorruttibile, incontaminata e che non appassisce, conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio mediante la fede siete custoditi, per la salvezza che sarà prontamente rivelata negli ultimi tempi» (1 Pietro 1,3-5).
«A motivo di questo voi gioite anche se al presente, per un po' di tempo, se questo è necessario, dovete essere afflitti da varie prove, affinché la prova della vostra fede, che è molto più preziosa dell’oro che perisce anche se vien provato col fuoco, risulti a lode, onore e gloria nella rivelazione di Gesù Cristo» (1 Pietro 1,6-7).
Ascoltate anche quello che Pietro scrive in 1Pietro 4:12: «Carissimi, non lasciatevi disorientare per la prova di fuoco che è in atto in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano».
Fratelli e sorelle, avere prove di fuoco non è qualcosa di strano. Fa parte del buon piano di Dio per noi! Le prove sono uno degli strumenti principali che Dio usa per conformarci all'immagine di Gesù Cristo! Servono per fortificare la nostra fede, e per farci conoscere di più Dio.
Come perseverare secondo la Bibbia
Ricordare le promesse di Dio
Per superare le difficoltà, dobbiamo avere una vita in cui abbondiamo nel ringraziamento a Dio. Abbiamo sempre tanto per cui ringraziare Dio, soprattutto per le benedizioni spirituali.
Soprattutto, dobbiamo ringraziare Dio per le benedizioni spirituali che abbiamo in Gesù Cristo. È fondamentale abbondare nel ringraziamento per queste benedizioni, giorno dopo giorno.
È proprio il ricordare le nostre benedizioni spirituali che ci aiuta a perseverare. Fra le benedizioni che ci aiutano a perseverare, è fondamentale ricordare le tante meravigliose promesse che Dio ci dà.
«Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana; or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere» (1 Corinzi 10,13).
Ci saranno le prove e le difficoltà, ma Dio ci darà sempre la forza di passare oltre, di superarle. Dio è fedele e possiamo abbondare nel ringraziamento per questa promessa.
«Nel vostro comportamento non siate amanti del denaro e accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”» (Ebrei 13,5).
Dio è sempre con te, o credente! Non ti lascerà mai! Ringraziare Dio e farlo spesso per questa meravigliosa promessa ti sarà pace, e ti aiuterà a perseverare in mezzo alle prove più difficili.
Chiedere a Dio la forza
Geova è “l’Iddio che dà perseveranza e conforto” (Romani 15:5). È l’unico che capisce pienamente la nostra situazione, i nostri sentimenti e il modo in cui è fatto ognuno di noi.
Quindi sa benissimo cosa ci serve per perseverare. La Bibbia dice che Dio “eseguirà il desiderio di quelli che lo temono, e udrà la loro invocazione di soccorso, e li salverà” (Salmo 145:19).
Se chiediamo a Geova di aiutarci a perseverare, lui ci promette che ‘farà la via d’uscita’. Come? Potrebbe eliminare la prova. Ma di solito ci dà la forza che ci serve per “perseverare pienamente ed essere longanimi con gioia” (Colossesi 1:11).
Come abbiamo detto, Geova conosce molto bene i nostri limiti fisici, mentali ed emotivi. Perciò non permetterà mai che una situazione diventi così difficile che per noi sia impossibile rimanere fedeli.
Nutrirsi spiritualmente
Usiamo il cibo spirituale per rafforzare la nostra fede. Perché il cibo spirituale è importante? Facciamo un esempio. Per scalare una montagna altissima come l’Everest una persona ha bisogno di circa 6.000 calorie al giorno, cioè molto più di quello che le serve di solito.
Quindi, per perseverare fino a raggiungere il suo obiettivo, lo scalatore deve assumere più calorie possibile. Anche noi, se vogliamo perseverare fino a raggiungere il nostro obiettivo, abbiamo bisogno di tanto cibo spirituale.
Dobbiamo essere determinati a fare lo studio personale e ad andare alle adunanze. Queste attività ci daranno quello di cui abbiamo bisogno per mantenere forte la nostra fede (Giovanni 6:27).
