Cetrangolo: lectio divina sul Vangelo della XXI domenica del Tempo Ordinario

La lectio divina su Luca 13,22-30 risponde alla domanda «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» invitando non a calcolare il numero dei salvati, ma ad accogliere responsabilmente il Vangelo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». La salvezza è un dono offerto a tutti, ma richiede una risposta libera, concreta e perseverante.

La porta è ancora aperta, ma il tempo dell’accoglienza non va rimandato. Non bastano l’appartenenza religiosa, le consuetudini, i privilegi o la vicinanza esteriore a Gesù: ciò che conta è ascoltare e vivere la sua Parola, lasciandosi trasformare dalla misericordia di Dio.

Preghiera iniziale

Siamo davanti a te, o Padre, e non sapendo come dialogare con te ci facciamo aiutare dalle parole che il tuo figlio Gesù ha pronunziato per noi. Donaci di ascoltare la risonanza sconvolgente di questa parola: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno».

È una parola che tu dici a ogni uomo e a ogni donna che l'orecchio al vangelo di tuo Figlio. Donaci di comprenderla. Per poter leggere la tua Scrittura e gustarla, sentirla ardere come un fuoco dentro di me, ti supplichiamo o Padre: donaci il tuo Spirito.

E tu Maria, Madre della contemplazione, che hai conservato a lungo nel cuore, le parole, gli eventi, i gesti di Gesù, donaci di contemplare la Parola, di ascoltarla, di lasciarla penetrare nel cuore.

Il testo evangelico: Luca 13,22-30

In quel tempo, Gesù 22passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.

27Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.

29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

La domanda sulla salvezza

Il Vangelo di Luca, di questa domenica, fa domandare a Gesù: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". L'opinione corrente, in verità, si basava sulla convinzione che bastasse appartenere al popolo eletto per partecipare al regno futuro.

Questa domanda, invece, sembra suggerire che non basta appartenere al popolo eletto per ottenere la salvezza. Gesù, è d'accordo, ma va oltre. Non risponde direttamente all'interlocutore e si rivolge a tutti dicendo: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno".

La predicazione del messaggio di Gesù offre a tutti gli uomini la salvezza: tutti sono chiamati, nessuno è escluso. Ma quanti in realtà si salveranno? Gesù ci prende in contropiede e risponde alla nostra curiosità avvertendoci che salvarsi è cosa ardua.

È impegno che coinvolge tutto l’uomo e che si svolge nel tempo. La salvezza è un dono che va accolto sforzandosi di passare per la porta stretta.

Gesù in cammino verso Gerusalemme

Versetto 22: Gesù passava insegnando

Gesù passava. nel suo andare di villaggio in villaggio, Gesù passava, insegnando, mentre camminava. Nessuna cattedra, nessuna altezza, la semplicità di un uomo che cammina verso la sua meta e strada facendo lascia di sé qualcosa di prezioso che può essere utile per altri.

Questo versetto introduce una nuova sezione del “grande viaggio” (Lc 13,22-17,10). In esso contiene due elementi che illuminano la nostra vita.

Da una parte incontriamo Gesù che continua a portare instamcabilmente la sua parola di salvezza (At 13,26); d’altra parte tale messaggio contiene questo elemento fondamentale: lo “scandalo della croce” (1Cor 1,23) che qui viene espresso nel “cammino verso Gerusalemme”, il luogo della croce.

Una Parola che raggiunge tutti

Gesù passa tra città e villaggi, insegnando mentre cammina. La sua parola non è legata a una cattedra, a un luogo privilegiato o a una posizione di potere: nasce dentro un cammino e chiede di diventare cammino nella vita di chi ascolta.

Il viaggio verso Gerusalemme rende evidente che l’annuncio della salvezza non può essere separato dalla croce. Gesù porta la parola di Dio mentre si dirige verso il luogo della sua consegna totale.

La domanda dell’anonimo

Versetto 23: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»

C’è un anonimo che fa una domanda particolare. Un anonimo può essere chiunque e anche tutti. A questa domanda, che nasce da pura curiosità, Gesù non da una risposta diretta, ma se ne serve per richiamare gli impegni seri che l’annuncio evangelico comporta.

