Padre Arrupe e l’omelia al campo rifugiati: fede, giustizia e accoglienza

Il Centro Astalli nasce dall’intuizione profetica di padre Pedro Arrupe, fondatore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, e riassume il proprio impegno in tre verbi: accompagnare, servire e difendere. La sua missione consiste nell’essere al servizio di chi lascia il proprio Paese per fuggire da guerre e persecuzioni, garantendone dignità e possibilità di vivere da individui liberi.

Il pensiero di Arrupe sui rifugiati si fonda sull’incontro concreto con le persone costrette all’esilio, sulla difesa dei loro diritti e sul riconoscimento della loro capacità di diventare protagoniste di una società più giusta. Il Centro Astalli con la sua azione di accompagnamento, servizio e difesa dei rifugiati si impegna ogni giorno a riconoscere loro dignità e possibilità di vita libera e piena in Italia.

La nascita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati

Padre Pedro Arrupe, che nel 1980 fondava il Jesuit Refugee Service invitando la Compagnia di Gesù ad aprire gli occhi su un’umanità sofferente e occuparsi degli allora 16 milioni di rifugiati costretti ad abbandonare terra e affetti in cerca di pace, è una delle radici più solide dell’impegno a favore dei rifugiati.

Il Centro Astalli compie 40 anni. Li compie il 14 novembre, giorno in cui è nato p. Pedro Arrupe, fondatore del Servizio dei Gesuiti per Rifugiati. Una data simbolica che rappresenta un riferimento ideale e al contempo concreto, come era tangibile l’amore di Arrupe per i rifugiati.

La data del 14 novembre segna la nascita del Centro Astalli, e quella della nascita di padre Arrupe, nel 1907 a Bilbao, in Spagna. Una data simbolica, indica lo stesso Centro, che rappresenta un riferimento ideale e al contempo concreto, come era tangibile l’amore di Arrupe per i rifugiati.

Le nostre radici più solide sono due: Padre Pedro Arrupe, che nel 1980 fondava il Jesuit Refugee Service invitando la Compagnia di Gesù ad aprire gli occhi su un’umanità sofferente ed occuparsi degli allora 16 milioni di rifugiati costretti ad abbandonare terra e affetti in cerca di pace e Padre Giovanni Fantola che nel 1999 apriva un appartamento a Roncafort (Trento) ai primi rifugiati che arrivavano da Roma in cerca di un posto di lavoro e nella società, affiancandoli nella costruzione di un percorso di autonomia e privandosi delle più scontate comodità.

Due eredità dense e vive che, in sinergia con i padri gesuiti della città di Trento, il mondo di Villa Sant’Ignazio, le istituzioni e il privato sociale locali, la sede nazionale romana e le sedi territoriali del Centro Astalli e il Jesuit Refugee Service oggi si traducono in progetti e azioni che puntano ad accompagnare, servire e difendere i rifugiati che vivono in Trentino.

La visione di padre Arrupe al campo rifugiati

Il riferimento all’omelia pronunciata da padre Arrupe in un campo rifugiati richiama il momento in cui la sua intuizione sul servizio ai rifugiati divenne concreta e universale. Il Centro Astalli è esempio concreto e quotidiano di questa accoglienza nata dalla visione profetica del padre Pedro Arrupe.

È stato il suo canto del cigno, in un centro di rifugiati in Asia. Grazie a voi tutti, donne e uomini, laici e religiosi, operatori e volontari, perché mostrate nei fatti che se si cammina insieme la strada fa meno paura.

Padre Arrupe comprese che la risposta alla sofferenza dei rifugiati non poteva limitarsi all’assistenza immediata. Occorreva accompagnare le persone nel tempo, servire la loro dignità e difendere i loro diritti, riconoscendo nella loro esperienza una responsabilità per la Chiesa e per l’intera società.

I rifugiati negli anni sono cambiati perché sono cambiate le crisi umanitarie che attraversano il mondo, spiega padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, però “la figura del rifugiato ha sempre quelle necessità di fondo che sono quelle di base: il cibo, la salute e l’integrazione”.

