La falsa santità di Augusta Zeno

In La coscienza di Zeno Augusta Malfenti rappresenta per Zeno la «salute personificata», ma la sua salute è soltanto apparentemente perfetta: nasce dalla fiducia nelle regole, nelle autorità e nella stabilità della vita borghese, non dalla consapevolezza critica dell’esistenza. Zeno, invece, è il malato, l’inetto, l’uomo dominato dai dubbi; proprio per questo riesce a vedere ciò che Augusta non vede, cioè la precarietà e la contraddittorietà della realtà.

Il rapporto fra Zeno e Augusta non può essere definito un esempio limpido di empatia o di amore romantico. Augusta è inizialmente una scelta di ripiego, dopo i rifiuti di Ada e di Alberta, ma il matrimonio si trasforma progressivamente in una relazione fondata sull’affetto, sulla gratitudine, sulla protezione e su una singolare complementarità: Augusta offre a Zeno la sicurezza che egli non possiede, mentre Zeno rappresenta per Augusta una certezza che, paradossalmente, non meriterebbe pienamente.

Il significato di «salute» e «malattia»

Uno degli explicit più apocalittici della nostra letteratura è quello de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Ci sono, in questo finale, diversi spunti particolarmente interessanti, innanzitutto la considerazione della vita come malattia mortale, come condizione antropologica dell’esistenza: «la vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e per lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale».

La vita stessa, come ebbe a dire Thomas Mann ne La montagna incantata, non è altro che «una febbre della materia», l’esistenza umana una sorta di malattia infettiva del nostro pianeta. L’unica cura possibile, secondo Italo Svevo, parrebbe essere quella esplosiva della visione conclusiva, in cui un gigantesco ordigno causerà una «catastrofe inaudita» che azzererà tutto il pianeta, facendolo tornare alla forma di nebulosa: la terra errerà nella solitudine degli spazi siderali, finalmente «priva di parassiti e di malattie».

Il racconto di Zeno si conclude così nel più nichilistico dei modi, frantumando ogni residuale traccia di speranza ma, come ogni scrittura estrema, come ogni scrittura del disastro (che non si appelli più ad alcuna buona stella come indica l’etimologia del termine), reca anche sottotraccia una via di uscita. Questa dialettica tra malattia e salute, si può sempre articolare in un investimento creativo nella vita, pur sapendo che essa ha un limite definitivo, una catastrofe finale, non solo la morte del pianeta ma la nostra stessa morte, che - come afferma Zeno Cosini - si va accostando a noi di settimana in settimana.

La perfetta salute della moglie di Zeno, Augusta, rivela infatti, nel corso del romanzo, tutta la sua inconsistenza; essa è solo una mancanza di consapevolezza intellettuale e spirituale: «la salute non analizza se stessa e neppur si guarda allo specchio». La salute di Augusta si basa sulla sua fiducia acritica nelle regole del mondo borghese, nell’autorità politica o religiosa.

La salute di Augusta rappresenta il suo conformismo e perbenismo borghese, mentre la malattia di Zeno è il segno della sua coscienza della crisi, della consapevolezza dell’intellettuale che non può più aderire semplicisticamente alla realtà. Zeno sembra apprezzare e invidiare la sua salute, ma analizzandola ne mette in evidenza la fragilità e inconsistenza.

Augusta, la salute personificata

In questo brano all’inizio del capitolo VI La moglie e l’amante Zeno scopre che Augusta è “la salute personificata”. Per la moglie “tutte le altre cose restavano al loro posto”, gioelli, vestiti, ore del giorno e della notte hanno un loro posto fisso, che non cambia mai.

Questa è la salute, la sicurezza dell’immobilità delle cose e del tempo, la certezza di essere al sicuro, protetti da qualche autorità in cielo e sulla terra, il presente come “una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi”. Lo Zeno vecchio racconta dello stupore dello Zeno giovane che nei giorni del viaggio di nozze e qualche settimana dopo il ritorno a casa si crede “avviato alla salute e alla felicità” grazie ad Augusta e al loro amore.

Un dubbio si insinua nello Zeno vecchio che ricorda e racconta, a vederla ora quella salute gli sembra malata e bisognosa di cure, anche se con ironia e in forma dubitativa “la linea di demarcazione tra salute e malattia è messa in discussione” (S.Gugliemino, H.Grosser, Il sistema letterario, vol.4, Principato, p.994).

Augusta è una donna “semplice”, che trae sicurezza dalle autorità della terra (polizia, medici, ecc.) e del cielo (Dio, la religione), oltre che dalle piccole cose quotidiane della vita: le ore scandite dalla regolarità degli eventi, gli oggetti, i riti di tutti i giorni. Tenera, devota e ricca di incrollabili certezze Augusta rappresenta per Zeno la “salute personificata”.

Le regole di comportamento di Augusta sono certamente semplici e lineari, prima tra tutte vivere contenti di ciò che si ha, senza tormentarsi sul significato dell’esistenza: «compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi».

