La frase «La benedizione di Gesù scenda su di te» è un’invocazione cristiana con cui si chiede che la grazia, la protezione, la pace e la benevolenza di Dio accompagnino una persona. Non è soltanto un augurio generico: richiama l’idea biblica della benedizione come dono divino, presenza benevola e relazione con il Signore.
Nel linguaggio della fede, la formula significa quindi: «Possa Gesù benedirti, custodirti, sostenerti e accompagnarti». L’espressione si collega alla benedizione sacerdotale dell’Antico Testamento, alla benedizione impartita da Gesù ai discepoli prima dell’Ascensione e alla tradizione cristiana delle invocazioni rivolte a Dio per il bene delle persone.
Che cosa significa «benedizione»
Se cerchiamo sul dizionario il termine “benedizione”, leggiamo le seguenti definizioni: Atto liturgico, cerimonia, con cui si benedice qlcu. o qlco.: b. dell’acqua; atto in virtù del quale la grazia divina scende sui fedeli: impartire la b. || b. urbi et orbi, benedizione papale solenne alla città di Roma e al mondo.
Gesto che, in forma autorevole, simboleggia una disposizione ben augurante e protettiva: dare la b. ai figli; augurio, invocazione di bene: avrai la b. di tutti i beneficiati. Persona o cosa che è origine di bene.
Naturalmente a noi interessa in particolare la prima, più importante accezione del termine. Per la Chiesa cattolica la benedizione è una richiesta esercitata da qualcuno, solitamente un ministro religioso, come un vescovo, un presbitero, o un diacono, per far discendere la grazia di Dio su qualcun altro.
È un’invocazione di favore e di benevolenza per qualcuno o qualcosa. La Chiesa annovera la benedizione tra i Sacramentali, ovvero quei “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali.” (Articolo 1677 del Catechismo della Chiesa Cattolica).
Si tratta di formule per lo più verbali, anche se spesso contemplano anche l’uso di particolari gesti e accessori per benedizioni: un esempio per tutti è il segno della croce, con il movimento della mano, o l’aspersione con l’acqua benedetta tramite un apposito strumento chiamato Aspersorio.
In alcuni casi può anche essere il Capofamiglia a invocarle sui propri cari. La benedizione, dunque, può essere pronunciata da un ministro religioso, ma può anche assumere la forma di una preghiera familiare o di un augurio personale rivolto a Dio.
L’origine biblica della benedizione
Da sempre le benedizioni percorrono la vita dei fedeli con formule antiche, rituali fatti di gesti che molto spesso diamo per scontati, ma che esprimono invece un retaggio millenario, denso di significati (e significanti) che affondano le loro radici nella storia stessa della religione.
Nell’Antico Testamento le benedizioni venivano intese soprattutto come un modo per chiedere a Dio di influenzare la vita terrena, materiale, di chi si affidava a Lui, Gli si chiedeva di garantire a chi veniva benedetto una famiglia sana e numerosa, una vita lunga, prosperità.
Ma in alcuni libri troviamo il riferimento a benedizioni molto più spirituali, come la sapienza, la pace e la giustizia. A questa visione delle benedizioni si ricollegherà Gesù, nel Nuovo Testamento.
Sempre nell’ambito della cultura ebraica, la benedizione rimane sempre una prerogativa divina, anche quando è pronunciata da un uomo. In questo caso è Dio ad avvalersi di un tramite, per inviare le sue benedizioni (o anche maledizioni).
Questi uomini diventano in un certo senso benedizioni per gli altri uomini a loro volta, prescelti da Dio per portare il suo favore o la sua condanna tra i loro simili.
La benedizione sacerdotale di Numeri 6
La formula biblica più importante per comprendere l’origine della frase è la benedizione sacerdotale contenuta nel libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Queste parole venivano accompagnate da un gesto solenne: il sacerdote, al termine dell’azione liturgica, tendeva le braccia e alzava le mani sull’assemblea radunata.