Accompagnare, servire, difendere

Accompagnare, servire, difendere: sono questi i tre verbi che padre Pedro Arrupe, fondatore del Sevizio dei Gesuiti per i rifugiati, quaranta anni fa, consegnò al Centro Astalli. Oggi, sono ancora questi tre verbi a riassumere il percorso assegnato all’organizzazione: essere al servizio di chi lascia il proprio Paese per fuggire da guerre e persecuzioni, e impegnarsi a garantirne una dignità e la possibilità di vivere da individui liberi.

Accompagnare

Il Centro Astalli con la sua azione di accompagnamento, servizio e difesa dei rifugiati si impegna ogni giorno a riconoscere loro dignità e possibilità di vita libera e piena in Italia. Questo impegno è il nostro orizzonte di riferimento, che in continuità con la strada fatta finora ci indica il cammino, fatto di passi concreti, di azioni progettuali, sempre in ascolto dei rifugiati.

Da testimoni privilegiati del dono che sono i rifugiati, vogliamo condividere la bellezza di incontrarli, conoscerli e camminare con loro. Il Centro Astalli, in questi decenni, si è fatto compagno di strada, di cammino, ha accompagnato, seguendo i verbi di padre Arrupe, queste persone.

Servire

Servire i rifugiati, continua Ripamonti, non significa farne “uno strumento per i nostri interessi, ma piuttosto essere al loro servizio e servire alla loro dignità, perché la riacquistino”.

La presenza di Dio nella storia, ha aggiunto Sosa, «si manifesta attraverso coloro che ascoltano, danno da mangiare, accolgono…». I rifugiati ci aiutano a «vivere della speranza in Dio e a condividerla come stimolo di ciò che si fa giorno per giorno; e a fare lo sforzo permanente di leggere i segni dei tempi».

Difendere

Si arriva poi al terzo verbo: difendere, “perché abbiamo visto che in questi 40 anni è venuta un po’ meno la difesa dei diritti e della dignità di queste persone. È, quindi, sempre più necessario mettersi dalla parte di chi non ha voce, essere dalla loro parte per difendere i loro diritti”.

Padre Arrupe invitava la Compagnia a identificarsi con coloro che soffrono e a difendere i diritti umani, se necessario, fino al sacrificio della vita. Il suo impegno collegava così l’accoglienza dei rifugiati alla lotta per la giustizia e alla responsabilità di opporsi alle cause della persecuzione, della guerra e dell’emarginazione.

La fede e la giustizia

Durante il suo generalato, il periodo in cui lo abbiamo conosciuto meglio, sono state due queste radici di cui parlo: Dio e i poveri. Tu hai detto qualcosa di simile di mons. Romero. Fondava la sua speranza su due pilastri: “Dio e il popolo salvadoregno”.

La Compagnia si mise all’opera, con diversi ritmi, e con maggiore o minore intensità, ma si mise in marcia per un nuovo cammino. Per Arrupe fu una gioia veder nascere una Compagnia più simile a Gesù di Nazareth.

Si può discutere su quale fu l’apporto specifico di Arrupe alla “fede e giustizia”. I suoi documenti e le sue lettere sono illuminanti. Ma l’importante è la radice da cui cresceva tutto questo: ascoltare il clamore degli oppressi e reagire con tutta la propria persona - e la sua speranza era con tutto il peso della Compagnia universale.

Arrupe è venuto a dirci: “non separiamo quello che Dio ha unito dal principio e quello che la Chiesa e la Compagnia hanno separato lungo la storia: la fede e la giustizia”. Ci spese la salute e il tempo, e alla fine la vita.

Per mantenersi fedeli in questa lotta per la giustizia, aiuta, mi si passi la semplificazione, mantenersi fedeli al mistero di Dio. Per padre Arrupe niente ci può separare da Lui e, per questo, niente può separarci dall’umile cammino con Lui né dalla pratica della giustizia, come dice Michea.

La giustizia, forma della compassione e della misericordia, amore per le vittime, esprime il punto più profondo della realtà di Dio. Con questa fede in Dio Arrupe incoraggiava ad una lotta cruciale di qualità e promuoveva una giustizia di qualità.