Le difficoltà della vita, nelle mani della moglie Augusta, cambiano natura; se anche la terra gira, tutte le altre cose rimangono per lei al loro posto: «le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano quelle ore e si trovavano sempre al loro posto».

Il presente come rifugio

Il presente di Augusta è stabile, concreto e rassicurante. Non è necessario interrogarsi continuamente sul senso della vita, perché la realtà quotidiana offre già una serie di punti fermi: la casa, gli oggetti, gli abiti, gli orari, il matrimonio, la religione e le istituzioni.

Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato.

Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano. Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto.

Il verbo “segregarsi” è particolarmente significativo: il presente non è soltanto vissuto, ma diventa uno spazio protetto nel quale Augusta può isolarsi dalle inquietudini della coscienza. La sua salute consiste dunque nella capacità di non problematizzare ciò che accade, di accettare il mondo come se fosse ordinato e definitivo.

Gli oggetti, gli orari e i riti quotidiani

E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina.

E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. La ripetizione dei gesti quotidiani diventa così una forma di ordine mentale: ciò che si ripete appare affidabile, mentre tutto ciò che è imprevedibile o mutevole suscita ansia.

Gli oggetti non hanno soltanto una funzione pratica. L’anello di matrimonio, le gemme e gli abiti rappresentano una rete di significati sociali e affettivi dentro la quale Augusta riconosce la propria identità. Il suo mondo è regolato da una corrispondenza precisa tra cose, tempi, ruoli e comportamenti.

Questa stabilità è però anche una forma di immobilità. Augusta non sembra chiedersi se l’ordine in cui vive sia davvero fondato; lo assume come naturale. Zeno, al contrario, sa che ogni ordine è fragile e che dietro la regolarità delle abitudini restano la malattia, la morte e il cambiamento.

La religione e le autorità

Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente.

Niente di piú, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno. C’erano un mondo di autorità anche quaggiú che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto.

Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando - Dio non voglia - ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassú e quaggiú, per lei vi sarebbe stata la salvezza.

La religione di Augusta non appare come una ricerca tormentata del trascendente, ma come un’abitudine ordinatrice. La Messa le garantisce serenità per tutta la settimana; gli organismi politici e i medici completano una rete di protezione che la convince di poter affrontare ogni pericolo.

Zeno partecipa a questi riti, ma il suo atteggiamento è diverso. Egli osserva Augusta dall’esterno, quasi da analista, e tenta di comprendere il funzionamento della sua fiducia. Anche quando si associa al rispetto che lei nutre per le autorità, lo fa con una consapevolezza ironica e problematica, non con la stessa adesione spontanea.

La falsa santità di Augusta

Il titolo “La falsa santità di Augusta Zeno” può essere interpretato come una definizione ironica della sua perfezione. Augusta sembra quasi una figura santa perché è devota, paziente, fedele, ordinata e capace di offrire sicurezza agli altri. Tuttavia la sua santità è “falsa” non perché Augusta sia moralmente cattiva, ma perché la sua perfezione si fonda sull’inconsapevolezza.

La sua salute non è il risultato di una conquista interiore. Augusta non ha affrontato il dubbio e non lo ha superato; semplicemente non lo sperimenta nella stessa forma di Zeno. Per questo la sua salute può apparire, a uno sguardo più profondo, come una malattia non riconosciuta.

La salute non analizza se stessa e neppur si guarda allo specchio. L’espressione suggerisce che l’individuo “sano” non mette in discussione la propria condizione. La salute coincide con la mancanza di autocoscienza, mentre l’analisi, pur dolorosa, introduce il dubbio e trasforma ogni certezza in problema.

Zeno non riesce ad analizzare la salute di Augusta senza modificarla: «Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia». Il semplice atto dell’analisi distrugge l’innocenza originaria della salute.

Il paradosso della sicurezza di Augusta

La sicurezza di Augusta è paradossalmente riposta in Zeno, il quale è tutt’altro che affidabile e sicuro, tutt’altro che “sano”. D’altra parte la sicurezza e serenità di Augusta sono riposte in Zeno che, paradossalmente, non è affatto sicuro.

Egli è un inetto, convinto di essere malato. Il paradosso è che Augusta ripone la sua sicurezza su un uomo che non lo è per nulla, che è pieno di dubbi e di incertezze. Augusta crede nel matrimonio, nella famiglia e nel ruolo del marito, ma non si accorge pienamente delle contraddizioni di Zeno.

La sua fiducia può essere letta in due modi. Da un lato mostra la forza dell’affetto: Augusta accetta Zeno e gli offre una fiducia che egli non pensa di meritare. Dall’altro rivela la fragilità della sua percezione, perché ella attribuisce a Zeno un’immagine di stabilità che non corrisponde alla sua coscienza.

Paradossalmente una parte delle sue certezze è riposta in Zeno, il quale è tutt’altro che affidabile e sicuro, tutt’altro che “sano”. Zeno sembra apprezzare e invidiare la sua salute, ma analizzandola ne mette in evidenza la fragilità e inconsistenza.