Sir 50,20 mostra la scena del sacerdote che “alzava le sue mani su tutta l’assemblea d’Israele, per dare con le sue labbra la benedizione del Signore”.
La combinazione di gesto e parole oggettivava la realtà convogliata dalla benedizione e così il gesto esprimeva il fatto che Dio stesso poneva la sua presenza tra il popolo.
In Numeri 6,27 troviamo queste parole in bocca al Signore stesso che commentano la formula della benedizione sacerdotale: “Così porranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò”.
Quel gesto e quelle parole simboleggiano l’azione del Signore stesso. Porre il nome del Signore sui figli d’Israele significa confermare la relazione di appartenenza particolare del popolo al suo Dio e rivendicare alla signoria di Dio l’esistenza di tutto Israele e di ciascun figlio d’Israele.
E poiché il Nome indica la presenza, la benedizione pone in relazione la presenza di Dio con il popolo. Per questo, quando si dice «La benedizione di Gesù scenda su di te», si chiede che la presenza del Signore accompagni concretamente la persona a cui la frase è rivolta.
Gesù come benedizione di Dio
Nel Nuovo Testamento Gesù diviene l’incarnazione della benedizione di Dio, il Suo strumento di benevolenza e redenzione per tutti gli uomini.
Gesù non solo benedice i propri discepoli, i malati, i fanciulli, ma è egli stesso benedizione, fonte inesauribile dell’Amore di Dio, della Sue sconfinata generosità.
“Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.” (Efesini 1,3)
San Paolo parla della “pienezza delle benedizioni di Cristo” (Rm 15,29). In questa prospettiva, la benedizione cristiana non è separata da Gesù: proviene da lui, conduce a lui e rende riconoscibile la sua presenza nella vita del credente.
La benedizione di Gesù nell’Ascensione
Secondo il vangelo (Lc 24,46-53) l’ascensione di Cristo è accompagnata da una benedizione (Lc 24,51: “Mentre Gesù benediceva i discepoli, si staccò da loro e fu portato verso il cielo”) e secondo la prima lettura (At 1,1-11) da una promessa (At 1,11b: “Gesù verrà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”).
Con l’ascensione, infatti, il Signore fa dono all’umanità della sua presenza in una forma nuova (benedizione) e non abbandona i suoi, ma verrà nuovamente per incontrarli (promessa).
La promessa e la benedizione dell’ascensione impegnano la chiesa nella storia a testimoniare la presenza del Risorto e ad attendere la sua venuta gloriosa.
Testimonianza e attesa sono i riflessi ecclesiali e spirituali dell’evento dell’ascensione come promessa e benedizione. La seconda lettura (Eb 9,24-28; 10,19-23) ribadisce a suo modo la dimensione di benedizione del distacco di Gesù dai suoi, affermando che l’ascensione è “a loro favore” (“Cristo è entrato nel cielo per comparire al cospetto di Dio in nostro favore”: Eb 9,24).
Colui che siede alla destra del Padre nei cieli, infatti, è il grande intercessore: “Egli è sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7,25).
La lettera agli Ebrei ribadisce anche la dimensione di promessa insita nell’ascensione: “Cristo apparirà una seconda volta a coloro che l’attendono per la salvezza” (Eb 9,28).
Il gesto di Gesù e il significato della formula
In Luca 24,50 Gesù compie la benedizione alzando le mani sui suoi discepoli, ma ormai non nel tempio, bensì al di fuori di ogni spazio o recinto sacro e inaugura una forma di presenza nuova con i suoi: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
L’ascensione attesta che nessun spazio umano è sottratto alla presenza di Cristo. Meglio: ogni spazio è abitabile del Risorto.
Eppure, per il vangelo, quella distanza, quell’allontanamento, quell’andare in un altro posto da parte di colui che prima era insieme con i suoi, è benedizione: “Mentre li benediceva, si distaccò da loro” (Lc 24,51).
