Il conclave del 4 dicembre: significato, regole e storia dell’elezione papale

Il conclave è l’assemblea riservata del Collegio dei cardinali convocata per eleggere il nuovo vescovo di Roma e, quindi, il Romano Pontefice. Il termine deriva dal latino cum clave, cioè “chiuso a chiave”, e indica sia il luogo in cui si svolge l’elezione sia l’insieme dei cardinali chiamati a scegliere il Papa.

La data del 4 dicembre non corrisponde all’inizio del conclave descritto nella documentazione disponibile: la quinta Congregazione generale ha stabilito che il conclave iniziasse il 7 maggio. La legislazione oggi in vigore prevede lo scrutinio segreto e la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti.

Che cos’è il conclave

Derivato dal latino classico conclave-is, che significa stanza o camera, il termine assunse, solo a partire dal XIII secolo, l’accezione propria di luogo sottochiave e rigorosamente chiuso agli esterni, in cui si riunisce il Collegio dei cardinali per procedere all’elezione del Romano Pontefice. Con esso si sarebbe indicato sin da subito la stessa adunanza di porporati, riuniti in clausura, per provvedere alla designazione del nuovo vescovo di Roma.

Il linguaggio della Chiesa viene usato per indicare sia il luogo chiuso dove avviene l’elezione dei Pontefice sia l’insieme del Collegio dei cardinali chiamati ad eleggere il nuovo Papa. La via verso il 267.mo Pontefice passa attraverso questa istituzione nata per evitare il prolungarsi della Sede vacante.

Quando un papa muore o si dimette è necessario fare delle elezioni per scegliere la nuova guida spirituale della Chiesa Cattolica. Il periodo che intercorre tra la morte o dimissione di un papa e la successiva elezione al nuovo rappresentante della chiesa cattolica è chiamata sede vacante, periodo in cui la Santa Romana Chiesa è gestita dal Collegio dei Cardinali e soprattutto dal Camerlengo.

Questo collegio però può occuparsi solo di questioni legate all’ordinaria amministrazione, come quando una città viene commissariata e non ha un rappresentante eletto dai cittadini. Alla morte o dimissione del papa il Cardinale decano che rappresenta il presidente del collegio convoca a Roma tutti i cardinali eleggibili, cioè tutti coloro che sono ammessi al voto per scegliere il nuovo papa, che devono essere al di sotto degli 80 anni di età.

Chi può votare

In base a quanto ordinato da Paolo VI con il motu proprio Ingravescentem aetatem (21 novembre 1970) e con la costituzione apostolica Romani Pontifici eligendo (1 ottobre 1975), nonché riconfermato da Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Universi dominici gregis (22 febbraio 1996), sono da considerarsi elettori quei porporati che, all’inizio della vacanza della Sede apostolica, non abbiano ancora compiuto l’ottantesimo anno di età.

Con il Motu Proprio Ingravescentem Aetatem Paolo VI decide poi che i cardinali possano essere elettori solo fino al compimento degli 80 anni. Nella cappella Sistina, chiusi a chiave, si riuniranno i 133 cardinali elettori con meno di 80 anni (ne sono 135, ma due hanno dato forfait per motivi di salute) che dovranno eleggere il 267esimo pontefice della storia della Chiesa.

Tenendo in conto che, nel caso specifico, il periodo di Sede vacante è iniziato il 21 aprile, giorno della morte di Francesco, dovrebbero essere in tutto 134 i cardinali elettori, ben al di là, dunque, del tetto massimo di 120 stabilito da Paolo VI e riconfermato da Giovanni Paolo II. Il condizionale è d’obbligo visto che il numero potrebbe salire a 135, qualora dovesse entrare in conclave anche il cardinale settantaseienne Giovanni Angelo Becciu.

Costretto da Francesco nel 2020 a rinunciare alla carica di prefetto dell’allora Congregazione per le Cause dei Santi e ai «diritti connessi al cardinalato» a seguito del caso Sloane Avenue, il presule sardo non è stato mai canonicamente deposto né ha rinunciato, con il consenso del Papa, alla dignità cardinalizia. Che, giova ricordarlo, sono le due sole condizioni poste dall’Universi dominici gregis (nr. 36) per escludere un porporato infraottantenne dall’ingresso in conclave.