La periferia come luogo dell’incontro

Tu hai scritto che, in definitiva, è stato nella periferia, in Giappone per 27 anni e nelle sue scorrerie per il mondo in visita ai gesuiti, che egli incontrò l’universalità più vera, quella della povertà, quella che reclama la reazione più profonda, la compassione.

Infatti, il suo primo viaggio dopo essere stato eletto generale ebbe per mete l’India e l’Africa. È importante sottolineare, senza ironia, ma per fedeltà alla realtà, che a Roma, ma non da Roma, in un mondo nel quale si muove il potere, ma non a partire dal potere che si muove in questo mondo, vide la realtà più reale: un mondo sofferente.

La luce per vedere e la linfa per dare frutto venivano dalla periferia, come dici in un breve articolo che non hai firmato. La periferia divenne il suo mondo, il mondo dei 49 gesuiti che ho ricordato.

Fu a partire da questa parzialità che dette impulso da pioniere all’inculturazione, cosa comprensibile a motivo degli anni da lui passati in Giappone. Lì comprese che un gesuita non può de-culturare, e così de-umanizzare, non può lavorare perché la periferia prenda le sembianze del centro, ma deve inculturare il vangelo, ed essere disponibile a lasciarsi evangelizzare dal buono “dell’altro”.

Il significato dei rifugiati per la Chiesa

Il senso dell’impegno di questi anni è in un’espressione bellissima che p. Adolfo Nicolás rivolse ai rifugiati che incontrò al Centro Astalli durante una sua visita, quando era Generale della Compagnia di Gesù, nel 2016: «Siete un dono».

«Voi siete un dono», ha quindi detto richiamando l’espressione usata dal suo predecessore, padre Arturo Nicolas, durante una delle sue innumerevoli visite ad Astalli.

Il padre generale, impossibilitato a partecipare perché in quarantena, dopo il viaggio in Venezuela per celebrare il funerale della madre, ha inviato la sua riflessione, letta da padre Cipriano Diaz Marcos, assistente Regionale per l’Europa meridionale. «Il Centro Astalli guarda al futuro insieme a coloro che cercano rifugio. E quando si fa insieme, la lettura dei segni dei tempi è più precisa» ha scritto Sosa.

«Oggi sono qui e non potrei essere altrove», ha testimoniato alla fine delle celebrazione Mirra, rifugiata congolese, da venti anni in contatto con Astalli, prima come ospite e oggi come volontaria. «Questa è anche la mia festa».

Il rifugiato non è un peso, ma una persona

Oggi c’è una parte di società civile, così come delle comunità cristiane, che accoglie e riconosce la ricchezza della differenza e della diversità culturale, e che le accoglie come un dono per tutti.

Purtroppo però, spiega il gesuita, “nelle nostre società, e anche nelle parrocchie, nelle comunità cristiane, molto spesso lo straniero, il migrante, viene visto come un peso, un problema, come una persona da cui difendersi, perché si ha paura che queste persone possano venire alle nostre latitudini per rubarci quello che riteniamo solo nostro”.

È fondamentale invece acquisire sempre più la consapevolezza che “siamo tutti parte di un'unica casa comune e che, come dice sempre Papa Francesco, occorre andare verso un noi sempre più grande. Non c'è chi bisogna escludere, ma c'è chi bisogna sempre di più includere all'interno dei nostri contesti, delle nostre comunità”.

“Troppe volte non vi abbiamo accolto! Perdonate la chiusura e l'indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono”.

“Siete la testimonianza - aggiunge papa Francesco - di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l'ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti. Perché ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l'incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità”.

Il messaggio di papa Francesco ai rifugiati

Chi fugge dalla propria terra per le guerre o la fame è “un fratello”. La vostra esperienza di dolore e di speranza ci ricorda che siamo tutti stranieri e pellegrini su questa Terra, accolti da qualcuno con generosità e senza alcun merito.

Chi come voi è fuggito dalla propria terra a causa dell'oppressione, della guerra, di una natura sfigurata dall'inquinamento e dalla desertificazione, o dell'ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, è un fratello con cui dividere il pane, la casa, la vita.

Il Centro Astalli è esempio concreto e quotidiano di questa accoglienza nata dalla visione profetica del padre Pedro Arrupe. È stato il suo canto del cigno, in un centro di rifugiati in Asia.