Vi è sovrapposizione e coincidenza tra distacco e benedizione. Come se non potesse esserci benedizione senza distacco.
Quel distacco è benedetto perché non è un abbandono (“Non vi lascerò orfani”: Gv 14,18; “Vado e tornerò da voi”: Gv 14,28).
È una benedizione perché è un atto generativo, un atto che trasmette vita creando quel vuoto che potrà essere occupato da chi resta.
È una benedizione perché sollecita la responsabilità di chi resta, che si trova chiamato a “succedere” a colui che se n’è andato.
I discepoli sono generati a testimoni di colui che se n’è andato. “Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,48); “Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme e fino ai confini della terra” (At 1,8).
Il suo distacco dai discepoli instaura una forma nuova di presenza e di relazione con loro. E questo è esattamente il senso della benedizione.
«Scenda» come immagine della grazia che viene dall’alto
Il verbo «scendere» richiama l’immagine biblica della grazia che viene dall’alto e raggiunge la vita dell’essere umano. La formula non indica necessariamente un movimento fisico, ma esprime la richiesta che la benedizione di Gesù si manifesti nella persona, nella sua esistenza concreta e nelle sue difficoltà.
Nel linguaggio cristiano, «scenda su di te» equivale a chiedere che la benedizione raggiunga la persona, la avvolga e rimanga con lei. Il verbo sottolinea la gratuità del dono: la benedizione non viene conquistata con la forza, ma viene invocata e ricevuta.
La benedizione può essere intesa come protezione, ma anche come pace, sostegno, misericordia, discernimento, consolazione e forza per vivere secondo il Vangelo.
La benedizione come accesso alla presenza di Dio
Paolo dice: “Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo” (Efesini 1:3).
Paolo ci sta dicendo, in effetti: “Tutti coloro che seguono Gesù sono benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti, dov’è Cristo”.
Che incredibile promessa per il popolo di Dio! Eppure questa promessa diventa semplicemente un mucchio di parole se non sappiamo cosa sono queste benedizioni spirituali.
Come possiamo godere le benedizioni che Dio ci ha promesso se non le comprendiamo? Paolo scrisse quest’epistola “ai fedeli in Cristo Gesù” (1 :1).
La verità sulla nostra unione con Cristo era un mistero per la chiesa, prima che Paolo entrasse in scena. Lo Spirito Santo si usò di Paolo per aprire questo mistero, cioè: “Cristo in voi, speranza di gloria”.
Per dirla in parole povere, Paolo stava parlando delle benedizioni dell’essere in Cristo. E, senza mezzi termini, stava dicendo alla chiesa che non conoscevano la piena rivelazione di quelle benedizioni.
“Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui” (Colossesi 2 :6). Queste benedizioni non possono più essere solo dei concetti teologici. Devono diventare una realtà.
La posizione «in Cristo»
In Giovanni 14, Gesù ci dice che è tempo che conosciamo la nostra posizione celeste in Lui. Egli spiegò ai suoi discepoli: “Poiché io vivo, anche voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me ed Io in voi” (Giovanni 14 :19-20).
Oggi viviamo in “quel giorno” di cui parlava Gesù. Per farla breve, dovremmo comprendere la nostra posizione celeste in Cristo.
Cosa voglio dire con quest’espressione: “la nostra posizione in Cristo”? Semplicemente, la posizione è “il posto in cui si sta, il luogo in cui si è”.
Dio ci ha posto nel luogo in cui siamo adesso, cioè in Cristo. A sua volta, Cristo è nel Padre, seduto alla sua destra.
Perciò, se noi siamo in Cristo, allora in realtà siamo seduti con Gesù sul trono, nel luogo in cui Lui è. Paolo si riferisce a questo quando dice che siamo stati “fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù” (Efesini 2 :6).
La frase «La benedizione di Gesù scenda su di te» può essere compresa alla luce di questa unione: si chiede che la persona viva nella consapevolezza di appartenere a Cristo e di essere sostenuta dalla sua presenza.