Sulla questione, in riferimento alla quale il blog Silere non possum parla da tempo nei termini di “atto inedito, senza precedenti giuridici chiari”, è chiamata a esprimersi una delle prossime Congregazioni generali preparatorie. La legislazione oggi in vigore per l’elezione del Pontefice è la Universi Dominici Gregis, promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996 e modificata da Benedetto XVI nel 2013.

La data e la durata del conclave

In quella odierna, ossia la quinta in ordine di tempo, è stato deciso, in ottemperanza a quanto previsto dal motu proprio di Benedetto XVI Normas nonnullas (22 febbraio 2013), la data d’inizio conclave, vale a dire il 7 maggio. Non esiste una durata prestabilita: i porporati si riuniranno fino a quando non riusciranno a convergere su un nome che superi i due terzi dei voti totali.

Il conclave più breve della storia nel 1503, quando il pontefice Giulio II venne eletto dopo sole dieci ore; il più lungo per l’elezione di Gregorio X, in cui ci vollero 2 anni e nove mesi, dal 29 novembre del 1268 al primo settembre 1271. Bergoglio è stato eletto dopo 36 ore e cinque scrutini.

L’ultimo conclave, quello che nel marzo del 2013 ha portato all’elezione di Papa Francesco, è durato 2 giorni. Le votazioni sono iniziate la sera del 12 e si sono protratte fino al giorno successivo dopo tre fumate e cinque scrutini.

ConclaveDurata o scrutini
Giulio II, 1503Dieci ore
Gregorio X, 1268-12712 anni e nove mesi
Benedetto XVI26 ore
Francesco, 20132 giorni e cinque scrutini
Pio XI, 192214 scrutini

Nel Novecento la durata è stata piuttosto breve. Quello che portò alla nomina di Pio X nell’agosto 1903 andò avanti per tre giorni; il successore Benedetto XV nel settembre 1914, fu eletto dopo cinque giorni.

Pio XI nell’agosto 1922 fu nominato in un conclave che durò quattro giorni, mentre Pio XII nel marzo 1939 in tre giorni. Anche Giovanni XXIII fu eletto in un conclave che durò solo tre giorni nell’ottobre 1958.

Dopo la morte di Giovanni XXIII, Paolo VI fu nominato in un conclave di soli tre giorni nel 1963, con il forte sostegno dei cardinali italiani. Il conclave che ha portato invece all’elezione di Giovanni Paolo I, il cui pontificato durò solo 33 giorni a causa della morte prematura nel 1978, fu estremamente rapido e durò solo due giorni nel 1978.

Per Giovanni Paolo II, il primo papa straniero dopo anni, ci sono voluti quattro giorni. L’elezione di Benedetto XVI, con sole 26 ore, è stata tra le più rapide.

Le origini storiche

Il primo ad intervenire, in questo senso, fu Papa Niccolò II nel 1059 con la bolla In nomine Domini. In questo documento si stabilì, in particolare, che solo i cardinali potevano eleggere il Romano Pontefice.

Per i primi 1.200 anni circa della storia della Chiesa il successore di Pietro, in quanto Vescovo di Roma, veniva infatti eletto con il coinvolgimento della comunità locale. Il clero vagliava i candidati proposti dai fedeli e il Papa veniva scelto dai vescovi.

Dal IV all’XI secolo, l’elezione era contraddistinta anche dalla questione delle influenze esterne: imperatori romani, carolingi e altri tentarono in vario modo di controllare il processo di designazione del Pontefice. Lungo i secoli, si sono susseguite modifiche che hanno disegnato poi il tessuto del Conclave fino a quello attuale.

Benché se ne possano già ravvisare gli antecedenti nelle riunioni del 1198 o del 1216, che portarono alle rispettive elezioni di Innocenzo III e Onorio III, il conclave nel senso odierno della parola fu introdotto da Gregorio X con la costituzione apostolica Ubi periculum, promulgata il 16 luglio 1274 durante il II Concilio di Lione.

Il conclave di Viterbo e la costituzione Ubi periculum

Il pontefice si era deciso a un tale atto dopo che la sua elezione in Viterbo era avvenuta, l’1 settembre 1271, a quasi tre anni, cioè, dall’inizio della Sede vacante per la morte di Clemente IV (24 novembre 1268).

Nel 1268 si svolge un capitolo descritto da molte fonti storiche. Sono 18 i cardinali riuniti nel Palazzo papale di Viterbo per eleggere il Papa. È il “Conclave” più lungo della storia. Il Papa viene eletto dopo due anni e nove mesi.