Il matrimonio fra scelta di ripiego e scoperta dell’affetto

La storia matrimoniale di Zeno si colloca dentro una serie di equivoci, rifiuti e sostituzioni. Questo è decisamente il capitolo più esilarante del romanzo: quello che vede Zeno chiedere in sposa, nelle stessa sera, le tre sorelle Malfenti - le prime due, Ada e Alberta, lo rifiutano - per approdare poi a quella che non gli piaceva affatto, ma che si rivela essere la donna giusta per lui: Augusta.

Il rapporto affettivo che lega Zeno alla moglie non è di amore vero. È dato dalla consapevolezza che Augusta, tutto sommato, si è rivelata la donna giusta per lui, anche se lei è stata una scelta di ripiego, dopo il rifiuto delle sue sorelle, e in particolare di Ada di cui Zeno era, o si riteneva, innamorato.

La bella Ada è che ama oppure la sorella Augusta, che poi realmente finirà per sposare? Nel romanzo tutto appare il contrario di tutto. Dopo aver chiesto in moglie - e dopo ben due rifiuti da parte delle sorelle! - Augusta, Zeno dà inizio ad una grande mistificazione che lo porterà a indicare Ada come una sorella e Guido (il cognato, l’anti-Cosini per eccellenza) come un fratello, concretizzando, in una narrazione sul crinale tra autobiografia e finzione, quel sogno di stabilità e sanità borghese da lui sempre desiderato.

La scelta di Augusta nasce quindi da circostanze contingenti, ma non per questo resta priva di valore. Zeno è trascinato dagli eventi, quasi per necessità, necessità di non rimanere escluso dall'ambiente familiare creatosi coi Malfenti. Il signor Malfenti è, per Zeno, una figura paterna.

Il confronto con Ada e Alberta

La più bella delle sorelle è Ada, ma per lei Zeno non prova un vero e proprio colpo di fulmine ma solo il desiderio di innamorarsi per poterla poi sposare. «Quella prima volta io guardai Ada con un solo desiderio: quello di innamorarmene perché bisognava passare per di là per sposarla. Mi vi accinsi con quell’energia ch’io sempre dedico alle mie pratiche igieniche».

Non so dire quando vi riuscii; forse già nel tempo relativamente piccolo di quella prima visita. Zeno trasforma l’innamoramento in un progetto volontario, quasi in un esercizio da compiere. Il sentimento non nasce necessariamente dalla spontaneità, ma dall’intenzione di raggiungere un risultato socialmente desiderabile.

Augusta, che si mostra la più interessata a lui e che la famiglia gli vorrebbe appioppare, Zeno non la considera proprio: è bruttarella con quel suo occhio strabico, mentre Alberta, la studentessa, potrebbe piacergli, perché è bella come Ada, ma non ha inclinazione per il matrimonio, piuttosto per la realizzazione di sé nello studio e in questo vediamo uno spirito femminista.

Zeno si dichiara ad Augusta, perché trascinato dagli eventi, quasi per necessità, necessità di non rimanere escluso dall'ambiente familiare creatosi coi Malfenti. Per giunta, dalle parole stesse del Cosini, si evince che l'amore travolgente è scoccato ( sebbene non come un colpo di fulmine ) per Ada e Ada soltanto, al punto che il rifiuto ingenera nel protagonista lo zoppicare ( forse, solo come suggestione, parodia degli effetti d'Amore ).

La somiglianza con la madre

In Augusta Zeno va cercando, più che una moglie, una madre affettuosa che sappia colmare le mancanze ( affettive ) dell'infanzia. In lei, infatti, scorge il medesimo sorriso della madre. Il rapporto con Augusta assume così anche una dimensione filiale, legata alla nostalgia della protezione materna.

In Zeno si può osservare il fenomeno comunemente noto come complesso di Edipo, tanto caro alla psico-analisi. Zeno Cosini parla di sé, della sua infanzia segnata dal vizio del fumo e dalla pesante ombra paterna, figura ingombrante che, fin da subito, sembra rubare al figlio l’amore della mamma.

Come un moderno Pollicino, nel corso delle pagine del suo memoriale il narratore sembra disseminare indizi, elementi che conducono, quasi inevitabilmente, a quel complesso di Edipo che, alla fine del romanzo, gli sarà effettivamente diagnosticato. Eppure il lettore ha come il sospetto che una certa aura di menzogna serpeggi in ogni parola, che tutto sia quasi costruito a tavolino per condurre l’odiato dottore verso una diagnosi tanto banale quanto strumentalmente usata per esprimere il proprio disprezzo verso la psicanalisi.

Empatia o complementarità?

Non mi riesce proprio di trovare empatia nel rapporto Zeno - Augusta. Mi spiego: Augusta è per Zeno un ripiego e non dopo uno bensì dopo due rifiuti ( di Ada e di Alberta ). Zeno si dichiara ad Augusta, perché trascinato dagli eventi, quasi per necessità, necessità di non rimanere escluso dall'ambiente familiare creatosi coi Malfenti.

