Da Assisi verso Perugia: Don Tonino Bello e la strada della pace

Da Assisi verso Perugia significa percorrere, anche simbolicamente, la strada indicata da don Tonino Bello: trasformare la pace da parola consumata in responsabilità concreta, dialogo, disarmo, giustizia sociale e cura degli ultimi. La Marcia Perugia-Assisi rende visibile questo cammino attraverso il gesto semplice e impegnativo del camminare insieme.

La guerra è una malattia, la pace è la sua cura. La pace esiste. È alla nostra portata. La guerra scoppia, la pace matura. La guerra si dichiara, la pace si tratta.

Il percorso unisce due luoghi profondamente legati alla storia della pace: Perugia, da cui la marcia prende avvio, e Assisi, dove sono ancora presenti le tracce evidenti del passaggio di San Francesco e del suo prezioso magistero. In questo itinerario si incontrano l’eredità di Aldo Capitini, il messaggio di san Francesco e la testimonianza profetica di don Tonino Bello.

La Marcia Perugia-Assisi: camminare per la pace

Il 24 settembre del 1961, la prima Marcia per la pace Perugia-Assisi, ideata da Aldo Capitini, si svolse all'insegna di "pace e fratellanza dei popoli". In questi giorni in Umbria si è celebrata la 63esima Marcia della Pace Perugia Assisi. Sono circa venti chilometri da fare a piedi, attraversando un paesaggio bellissimo, in una delle regioni più verdi d’Italia.

I 24 km fra Perugia e Assisi sono una tappa minuscola ma di grande valore simbolico. Tutto questo è in qualche modo simboleggiato dalla Marcia che anche quest’anno si snoda lungo le strade dell'Umbria. Il camminare come gesto anti-retorico, contro il pericolo di trasformare la riflessione intorno alla pace e alla non-violenza in un discorso generico, senza impatto concreto né culturale.

Il camminare per mettersi in gioco personalmente, dalla testa - sede dell’ideale - ai piedi - motore dell’azione. Il camminare non per arrivare da qualche parte, ma per educarsi a fare strada insieme. Diceva Gandhi che “non c’è una strada che porta alla pace, la pace è la strada”.

Marcia Perugia Assisi percorso umbro

Partimmo quando il sole era alto nel cielo e ricordo bene l’arrivo, a meriggio inoltrato, nella grande piazza di Assisi dove sono ancora presenti le tracce evidenti del passaggio di San Francesco e del suo prezioso magistero. Ricordo l’emozione della partenza, il lungo percorso, circondato da spettatori plaudenti che ci sostenevano in tanti modi, con parole, canti e generi di conforto.

Alla Perugia-Assisi non ci si va per contare singolarmente, ma per contarsi. Per ritrovarsi immersi in una moltitudine colorata, dai riferimenti più vari - l’associazionismo cattolico e quello di stampo progressista laico, lo scoutismo, il sindacato, l’ecologismo e tanto altro.

E ricordarsi che - ribaltando un’espressione detestabile - esistono anche le minoranze silenziose e laboriose, che ogni giorno senza clamore si danno da fare per una società più giusta e coesa, si prendono cura, appunto, del legame sociale, della salute pubblica, dell’educazione dei giovani, della tutela della natura.

Da Perugia ad Assisi: il significato del cammino

La strada da fare è sempre tanta. Il tema scelto per l’edizione di quest’anno, la cura, rafforza l’idea che la pace non sia un obbiettivo ma un percorso, un processo, una progressione. Qualcosa che non si consegue ma si persegue attraverso un impegno da rinnovare passo dopo passo.

La cura di noi stessi, chiamati a crescere come persone attraverso lo studio e la ricerca interiore. La cura degli altri, a partire dai più fragili e soli. La cura delle relazioni - che siano incontro autentico e non rapporto di forza. La cura della comunità - non semplice somma di persone ma “convivialità delle differenze”, come diceva don Tonino Bello.

La cura dei saperi, contro la superficialità, la sciatteria e il dogmatismo imperanti. La cura dell’ambiente troppo a lungo depauperato senza criterio. La pace non è infatti assenza di conflitto, ma conflitto non-violento, finalizzato al bene.

