Secondo il Vangelo, la debolezza non è necessariamente il segno di una vita fallita o di una fede insufficiente: può diventare il luogo nel quale la potenza di Cristo si manifesta e nel quale la persona impara ad affidarsi all’amore di Dio. La metafora paolina della “spina nella carne” indica le difficoltà, le malattie, i limiti personali e gli ostacoli che non sempre vengono rimossi, ma che possono essere trasformati in una partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo.
La forza evangelica, quindi, non consiste nell’essere autosufficienti, invulnerabili o privi di fragilità. Essa nasce dal riconoscere la propria debolezza, dal viverla nella verità e dall’affidare a Cristo ciò che non si riesce a cambiare con le proprie sole capacità: “La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza”.
La “spina nella carne” di Paolo
Paolo parla della spina nella carne. E' un brano importante per capire l'apostolato di Paolo e come Paolo realizza la sua vocazione apostolica. E' in polemica con chi non lo considera un vero apostolo. Paolo dice: Mi costringete a dire delle cose che non vorrei dire! Se volete saper tutto ve lo dico! Io ho avuto 14 anni fa un contatto con la trascendenza; sono stato al terzo cielo, quasi faccia a faccia con Dio e lì ho avuto delle esperienze, che non posso poi esprimere con la stessa chiarezza e con la stessa vivezza con cui questa esperienza l'ho vissuta.
E' possibile che delle esperienze profonde avute con Dio non si possano poi esprimere! Certe cose non le posso ripetere, però la mia predicazione si basa su questo faccia a faccia con Dio, su queste rivelazioni che ho avuto come dono diretto da Dio. Perché questo essere al terzo cielo non mi desse alla testa, perché non scambiassi questo dono puro di Dio con qualcosa di mio Dio mi ha mandato un contrappeso.
Paolo parla di un angelo di satana che lo schiaffeggi, di una spina, di un fascio di spine conficcate nella carne - che mi fanno sentire tutta la mia debolezza. Che cos'è questa metafora che Paolo usa “la spina nella carne”?
Secondo tutti gli esegeti moderni - e fondatamente - non è una tentazione di sessualità, come ha interpretato S. Agostino e come a volte viene interpretato, specialmente sulla linea della Vulgata, che traduceva questa espressione: “una spinosità che punge la carne” (stimulus carnis meae), che fa pensare subito alla sessualità.
Nel testo greco non c'è l'idea di stimolo. Ovviamente delle spine conficcate nella carne si fanno sentire, ma questo è un fatto che viene dopo; non è la spina stessa. Se la spina sta tranquillamente dove sta non è uno stimolo, diventa uno stimolo, quando la spina viene conficcata nella carne, quando si fa sentire…
Che cosa rappresenta la spina
Cos'è questa spinosità nella carne? Da tutto l'insieme risulta che sono le difficoltà che Paolo trova nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti… e difficoltà interne, personali. Quasi certamente collegate con uno stato fisico che impediva l'apostolato che pure Dio gli chiedeva di fare.
E quindi probabilmente era o una malattia o una debolezza di tipo fisico. E' quella situazione di conti che non tornano in questo senso: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali - la sua salute - non gli permettevano di realizzarli.
I conti allora non gli tornavano! E allora reagisce secondo il suo carattere, pregando, pregando e pregando. Si rivolge al Signore e gli dice: Toglimi questa spina! Cioè: spianami la strada! Vuoi che faccia l'apostolo? Vuoi che annunci il Vangelo? Dammi la possibilità di annunciare il Vangelo! Non mi mettere questi blocchi sulla strada che tu vuoi che io percorra.
“Pregai e ad un certo punto mi disse” (non è una visione, ma una presa di coscienza che pian piano matura in Paolo); la risposta del Signore non è quella di spianargli la strada. Gli rimangono tutte le sue difficoltà; ma la risposta è questa: Ti basta il mio amore, la mia benevolenza! (più che la mia grazia).
Non è: ti basta quella grazia corroborante che io ti do. Questa è un'interpretazione che rischia di quantizzare il rapporto: quella grazia che ti do, ti sarà sufficiente! Per Paolo il problema è più a monte. Gesù ti dice: io ti amo! Basta! Non ti preoccupare di altro!
La forza nasce dall’amore di Cristo
Quando Paolo riesce a capire questo, si è affidato all'assoluto dell'amore: voglio che tu sia apostolo! Ci sono queste difficoltà che ti impediscono di realizzare quei piani che io stesso ti ho fatto venire in mente! Va bene! C'è anche questo qua, come fare?