Ad accelerare i tempi, si fa per dire, erano intervenuti gli stessi viterbesi, che avevano prima rinchiuso i cardinali nel locale palazzo vescovile e messi gli stessi a pane e acqua, quindi scoperchiato il tetto della grande sala dove quelli erano riuniti.

Sono momenti travagliati. In questo lungo tempo la popolazione di Viterbo, esasperata, decide di chiudere i cardinali nel Palazzo. Vengono murate le porte, rimosso il tetto. Viene infine eletto Gregorio X, arcidiacono di Liegi che in quel momento si trovava in Terra Santa.

Nel 1274 promulga la Costituzione Ubi periculum con cui si istituisce ufficialmente il Conclave. Si stabilisce tra l’altro che debba tenersi in un luogo, appunto, “chiuso a chiave” dall’interno e dall’esterno.

La già citata elezione di Papa Gregorio X dopo il famoso Conclave di Viterbo portò ad escogitare una soluzione per evitare una nuova impasse in futuri Conclave. Nel 1274, con la costituzione Ubi periculum, si introdussero norme ferree per abbreviare i tempi di elezione.

Infatti, se entro tre giorni non si arrivava ad un’elezione, i cardinali ricevevano un solo piatto per pasto, mentre dopo otto giorni pasteggiavano solo con pane, vino e acqua. La misura fu particolarmente efficace tanto che nel Conclave del 1276, ad Arezzo, il nuovo Papa venne eletto in appena un giorno.

In base a queste disposizioni, il primo Conclave della storia, successivo alla promulgazione della costituzione Ubi periculum, è quello di Arezzo nel 1276 con l’elezione di Innocenzo V.

La maggioranza dei due terzi

A questo punto è necessario però ricordare, data l’importanza che rivestirà in tutta la normativa conclavaria successiva, il precedente disposto riguardante l’elezione papale a opera esclusiva dei cardinali senza distinzione di ordine - Niccolò II aveva stabilito nel 1059 che tale compito spettasse ai soli cardinali vescovi - e con i due terzi di voti degli stessi.

A sancire ciò era infatti stato Alessandro III con la costituzione Licet de vitanda del marzo 1179. A ratificarlo definitivamente fu la Costituzione Licet de vitanda promulgata da Alessandro III nel 1179. Si introdusse la necessità della maggioranza dei due terzi dei voti, un tassello rilevante dell’elezione del Papa giunto fino ai giorni nostri.

Per l’elezione del Pontefice è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti. Le regole di voto sono contenute nella Universi Dominici Gregis, la “costituzione” apostolica emanata da Giovanni Paolo II.

L’elezione è rigorosamente a scrutinio segreto e bisogna raggiungere i due terzi dei voti, cioè 90. Per eleggere il nuovo papa è necessario che ci sia una maggioranza dei 2/3 dei voti dei partecipanti.

Il Motu Proprio di Benedetto XVI De Aliquibus Mutationibus in Normis de Electione Romani Pontificis prevede inoltre che, dopo 34 scrutini in cui non sia avvenuta l’elezione, i cardinali siano chiamati a votare i due nomi che hanno ricevuto più voti nell’ultimo scrutinio mantenendo però - anche al ballottaggio - la regola della maggioranza dei due terzi, necessaria per eleggere il nuovo pastore della Chiesa universale.

Nel caso in cui non si riuscisse a trovare un nome entro il 34esimo scrutinio, si procede al ballottaggio (sempre con la maggioranza dei due terzi) tra i due candidati che hanno ricevuto più consensi all’ultimo voto. Nei tempi recenti non si è comunque mai arrivati al 34° scrutinio.

L’evoluzione delle norme

Le severe norme stabilite da Gregorio X suscitarono agli inizi un largo malcontento tra i cardinali, tanto da essere prima sospese da Adriano V nel 1276, quindi abrogate in quello stesso anno dall’immediato successore Giovanni XXI, con il conseguente ritorno a prolungate elezioni fatte al di fuori del conclave.

A ripristinarle ci avrebbe pensato, sullo scorcio del 1294, Celestino V con tanto di riconferma, di lì a poco, da parte di Bonifacio VIII. Tali norme, come quelle successivamente emanate in materia di elezione papale, furono unificate per la prima volta da Pio IV con la costituzione apostolica In eligendis (9 ottobre 1562).