No, la frase “in Cristo, nei luoghi celesti” (1 :3) non è un posto da conquistare. È ciò che Dio dice di te.
Se sei in Cristo, allora agli occhi del Padre sei seduto vicino a lui, alla sua destra. Il fatto è che nel momento in cui poni la tua fiducia in Gesù, per fede sei posto in Cristo.
Dio ti riconosce nel suo Figlio, seduto con lui nei luoghi celesti. Non si tratta semplicemente di un punto teologico, ma di una verità, di una posizione reale.
La benedizione non elimina le prove
Potresti dire: “Ma non mi sono mai sentito nei luoghi celesti. Mi sento sempre in un deserto, soffro afflizione e persecuzione. Se questo vuol dire essere nei luoghi celesti in Cristo, allora proprio non lo capisco”.
Ti assicuro, le tue prove sono comuni a tutti i credenti. Naturalmente, essere “in Cristo” non significa abbandonare questa terra.
Non puoi produrre delle emozioni o dei sentimenti che ti portano letteralmente in cielo. No, il cielo è sceso giù da te.
Il nostro Salvatore Gesù Cristo è venuto per darci molto di più che la redenzione. Egli è venuto affinché potessimo avere pienezza di vita ogni giorno.
Questo non significa che non sentiremo più dolore o tristezza. Ogni cristiano continuerà ad affrontare le tentazioni e le prove.
Ma nel bel mezzo delle nostre prove, saremo in grado di abbondare in rendimento di grazie, per la bontà infinita nei nostri riguardi.
Gesù presente nel credente
Cristo il Figlio e Dio il Padre sono scesi in terra e sono venuti ad abitarvi: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Giovanni 14 :23).
Sì, Gesù è in paradiso, l’Uomo in gloria. E sì, il suo Spirito si muove su tutta la terra.
Ma il Signore abita anche in te e in me in modo specifico. Ci ha resi il suo tempio sulla terra, la sua dimora.
Considera le potenti affermazioni di Gesù a questo riguardo: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, è uno che mi ama, e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (14 :21).
“Affinché siano tutti uno, come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi uno in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno. Io sono in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati, come hai amato me” (17 :21-23).
La gloria che abbiamo ricevuto è l’accesso continuo al Padre. La gloria che Cristo ci ha dato non è un’aura né un’emozione.
No, in maniera molto semplice, la gloria che abbiamo ricevuto è un accesso ininterrotto al Padre celeste.
Gesù ci ha reso facile l’accesso al Padre, aprendo la porta per noi per mezzo della Croce: “Poiché per mezzo di lui [Cristo] abbiamo entrambi [noi e quelli lontani] accesso al Padre in uno stesso Spirito” (Efesini 2 :18).
La parola “accesso” significa il diritto di entrare. Significa ingresso libero, anche nel senso dell’approccio: “In cui abbiamo la libertà e l'accesso a Dio nella fiducia mediante la fede in lui” (3 :12).
Infatti, siamo invitati a presentargli qualsiasi richiesta: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per ricevere aiuto al tempo opportuno” (Ebrei 4 :16).
La benedizione come accettazione e favore
Un’altra benedizione diventa nostra quando siamo seduti nei luoghi celesti. Qual è questa benedizione? È il privilegio dell’accettazione: “Egli ci ha grandemente favoriti nell’amato suo Figlio [Cristo]” (Efesini 1 :6).
Il termine greco significa qui grandemente privilegiati. Ed è diverso dall’uso comune, che può essere interpretato nel senso di adeguatezza.
In questo caso, suggerirebbe un’attitudine del genere: “Dio mi ha accettato”. Ma non è questo il vero significato del termine usato da Paolo.
Al contrario, egli voleva proprio dire: “Dio ci ha grandemente favorito. Siamo molto speciali per lui, perché siamo in Cristo”.