Inoltre, non va trascurato il fatto che Zeno ed Augusta si collocano, almeno apparentemente, agli antipodi: malattia l'uno, salute l'altra ! Ci tengo a sottolineare quel “apparentemente”, dal momento che, man mano che si approfonda, l'analisi di Zeno svela come la salute di Augusta ( e della borghesia da lei incarnata ) non sia altro che incoscienza della malattia.

Il protagonista, riferendo e riflettendo sugli atteggiamenti e le convinzioni della moglie, non esita, poi, ad utilizzare l'ironia anche come strumento di critica divertita ( non tanto rivolta alla moglie quanto alla mentalità sua ). Ci sono, infine, da considerare altri due aspetti: primo il tradimento con Carla, secondo il rapporto più filiale che d'amante con Augusta.

Alla luce di quanto esposto, mi pare fuori luogo parlare di empatia; ovviamente, posso sbagliarmi e ben accette sono le smentite. Laddove Zeno afferma di aver scoperto di amare Augusta come la donna ama lui, si può opporre che le parole di Zeno sono spesso poco credibili ( o addirittura prive di credibilità ), e che per entrambi i personaggi l’unione amorosa è imposta dalle circostanze.

Zeno non vuole abbandonare la famiglia Malfenti e cerca un ripiego ad Ada, Augusta non vuole rimanere nubile ( sarebbe questa una catastrofe nell’ottica dei dettami borghesi ). La relazione è dunque nata da esigenze diverse, ma si sviluppa in una forma di complementarità: Augusta dà a Zeno un ambiente ordinato, mentre Zeno introduce nella vita di Augusta il dubbio, l’ironia e una maggiore complessità.

Non si tratta di un’empatia piena, intesa come immedesimazione psicologica reciproca e consapevole. Si tratta piuttosto di una solidarietà imperfetta, nella quale ciascuno dei due trova nell’altro ciò che gli manca. Augusta non comprende davvero la nevrosi di Zeno, ma lo accoglie; Zeno non condivide le certezze di Augusta, ma riconosce il loro valore affettivo e tenta di proteggerle.

Il matrimonio come spazio di protezione

Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa.

Cominciò con una scoperta che mi stupì: io amavo Augusta com’essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m’aspettavo che la seguente fosse tutt’altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all’altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche - ciò ch’era la sorpresa - mia.

Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo.

E vedendomi stupito, Augusta mi diceva: - Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto così? Lo sapevo pur io che sono tanto più ignorante di te! Il tono di Augusta è semplice e fiducioso, mentre quello di Zeno è sorpreso, analitico e autoironico.

Il matrimonio offre a Zeno un’esperienza di continuità che egli non riesce a costruire da solo. L’abitudine, che per un individuo come Zeno potrebbe sembrare una limitazione, diventa una forma di cura provvisoria. Egli tenta di abitare il mondo di Augusta, pur sapendo di non possederne la fede.

La rivelazione della salute di Augusta

Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido.

La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta. Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell’aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell’ordine o che altrimenti a tutto rinunziano.

Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita.

Zeno comprende che la sicurezza di Augusta è “mal fondata” perché poggia su di lui. Tuttavia non la rifiuta: la ama e la adora proprio perché gli offre ciò che la sua coscienza non riesce a produrre. Questo è uno dei nuclei più ambigui del rapporto: Zeno smaschera la fragilità della salute di Augusta, ma contemporaneamente ne ha bisogno.

La certezza dell’eternità

Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità.

Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s’intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per un altro infinito tempo.

Augusta conosce razionalmente il fatto della morte, ma non lo lascia agire nella propria esperienza quotidiana. La morte è ammessa come verità astratta, non come forza capace di destabilizzare il presente. La ripetizione di «insieme» esprime la sua fiducia nella durata del matrimonio; la ripetizione di «breve» appartiene invece alla coscienza disincantata di Zeno.

Qui emerge la distanza fra i due personaggi. Augusta vive secondo una verità pratica e affettiva; Zeno secondo una verità analitica e temporale. Per lei l’unione matrimoniale crea una continuità quasi eterna; per lui ogni legame è limitato dalla morte e dalla possibilità della separazione.

Il tradimento con Carla e la fedeltà ambigua

Il matrimonio con Augusta non elimina la contraddizione di Zeno. La relazione con la moglie convive con il tradimento con Carla, la giovane cantante, e con la persistente ambivalenza nei confronti di Ada.

La stessa storia matrimoniale di Zeno appare ambigua e conduce il lettore, più di una volta, a un bivio interpretativo; è la bella Ada che ama oppure la sorella Augusta, che poi realmente finirà per sposare? È Carla, l’umile amante, a lasciare Zeno o è tutta una sua invenzione?