Vi incoraggio a continuare. Trentacinque anni sono solo l'inizio di un percorso che si fa sempre più necessario, unica via per una convivenza riconciliata. Siate sempre testimoni della bellezza dell'incontro.

Aiutate la nostra società ad ascoltare la voce dei rifugiati. Continuate a camminare con coraggio al loro fianco, accompagnateli e fatevi anche guidare da loro: i rifugiati conoscono le vie che portano alla pace perché conoscono l'odore acre della guerra.

Le frontiere d’Europa e la difesa della dignità

Durante l’incontro Ripamonti ha voluto condividere con il Presidente la preoccupazione per i migranti alle frontiere d’Europa: “Al confine polacco si sta consumando l’ennesima tragedia in cui le vittime sono uomini e donne vulnerabili e in cerca di salvezza. Molti di loro sono afgani e scappano dal regime talebano”.

Il Centro Astalli, negli ultimi giorni, ha espresso la forte preoccupazione per ciò che sta accadendo al confine tra la Polonia e Belarus, dove migliaia di migranti sono accampati - tra loro donne e bambini - in una situazione di grande pericolo, vittime del freddo, e sempre nella speranza di poter entrare in Unione Europea.

Persone che invece vengono usate come strumento politico e che vengono respinte. Ripamonti chiede un cambio di prospettiva, perché bisogna “mettersi nei panni delle altre persone, dei malcapitati della storia, questo è il cambiamento sostanziale che l’Europa deve fare, altrimenti continueremo a difenderci da queste persone, a ritenere queste persone come dei nemici e ci chiuderemo nella fortezza Europa che tenderà sempre di più a escludere le persone”.

Ciò che sta avvenendo è soltanto l’ennesima manifestazione della esternalizzazione dei confini da parte dell’Europa, aggiunge, ossia “si sta facendo in modo di non fare arrivare le persone, di fare in modo che altri le trattengano nei loro territori, oppure che queste persone diventino degli strumenti politici per gli interessi degli altri”.

Dobbiamo uscire da questa dinamica perché le persone non sono sacrificabili, non sono codificabili, ma sono degli esseri umani con la loro dignità, esattamente come ciascuno di noi.

Le storie dei rifugiati e l’incontro con le istituzioni

Una giovane rifugiata nigeriana e una coppia di coniugi afgani accompagnati da P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica.

Il Presidente della Repubblica ha incontrato la delegazione del Centro Astalli in occasione del 40° anniversario di attività che ricorre il prossimo 14 novembre, nel giorno della nascita del fondatore p. Pedro Arrupe.

I tre rifugiati, che sono sostenuti dal Centro Astalli nel loro percorso di integrazione in Italia, hanno avuto modo di raccontare al Capo dello Stato la loro storia personale, i motivi della fuga dai loro Paesi di origine e il percorso di inclusione in Italia.

Joy, in particolare, ha raccontato al Presidente la condizione di violenza e persecuzione cui sono sottoposte in Nigeria le persone albine come lei. Ma soprattutto ha voluto condividere la gioia della laurea arrivata il mese scorso e l’amicizia che la lega al Centro Astalli, che l’ha accompagnata ogni giorno del suo percorso a Trento, dove ha vissuto dal suo arrivo dalla Libia a Lampedusa.

Jawad e Nazifa hanno riferito al Presidente la grande preoccupazione per le loro famiglie di origine, bloccate a Kabul. Fratelli, sorelle e nipoti cui non riescono a far arrivare viveri e beni di prima necessità, ormai irreperibili in Afghanistan.

I familiari non escono di casa dal giorno dell’attentato all’aeroporto di Kabul, perché sono di etnia hazara e hanno lavorato per anni con la cooperazione allo sviluppo italiana.

P. Camillo Ripamonti dichiara a margine dell’incontro: “I rifugiati che hanno lasciato il loro Paese per mettersi in salvo da guerre e persecuzioni e che hanno fatto il loro percorso di accoglienza e integrazione in Italia sono stati ricevuti dal Capo dello Stato al Quirinale. Un momento bello e ricco di significati.