Si marcia per la pace e si marcia, senza contraddizione, per confliggere. Come fanno tutte le minoranze attive. Il potenziale mobilitante del binomio pace-fratellanza è aumentato di forza, grazie soprattutto allo sviluppo del Diritto internazionale dei diritti umani e alla progressiva inculturazione del relativo Sapere ovunque nel mondo.

La guerra come malattia e la pace come cura

La guerra è una malattia, la pace la sua cura. Nessuna malattia dura per sempre. Speriamo di guarire presto anche nel ricordo di due profeti della nostra terra: Aldo Moro e Don Tonino Bello.

Da più di due anni la guerra preme con tutto il suo carico di distruzione ai confini dell’Europa. La minaccia che penetri nel nostro mondo è sempre più concreta. Mai come in questi giorni ci si interroga sulla guerra, sull’uso delle armi, sui cosiddetti effetti collaterali che collaterali non sono più in quanto, da tempo, le vittime civili sono di gran lunga superiori alle vittime militari.

E tra le vittime civili in primo luogo contiamo creature fragili come donne, anziani e bambini. Al cinema, a teatro, nei libri e in televisione se ne parla insistentemente come se la guerra, la malattia, il campo di battaglia, fosse diventato il mondo intero e ovunque si sentissero risuonare scoppi, volare droni, scoprire attentati.

Eppure non può essere sempre così. La pace esiste. È alla nostra portata. A differenza di sessant’anni fa - quando, su iniziativa di Aldo Capitini, si tenne la prima Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli - è rarissimo oggi trovare, perlomeno nel mondo Occidentale, qualcuno che non si dichiari a favore della pace.

Il tema è talmente trasversale, che tutte le guerre combattute negli ultimi decenni sono state dichiarate in nome della pace. O piuttosto della pacificazione. Il paradosso della violenza descritta come strumento per garantire la tranquillità e l’armonia fra i popoli è del resto antico.

Il famoso “deserto che chiamano pace”, con cui Tacito descrive le conquiste militari dei Romani, rimane un’espressione emblematica, che denuncia questa ipocrisia di fondo. Eppure basta un semplice confronto semantico per cogliere la distanza abissale e sostanziale che esiste fra il conflitto e la concordia, la guerra e la pace.

Don Tonino Bello, il vescovo con il grembiule

Tutti lo conoscevano semplicemente come “don Tonino”, il vescovo con il grembiule. Era stato lui a coniare quell’espressione - la “Chiesa del grembiule” - per testimoniare la necessità e il dovere di stare sempre dalla parte degli ultimi, una Chiesa vicina alle persone sofferenti attraverso il richiamo agli insegnamenti semplici del Vangelo.

Antonio Bello è stato un prete, un teologo e un vescovo da molti ritenuto scomodo per le sue scelte coraggiose e controcorrente, per la determinazione con la quale ribadì il proprio no alla guerra e alla corsa agli armamenti.

Nato nel 1935 ad Alessano, in provincia di Lecce, da bambino perse il padre e due fratelli durante la Seconda guerra mondiale, e quei lutti così precoci contribuirono a far crescere dentro di lui il tarlo della follia della guerra.

Dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale iniziò un lungo percorso pastorale che lo vide particolarmente attento ai temi della povertà, con scelte coraggiose e innovatrici ispirate al Concilio Vaticano II.

Nel 1980 rifiutò la nomina a vescovo di Palmi, in Calabria, e poi di Tursi, in Basilicata, perché lo tormentava l’idea di lasciare la sua parrocchia e la sua gente. Due anni dopo accettò invece la nomina a vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e Ruvo di Puglia.

Fin dall’inizio del suo ministero episcopale rinuncia ai segni esteriori del potere e sceglie una vita sobria, semplice, di grande umiltà. Scende in piazza a fianco degli operai in sciopero delle ferriere dello stabilimento di Giovinazzo, apre le porte del palazzo vescovile alle famiglie degli sfrattati, va a parlare con i senzatetto alla stazione.

Don Tonino Bello vescovo con grembiule

La Chiesa del grembiule e la scelta degli ultimi

A fare scalpore - nella Puglia e nell’Italia degli anni ‘80 - non sono solo queste iniziative ma anche le sue prese di posizioni pubbliche per gli operai in lotta, la sua partecipazione alle marce per la pace, molte delle quali è lui stesso a organizzarle, per contestare la decisione del Parlamento di installare missili statunitensi sul territorio italiano.