Pensa a me, pensa al mio amore: l'assoluto è nel mio amore! Il mio amore che si manifesta nel mistero della morte e della risurrezione, nel mistero della debolezza e della forza di Dio.
Una volta che Paolo riesce a capire questo… Ti basta di essere amato da me! Ti basta questo coinvolgimento nella debolezza e nella forza del mistero pasquale! Siamo insieme!
Più debolezze ci sono e meglio è; non perché le debolezze siano simpatiche, ma perché Paolo vede nelle debolezze, malattie, difficoltà, quella partecipazione alla debolezza di Dio della crocifissione.
E poi attraverso questo sa che connessa con questa c'è la risurrezione. Paolo ci dice: di fronte a qualunque difficoltà, la risposta che lui ritiene persuasiva nel suo apostolato è questo affidamento totale del suo apostolato a un Cristo, non solo che provvede, ma che ama e la sua provvidenza è frutto di quest'amore che per Paolo è un qualcosa di assoluto.
Allora, quando Paolo si sente davvero così amato da Cristo, sa di essere accanto a lui, di essere nello stesso giro di Cristo, di poter completare nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo, come dirà poi nella lettera ai Colossesi.
Debolezza e forza nella vita quotidiana
Tutti abbiamo dei punti deboli; ad esempio, io a volte mi preoccupo di cose che non posso controllare. Inoltre a volte mi paragono agli altri. E tu, invece? Hai qualche debolezza?
Forse stai lottando contro la paura o la tentazione. Forse a livello fisico hai un punto debole che ti causa dolore o difficoltà. Forse la tua debolezza è la difficoltà a perdonare gli altri o anche il desiderio di arrabbiarti con Dio per le cose che ti sono successe.
Tutti abbiamo delle debolezze. In effetti, anche l’apostolo Paolo aveva delle debolezze. Scrisse che, per evitare che diventasse orgoglioso, il Signore gli aveva messo una “scheggia nella carne” (2 Corinzi 12:7).
Non sappiamo esattamente a cosa si riferisse, ma era una sorta di debolezza. Paolo non si limitò a chiedere, ma implorò il Signore di togliergliela. E non lo implorò una sola volta. Implorò ben tre volte che il Signore gli togliesse questa sua debolezza (vedere 2 Corinzi 12:8).
Forse ti sei sentito anche tu così. Forse hai implorato il Signore molte volte di togliere una certa scheggia dalla tua carne. Il Signore però non eliminò il punto debole di Paolo, anche se questi Lo implorava continuamente.
Egli disse: “La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza” (2 Corinzi 12:9). Rifletti su questa affermazione. È proprio così? Il potere di Cristo può veramente compensare la nostra debolezza?
Quando Dio opera attraverso la fragilità
Dopo tutto, Egli scelse un giovane cresciuto con un padre malvagio perché diventasse Abrahamo, il padre di molte nazioni; scelse un prigioniero di nome Giuseppe per scongiurare la fame in Egitto e un altro Giuseppe [Joseph], un ragazzo di quattordici anni senza alcuna istruzione, per restaurare il Suo vangelo; disse a Gedeone di ridurre il suo esercito ad appena 300 uomini quando questi si trovò ad affrontare un esercito immenso; e infine aiutò una vedova straniera di nome Ruth a dare inizio una discendenza di sangue reale.
Il potere di Cristo può davvero trasformare la nostra debolezza in forza? Elia, da solo, riuscì a trionfare su più di quattrocento sacerdoti di Baal.
Quando fu chiamato da Dio, Geremia disse questo: “Io non so parlare, poiché non sono che un fanciullo” (Geremia 1:6). Eppure servì come profeta per circa quarant’anni.
Il Signore operò inoltre attraverso una ragazza ebrea orfana di nome Ester per salvare un intero regno. Attraverso la nostra debolezza il Signore compie realmente molti miracoli!
Ricordate le parole del Salvatore: “La mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza”. Quando ti senti debole a causa delle tue personali “spine nella carne”, ricorda che Dio può usare - e lo farà - te e ogni tua debolezza per i Suoi scopi.

La grazia che rende capaci
Il potere di Gesù Cristo è infinitamente più grande di qualsiasi debolezza con cui tu o io potremmo avere a che fare. Forse quando ci sentiamo deboli, è un segno che il potere di Cristo sarà presto all’opera nella nostra vita, se Lo invitiamo a entrare.