Quando Ada gli dice, dopo il tentativo di suicidio del marito Guido, rivale in amore di Zeno, «Sei il migliore uomo della nostra famiglia, la nostra fiducia, la nostra speranza» egli si sente corrispondere a questo giudizio positivo, anche se aveva tradito la moglie Augusta con una giovane cantante e non aveva mai nutrito simpatia per Guido, che gli aveva sottratto Ada.

Il tradimento non viene presentato soltanto come una colpa individuale, ma come una manifestazione della scissione interna di Zeno. Egli desidera la stabilità del matrimonio e, nello stesso tempo, cerca altrove l’eccitazione, la conferma del proprio desiderio e la possibilità di vivere un’identità diversa.

È noto che noi uomini non cerchiamo nella moglie le qualità che adoriamo e disprezziamo nell’amante. Questa osservazione mostra la frattura fra amore coniugale e desiderio erotico, ma anche l’autoironia con cui Zeno tenta di trasformare la propria incoerenza in una legge generale dell’esperienza umana.

La confessione di Zeno su Augusta

Una volta a casa, dopo il matrimonio, Augusta gli è grata: - Non dimenticherò mai che, pur non amandomi, mi sposasti. - Io non protestai perché la cosa era stata tanto evidente che non si poteva. Ma, pieno di compassione, l’abbracciai.

Poi di tutto questo non si parlò più fra me ed Augusta perché il matrimonio è una cosa ben più semplice del fidanzamento. Una volta sposati non si discute più d’amore e, quando si sente il bisogno di dirne, l’animalità interviene presto a rifare il silenzio.

Ora tale animalità può essere divenuta tanto umana da complicarsi e falsificarsi ed avviene che, chinandosi su una capigliatura femminile, si faccia anche lo sforzo di evocarvi una luce che non c’è. Si chiudono gli occhi e la donna diventa un’altra per ridivenire lei quando la si abbandona.

A lei s’indirizza tutta la gratitudine e maggiore ancora se lo sforzo riuscì. È per questo che se io avessi da nascere un’altra volta (madre natura è capace di tutto!) accetterei di sposare Augusta, ma mai di promettermi con lei.

Questa dichiarazione contiene la più radicale ambivalenza del rapporto. Zeno non avrebbe scelto Augusta come fidanzata, perché il fidanzamento appartiene al tempo dell’idealizzazione, della scelta e del desiderio. Accetterebbe però di sposarla, perché il matrimonio appartiene alla durata, alla cura quotidiana e alla solidarietà.

La distinzione fra “promettersi” e “sposarsi” separa due forme diverse di amore. Il primo è immaginario e tende alla perfezione; il secondo è concreto, imperfetto e fatto di consuetudini. Augusta non è la donna del sogno amoroso, ma è la donna con cui Zeno riesce a vivere.

Il triangolo Zeno, Augusta e Guido

Cosini continua a mirare ad Ada anche quando conosce il suo rivale, Guido Speier, che è più tutto rispetto a lui: è bellissimo, ha tanti capelli laddove Zeno li sta perdendo e suona bene il violino, mentre Cosini è mediocre, infine Guido parla toscano fluidamente mentre gli altri parlano il loro dialettaccio triestino.

La rivalità con Guido accentua l’insicurezza di Zeno. Guido sembra possedere tutte le qualità che Zeno considera desiderabili: bellezza, eleganza, cultura, talento musicale e facilità sociale. Zeno, invece, è mediocre e inadeguato, ma conserva una capacità di osservazione e di ironia che Guido non possiede.

Ma Zeno non si arrende, sostenuto dal suo ottimismo e passano così in secondo piano il suo improvviso zoppicare e il dolore al fianco. Anche quando durante la seduta spiritica in casa Malfenti si burla di Guido, non prova odio per il rivale, anzi, dice che il mondo sarebbe diverso se tutti fossero come lui, cioè incapaci di un sentimento che fa star male chi lo prova.

Diventa infatti un buon amico del cognato, nel momento in cui Guido, parlando della loro comune passione per il violino, osserva ch’egli poteva essere considerato quale un dilettante, solo perché non accettava di presentarsi come professionista. Zeno gli dà ragione, anche se era ovvio che Guido non poteva essere considerato, come lui, un dilettante.

Il triangolo amoroso non si limita al desiderio di Ada. Esso mette in scena due modelli di mascolinità e di successo: Guido rappresenta l’uomo apparentemente sano, brillante e sicuro; Zeno incarna l’uomo problematico, ma più consapevole delle contraddizioni della vita.

Il mancato omicidio e il matrimonio come alibi

Però una notte, dopo una serata passata insieme a casa Malfenti, mentre Guido è sdraiato sul muricciolo che arginava la via sottostante, Zeno lo sente predicare contro le donne, dei loro capricci per i gioielli costosi. Un salto di dieci metri ed è la fine di Guido.

Zeno dapprima si augura che cada, ma poi pensa di spingerlo: non era forse giusto sopprimere quell’uomo che gli aveva portato via Ada senza amarla? Ma poi desiste altrimenti non sarebbe riuscito a dormire quella notte.