Noi ne vogliamo sottolineare in particolare uno: il Presidente, accogliendoci, ha mostrato il volto di un’Italia solidale e aperta. I rifugiati sono parte delle nostre comunità, contribuiscono alla nostra crescita umana e culturale e rappresentano il volto del futuro”.

Il martirio e la responsabilità della fede

La periferia divenne il suo mondo, il mondo dei 49 gesuiti che ho ricordato. In totale, 49 gesuiti nel Terzo mondo.

Prima dei nomi, queste parole di padre Arrupe: “Questi sono i gesuiti di cui ha bisogno oggi il mondo e la Chiesa. Uomini mossi dall’amore di Cristo, al servizio dei loro fratelli senza distinzione di razza o di classe. Uomini che sappiano identificarsi con coloro che soffrono e vivere con loro fino a donare la vita in loro soccorso. Uomini valorosi che sappiano difendere i diritti umani, se necessario, fino al sacrificio della vita”.

Sono parole che scrisse sette giorni dopo il martirio di padre Grande. Padre Arrupe sì che ha saputo cosa fare dei martiri. Senza darli per scontati, ringraziandoli, con gioia.

In questi martiri ha visto la gloria della Compagnia. In essi, e in tanti altri come loro, ha sentito la presenza di Dio nel nostro mondo.

Ad Aguilares, Rutilio Grande denunciava gli oppressori, “fratelli caini” li chiamava, e difendeva i contadini - nel 1977 lo assassinarono, e i suoi compagni gesuiti furono arrestati ed espulsi dal Paese.

Nel 1977, ad Aguilares, fu assassinato padre Rutilio Grande. Nel mese di giugno fummo minacciati di morte, e le strade si riempirono di volantini: “Fai il patriota, ammazza un prete”.

Le minacce non lo spaventarono. “Non partite, rimanete al vostro posto”, venne a dirci. Egli stesso voleva venire a farci visita, ma gli assistenti non glielo permisero per i rischi che la cosa comportava.

“Non lavoreremo per la promozione della giustizia se non pagheremo un prezzo”, dissero i gesuiti nella CG 32. La persecuzione non lo fece assolutamente arretrare.

Arrupe e la Congregazione Generale 32

Affrontò la questione nella Congregazione Generale 32. L’opportunità di convocare la congregazione fu controversa, anche fra coloro che lo appoggiavano, perché sembrava non si dessero le migliori condizioni.

Dicono gli storici che, considerando le tensioni con il Vaticano, la congregazione dei procuratori si era mostrata contraria alla convocazione, 91 voti contro e 9 a favore.

Ma, pochi giorni dopo, padre Arrupe, con una lettera aperta a tutta la Compagnia, oltre a comunicare il risultato della votazione, annunciava, come decisione sua propria, la convocazione della Congregazione Generale 32.

Sottolineando che era “la decisione più importante di tutto il suo generalato”. A ragione, secondo il mio modo di vedere. Fu per lui la maniera di rendere centrale la periferia.

Sotto la sua guida e il suo incoraggiamento, la congregazione si pose la domanda più radicale che i gesuiti si fossero fatti in molto tempo: “che significa oggi essere compagno di Gesù”.

E la risposta fu inaudita: “impegnarsi sotto lo stendardo della croce nella lotta cruciale del nostro tempo: la lotta per la fede e la lotta per la giustizia che la stessa fede esige”.

Per questo, per l’importanza delle sue direttrici di governo, sono d’accordo con te, Ellacu, quando dici che l’apporto specifico di Arrupe fu spingere la Compagnia con lui davanti, ché questo vuol dire essere leader, rendere contagiosi convinzione, impegno e speranza, accettando conflitti e non fuggendo pericoli.

E tutto questo con libertà creatrice, non come chi segue, a malincuore, una dottrina già costituita, in definitiva una legge, ma come chi si lascia condurre dalla forza dello Spirito di Dio, e sempre con “gli occhi fissi a Gesù”, come dice la Lettera agli Ebrei.

Il rapporto con i gesuiti centroamericani

Anche prima della CG 32, nel Salvador i gesuiti avevano tentato il cammino della “fede e giustizia”. Si respirava speranza e voglia di lavorare. E sorsero conflitti prima impensabili.