Rimanere leali a Dio
Anche se le prove ci fanno soffrire, c’è qualcosa di ancora più importante delle nostre sofferenze. Il modo in cui reagiamo a una prova dimostra quanto siamo leali a Dio. Dimostra se consideriamo Geova il vero Governante dell’universo.
Satana, un nemico di Dio che si oppone al suo governo, ha insultato Dio dicendo che le persone Lo servono solo perché ne hanno dei vantaggi. Satana disse: “L’uomo darà tutto ciò che ha per la sua anima”. E poi, parlando di Giobbe, disse: “Per cambiare, stendi la tua mano, ti prego, e tocca fino al suo osso e alla sua carne e vedi se non ti maledirà nella sua medesima faccia” (Giobbe 2,4-5).
Quando soffriamo per colpa di una prova, cerchiamo di immaginare questa scena invisibile. Da una parte ci sono Satana e i demoni, che ci guardano e dicono che non riusciremo a rimanere leali.
Dall’altra parte ci sono Geova, il nostro Re Gesù Cristo, gli unti che sono stati risuscitati e migliaia di angeli. Anche loro ci guardano, ma fanno il tifo per noi! Sono felici quando perseveriamo e rimaniamo leali a Geova.
Concentrarsi sulla speranza
Immaginiamo di fare un viaggio in macchina. A un certo punto entriamo in una lunga galleria. È buio dappertutto, ma sappiamo che, se attraversiamo la galleria, alla fine vedremo di nuovo la luce.
La vita è come questo viaggio. A volte ci sono momenti difficili in cui potremmo sentirci schiacciati dai problemi. Forse anche Gesù si sentì così.
Quando fu messo al palo venne umiliato e provò un dolore enorme. Quello fu sicuramente il momento più difficile della sua vita! Cosa lo aiutò a perseverare? La Bibbia dice che guardò alla “gioia che gli fu posta dinanzi” (Ebrei 12:2, 3).
Gesù si concentrò sulle ricompense della sua perseveranza. Soprattutto si concentrò sul fatto che avrebbe contribuito a santificare il nome di Dio e a dimostrare che solo Geova ha il diritto di governare.
Sapeva che la prova era temporanea, ma la sua ricompensa in cielo sarebbe stata eterna. Anche noi oggi forse affrontiamo prove molto grandi e dolorose, ma dobbiamo ricordare che sono solo temporanee.
Le reazioni che ostacolano la perseveranza
Per perseverare, dobbiamo riconoscere i modi sbagliati con cui spesso reagiamo, perché sono peccati, che ci ostacolano dal perseverare. Quando riconosciamo e confessiamo i nostri peccati, questo ci porta a camminare di nuovo per fede, e così, perseverare, con la pace di Dio.
Confidare in noi stessi
Il primo sbaglio che tanti di noi fanno quando si trovano in difficoltà è di confidare in se stessi. Il nostro orgoglio ci porta a credere in noi stessi, anziché umiliarci per confidare e seguire Dio.
Questa è una manifestazione chiara del nostro orgoglio, e mostra che vogliamo farcela da soli, che vogliamo vincere noi senza l'aiuto di Dio. Però solo Dio è sufficiente, e la Sua via è l’unica via giusta.
Se noi confidiamo in noi stessi, nel nostro intendimento, nelle nostre capacità, prima o poi, cadremo, e non persevereremo. Per riprendere a poter perseverare, dobbiamo riconoscere il peccato del nostro orgoglio, e confessarlo.
Dobbiamo ravvederci, umiliarci e porre la nostra fede in Dio. Confidare in Dio non vuol dire che siamo passivi, ma vuol dire che camminiamo in base ai comandamenti di Dio, e la nostra speranza è in Dio, e non in noi stessi.
La rabbia
Un’altra reazione carnale che ci ostacola dal perseverare nel cammino cristiano è quando reagiamo ad una situazione difficile con la rabbia. È impossibile perseverare nel cammino cristiano se abbiamo rabbia.