Presto balza definitivamente agli onori della cronaca nazionale mobilitando la sua diocesi contro l’insediamento dei caccia bombardieri della Nato in Puglia. La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono le stelle polari della sua azione pastorale e sociale.

Battaglie condotte con una radicalità che più volte l’hanno fatto scontrare duramente con il mondo politico - sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e quelle pugliesi in particolare - e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le sue posizioni all’apparenza “estreme”, in realtà fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II.

Infaticabile profeta di pace don Tonino Bello coniò la celebre frase che, in tempi lontani (quando «lonely planet» era una casa editrice sconosciuta dalle nostre parti), definì la Puglia «Arca di Pace».

Del resto se Assisi è l’anima di San Francesco la Puglia è la terra che ha dato i natali non solo a Don Tonino ma anche ad Aldo Moro, indimenticabile statista dell’Italia del secolo scorso.

Don Tonino Bello, Pax Christi e il disarmo

Sul finire del 1985 viene nominato presidente di Pax Christi ed è chiaro fin da subito che quell’incontro tra “il vescovo col grembiule” e il movimento cattolico internazionale per la pace è destinato a lasciare il segno.

Negli anni ‘80, da vescovo di Molfetta, scelse la pace e il disarmo, diventando una guida e un punto di riferimento imprescindibile del movimento pacifista italiano. Si impegnò a favore dell’obiezione di coscienza alle spese militari e sostenne con forza la campagna che nel 1990 portò all’approvazione della legge 185 per regolare il commercio di armi.

Si batté contro il piano di militarizzazione della Puglia, contro gli euromissili a Comiso e le politiche di riarmo del governo italiano. Ma anche per la pace a livello internazionale durante la prima guerra del Golfo e il conflitto nell’ex Jugoslavia, organizzando la famosa marcia della pace in una Sarajevo assediata.

Le sue prese di posizione radicali sul disarmo, sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sull’obiezione fiscale gli costano nuovi attacchi e dure critiche, accuse di ingenuità e di visioni utopistiche, dalla politica, dal mondo dell’informazione e persino dalla comunità ecclesiale.

Ma don Tonino va avanti per la sua strada e associa alle parole un attivismo instancabile che lo vede sempre presente alle manifestazioni pubbliche di protesta, alle veglie di preghiera, con prese di posizione pubbliche in cui chiede l’adesione anche degli altri vescovi, ad esempio in occasione del trasferimento degli F16 nella base di Gioia del Colle.

La conversione dell’industria bellica

Una delle sue lettere più famose è rivolta agli operai che lavorano nelle fabbriche di armi: “è più difficile scrivere a voi che al Sottosegretario della Difesa - dice loro - perché non regge a nessuno l’animo di dirvi che, se seppur incolpevolmente, voi collaborate a seminare morte sulla terra”.

“La stessa cifra stanziata dall’Italia per gli armamenti, se fosse destinata a programmi civili, creerebbe trentamila posti di lavoro in più”. Il suo è un incoraggiamento a quegli operai affinché si battano per la conversione dell’industria bellica in impianti civili, in beni che migliorino la qualità della vita.

Prima che crolli il Muro di Berlino, don Tonino richiama l’attenzione sui nuovi muri che stanno nascendo tra il Nord e i Sud del mondo. Sostiene che solo un nuovo ordine economico, capace di ridurre le distanze tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, una politica per lo sviluppo dell’intera umanità e la promozione della nonviolenza fra uomini e fra Stati potrebbe avviare i processi storici per una pace duratura.

Il rifiuto della guerra e l’obiezione di coscienza

Quando nell’estate del 1990 le truppe irachene occupano il Kuwait e ne minacciano l’indipendenza don Tonino segue con preoccupazione l’evolversi della crisi, vi individua fin da subito un conflitto in cui l’occidente industrializzato intende ridefinire i propri rapporti di forza con un sud del mondo che chiede di poter uscire dalla sua storica collocazione di subalternità.

Alcuni mesi dopo scrive una lettera ai parlamentari italiani chiedendo loro di non approvare l’intervento armato. Ripete l’appello davanti anche in diretta televisiva e viene accusato di incitamento alla diserzione, è deriso dalla stampa che lo definisce “il teologo della diserzione”.