La grazia del Salvatore, o il Suo potere capacitante, è una parte fondamentale della Sua Espiazione. Lui “ ci aiuta a vedere bene, fare del bene e diventare buoni in modi che non potremmo mai riconoscere o raggiungere con le nostre limitate capacità mortali”1.
Tramite la Sua Espiazione, il Salvatore è qui per aiutarci a pentirci dei nostri peccati oltre che per darci forza quando ci sentiamo deboli. Ci possono essere cose che voi ed io in tutta onestà non possiamo fare con le nostre limitate capacità, ma grazie al potere capacitante di Cristo, potremo riuscirci.
Il Signore disse a Moroni: “Tu sei stato fedele e pertanto le tue vesti saranno rese pure. E poiché hai veduto la tua debolezza, sarai reso forte, fino a sederti nel luogo che ho preparato nelle dimore di mio Padre” (Ether 12:37).
Nota che il Signore non disse a Moroni: “Sarai forte in questa vita”. Nel caso di Moroni, l’essere resi pienamente forti è qualcosa che si verificherà nella prossima vita.
Come ha insegnato il presidente Nelson, per ognuno di noi nella mortalità “il perfezionamento è in corso. Arriveremo alla meta soltanto dopo la risurrezione e soltanto tramite il Signore”2.
Conoscere la propria debolezza
In diversi passaggi delle lettere, l’Apostolo dimostra di lavorare su se stesso con costanza e profondità e, quindi, di conoscersi e di leggere le proprie dinamiche interiori. Mi riferisco a tre esempi in particolare:
- non riesce a compiere il bene pur volendolo (Rm 7,19-21);
- vorrebbe liberarsi della spina nella carne (2Cor 12,7-10);
- annota che il tesoro del Vangelo abita in vasi di creta (2Cor 4,7-11).
Paolo è ben consapevole, quindi, della necessità di guardarsi dentro non solo per scoprire l’opera di Dio, ma anche per gestire quella parte di sé che sfugge inevitabilmente al proprio controllo.
Tralasciare certe aree, come quella affettiva ad es., accanirsi su altre, restare in superficie o spiritualizzare le situazioni e le dinamiche sono solo alcuni degli errori più frequenti che compiamo nell’accompagnamento.
L’attenzione di Paolo al proprio mondo interiore fino ad usare precise categorie (spina nella carne, vaso di creta, libertà dalla carne…) ci sprona a fare i conti con noi stessi tutti i giorni, in una rilettura del nostro vissuto che ci libera da dinamiche e pretese troppo personali e deformanti il cammino di accompagnamento.
La debolezza come verità su di sé
D’altra parte noi non possiamo evitare di essere noi stessi. È vero, ma possiamo certo entrare in uno stile che non interferisca con le dinamiche della persona che si affida a noi.
Un doveroso lavoro di ricerca e analisi veritativa su di noi si rende necessario e indispensabile quale preparazione al servizio di guida. Ormai da più parti ci si sta convincendo che la preparazione più preziosa è quella di un buon cammino personale previo all’assunzione di tale servizio.
Nella misura in cui si conosce se stessi e si chiamano per nome i propri limiti e debolezze, si riuscirà a restare fuori da quella sorta di alleanza, dipendenza, compromissione che snatura la direzione spirituale e l’accompagnamento vocazionale.
Sappiamo per principio che la nostra crescita, umana e spirituale, non si conclude mai e che ogni giorno è un’opportunità per avanzare sulla strada del nostro progetto di santificazione sulle orme del Signore Gesù.
La forza dell’affidamento
Questo è un punto importante per capire la vocazione di Paolo, per capire la nostra vocazione, per capire ogni vocazione cristiana. Nella nostra vocazione Dio ci dice di farci tutto a tutti.
Dobbiamo fare anche i nostri progetti; però il vero realizzatore del nostro apostolato, il vero attualizzatore di noi come dono agli altri nell'apostolato è sempre lui; è un segreto del suo amore verso di noi e verso gli altri.
Allora Dio ci dice: lasciatemi fare! Fidatevi pienamente del mio amore! Fate tutto quello che potete, ma guardate a me, fidatevi pienamente del mio amore e io farò.
Quando Paolo riesce a capire questo - c'ha messo del tempo! Pregai il Signore tre volte! Vuol dire: pregai il Signore a lungo, con intensità crescente, con tutte le mie forze - alla fine acquista luce.
Quando cerchiamo Gesù, sentiamo che il Suo potere fortificante ci aiuta nelle difficoltà che affrontiamo. Quando ti senti debole, potrebbe essere il modo del Signore di invitarti ad attingere alla Sua forza e al Suo potere.