Vedi, poiché Dio ha accettato il sacrificio di Cristo, Egli ci vede ora come un solo uomo: Cristo, e quelli che sono legati a lui per fede.
Come? Gesù si è sbarazzato della nostra vecchia natura alla Croce. Così adesso, quando Dio ci guarda, vede solo Cristo.
Al contrario, dobbiamo imparare a vedere noi stessi come ci vede Dio. Questo significa che non ci dobbiamo concentrare solo sui nostri peccati e sulle nostre debolezze, ma sulla vittoria che Cristo ha vinto per noi alla Croce.
La frase nel linguaggio quotidiano
Nel linguaggio quotidiano, «La benedizione di Gesù scenda su di te» può essere pronunciata al termine di una preghiera, prima di una partenza, durante un momento difficile o come saluto spirituale.
La frase può esprimere diversi significati collegati tra loro:
- un augurio di protezione e di custodia;
- una richiesta di pace e consolazione;
- un’invocazione di forza nelle prove;
- un desiderio di vicinanza del Signore;
- una preghiera perché Gesù guidi le decisioni e il cammino della persona;
- un affidamento della persona alla misericordia di Dio.
La frase non afferma che chi la riceve sarà liberato da ogni difficoltà. Esprime piuttosto la fiducia che Gesù possa accompagnare la persona anche dentro le prove, donandole sostegno, speranza e perseveranza.
Il suo significato è vicino a quello di formule come «Il Signore ti benedica», «Dio ti custodisca», «Che Gesù ti accompagni» e «La pace di Cristo sia con te», ma mette esplicitamente al centro la persona di Gesù.
La benedizione di Gesù e la preghiera di Papa Francesco
Un esempio contemporaneo dell’uso di questo linguaggio si trova nella preghiera pronunciata da papa Francesco durante il momento straordinario di preghiera in una piazza San Pietro completamente vuota e bagnata da una pioggia incessante.
“Da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori”.
La formula «scenda su di voi» mostra chiaramente il significato spirituale del verbo: la benedizione viene invocata su una comunità, perché la raggiunga come un abbraccio consolante.
La benedizione è qui associata alla salute dei corpi, al conforto dei cuori, alla protezione nella tempesta e alla fiducia nella presenza di Dio.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te.
L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle.
Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca.
Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte.
Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
La benedizione nella tradizione cristiana
La Chiesa ha raccolto tutte le benedizioni in un libro liturgico, il Benedizionale. Esso contiene tutte le formule di benedizione utili per ogni occasione e i riti delle benedizioni che presbiteri e diaconi devono conoscere.
Le benedizioni possono riguardare persone, famiglie, case, oggetti, attività, momenti della vita e celebrazioni liturgiche.
La benedizione può essere accompagnata dal segno della croce, dall’imposizione delle mani, dall’aspersione con l’acqua benedetta, dall’incenso o da altri gesti rituali.
In ogni caso, la benedizione non è considerata una formula magica. Il gesto e le parole rimandano a Dio e alla sua azione, mentre la fede esprime l’affidamento della persona alla grazia divina.
La benedizione apostolica
Le Benedizioni apostoliche sono benedizioni speciali che possono essere impartite solo dal Papa, da un vescovo, o da un ministro di pari livello.
Le benedizioni papali, impartite dal Papa o da un Vescovo, hanno molto spesso annessa l’indulgenza plenaria.
La benedizione papale è concessa in occasione di alcuni sacramenti (Battesimo, prima comunione, cresima, Matrimonio); quando un sacerdote viene ordinato o prende i voti; quando un laico prende i voti (consacrazione secolare); quando un diacono viene ordinato permanentemente; per un Anniversario di matrimonio significativo (nozze d’argento, nozze d’oro, etc.); per alcuni compleanno particolarmente importanti (18, 50, 100, etc.).
La benedizione Urbi et Orbi
La benedizione Urbi et Orbi è probabilmente la più nota tra le benedizioni papali: il Papa la impartisce in alcune occasioni speciali, durante le festività maggiori (Natale e Pasqua) e a Capodanno.