Lui però non si tira indietro, e l’anno dopo si rivolge con un articolo al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che ha rimandato alle camere la legge sull’obiezione di coscienza.

Dopo le elezioni politiche del 1992 scrive a tutti i parlamentari chiedendo loro di sostenere la legge sull’obiezione fiscale, affinché le tasse dei contribuenti non vadano a finanziare la costruzione e l’acquisto di armi.

La marcia notturna per l’Ucraina

In occasione del tragico anniversario dell’invasione russa in Ucraina, si è svolta un'edizione speciale dello storico evento pacifista. Nel buio e nel freddo i partecipanti hanno portato una fiaccola in solidarietà a chi è colpito dai conflitti.

“Non ci stancheremo di chiedere la pace” sottolinea il coordinatore Flavio Lotti. "In piedi costruttori di pace!". Sono le parole pronunciate da don Tonino Bello nel lontano 1989 al raduno di Pax Christi a Verona, che hanno fatto da filo conduttore alla Marcia PerugiAssisi di ieri notte.

Un’edizione speciale, fatta al buio e al freddo di una serata di fine inverno, per ricordare non solo l’inizio della guerra in Ucraina, ma anche tutte le vittime dei conflitti nel mondo, il dolore di quelle morti innocenti, del sangue versato e che purtroppo non si riesce a fermare.

E gli oltre mille partecipanti lo hanno voluto fare portando una fiaccola, un volto, un nome, che ricordasse chi non c’è più. La marcia è partita a mezzanotte dai Giardini del Frontone a Perugia, per poi arrivare alle sei di questa mattina davanti la basilica di San Francesco ad Assisi, dove si è svolto un momento di preghiera conclusivo.

Fiaccole marcia notturna Perugia Assisi

“È stata una notte molto impegnativa e faticosa - spiega Flavio Lotti coordinatore della Marcia PerugiAssisi - perché camminare al buio non è semplice, ma forse proprio questa difficoltà ci ha convinti ancora di più della necessità di fermare questa guerra, di chiedere il cessate il fuoco.

Pensare che ci sono persone, donne, anziani, bambini, che vivono costantemente in quella situazione è davvero molto dura”. “Hanno partecipato tantissime persone - continua Lotti - e questo non era scontato essendo un giorno lavorativo.

È stato molto bello vedere tanta gente con le fiaccole in mano che camminavano lungo la strada, ma avevamo con noi anche dei bus in caso di emergenza, per non lasciare indietro nessuno.

Il momento più toccante è stato l’arrivo ad Assisi, il ritrovarci li davanti alla basilica di San Francesco per invocare la pace, dopo la fatica del cammino. Siamo certi di essere sulla strada giusta e non ci fermeremo qui”.

Dialogo e negoziati di pace

Prima di iniziare la Marcia i partecipanti si sono ritrovati nella Sala dei Notari a Perugia per un momento di riflessione, a cui hanno partecipato tra gli altri: Don Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia Città della Pieve, i sindaci di Perugia e Assisi, Andrea Romizi e Stefania Proietti, l'ex presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Giuseppe Giulietti e diversi rappresentati delle organizzazioni cattoliche e dei movimenti ecumenici.

“Non è facile parlare di pace oggi - continua il coordinatore Lotti - e questo rivela ancora di più il dramma della guerra. In più occasioni abbiamo voluto ribadire le motivazioni che ci hanno spinto ad organizzare questa Marcia proprio di notte, per sentirci ancora più vicini ai nostri fratelli ucraini, vivendo quel disagio del buio e del freddo che loro vivono quotidianamente, in modo molto più forte e violento.

Noi crediamo che si potrebbe fare molto di più per loro, per fermare questa follia, non solo attraverso le armi ma anche con il dialogo e i negoziati di pace, così come Papa Francesco non si stanca mai di chiedere”.

La Marcia contro l’indifferenza

Alla Marcia della Pace di quest’anno erano presenti 272 Associazioni e 120 comuni. Il tema cardine che accompaga l’evento è l’indifferenza. La guerra riguarda tutti noi anche se si svolge in luoghi apparentemente lontani.