Il rispondere alle difficoltà con rabbia rivela che nel nostro cuore c'è l’orgoglio. La rabbia è il risultato del credere di meritare qualcosa di meglio rispetto a ciò che ci succede.
Perciò, ricevere il male quando crediamo di meritare il bene, ci fa arrabbiare. Ci sembra ingiusto. Questo nostro orgoglio crea la rabbia.
È impossibile perseverare nella fede con questo orgoglio. L’unica soluzione per poter perseverare nella fede quando siamo arrabbiati è quella di riconoscere il nostro orgoglio e confessarlo a Dio, riconoscendo che non meritiamo alcun bene.
Tutto il bene che riceviamo è una grazia. Riconoscere questo ci permette di essere mansueti, il che ci permette di perseverare, anche quando le cose sono difficili o ingiuste.
La paura
Un’altra reazione sbagliata che ci ostacola dal perseverare è quando rispondiamo alle afflizioni ed alle difficoltà con la paura. Spesso abbiamo paura, paura degli uomini, paura del fallimento, paura di essere sconfitti, paura di non farcela.
Chiaramente, se abbiamo paura, non possiamo perseverare nella fede. Cosa ci fa avere paura? Abbiamo paura quando guardiamo alle difficoltà, e alla nostra debolezza, e non a Dio.
Da come vediamo le cose, non ce la facciamo. E così, abbiamo paura. Allora, come possiamo superare la paura, per poter perseverare?
Prima, dobbiamo riconoscere che la paura è il risultato del vedere i problemi e la nostra incapacità, senza vedere Dio, la Sua potenza, il Suo controllo e il Suo amore.
Quindi, quando abbiamo paura, o quando siamo tentati di avere paura, la soluzione è quella di scegliere di guardare a Dio. Dobbiamo ricordare chi è Dio, la Sua potenza, e dobbiamo ricordare il fatto che Dio è con noi ed ha il controllo di tutte le nostre circostanze.
Le promesse contro la paura
«Non temere, perché io ti ho redento, ti ho chiamato per nome; tu sei mio. Quando passerai attraverso le acque io sarò con te, quando attraverserai i fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai in mezzo al fuoco, non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà» (Isaia 43,1-2).
«Poiché io sono l’Eterno, il tuo DIO, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore. Ho dato l’Egitto come prezzo di riscatto, l’Etiopia e Seba, al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi e onorato, e io ti amo» (Isaia 43,3-4).
Ricordare queste promesse cambia tutto. Non avremo paura se ricordiamo che mentre Dio ci permette di camminare nel fuoco, non saremo consumati.
Mentre ci permette di attraversare i fiumi, non saremo sommersi: ricordiamoci che siamo preziosi, onorati e amati da Dio.
«E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna. Non si vendono forse due passeri per un soldo? Eppure neanche uno di loro cade a terra senza il volere del Padre vostro. Ma quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete ben più di molti passeri» (Matteo 10,28-31).
Se ricordiamo quanto siamo preziosi per Dio, che gli uomini non possono farci nulla se non è permesso da Dio, possiamo affrontare ogni situazione senza paura, e così, perseverare nella fede.
La perseveranza come opera di maturazione
Il discepolo Giacomo fu ispirato a scrivere: “La perseveranza abbia la sua opera compiuta, affinché voi siate compiuti e sani sotto ogni aspetto, non mancando di nulla” (Giacomo 1:4).
Quale “opera” può compiere in noi la perseveranza? Quando affrontiamo una prova, a volte ci rendiamo conto che dovremmo essere più pazienti, grati o amorevoli.
Perseverando nella prova impariamo a mostrare di più queste qualità, e così miglioriamo la nostra personalità cristiana. Quando perseveriamo nelle prove, miglioriamo la nostra personalità cristiana.
Visto che la perseveranza ci rende cristiani migliori, non vogliamo andare contro le leggi di Geova solo per far finire le prove che incontriamo.
Lottiamo con pensieri immorali? Se sì, non cediamo alla tentazione! Chiediamo a Geova di aiutarci a scacciare i pensieri sbagliati.