La costituzione prevedeva, fra l’altro, l’ammissione in conclave anche dei cardinali sottoposti a censura o scomunicati. Ma per la codificazione di una legislazione organica al riguardo, che tranne alcune successive e piccole modifiche sarebbe rimasta tale fino agli inizi del XX secolo, si dovette attendere Gregorio XV con le due costituzioni Aeterni Patris (15 novembre 1621) e Decet Romanum Pontificem (12 marzo 1622).

Nel 1621 Gregorio XV introduce l’obbligo del voto segreto e scritto. Tra le disposizioni gregoriane quella sicuramente più celebre riguarda il divieto assoluto di autoelezione da parte di qualsiasi cardinale.

Un’opera di sapiente revisione dell’intera normativa in materia fu attuata da Pio X, che con la costituzione apostolica Vacante Sede Apostolica (25 dicembre 1904) introduceva delle importanti innovazioni.

Tra queste bisogna almeno menzionare l’assoluta segretezza su quanto avvenuto in conclave e l’eliminazione, tra le forme d’elezione, dell’accessus, sostituito con un secondo scrutinio tanto al mattino quanto al pomeriggio.

Va inoltre ricordata, secondo quanto già ordinato dallo stesso pontefice con la Commissum nobis del 20 gennaio 1904, la proibizione assoluta del diritto di veto, o ius exclusivae, da parte di potenze laiche nei riguardi di un candidato loro sgradito e la comminazione della scomunica latae sententiae ai relativi trasgressori.

Conseguenza immediata di quanto successo proprio nel conclave del 31 luglio - 4 agosto 1903, durante il quale il porporato Jan Puzyna aveva comunicato il veto d’esclusione contro il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro da parte dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.

Altre modifiche alla legislazione conclavaria furono successivamente apportate da Benedetto XV, Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII. Ma le più importanti sono quelle contenute nei documenti, già più volte citati, di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Le norme attuali

Bisogna soltanto ricordare tra le novità più importanti stabilite dall’Universi dominici gregis, le cui norme hanno completamente sostituito tutte quelle fino ad allora emanate, la definitiva abolizione delle due antiche forme di elezione per acclamazione o ispirazione e per compromesso.

Resta, dunque, unicamente quella per scrutinio segreto. La costituzione indica inoltre la Domus Sanctae Marthae come luogo d’alloggio dei cardinali riuniti in conclave, non più sistemati in anguste celle allestite all’occorrenza nel Palazzo apostolico.

Si stabilisce tra l’altro che il Conclave si debba tenere nella Cappella Sistina, definita Via Pulchritudinis, la via della bellezza capace di guidare la mente e il cuore verso l’Eterno.

Il Conclave, ormai imminente, è il settantaseiesimo della storia della Chiesa; il ventiseiesimo che si tiene sotto gli auspici del Giudizio Universale di Michelangelo. Sono dunque gli affreschi di Michelangelo a vegliare sull’elezione del Romano Pontefice.

La procedura nella Cappella Sistina

Prima dell’inizio del Conclave viene celebrata una particolare messa nella Basilica di San Pietro, chiamata pro eligendo, alla quale segue lo spostamento dei cardinali nella Cappella Sistina, che viene strutturata in modo da poter accogliere i cardinali.

Qui un Maestro delle Cerimonie, che non è un cardinale elettore, recita la frase “Extra Omnes”, con la quale invita tutti gli estranei non addetti all’elezione del nuovo pontefice a lasciare la Cappella Sistina, in modo da permettere così l’elezione del pontefice senza condizionamenti esterni.

Da questo momento in poi i cardinali non possono più avere contatti esterni per tutta la durata del Conclave, anche se in passato è capitato che diversi sovrani europei potevano far valere il proprio veto su un cardinale e condizionare in parte l’elezione.

Il rituale in Cappella Sistina segue precise fasi. I conclavisti si spostano dal loro tavolo per votare, uno per uno. Inginocchiato davanti all’altare della Cappella Sistina ciascuno dichiara che il suo voto è dato a colui che secondo Dio ritiene debba essere eletto.

Poi si alza, mette la sua scheda piegata sul piatto d’argento posto sull’altare, la introduce nell’urna e torna al suo posto. Ad ogni cardinale viene distribuita una scheda rettangolare con la scritta Eligo in Summo Ponteficem, dove va inserito il nome del cardinale prescelto.

Successivamente il foglio viene piegato a metà e depositato in un piatto; al termine della raccolta dei voti i cardinali scrutatori eseguono il conteggio delle schede e comunicano il risultato.