Nel seminario non furono accolte bene “le novità di Medellín” e ne abbandonammo la direzione. Nel collegio ci accusarono di “insegnare marxismo” e di “mettere i figli contro i padri”.

La Uca denunciò la frode elettorale del ’72, l’oppressione dell’oligarchia e dell’esercito e la struttura ingiusta del Paese. Nel 1976 scoppiò nel campus la prima di venticinque bombe.

Era tutto questo “fede e giustizia”. Nel loro lavoro i gesuiti misero coraggio e lucentezza evangelica, anche se con limiti, eccessi ed errori, come ben ricordi.

Ma di fronte alla novità di quello che succedeva nella provincia, a Roma Arrupe, all’inizio non bene informato e, penso, non bene consigliato, volle frenare il nuovo indirizzo che prendevano i gesuiti.

Sebbene con onestà, credo, da una parte e dall’altra, le relazioni furono tese. Dopo avvenne un cambiamento straordinario, come racconti bene tu, senza occultare successi né conflitti, nel tuo articolo “Pedro Arrupe, rinnovatore della vita religiosa”.

Nel 1976 vi fu tra Arrupe e i gesuiti centroamericani un abbraccio gioioso. E anche su questo insisti, tu che non eri per nulla portato al mellifluo.

Quella lettera di padre Arrupe del 1976 è ora nascosta negli archivi di qualche curia, ma continua ad essere una testimonianza eccezionale della fermezza, dell’onestà, della fraternità e dell’umiltà di padre Arrupe.

Il futuro costruito insieme ai rifugiati

Questo impegno è il nostro orizzonte di riferimento, che in continuità con la strada fatta finora ci indica il cammino, fatto di passi concreti, di azioni progettuali, sempre in ascolto dei rifugiati.

Immaginare con creatività e fiducia il futuro è possibile solo guardando il mondo con i loro occhi, privilegiati compagni di viaggio e maestri di speranza.

Il Centro Astalli guarda al futuro insieme a coloro che cercano rifugio. E quando si fa insieme, la lettura dei segni dei tempi è più precisa.

Per i suoi 40 anni di attività il Centro Astalli presenta la mostra fotografica “Volti al futuro”. Venti ritratti di rifugiati accolti e accompagnati a Roma, realizzati da Francesco Malavolta, fotografo di rotte e migranti in ogni angolo della terra.

La mostra che, nella sua prima tappa, è stata inaugurata martedì 16 novembre, sarà aperta al pubblico fino al 28 novembre e sarà visitabile dal martedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18 presso la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, in Via del Quirinale 29, Roma.

A dicembre sarà a Sant’Ignazio e poi girerà l’Italia. La mostra propone volti concreti e storie personali, mostrando che l’accoglienza non è un concetto astratto, ma un cammino fatto di relazioni, responsabilità e speranza condivisa.

Il Centro Astalli come eredità viva

Nella chiesa dove riposa il padre Arrupe, dove c’è l’icona della Madonna della strada cara a sant’Ignazio e l’arca con le reliquie dei gesuiti santi, al Gesù di Roma, il Centro Astalli ha festeggiato i 40 anni di attività, il 14 novembre, giorno della nascita del fondatore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati - JRS.

È stata l’occasione per condividere insieme a rifugiati, operatori, volontari e amici del Centro Astalli il ricordo della grande intuizione di Arrupe e celebrare questi 40 anni di cammino accanto ai migranti forzati.

«Oggi sono qui e non potrei essere altrove», ha testimoniato alla fine delle celebrazione Mirra, rifugiata congolese, da venti anni in contatto con Astalli, prima come ospite e oggi come volontaria. «Questa è anche la mia festa».

La storia del Centro Astalli mostra come l’eredità di Arrupe continui attraverso persone e comunità che scelgono di stare accanto ai rifugiati, ascoltarne la voce e riconoscerne il contributo.

Il suo messaggio resta legato alla convinzione che l’incontro con chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione possa trasformare il modo di comprendere la società, la Chiesa e la responsabilità verso gli ultimi.

Padre Arrupe con rifugiati in Asia

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