Un nostro familiare ci fa opposizione? Non smettiamo di perseverare! Facciamo di tutto per continuare a servire Geova.
Così avremo sempre più fiducia in lui. Ricordiamo: se vogliamo piacere a Dio dobbiamo perseverare (Romani 5:3-5; Giacomo 1:12).
Esempi biblici di perseveranza
Gedeone e i suoi trecento uomini
Immaginiamo la battaglia fra i soldati israeliti, guidati dal giudice Gedeone, e i loro nemici. Fu molto difficile e stancante, infatti Gedeone e i suoi uomini inseguirono i madianiti e i loro alleati tutta la notte per più di 30 chilometri!
La Bibbia ci dice cosa successe dopo: “Gedeone giunse al Giordano, e lo passò, lui e i trecento uomini che erano con lui, stanchi”. Ma non avevano ancora vinto la guerra.
Dovevano ancora combattere contro 15.000 soldati! Quei nemici opprimevano gli israeliti da diversi anni, quindi Gedeone e i suoi soldati non potevano smettere di combattere.
Continuarono a inseguire i nemici e alla fine li sconfissero (Giudici 7:22; 8:4, 10, 28). Anche noi stiamo combattendo una battaglia difficile e stancante.
Forse stiamo combattendo questi nemici da molti anni, e con l’aiuto di Geova abbiamo vinto molte battaglie. Ma non abbiamo ancora vinto completamente la guerra.
A volte potremmo sentirci stanchi di combattere o di aspettare la fine di questo sistema malvagio. Gesù disse che durante gli ultimi giorni avremmo affrontato prove difficili e una forte opposizione. Ma disse anche che la perseveranza ci avrebbe fatto vincere.
I cherubini davanti all’Eden
I cherubini sono angeli che hanno una posizione molto importante in cielo. Dopo il peccato di Adamo ed Eva, Geova diede ad alcuni cherubini un compito nuovo da svolgere sulla terra.
Era molto diverso da quello che avevano in cielo. Il loro esempio ci insegna a perseverare quando dobbiamo svolgere un compito difficile.
La Bibbia dice che Geova “pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiammeggiante lama di una spada che roteava continuamente per custodire la via dell’albero della vita” (Genesi 3:24).
La Bibbia non dice che i cherubini si lamentarono o pensarono di essere troppo importanti per il loro nuovo incarico. Non si annoiarono né andarono via prima del tempo.
Rimasero al loro posto fino alla fine, forse fino al tempo del Diluvio, più di 1.600 anni dopo!
Giobbe
A volte potremmo essere tristi perché un nostro amico o parente ci ha detto qualcosa di scoraggiante. Oppure siamo gravemente malati, o una persona a cui volevamo bene è morta.
In ogni caso possiamo trovare conforto nell’esempio di Giobbe (Giobbe 1:18, 19; 2:7, 9; 19:1-3). Giobbe non sapeva perché all’improvviso dovette affrontare tutte quelle prove, ma non si arrese mai.
Cosa lo aiutò a perseverare? Innanzitutto amava Geova e aveva timore di dispiacergli (Giobbe 1:1). Voleva renderlo felice sia nei momenti belli che in quelli brutti.
Qual è un’altra cosa che lo aiutò a perseverare? Geova lo fece riflettere sulla potenza che aveva dimostrato nelle cose che aveva creato.
Quelle cose straordinarie convinsero ancora di più Giobbe che al momento giusto Geova avrebbe fatto finire le prove che stava affrontando (Giobbe 42:1, 2).
Paolo
Stiamo subendo una forte opposizione o addirittura la persecuzione? Siamo anziani di congregazione o sorveglianti di circoscrizione e ci sentiamo schiacciati dalle tante responsabilità?
Se è così, l’esempio di Paolo può aiutarci. Paolo subì una fortissima persecuzione; inoltre era sempre preoccupato per i fratelli della congregazione (2 Corinti 11:23-29).
Comunque non smise mai di perseverare, e il suo esempio incoraggiò altri. Anche il nostro esempio può incoraggiare altri a perseverare.