Mi venne un’altra idea che mi parve tanto importante da poter compararla alla grande luna che s’avanzava nel cielo nettandolo: avevo accettato di fidanzarmi ad Augusta per essere sicuro di dormir bene quella notte. Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui.

La scena mostra l’ambiguità morale di Zeno. Egli immagina la violenza e, per un momento, desidera esercitarla, ma il suo bisogno di dormire prevale. Il fidanzamento con Augusta diventa una specie di dispositivo protettivo, un alibi affettivo e psicologico che impedisce a Zeno di oltrepassare il limite.

Il matrimonio non è soltanto un accordo sociale: per Zeno è una struttura che ordina il comportamento e attenua il caos dei desideri. Anche se nasce come ripiego, Augusta finisce per svolgere una funzione stabilizzatrice decisiva.

La scrittura e l’inaffidabilità di Zeno

Il romanzo ha una struttura composita e non simmetrica, presenta una cornice (costituita dai capitoli più pregni di psicanalisi nel senso vero del termine) e un corpus centrale, strutturato come un racconto di lunga durata e cronologicamente ordinato.

La storia, che presenta gli eventi e i fatti non come accaduti nella realtà ma secondo la percezione che la coscienza di Zeno ha di questi, inizia con un’interessante prefazione firmata da un certo Dottor. S. (Freud? Svevo? Steckel? Weiss?) che, senza giri di parole, ci mette in guardia circa l’attendibilità delle parole che andremo a leggere.

Lo psicanalista - di certo non al di sopra di ogni sospetto - dichiara di voler pubblicare le memorie del suo paziente a scopo di vendetta, per convincerlo a riprendere la terapia; ciò che tale memoriale contiene è però definito «accumulo di verità e bugie», frutto della mente e della soggettività del narratore.

E che Zeno menta, rivelandosi ben presto un narratore inaffidabile, il lettore non tarda a scoprirlo, tanto da interrogarsi più di una volta circa le interpretazioni forniteci dal protagonista. La falsità di Zeno non coincide necessariamente con una menzogna consapevole: egli potrebbe mentire agli altri, a se stesso o al lettore, ma potrebbe anche deformare i ricordi senza rendersene conto.

Il soggetto narrante non è attendibile: non è un narratore né interno né esterno né onnisciente, ma uno che potrebbe mentire a sé stesso. Sono infatti sempre attendibili i nostri ricordi? La memoria può essere fallace e influenzata da un io diverso che ricorda un io passato, represso e avvolto nella coltre dell’inconscio.

Il tempo della memoria

Il romanzo procede attraverso il monologo interiore di Zeno che ricostruisce gli episodi salienti della sua vita. Il romanzo segue un ordine tematico, non cronologico e va avanti e indietro nel tempo.

A volte ripropone gli stessi episodi secondo i punti di vista espressi in momenti diversi da Zeno. La crisi di identità del personaggio si riflette nella novità della struttura del romanzo: dissoluzione dell’identità del personaggio, disarticolazione dell’ordine cronologico, contaminazione del tempo (il presente è filtrato attraverso il passato e viceversa).

Lo scopo è prendere dei ricordi del passato da avvenimenti chiave della sua vita per poterli utilizzare a comprendere meglio se stesso: questo significa vedersi intero. C’è una continua alternanza tra vicende ricordate del passato e quelle del presente, un tempo misto della memoria, non lineare e cronologico, come poteva essere nei romanzi dell’Ottocento.

La struttura non cronologica è essenziale per comprendere il rapporto fra Zeno e Augusta. Il matrimonio viene raccontato dal punto di vista di un uomo anziano che interpreta il proprio passato, non dal punto di vista immediato del giovane Zeno. Il significato degli eventi cambia quando la coscienza li rilegge a distanza di tempo.

«Zeno si sforza di razionalizzare il suo comportamento, di darne una rappresentazione normale nella quale possa rispecchiarsi la sua rispettabilità borghese e una scala convenzionale di valori; ma di tale mistificazione egli è in genere consapevole, donde il fenomeno di autoironia e la costante riserva del racconto» (G. Guglielmi, Glosse a Svevo).

La psicoanalisi e la crisi dell’identità

Ci sono voluti «venticinque anni di silenzio» affinché Aron Hector Schmitz fosse riconosciuto come un grande romanziere. O meglio, venticinque anni e un capolavoro indiscusso, inizialmente snobbato da critica e pubblico e poi destinato a divenire punto di riferimento imprescindibile della narrativa modernista.

Già noto con lo pseudonimo di Italo Svevo, lo scrittore triestino formatosi in Baviera, coniugato con la figlia di un uomo d’affari che «per credere nella letteratura doveva vedere denari» e firma sconosciuta de L’Indipendente, in seguito ai tanti rifiuti occorsi ai suoi lavori, volle convincersi ad abbandonare la sua vocazione.