Nel video di presentazione della Marcia della Pace ecco dei giovani in treno, tutti intenti a digitare il loro prezioso smart phone mentre fuori dal finestrino, nel mondo reale, si susseguono scene di guerra.

I giovani non perdono un attimo, nulla riesce a staccarli dai loro telefonini, qualunque cosa accada fuori continua imperterrita la loro agghiacciante indifferenza.

La Marcia rende visibile il legame tra ciò che accade lontano e la responsabilità di chi osserva. Il suo valore non consiste soltanto nel percorso geografico, ma nella decisione di non restare spettatori davanti alla sofferenza.

San Francesco e il dialogo tra i popoli

C’è un altro nome che accompagna da sempre la Marcia, e non potrebbe essere altrimenti visto che il cammino si snoda proprio lungo le sue strade, lungamente battute nel corso di una vita da visionario costruttore di pace.

Il viandante Francesco d’Assisi, prima ancora che il Santo, ci ha insegnato la radicalità e il coraggio necessari a entrare in dialogo con gli altri. Ottocento anni fa, in piena epoca di Crociate, si recò a piedi fino alla Terra Santa, a incontrare in spirito di amicizia il Sultano d’Egitto Al-Kamil.

La sua figura accompagna il tratto finale del percorso e richiama una concezione della pace fondata sull’incontro, sull’ascolto e sulla capacità di attraversare le frontiere senza trasformarle in muri.

Aldo Capitini e la pace come fratellanza

Lo stesso tema è stato opportunamente ripreso dalla Marcia del 25 settembre 2011, la Marcia del cinquantenario. L'implicito riferimento normativo è al 'nuovo' Diritto che ha avuto inizio nel 1945-1948 con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Questa proclama che "il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo" (Preambolo) e che "tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.

Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza" (Articolo 1). Aldo Capitini ha posto la dignità della coscienza alla base della sua concezione assiopratica della spiritualità.

Al cuore del Diritto internazionale dei diritti umani sta l'articolo 18 della Dichiarazione universale che consacra la triade valoriale delle libertà della persona: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione".

Questo articolo va letto in logica connessione con l'articolo 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza".

Il diritto alla pace

Per la realizzazione dei diritti che ineriscono alla dignità umana lo spazio d'azione si estende al di là delle frontiere degli stati, come stabilisce l'articolo 28 della Dichiarazione: "Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati".

C'è quì la solenne proclamazione del diritto alla pace intesa come pace positiva cioè, non soltanto come assenza di guerra ma, soprattutto, come costruzione di non effimere strutture di cooperazione fra individui, gruppi, popoli, stati nel rispetto della legge universale dei diritti umani.

L'ulteriore legittimazione giuridico-formale di quanti operano per l'affermazione del diritto alla pace è resa ulteriormente esplicita dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite "sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti", del 9 dicembre 1998.

Articolo 1: "Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare (sic) per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale"; articolo 7: "Tutti hanno diritto, individualmente e in associazione con altri, di sviluppare e discutere nuove idee e principi sui diritti umani e di promuovere la loro accettazione".

Il “potere di tutti”

Aldo Capitini ha teorizzato il 'potere di tutti' (omnicrazia): "Ognuno deve imparare che ha in mano una parte di potere, e sta a lui usarla bene, nel vantaggio di tutti; deve imparare che non c'è bisogno di ammazzare nessuno, ma che cooperando e non cooperando, egli ha in mano l'arma del consenso e del dissenso.

E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i giovanissimi, i deboli, purchè siano coraggiosi e si muovano cercando e facendo, senza farsi impressionare da chi li spaventa con il potere invece di persuaderli con la libertà, la giustizia e l'onestà esemplare dei dirigenti".

Il vigente Diritto internazionale dei diritti umani, che ha come principi l'universalità, l'eguaglianza nonchè l'interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti della persona e si caratterizza per la sempre più puntuale attenzione alle persone più deboli e vulnerabili - si pensi, tra le altre, alle Convenzioni internazionali riguardanti i bambini, le donne, i lavoratori migranti, le persone con disabilità -, avalla la visione omnicratica di Capitini in termini di diritti e di responsabilità dei singoli, dei gruppi e delle comunità locali.