Le esperienze di “quelli che hanno perseverato” ci insegnano a rimanere leali, ci assicurano che possiamo riuscirci davvero e ci ricordano che se siamo leali saremo ricompensati (Giacomo 5:11).
La perseveranza nelle relazioni e nella vita quotidiana
L’amore per Geova ci motiva a perseverare in ogni circostanza che lui permette (Luca 22:41, 42). L’amore per i fratelli ci aiuta a perseverare nonostante le loro imperfezioni (1 Pietro 4:8).
L’amore per nostro marito o nostra moglie ci aiuta a perseverare nella “tribolazione” che affrontano anche le coppie felicemente sposate, e ci aiuta a rafforzare il nostro matrimonio (1 Corinti 7:28).
La perseveranza è necessaria anche nell’educazione dei figli, nel matrimonio, nel lavoro, nelle responsabilità sociali e in ogni impegno importante.
Senza la perseveranza, si può iniziare bene, con grande impegno, ma poi, quando si inizia a togliere gli occhi dal traguardo, quello che andava bene comincia ad andare male.
Perseverare fino alla fine
Dobbiamo perseverare fino alla fine, non solo per un po’ di tempo. Immaginiamo una nave che sta affondando. Per sopravvivere, i passeggeri devono nuotare fino alla riva.
Se una persona smette subito di nuotare che fine fa? Affoga. E se si arrende poco prima di arrivare a riva? Fa la stessa fine: affoga.
Quindi, se vogliamo entrare nel nuovo mondo dobbiamo continuare a perseverare. Dobbiamo avere lo stesso atteggiamento dell’apostolo Paolo, che disse: “Non veniamo meno” (2 Corinti 4:1, 16).
Come Paolo, siamo convinti che Geova ci aiuterà a perseverare fino alla fine. Paolo scrisse: “Siamo completamente vittoriosi per mezzo di colui che ci ha amati”.
«Poiché sono convinto che né morte né vita né angeli né governi né cose presenti né cose avvenire né potenze né altezza né profondità né alcun’altra creazione potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore» (Romani 8,37-39).
È vero che a volte ci sentiremo stanchi. Comunque vogliamo imitare Gedeone e i suoi uomini, che anche se erano stanchi ‘continuarono l’inseguimento’ (Giudici 8:4).
La perseveranza come cammino quotidiano
Perseverare fino alla fine significa rimanere fedeli per tutta la vita al nostro impegno verso Dio e ai Suoi comandamenti. Comporta anche stringere alleanze con Lui, pentirsi ogni giorno e fare affidamento sul potere di Gesù Cristo perché ci aiuti a superare le prove, le tentazioni e l’opposizione.
Perseverare fino alla fine è più che superare una prova o una difficoltà. È uno sforzo quotidiano “di venire a Cristo ed essere [resi] perfetti in Lui” nel corso di tutta la vita.
Perseverare fino alla fine può dare l’impressione di essere un’impresa che richiede moltissimo tempo, tanto da arrivare a sembrare perfino impossibile. Ma quando ti ricordi che si persevera fino alla fine un passo alla volta, non sembra più così difficile.
Cercate la guida divina un giorno alla volta. Saltare in cima a una scala non è facile, ma salirla un piolo alla volta è meno faticoso.
Tutti possiamo essere fedeli per un giorno, e poi per un altro, e poi per un altro ancora, per renderci conto alla fine di aver vissuto una vita guidata dallo Spirito, una vita spesa vicino al Signore, una vita piena di buone azioni e rettitudine.
Quando accettiamo il vangelo di Gesù Cristo, iniziamo un viaggio che dura tutta la vita. Alcuni giorni possiamo sentirci pieni di speranza e determinazione, altri giorni il sentiero può sembrare lungo e difficile.
Ma non ci arrendiamo. Al contrario, confidiamo nella promessa del Signore che Egli non ci lascerà né ci abbandonerà mai (vedere Ebrei 13:5) e scegliamo ogni giorno di “[spingerci] innanzi con costanza in Cristo” (2 Nefi 31:20).
Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità.

tags: #la #perseveranza #nella #bibbia