Gesù non accetta di trasformare la salvezza in un problema teorico o in un calcolo sul numero degli eletti. La domanda viene spostata dal piano della curiosità a quello della responsabilità personale.

Ecco allora dove si pone la domanda di oggi: non per la nostra sicurezza ma per la nostra responsabilità! In queste domeniche, a sentire le esigenze radicali della sequela di Gesù, anche a noi è venuto più volte da chiederci: "Ma allora chi potrà essere salvato?" (Lc 18,26).

La libertà dell’uomo e la grazia di Dio

Questa domanda nella storia è stata posta male e ha fatto molto discutere al tempo della controversia tra Protestanti e Cattolici: era il tema della 'predestinazione': "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tim 2,4).

Dio dà a tutti la grazia sufficiente per la salvezza. Dipende dalla libertà dell'uomo accoglierla e renderla efficace.

"Così dice il Signore: Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria" (Is 66,18b).

La salvezza è dunque dono e responsabilità insieme. Nessuno può vantare un diritto sulla salvezza, ma nessuno è escluso dall’offerta della grazia.

La porta stretta

Versetto 24: «Sforzatevi di entrare»

Gesù sottolinea che la porta è stretta; che è ancora aperta, ma che il tempo si è fatto breve e sta per essere chiusa. Bisogna perciò entrare, perché il padrone di casa "si alzerà e chiuderà la porta".

L’imperativo “sforzatevi” (dalla radice greca “agone” rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) ordina di continuare un’azione già iniziata; come a dire: “continuate a lottare”.

Esprime infatti l’idea di lotta e richiede l’impegno di tutte le forze per resistere al maligno e nell’arrendersi a Dio, esattamente come farà Gesù nell’orto del Getsemani quando, entrato in agonia, pregava più intensamente.

La preghiera del Getsemani è l’immagine di chi è convinto di non avere in sé le forze necessarie per giungere vittorioso al traguardo e per questo lo implora da Dio.

Lo sforzo non è autosufficienza

L'immagine della porta stretta indica che la salvezza è uno sforzo difficile e richiede il massimo impegno: "Il Regno dei cieli - dice Gesù - soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono" (Mt 11,12).

La traduzione letterale dal testo greco sarebbe: “Continuate a lottare per entrare per la porta stretta perché molti (la moltitudine) cercano di entrare e non ne avranno forza”.

L’uomo deve fare di tutto per giungervi, ma l’accesso attraverso la porta stretta non può essere conquistato con la forza, ma solo accolto. Qui è così respinta la pretesa di fondare la salvezza sul proprio merito.

La porta stretta richiede il massimo impegno, ma non autorizza l’uomo a considerarsi autore della propria salvezza. Lo sforzo cristiano è risposta alla grazia, non sostituzione della grazia.

La corsa della fede

Ora, la vita cristiana è una gara, una corsa, bisogna arrivare tra i primi per avere il premio. San Paolo dice di sé: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione" (2Tim 4,7-8).

Per riuscirsi bisogna guardare a Lui - ci dice la Lettera agli Ebrei: "Corriamo anche noi con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sè una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d'animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato!" (Eb 12,1-4).

Il tempo dell’accoglienza

Se si resta fuori, magari perché si indugia troppo nelle proprie cose, non è più sufficiente mettersi a bussare ripetutamente, vantando appartenenze, consuetudini, e persino meriti. Il padrone non aprirà.

Ecco perciò la questione centrale posta da Gesù attraverso l’immagine della porta: è urgente accogliere il Vangelo.

La porta è ancora aperta, ma il tempo si è fatto breve e sta per essere chiusa. L’immagine invita a non rimandare la conversione e a non sostituire l’obbedienza al Vangelo con il semplice desiderio di appartenere a una comunità o di possedere una tradizione.

La porta chiusa e quelli rimasti fuori

Versetto 25: «Signore, aprici!»

Questo versetto riprende la parabola delle dieci vergini di Mt 25,10-12. Riporta la situazione di ogni uomo fuori dalla salvezza che grida: “Signore, aprici!”.

La parabola intende farci riconoscere la nostra realtà di perduti, per trovare colui che è venuto a cercarci.

In realtà egli ci conosce; siamo noi che ignoriamo di essere da lui e per lui. Gesù non può che dire: Non so di dove siete; perché io sono dal Padre e voi non siete dal Padre.