In realtà, quegli anni lontani dalle amate carte non furono di silenzio - come risulta dalle lettere inviate alla moglie -dagli esercizi di scrittura «per non perdere il ritmo», dai numerosi racconti iniziati e poi ripresi in un regime di giocosa clandestinità.

Svevo non abdicò dunque alla ricerca del successo letterario, ma di certo mai si sarebbe aspettato che un suo libro, scritto tra le mille fatiche di una narrazione in prima persona, riuscisse ad avere un’enorme fortuna prima in Francia e poi in Italia.

Quel libro era La coscienza di Zeno, «un’autobiografia per interposta persona» come ebbe a dire lui stesso a Eugenio Montale, un testo paradigmatico della modernità.

Il capolavoro sveviano risente fortemente dell’incontro con le teorie freudiane, sperimentate in prima persona dal cognato di Schmitz, in cura presso il Maestro viennese all’inizio del secolo. Tutto il romanzo è però una dura, sferzante, critica nei confronti della psicanalisi, considerata una «sciocca illusione, un trucco buono per commuovere qualche vecchia donna isterica».

Il desiderio di mettere alla berlina le teorie freudiane ha però radici più profonde, che affondano inevitabilmente nel tessuto modernista di inizio secolo; la sfiducia nei confronti dei sistemi conoscitivi totalizzanti, che pretendono di poter dire una parola definitiva sull’Io e sul mondo è un tratto distintivo dei narratori del Novecento e rappresenta, qui come altrove, uno dei motivi fondamentali della narrativa sperimentale.

La falsa guarigione di Zeno

Zeno usa la scrittura come terapia, una terapia assai più efficace della psicanalisi che, arroccata su se stessa e figlia di uomini deontologicamente scorretti come il Dottor S. non può che risultare fallimentare.

Così Cosini, nell’ultimo capitolo dichiara di essere guarito: «Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione».

E guarisce dunque nell’unico modo in cui poteva guarire chi, più di cento pagine prima dichiarava: «La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione»; è diventato sano convincendosi di essere tale.

Ecco che tutta La coscienza di Zeno può essere allora letta come il tentativo del suo protagonista di rappresentare la propria vita come un’esperienza positiva, dominata dalla salute e dalla felicità. Poco importa se così non è stato, se Zeno resta inetto come la vita lo ha condannato; la scrittura, incredibilmente, ha trasformato un antieroe in un improbabile, eppur vincente, eroe modernista.

La guarigione è quindi ambigua quanto la salute di Augusta. Zeno non diventa sano secondo il modello borghese; diventa sano perché riconfigura il significato della propria condizione. La scrittura gli permette di trasformare la malattia in conoscenza, l’inettitudine in ironia e il fallimento in una forma di successo narrativo.

La grande salute

Sul finale della sua autobiografia Zeno, quasi allievo di Nietzsche, opererà una trasvalutazione dei valori ed arriverà ad affermare di soffrire di certi dolori ma che essi «mancano d'importanza» all'interno di una più «grande salute».

Non è dunque la perfetta salute a cui dobbiamo aspirare ma quella grande, delineata da Nietzsche ne La gaia scienza, nell’Aforisma 382: «una salute che non soltanto si possiede, ma che di continuo si conquista e si deve conquistare, poiché sempre di nuovo si sacrifica e si deve sacrificare».

La presunta malattia di Zeno va considerata una forma paradossale di «grande salute», ovvero un modo di vivere limpido e generoso, orientato verso l'equanimità, verso un relativismo irriverente ed autoironico, senza alcuna concessione a forme di superomismo di impronta ideologico-politica.

Da un lato Zeno salva la propria libertà interiore sotto la scorza del bravo borghese dedito ai commerci, che irride gli stessi valori della società conformista in cui agisce, dall'altro la forza conoscitiva della creazione letteraria che Zeno compie, nel tentativo di comprendere la sua vita, diventa una sonda gettata ad indagare il mistero di che cosa significhi appartenere all'umanità e condurre la propria esistenza come esseri umani.

La contrapposizione fra Augusta e Zeno non coincide dunque semplicemente con quella fra una persona buona e una persona cattiva, o fra una donna sana e un uomo malato. Essa mette in rapporto due modalità opposte di stare al mondo: l’accettazione fiduciosa e l’analisi inquieta, la stabilità delle forme e la coscienza della crisi.

Zeno e Augusta nella modernità

Svevo ha qui fatto scuola, tratteggiando un personaggio decisamente antieroico, scisso, a tratti nevrotico e, soprattutto, costantemente inadeguato che, attraverso la consapevolezza della propria incapacità, ha saputo ribaltare l’illusione di una terapia fallimentare costruendosi, efficacemente, un successo su cui nessuno, nel corso della lettura, avrebbe mai scommesso.

Il romanzo del Novecento non può essere oggettivo e scientifico come nella letteratura realista, poiché l’uomo non agisce solo in base a una causa oggettiva, ma questa, a volte, può essere inconscia e irrazionale. Ecco perché gli inetti sono diversi dai vinti.