È anche la prima benedizione pubblica del Papa dopo l’elezione al soglio pontificio. La locuzione latina Urbi et Orbi significa “Alla città (Roma) e al mondo”.
Il Papa pronuncia la benedizione in latino, e i fedeli rispondono “Amen”.
“E la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.”
Questa formula è particolarmente vicina alla frase «La benedizione di Gesù scenda su di te», perché contiene lo stesso movimento spirituale: la benedizione divina viene invocata affinché discenda sulla persona e rimanga con lei.
La benedizione eucaristica
Per benedizione eucaristica si intende la benedizione praticata esponendo il Corpo del Signore nell’Ostensorio sull’altare, dove tutti possono vederlo e pregare inginocchiati.
Essa è dunque strettamente connessa alla pratica dell’adorazione eucaristica. La benedizione eucaristica può essere impartita da vescovi, presbiteri e diaconi.
È suddivisa in diversi momenti:
- Esposizione: l’ostensorio viene preso dal tabernacolo e posto sull’altare.
- Adorazione: ciascun fedele prega in silenzio.
- Invocazioni: vengono recitate litanie lauretane e giaculatorie.
- Orazione: il ministro recita la sua preghiera davanti al Santissimo Sacramento.
- Tantum ergo: i fedeli intonano le ultime due strofe del Pange Lingua.
- Benedizione: il ministro solleva l’ostensorio e traccia sui fedeli il segno di croce, restando in silenzio.
- Reposizione: il Santissimo Sacramento viene rimesso nel tabernacolo.
La benedizione di San Francesco
La benedizione di San Francesco è legata alla benedizione che il santo dedicò a frate Leone per sostenerlo in un momento difficile.
“Il Signore ti benedica e ti custodisca. Mostri a te la Sua faccia e abbia di te Misericordia. Volga a te il Suo sguardo e ti dia Pace.”
Questa benedizione antica e dettata dall’amore tra due amici, è giunta fino a noi, assumendo un valore universale.
La benedizione di San Francesco è diventata un dono del Santo a tutti gli uomini, di ogni tempo, di ogni paese, un augurio di godere dell’amore di Dio, del Suo sguardo benevolo e misericordioso, che rimane valido ancora oggi, e per sempre, per chiunque sia preda dello sconforto e necessiti di un incoraggiamento.
La benedizione di Padre Pio
Tra i santi ‘moderni’ Padre Pio è forse quello che ha incoraggiato maggiormente coloro i quali si rivolgevano a lui in cerca di conforto e consiglio ad affidarsi a Dio in ogni singolo istante della propria vita.
Le benedizioni che Padre Pio elargiva ai suoi devoti, dunque, erano incentrate propri su questo invito a deporre ogni affanno, ogni pena, e a confidare in Dio e nella Sua infinita misericordia, amarlo sopra ogni altra cosa e attendere con fiducia i frutti di quell’amore.
“La benedizione di Dio vi sia di scorta, sostegno e guida! Formate una famiglia cristiana, se volete un po’ di tranquillità in questa vita.
Non ti affaticare intorno a cose che generano sollecitudine, perturbazioni ed affanni. Una sola cosa è necessaria: sollevare lo spirito ed amare Dio.
Con questo pensiero vi do la buona notte… in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo e così sia.”
La benedizione, il battesimo e la vita nuova
Tramite il battesimo otteniamo accesso alle benedizioni rese disponibili grazie all’Espiazione di Gesù Cristo.
Il battesimo simboleggia la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo. Questa importante metafora ci aiuta a comprendere il simbolismo della nostra rinascita spirituale quando veniamo battezzati.
Come Gesù Cristo è risorto dai morti a una nuova vita, dovremmo anche noi “[camminare] in novità di vita” quando usciamo dalle acque del battesimo (Romani 6:4; vedere anche i versetti 3-11).