La debolezza nel servizio agli altri
Che San Paolo vivesse proteso verso l’esterno, in relazione al mondo e agli altri e prima di tutto centrato sul Cristo, lo dimostrano alcune sue frasi: «Mi sono fatto servo di tutti… mi sono fatto tutto a tutti…» (1Cor 9,19.22); «Per me infatti vivere è Cristo…» (Fil 1,21).
Queste espressioni evidenziano la sua decisione di lasciarsi coinvolgere, di abbassarsi e di valorizzare tutte le proprie energie per raggiungere gli altri là dove sono e come sono (Giudei, pagani, osservanti o meno, deboli…).
Non cerca una vana umiltà San Paolo, convinto com’è invece che l’annuncio del Vangelo ha bisogno di esperienze concrete più che di teorie o dottrine:«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.
La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi amò e diede se stesso per me» (Gal 2,19-20).
Così Paolo evangelizza, parlando della sua esperienza, di come Gesù lo avvolga della sua benevolenza e della sua grazia, in prima persona, quasi che non vi possa essere un altro modo più efficace di stimolare alla fede nel Figlio di Dio.
L’Apostolo ci testimonia così che egli stesso diventa metodo, in quanto attinge dalla propria vita contenuti esperienziali per toccare gli ascoltatori al cuore, nelle viscere, più che alla testa.
Egli trae le risorse della sua predicazione dalla propria esperienza di relazione personale e profonda con il Signore Gesù, dalla storia d’amore e amicizia che Dio intesse nella sua vita.
Debolezza, ascolto e accompagnamento
Paolo ci racconta infatti frammenti della sua storia con Dio e della sua intima amicizia con Gesù, così da abilitare gli ascoltatori a riconoscere l’opera divina nella loro stessa esperienza vitale.
È questa - ci sembra - la chiave di lettura più significativa dell’opera dell’Apostolo nei confronti del nostro servizio di guide.
Per un buon principio di corretta comunicazione possiamo dire che, a giudicare dall’effetto, davvero San Paolo sapeva annunciare il Vangelo di Cristo o, detto in altri termini, poiché il suo annuncio era ascoltato e seguito, vuol dire che egli per primo ne viveva davvero il contenuto e, pertanto, il suo dire risultava del tutto convincente.
Perciò, potremmo affermare che, mentre annunciava si raccontava e, viceversa, mentre si raccontava annunciava!
San Paolo era allo stesso tempo un buon maestro di vita e un ottimo testimone. È proprio così che dovrebbe essere l’apostolo: una persona libera e integrata, perché consegnata al Signore e quindi capace di “trasudare Dio da tutti i pori” della sua pelle, con le parole, le opere, le preghiere, i gesti, gli atteggiamenti; in pubblico e in privato [2].
La forza dell’amore gratuito
E cosa ha testimoniato Paolo se non l’amore di Cristo? Paolo ha scelto con responsabilità la strada dell’amore, strada che siamo invitati a percorrere noi, oggi, da subito!
La “passione educativa” è il primo requisito di una guida spirituale. Essa non deriva certo da un semplice incarico, ma, piuttosto, da un’attitudine, da un sentire interiore, da una compassione molto simile a quella di Gesù per le folle (cf Mc 6,34).
Si tratta del desiderio profondo di contribuire al bene integrale degli altri. La passione educativa nasce lì dove c’è un cuore che ama e che ama come Cristo.
Così era San Paolo: talmente sorpreso e felice dell’amore del Cristo per lui da prodigarsi con tutte le forze perché esso fosse conosciuto e accolto in tutte le modalità.
Una delle caratteristiche della passione educativa è la gratuità, ossia il vivere per il bene, per diffondere il bene in modo del tutto disinteressato verso gli altri.
La passione genuina dovrebbe liberarci dalle preoccupazioni del numero, della nostra riuscita e della bella figura; la passione è genuina se guardiamo agli altri con libertà, cercando il loro vero bene.
Ma questo chiede un superamento di sé, un vero e proprio “spossessamento di sé” al fine di aiutare a cogliere ciò che Dio vuole dalle persone piuttosto che le nostre attese ed esigenze personali.
La forza non è dominio
E questo implica talvolta anche un po’ morire a se stessi: morire all’idea che ci eravamo fatta su alcuni giovani nei quali abbiamo percepito una certa sintonia con la nostra vocazione-missione, morire al vedere che gli stessi scelgono altre strade…
Ma morire, si sa, è una sfumatura delicata dell’amore e questo è dimostrato anche nella vita di San Paolo, il quale era legato affettivamente a tante persone (gli elenchi di saluti lo dimostrano ampiamente), a qualcuna in modo più profondo, ma ognuno è rispettato nella sua singolarità, mai forzato o obbligato (cf Fm 1,12-14).