Per votare si costituisce un seggio elettorale composto da 3 cardinali scrutatori, estratti a sorte, 3 cardinali che ritirano i voti di eventuali cardinali con disabilità motorie, e altri 3 cardinali che fanno da revisori.

Di solito si effettuano 4 scrutini al giorno, 2 la mattina e 2 il pomeriggio, a parte il primo giorno di Conclave in cui si fa un solo scrutinio. Se nessun candidato raggiunge il quorum si fa un nuovo scrutinio, le schede vengono bruciate, e si procede ad un nuovo scrutinio.

Le fumate

Ogni scrutinio viene annunciato alla folla di fedeli presenti in Piazza San Pietro mediante una fumata bianca o nera. Se un cardinale non raggiunge il quorum le schede vengono bruciate in una stufa in ghisa producendo un fumo di colore nero/grigio.

Se un cardinale ottiene il quorum le schede vengono bruciate con un reagente chimico che produce un fumo bianco, anche se negli ultimi anni si utilizza un sistema di supporto ausiliario che produce fumo bianco o nero.

La quinta votazione del conclave del 2013 porta alla fumata bianca e all’elezione di Bergoglio come papa Francesco. Il cardinale argentino già al precedente scrutinio, il quarto, arriva a 69 voti, avvicinandosi al quorum di 77, necessario per raggiungere la maggioranza dei due terzi che serve alla sua elezione.

Durante l’ultima votazione Bergoglio racconta di un piccolo contrattempo: “Prima di cominciare lo spoglio, venne fuori che c’era una scheda in più: era finita sopra un’altra, durante il voto a qualcuno si erano appiccicati due cartoncini”. Fu perciò necessario ripetere la votazione, che fu quella decisiva.

Dopo l’elezione

Quando un cardinale raggiunge il numero di voti necessari alla sua elezione, il cardinale decano presidente del collegio chiede in latino al cardinale votato se accetta l’elezione; nel caso in cui il cardinale accetti l’elezione, gli verrà chiesto anche quale nome sceglierà come papa.

Una volta che il cardinale eletto accetta la votazione e comunica il nome da papa, si passa alla vestizione con gli abiti pontificali. Gli abiti disponibili in Conclave sono di diverse taglie per potersi adattare al meglio ai vari cardinali e quindi al futuro papa.

Nella Stanza delle Lacrime, la sagrestia della Cappella Sistina, il cardinale viene spogliato dei suoi abiti cardinalizi e vestito con quelli da pontefice. Una volta che il nuovo pontefice è pronto viene annunciato dal protodiacono, il cardinale diacono, che si affaccia alla finestra e annuncia ai fedeli la celebre frase “Habemus Papam”.

A questo punto il nuovo pontefice benedice la folla e pronuncia alcune parole che caratterizzeranno la sua “presentazione” alla comunità cristiana. Per sapere chi sarà il 267° Papa della Chiesa cattolica, non resta che attendere la tradizionale fumata bianca e l’Annuntio vobis gaudium magnum, che sarà dato dal cardinale protodiacono Dominique Mamberti dalla loggia centrale della basilica di San Pietro.

Il conclave del 2013 e l’elezione di Francesco

Il conclave che portò all’elezione di Francesco iniziò il 12 marzo 2013. Nel pomeriggio ci fu la prima votazione, che è sempre anche l’unica della prima giornata.

Secondo quanto riporta Francesco, quello della prima giornata è “più o meno di uno scrutinio di cortesia. Uno vota per l’amico, per una persona che stima…”. Inizia un meccanismo piuttosto noto e consolidato: quando ci sono diversi candidati forti, chi ancora è indeciso dà il suo voto a chi sa che non uscirà.

Sono sostanzialmente voti “in deposito”, che attendono che la situazione si sviluppi e si dispieghi con più chiarezza. Secondo quanto riportato da Bergoglio, lui stesso si considerava un Cardinale influente ma non il favorito.

Durante le congregazioni raccontò che il suo fu “un discorso breve, a braccio, di quattro o cinque minuti”, che destò “qualche attenzione”. “Pensavo fossero gentilezze, riguardi, poco di più. Un cardinale mi si è avvicinato e mi ha detto: Ecco, ci vorrebbe proprio una persona che faccia quelle cose…”.

Il secondo giorno di conclave del 2013 rappresentò un momento importante, perché al pranzo, dopo due ulteriori scrutini senza esito, l’arcivescovo dell’Avana Jaime Lucas Ortega chiese a Jorge Mario Bergoglio di portargli il testo del discorso tenuto alle congregazioni generali.