Tutte le antologie spiegano che il capolavoro di Svevo è un romanzo moderno ovvero soggetto alla destrutturazione di quello tradizionale. Svevo scrive il suo romanzo secondo un ordine tematico, quindi c’è una narrazione a tema: Il fumo, La morte del padre, Il suo matrimonio… etc.

Il protagonista è un inetto, ma dotato di una forte ironia, quindi simpatico ed anche fortunato. La consapevolezza di essere malato, ossia nevrotico, gli permette di intuire meglio la realtà e di adattarsi alle sue contraddizioni, mentre i sani sono chiusi nelle loro certezze e quindi profondamente malati: infatti non provano neppure a comprendere la realtà, illudendosi, appunto, di stare bene.

È proprio qui che Augusta acquista un valore centrale. Ella incarna la normalità borghese che Zeno desidera e insieme critica. Non è semplicemente un personaggio secondario o la moglie del protagonista: è il termine di confronto attraverso cui il romanzo misura i concetti di normalità, salute, fede, amore e rispettabilità.

La struttura del romanzo e la crisi del romanzo ottocentesco

È un romanzo de-costruito perché il tempo non è più cronologico, ma misto, ossia passato e presente scandiscono il flusso di coscienza di Zeno; il soggetto narrante non è attendibile: non è un narratore né interno né esterno né onnisciente, ma uno che potrebbe mentire a sé stesso.

Infine, la struttura del romanzo è innovativa: il libro è costruito a episodi e non secondo una successione cronologica. La scelta dello pseudonimo Italo Svevo è stata dettata dal desiderio di mettere insieme la sua parte italiana, Italo, con quella tedesca, Svevo.

Trieste, al tempo in cui è vissuto Aron Hector Schimitz - tra 1861 e il 1928 - era un intreccio di culture diverse: italiana, tedesca, ebraica, slava. Svevo, per il suo lavoro di corrispondente estero nella fabbrica di vernici della moglie, conosceva più lingue, oltre all’italiano e al tedesco, ma quella che parlava quotidianamente e che parlavano i personaggi del suo romanzo è il triestino.

Dobbiamo immaginare questo romanzo come la trascrizione da una lingua all’altra. Grazie principalmente al suo ex insegnante di inglese, James Joyce, ed in parte a Eugenio Montale, dopo i fallimenti letterari dei suoi precedenti libri, esplode il caso Svevo.

Il romanzo di Svevo si allontana dal modello realistico e naturalistico perché non pretende di rappresentare la realtà come un sistema ordinato di cause e conseguenze. La realtà viene filtrata dalla coscienza, dalla memoria, dai desideri e dalle rimozioni del protagonista.

Il rapporto fra Zeno e Augusta è quindi costruito attraverso una narrazione che non offre una verità definitiva. Il lettore deve confrontare le parole di Zeno con le sue azioni, la sua autoanalisi con le sue contraddizioni, la dichiarata sincerità con la continua possibilità della mistificazione.

La falsa santità come chiave di lettura

Augusta può essere considerata “santa” perché incarna la pazienza, la fedeltà, l’affetto e la fiducia. Tuttavia è “falsa” perché la sua perfezione non nasce da una lotta consapevole contro il male, il dubbio e la morte, ma dalla loro rimozione dal campo della coscienza.

La sua santità è domestica e borghese: si manifesta nelle ore regolari, nella Messa domenicale, nel rispetto delle autorità, nella cura degli oggetti, nella fiducia nel matrimonio e nella certezza che le cose, nonostante il movimento della terra, resteranno al proprio posto.

La sua salute è dunque vera sul piano affettivo, perché riesce davvero a dare a Zeno calore e protezione; è falsa sul piano conoscitivo, perché non comprende la precarietà delle proprie certezze. La sua forza deriva proprio da ciò che Zeno considera una forma di inconsapevolezza.

Zeno non è capace di vivere con la semplicità di Augusta, ma la sua malattia gli consente di vedere il carattere problematico della salute. Per questo egli non può limitarsi a imitarla: può solo cercare temporaneamente di “muoversi come un uomo sano”, proteggendo lei e, attraverso di lei, anche se stesso.

L’empatia fra i due, se si vuole usare questo termine, non è una piena condivisione psicologica. È una forma di riconoscimento reciproco che passa attraverso la differenza. Augusta accoglie un uomo che non comprende fino in fondo; Zeno ama una donna di cui comprende i limiti e da cui tuttavia riceve una stabilità indispensabile.

Il punto centrale non è stabilire se Zeno ami davvero Augusta o se Augusta sia davvero sana, ma comprendere che nel romanzo di Svevo ogni definizione viene messa in discussione. La moglie “sana” può essere malata di inconsapevolezza; il marito “malato” può possedere una forma più profonda di salute; l’amore può nascere da un ripiego e diventare una solidarietà; la menzogna può trasformarsi in conoscenza attraverso la scrittura.

Augusta e Zeno illustrazione romanzo

LA COSCIENZA DI ZENO di Italo Svevo. Riassunto e analisi

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