Si pensi anche alla Convenzione dell'Unesco del 2005 "sulla protezione della diversità delle espressioni culturali": l'attenzione è, in questo caso, per quel genere di vulnerabilità che è costituito dall'essere 'altro' o 'diverso' rispetto alla cultura (o subcultura) dominante.

Educazione, istituzioni e responsabilità

Il citato articolo 1 della Dichiarazione universale proclama che i diritti fondamentali 'nascono' con la persona e quindi le 'ineriscono': "la persona dell'uomo è il diritto umano sussistente" (Antonio Rosmini).

Ma per la loro garanzia, oltre che il 'riconoscimento' giuridico-formale operato dal legislatore, occorrono le pubbliche istituzioni, le quali dovranno evidentemente essere adeguate allo scopo ed essere agite da personale competente e motivato.

È il caso di sottolineare con forza che la più efficace garanzia dei diritti umani non è quella successiva alla loro violazione (sentenze di tribunali, sanzioni, peraltro necessarie e irrinunciabili), bensì quella preventiva che si realizza, primariamente, attraverso l'educazione e le politiche pubbliche.

I diritti umani, prima e più che l'agenda giudiziaria, esigono l'agenda politica, quindi il buon governo nei vari settori, compreso quello dell'economia. L'orizzonte del buon governo, oggi, è sempre più glocale: si dilata pertanto lo spazio per l'esercizio di ruoli politici e la presa di decisioni vincolanti.

La condizione di interdipendenza e i collegati processi di mondializzazione, al positivo e al negativo, urgono perché l'architettura della governance si strutturi su più livelli (multi-level governance), tale da favorire il sano gioco della sussidiarietà partendo dalle esigenze vitali della persona e delle comunità locali fino ad arrivare alle grandi istituzioni multilaterali e sopranazionali.

Questa dilatata dimensione dell'azione politica e governativa esige che l'esercizio della democrazia, sia partecipativa sia rappresentativa, si prolunghi al di là dei confini dei singoli stati, quindi che la democrazia divenga essa stessa glocale.

La pace come responsabilità locale e globale

In questo contesto, urge potenziare la prassi democratica, rappresentativa e partecipativa, alla sua radice, cioè a livello comunale. Occorre dunque valorizzare l'autonomia quale attributo originario degli enti locali, non elargito dall'alto.

Allo stesso tempo occorre procedere alla riforma dell'Organizzazione delle Nazioni Unite nel senso del suo rafforzamento e della sua contestuale democratizzazione: si tratta in particolare di rompere la perniciosa autoreferenzialità degli organi intergovernativi a cominciare dal Consiglio di Sicurezza, tra l'altro affiancando all'attuale Assemblea Generale, rappresentativa degli stati, una Assemblea Parlamentare composta di rappresentanze dei parlamenti dei paesi membri.

Il Sapere dei diritti umani, di cui il 'nuovo' Diritto internazionale è parte essenziale, è un sapere che getta ponti fra le culture e fra i saperi particolari, è di per sé il sapere della vita e della pace, indissociabili l'una dall'altra: guerra e pena di morte sono radicalmente antinomiche rispetto al binomio pace vita.

Il nuovo Diritto internazionale, a cominciare dalla Carta delle Nazioni Unite, proscrive la guerra (flagello. ), vieta agli stati di usare la forza per risolvere le controversie internazionali e interdice la pena di morte in virtù, sul piano mondiale, del secondo Protocollo al Patto internazionale sui diritti civili e politici e, sul piano europeo, del 13° Protocollo alla Convenzione sui diritti umani del 1950, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

Missioni di pace e uso della forza

L'articolo 20 del citato Patto internazionale perentoriamente stabilisce: "Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge". Non è vietato l'uso del militare, a condizione che avvenga per le finalità e nel rispetto dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Occorre pertanto distinguere le (autentiche) missioni di pace dalle classiche operazioni belliche: le prime, diversamente dalle seconde, hanno come obiettivo non la distruzione dello 'stato nemico', bensì la salvaguardia della vita delle popolazioni e la protezione delle infrastrutture necessarie al loro sostentamento, il disarmo delle fazioni in lotta nonché il perseguimento dei presunti criminali di guerra e contro l'umanità, da consegnare alla Corte penale internazionale o ai Tribunali internazionali speciali (es. per la ex Jugoslavia e per il Rwanda).