Le Scritture paragonano il battesimo, e il cambiamento spirituale che avviene negli umili seguaci di Gesù Cristo, anche alla nascita (vedere Giovanni 3:1-8).
Proprio come un neonato nasce mediante l’acqua, il sangue e lo spirito, tutti coloro che sono battezzati e che si sforzano di seguire Gesù Cristo nascono di nuovo mediante l’acqua e lo Spirito e “purificati mediante il sangue, sì, il sangue [di Cristo]” (Mosè 6:59).
Pertanto, è utile riflettere sul modo in cui la rinascita spirituale, ossia il “nascere di nuovo”, ci fornisca un nuovo inizio nella vita (vedere Mosia 5:7; 27:25-26).
Il Signore insegna che il battesimo d’acqua precede il battesimo di fuoco. Il riferimento è al dono dello Spirito Santo che pulisce e purifica come il fuoco (vedere Atti 1:5; 2 Nefi 31:13).
Il battesimo di fuoco porta la remissione dei peccati (vedere 2 Nefi 31:17; 3 Nefi 9:19-20; Dottrina e Alleanze 39:6).
Come rispondere alla frase
Quando qualcuno dice «La benedizione di Gesù scenda su di te», una risposta appropriata può essere «Amen», «Grazie, e anche su di te», «Il Signore ti benedica» oppure «Così sia».
La risposta «Amen» esprime adesione alla preghiera e desiderio che l’invocazione si compia. «E anche su di te» ricambia l’augurio e trasforma la frase in una benedizione reciproca.
In un contesto liturgico, la risposta dei fedeli può essere guidata dalla formula prevista dal rito. In un contesto familiare o personale, è sufficiente accogliere la benedizione con fede e semplicità.
La frase è biblica?
La frase esatta «La benedizione di Gesù scenda su di te» non è una citazione letterale di un singolo versetto biblico.
Il suo significato, tuttavia, è profondamente radicato nella Scrittura. La formula riunisce temi presenti nella benedizione sacerdotale di Numeri 6, nella benedizione di Gesù ai discepoli, nell’insegnamento di Paolo sulle benedizioni spirituali in Cristo e nella tradizione cristiana delle invocazioni di protezione e di grazia.
Il riferimento più vicino nella forma è la conclusione della benedizione Urbi et Orbi: “E la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.”
Perciò la frase può essere definita una formula devozionale cristiana, non una citazione biblica letterale.
Il significato spirituale più profondo
La frase chiede che Gesù sia presente nella vita della persona non soltanto come memoria o figura religiosa, ma come Signore vivo, guida e fonte di speranza.
Miei cari, non è complicato. Chiediti semplicemente: hai ricevuto Gesù non solo come tuo Salvatore, ma come Signore che regna nel cielo?
Ed hai accettato che quel Signore che regna in cielo, regni anche in te? Se sì, quali effetti vedi nella tua vita?
Quale effetto provi nell’alzarti ogni mattina sapendo che Cristo non solo ti ha salvato dal peccato, ma vive in te?
Quale effetto provi nel sapere che Egli ha dato la sua vita per abbattere i muri di separazione, in modo da poter essere vicino a te, per amarti ed avere comunione con te?
C’è stato dato il cielo qui nelle nostre anime. Sì, quel gusto di cielo è un assaggio della gloria che ci aspetta.
Ma è anche una porzione dell’eredità, da usare proprio adesso. Il nostro Salvatore Gesù Cristo è venuto per darci molto di più che la redenzione.
Perciò dire «La benedizione di Gesù scenda su di te» significa affidare una persona a questa presenza, chiedendo che la grazia di Cristo la raggiunga, la sostenga e la accompagni nel cammino quotidiano.
Questo è l’effetto che dovremmo vedere nelle nostre vite quotidiane: Dio ci ha mostrato il suo amore, la sua benignità.
Perciò possiamo gridare: “Alleluia! Dio, Cristo e lo Spirito Santo vogliono essere vicino a me”.