“Non avevo nessun documento scritto - riferisce Francesco nel libro - così ho ricostruito brevemente ciò che avevo detto, in quattro punti. Ortega mi chiese di poter diffondere il testo e io dissi di sì”.

Parole che erano una sorta di bozza di programma: la Chiesa chiamata a uscire da sè stessa, il rischio di autoreferenzialità delle istituzioni cattoliche, “quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri” di molti sacerdoti.

È così che si può creare consenso in un conclave, anche con un gesto o con un episodio singolo. “Alcuni cardinali europei erano seduti a un tavolo - riporta Il Post citando le parole di Bergoglio - e c’era un posto ancora vuoto. Mi chiamano: venga eminenza, venga, si sieda qui con noi”.

Iniziano a farmi mille domande, di tutti i tipi, sull’America Latina, sulle sue peculiarità, sulla teologia della liberazione. Spiegai i fenomeni. Mi facevano molte domande. Tanto che mi venne da pensare: mah, sembra di fare un esame. E infatti probabilmente era così: mi stavano esaminando, ero io che non l’avevo capito.

Nel 2013 un cardinale di lingua spagnola chiese a Bergoglio se fosse vero che aveva un solo polmone. “E io: ma no, mi hanno tolto il lobo superiore, perché avevo tre cisti. E quando è successo? Tanto tempo fa, nel 1957, ho detto”.

Quel cardinale diventò tutto rosso, disse una parolaccia, strinse i denti e sbottò: “Queste manovre dell’ultimo momento!”. Fu lì che cominciai a capire. Ho capito almeno che c’era il pericolo, racconta Bergoglio.

La segretezza e la vita quotidiana

I cardinali però non sono chiusi dentro la Cappella Sistina per tutto il tempo, ma alloggiano in un albergo sito dentro la Città del Vaticano, la Domus Sante Marthe, che è stata la residenza di Papa Francesco.

La clausura assoluta e la riservatezza è il principio che guida l’intero sistema. I cardinali non possono avere contatti con l’esterno, ma lo stesso vale anche per gli addetti ai lavori come cuochi e camerieri.

Un tempo erano monaci e suore ad occuparsi dei pasti, ma oggi si preferiscono cuochi laici, già attivi in Vaticano o provenienti da strutture di fiducia. Sono banditi i telefoni e dispositivi elettronici e negli ultimi Conclavi sono stati installati controlli anti-spionaggio nelle aree comuni e nelle cucine, mentre gli ingressi e le uscite sono rigorosamente controllati dalla sicurezza vaticana.

Tutti i membri che compongono il personale devono inoltre firmare un giuramento di segretezza che vieta non solo di divulgare informazioni ma anche di intrattenersi in conversazioni con gli elettori. Il servizio ai tavoli si svolge in silenzio, con le interazioni ridotte al minimo.

La sobrietà è fondamentale anche a tavola, con pasti semplici ma completi: una colazione leggera con caffè, tè, pane e marmellata, un pranzo con primo, secondo, contorno e frutta, ed una cena più frugale, ma simile al pranzo.

Il vino è previsto in piccole quantità e solo su richiesta, mentre sono banditi i superalcolici. C’è anche una certa attenzione ad allergie o intolleranze, che vengono considerate nei limiti del possibile.

I piatti serviti ai cardinali sono spesso ispirati alla tradizione italiana: risotti, paste al forno, carni bianche, pesce al forno, verdure grigliate, frutta di stagione.

Il pane è fresco e sfornato ogni giorno, mentre in occasioni speciali come la domenica, può essere integrato anche un dolce semplice, come una crostata o un budino.

Chi può essere eletto Papa

Per essere eletto papa servono solo tre requisiti imposti dal diritto canonico: essere uomo, celibe e battezzato quindi teoricamente tutte le persone che rientrano in questa categoria, anche persone che non sono sacerdoti, possono essere elette papa, anche se nella pratica solo i cardinali presenti al Conclave possono essere eletti.

L’ultima volta che è stato eletto papa una persona che non partecipava al Conclave fu Papa Adriano VI nel 1522, mentre l’ultimo papa eletto che non apparteneva al clero ma era laico risale al X secolo, precisamente al 963, e stiamo parlando di Papa Leone VIII.

Interno Cappella Sistina conclave papale

Come funziona il CONCLAVE e quali sono i REQUISITI per diventare PAPA

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