L'uso del militare è, ovviamente, una materia delicatissima, tuttora pervasa di ambiguità e strumentalizzazioni favorite dalla persistente condizione di debolezza, anzi di sudditanza, in cui gli stati mantengono le Nazioni Unite.

Tra l'altro gli stati si rifiutano di conferire all'ONU, una volta per tutte come pur prevede l'articolo 43 della Carta, parte dei rispettivi eserciti: debitamente trasformati, questi costituirebbero la forza di polizia militare permanente, sotto autorità e comando delle Nazioni Unite che, giova ribadire, devono essere urgentemente democratizzate.

Sarebbe l'inizio del disarmo reale. Accade invece che, spudoratamente, si spaccino per "ingerenza umanitaria", "intervento umanitario", addirittura "guerra dei diritti umani" e cosiddetta "responsabilità di proteggere", eccetera, operazioni militari che sono avventure belliche in senso proprio, come tali in flagrante violazione del vigente Diritto internazionale.

La via istituzionale alla pace

Urge sviluppare una nuova cultura politica della governance, saldamente ancorata al paradigma dei diritti umani, avendo in mente che la Dichiarazione universale si propone qual "ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni.

Insegnamento, educazione e formazione ai diritti umani, via maestra per il rispetto della dignità della persona e la costruzione della pace. A partire dal 1982, di questa missione nel sistema universitario italiano si è fatto parte attiva il Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova, prima istituzione del genere (cioè, incardinata nell'università) in Europa e tra le prime al mondo.

Il suo operare educativo e di ricerca si è sviluppato avendo come interlocutori privilegiati i mondi vitali della scuola, dell'associazionismo, del volontariato e delle istituzioni di governo locale e regionale (a cominciare dalla Regione del Veneto), oltre che istanze internazionali.

Fin dall'inizio, avendo come obiettivo strategico quello di contribuire a sviluppare un processo di maturazione civica e politica con forte dimensione internazionale-glocale, orientata alla progettualità e all'esercizio di ruoli di cittadinanza attiva, ci si è impegnati a evidenziare la fertilità del collegamento della tematica della pace a quella dei diritti umani.

La convinzione di partenza è stata che questo approccio consente di superare certe vischiosità ideologiche e di denuncismo fine a se stesso, dare più visibile e sostanziosa legittimazione al pacifismo, coinvolgere le istituzioni di governo locale e regionale sul terreno dell'azione transnazionale.

Ci si è spesi per la messa in luce dei contenuti di una cultura assiopratica definibile come via istituzionale alla pace che, in una visione di nuovo ordine mondiale pacifico, democratico, equo e solidale, aiutasse a partecipare attivamente ai processi politici dalla città e dal quartiere fino all'ONU e alle altre legittime istanze internazionali.

La cultura della pace nelle istituzioni

Un primo risultato, che ha dimostrato di essere anche un punto di partenza, è stata la Legge della Regione del Veneto 30 marzo 1988 n. 18 portante su "Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace".

Si ricorda che la sua elaborazione è frutto della collaborazione tra un gruppo 'trasversale' (che oggi diremmo bi-partisan, Dc-Pci) di consiglieri regionali e la direzione del Centro diritti umani.

L'articolo 1 di questa Legge costituisce una novità assoluta per l'immaginario giuridico, non soltanto italiano: "1. La Regione del Veneto, in coerenza con i principi costituzionali che sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, la promozione dei diritti umani, delle libertà democratiche e della cooperazione internazionale, riconosce nella pace un diritto fondamentale degli uomini e dei popoli.

2. A tal fine promuove la cultura della pace mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione, di cooperazione e di informazione che tendono a fare del Veneto una terra di pace.

3. Per il conseguimento di questi obiettivi la Regione assume iniziative dirette e favorisce interventi di enti locali, organismi associativi, istituzioni culturali, gruppi di volontariato e di cooperazione internazionale presenti nella Regione".

Don Tonino Bello e la Sarajevo assediata

Finché non è colto all’improvviso dalla malattia, un grave cancro allo stomaco. La notizia che don Tonino Bello sta male fa il giro del mondo. Messaggi di conforto e di solidarietà arrivano da ogni parte della Puglia, dell’Italia e anche dall’estero.