La vera passione è interesse, amore e fiducia per il bene dell’altro,perché trovi il progetto di Dio e viva nella sua volontà.
Certe dinamiche negative scattano in noi per quella forte preoccupazione di sé che prende il sopravvento rispetto alle nobili finalità che ci proponiamo davanti a Dio.
La libertà da sé e dai propri desideri e progetti ha a che fare con la conoscenza e l’attenzione a noi stessi.
Imparare a gestire la propria fragilità
La guida cresce con l’accompagnato attraverso la costante rilettura di sé e delle proprie dinamiche, al fine di non pregiudicare la libertà dell’altro.
L’esperienza di San Paolo su questo punto è molto interessante. Fare verità su di sé.
Questo avviene in forza del fatto che la natura umana delle persone è sempre la stessa: i meccanismi di crescita o di regressione valgono per noi come per chi accompagniamo.
Tutti scegliamo in base ai valori, ma anche tutti dobbiamo fare i conti con i bisogni. Tutti vorremmo cercare il bene e farlo, ma tutti troviamo poi difese e resistenze, come dice opportunamente Paolo al capitolo 7 della Lettera ai Romani.
La comune natura umana e la conoscenza di noi stessi sono strumenti assai utili e preziosi per aiutare e accompagnare.
Quanto noi sperimentiamo su noi stessi ci aiuta a far crescere gli altri a condizione che ci sappiamo leggere in profondità e gestire nelle nostre tendenze e inconsistenze inconsce.
Una buona gestione di sé è possibile attraverso il ricorso periodico ad un proprio direttore spirituale, e cioè ad una figura di fratello/sorella maggiore competente, che ci apra gli occhi e ci smascheri i diversificati sotterfugi dell’inconscio.
La libertà da noi stessi diventa strumento basilare per non pregiudicare la crescita dell’altro. Tale libertà va costruita di giorno in giorno, non da soli o con qualche corso, ma attraverso il dialogo con chi gode della nostra fiducia e ci può condurre a riconoscere e superare le nostre difese e resistenze.
Don Luigi Maria Epicoco || “La forza nascosta nella debolezza”
Le trappole della falsa forza
In particolare è per lo più a livello affettivo che possono scattare le trappole inconsce. Ad es. possiamo:
- creare delle dipendenze se noi abbiamo bisogno di dominare;
- restare in superficie avvallando progetti personali se siamo insicuri;
- evitare la relazione se troppo ansiosi;
- favorire tante e superficiali relazioni per paura della solitudine e per sentirci onnipotenti;
- sostituirci alla persona particolarmente compiacente nelle decisioni…
Oltre alla direzione spirituale esistono altri mezzi utili per verificare noi stessi in ordine alla libertà:
- l’esame di coscienza davanti a Dio che renda trasparente anche il nostro sentire emotivo (il cosiddetto controtransfert);
- il redigere note dopo ogni colloquio;
- il confronto con qualcuno competente circa qualche caso particolarmente difficile;
- un’attenzione ai tempi di dialogo per non abbreviare o allungare in base al gusto del momento o della situazione relazionale;
- la confessione sacramentale sulla responsabilità e servizio che ci è affidato;
La forza secondo il Vangelo non coincide dunque con il controllo sugli altri, con l’assenza di problemi o con la capacità di nascondere ciò che fa soffrire. La forza autentica è la libertà di riconoscere i propri limiti, di chiedere aiuto, di perseverare nella preghiera e di lasciare che l’amore di Cristo dia forma alle proprie decisioni.
La metafora della spina dorsale aiuta a comprendere questo dinamismo: una persona non diventa forte perché non ha più peso da sostenere, ma perché trova un centro capace di mantenerla in piedi. La debolezza riconosciuta e affidata a Dio può diventare un punto di verità, di perseveranza e di servizio.
Dopo aver ricevuto questo messaggio dal Signore, Moroni consigliò ai lettori moderni come dimorare nella grazia di Dio. Disse: “Vorrei raccomandarvi di cercare questo Gesù del quale hanno scritto i profeti e gli apostoli, affinché la grazia di Dio Padre, e anche del Signore Gesù Cristo, e dello Spirito Santo, che porta testimonianza di Essi, sia e rimanga in voi per sempre” (Ether 12:41).