Viene operato una prima volta e torna al suo incarico pastorale ma le cure non riescono a sconfiggere il male. Don Tonino decide allora di trasformare il suo letto di dolore in quello che definisce un “altare scomodo”, dal quale continua a incoraggiare il suo popolo.

Il suo corpo è debilitato ma il suo spirito è più vivo che mai. Anche perché nel frattempo una nuova guerra, esplosa nella ex Jugoslavia tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, è destinata a condizionare il suo impegno pastorale, evidenziando ancora una volta il suo carisma profetico e le sue attività per la pace.

Organizza una storica marcia nella Sarajevo sotto assedio. Ci sono più di duemila adesioni ma per motivi di sicurezza a partire saranno solo cinquecento. Nonostante le condizioni di salute sempre più precarie don Tonino vuole marciare a tutti i costi con la sua gente.

Da quel viaggio a nel cuore della Bosnia torna però sconfortato, stanco e carico di dubbi. Sa che gli resta poco da vivere ma ancora di più lo preoccupa ciò che sta accadendo nel mondo.

L'impresa di pace di don Tonino Bello a Sarajevo raccontata da don Albino Bizzotto

Di fronte al pericolo dello scontro di civiltà si chiede perché nei confronti del mondo arabo non si favorisce un’interlocuzione di civiltà invece che una guerra. Ma la malattia non gli dà tregua.

“In piedi, costruttori di pace”

Le parole pronunciate da don Tonino Bello nel lontano 1989 al raduno di Pax Christi a Verona, “In piedi costruttori di pace!”, hanno fatto da filo conduttore alla Marcia PerugiAssisi.

L'onda del movimento per la pace, nel moto dell'andare e venire, tra mare spumeggiante e sponde abbandonate, ha energie sempre nuove che sono la “nostra ostinazione” (don Primo Mazzolari) e la “nostra prima responsabilità” (don Tonino Bello).

Don Nandino Capovilla ha ricordato che Pax Christi non ha mai rallentato il passo e pazientemente cammina con tutti a cominciare dalle realtà locali. Domenica prossima raggiungerò Assisi camminando con migliaia di pacifisti che, come me, non avranno dimenticato a casa le sfide più difficili.

E con lo sguardo ai conflitti che moltiplicano guerre e violenze nel mondo, continuerò a credere nel movimento per la pace e nella pace che è in movimento, perchè -come diceva Aldo Capitini- “La marcia non è fine a se stessa. Crea onde che vanno lontano”.

Gli ultimi anni e la memoria di don Tonino Bello

La sua ultima apparizione pubblica avviene il giovedì Santo del 1993. Il 20 aprile di quello stesso anno don Tonino Bello, il “vescovo col grembiule”, muore all’età di 58 anni.

I funerali, celebrati a Molfetta sono seguiti da una folla immensa di persone, circa sessantamila persone giunte da tutta Italia e anche dall’estero. La sensazione di perdita provata dalla sua gente è immensa.

Eppure nei decenni successivi la Chiesa istituzionale lo consegna di nuovo all’oblio, quasi lo cancella. Soltanto Pax Christi e il mondo del pacifismo cattolico continuano a ricordarlo e a fare tesoro dei suoi insegnamenti.

Finché papa Francesco non va a pregare sulla sua tomba facendo riemergere definitivamente la straordinaria figura di un profeta di pace che ha precorso i tempi tracciando la strada verso un futuro migliore.

La strada che continua

La Marcia Perugia-Assisi continua a proporre una pace concreta, costruita attraverso il dialogo, la giustizia, l’educazione, la cura delle persone e la responsabilità delle istituzioni.

Il cammino da Perugia verso Assisi, o da Assisi verso Perugia, non è soltanto uno spostamento lungo le strade dell’Umbria. È un esercizio di responsabilità condivisa, una forma di opposizione nonviolenta all’indifferenza e un modo per ricordare che la pace richiede movimento.

Nel pensiero e nell’azione di don Tonino Bello, la pace non è una formula astratta né una semplice assenza di guerra. È una scelta quotidiana dalla parte degli ultimi, una politica del disarmo, una conversione delle strutture di morte, una cura delle relazioni e un’apertura al dialogo tra popoli e culture.

tags: #da #assisi #verso #perugia #don #tonino