Il significato di «non so di dove siete»

L’evangelista Luca sottolinea quelli “rimasti fuori”. In Mt 7,22 questi sono i cattivi cristiani, Per Luca invece sono i contemporanei di Gesù, che hanno disatteso il suo invito alla conversione e hanno opposto al netto rifiuto la sua proposta di salvezza.

Ciò non toglie, che questa Parola è rivolta a tutti. L’avvertimento non riguarda soltanto gli interlocutori storici di Gesù, ma ogni persona che ascolta il Vangelo e deve decidere se accoglierlo nella concretezza dell’esistenza.

Non bastano le appartenenze

Versetti 26-28: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza»

Allora comincerete a dire… La salvezza non è per appartenenza culturale, religiosa, etnica. Di più! Potremmo anche essere stati suoi commensali, suoi predicatori e sentirci dire: non so di dove siete!

In questi versetti, l’insegnamento che viene messo in risalto richiama a Lc 8,21; 11,28: non importa quanto si conosca personalmente il Gesù terreno, quello che vale è il seguire Gesù con ogni sforzo.

Possiamo anche essere stati vicini a Gesù, aver ascoltato il suo insegnamento e aver partecipato alla sua mensa, ma la vicinanza esteriore non sostituisce la conversione del cuore.

Gli operatori di ingiustizia

Perché Lui è del Cielo, e noi, nonostante tutto, continuiamo ad essere radicalmente "mondani". Questa è la conseguenza: pianto e stridore di denti.

Un'espressione che indica il rimorso, la disperazione, la delusione cocente di chi riconosce, troppo tardi, d'aver perduto per colpa propria l'unico bene che lo avrebbe fatto felice.

La formula «operatori di ingiustizia» mostra che il problema non è la mancanza di informazioni religiose, ma la distanza tra ciò che si professa e ciò che si vive.

La salvezza come dono accolto nella vita

Nel cammino verso la salvezza non ci sono privilegi o corsie preferenziali. La salvezza è un dono, a cui non si ha diritto.

Un dono che si riceve con gratitudine e con un'accoglienza libera e responsabile. Ciò significa il coraggio di lottare, di impegnarsi al massimo per "entrare attraverso la porta stretta".

Significa andare contro corrente, alleggerirsi di tutto ciò che ingombra. Lo sforzo è la via verso la gioia. Il lasciarsi andare, l'adagiarsi senza sforzo è la via verso il fallimento e la disperazione.

Non basta essere figli di Abramo

quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio. Non basta essere figli di Abramo, ma occorre fare le opere di Abramo per aver parte alla gioia di Abramo.

Possiamo ancora dire non basta essere cristiani, andare a Messa, consacrarsi al Signore se non viviamo di quanto professiamo.

L’appartenenza al popolo dell’alleanza o alla Chiesa non è una garanzia automatica: diventa autentica quando produce una vita conforme alla fede ricevuta.

Il banchetto del Regno

Il regno come sala del banchetto

Il regno è visto come una grande sala dove si celebra il banchetto messianico (Is 25,6; Lc 14,15-24; 22,16.18.30). Molti di quelli che si credevano sicuramente ammessi al banchetto, si vedranno esclusi: altri (come ad esempio i pagani) verranno dall'oriente e dall'occidente e saranno ammessi.

I criteri di Dio sono diversi da come voi pensate - ricorda Gesù rivolgendosi agli uomini del suo tempo e a noi - e dunque non perdetevi in questioni secondarie, non giudicate la situazione degli altri (saranno ammessi? Saranno esclusi?): datevi da fare per voi stessi.

Versetto 29: da ogni direzione

Nei testi ebraici questa espressione è spesso associata al ritorno in patria degli ebrei della diaspora ed è riferita rispettivamente a Babilonia e all’Egitto. Non si riscontrano invece esempi in cui la stessa frase prefiguri il pellegrinaggio escatologico dei pagani.

Questo significa che il ritorno non è un ritorno qualsiasi, ma è un ritorno frutto della misericordia, è un ritorno frutto delle grandi opere che il Signore ha compiuto.

I cristiani sono coloro che sanno leggere questi avvenimenti come avvenimenti che possono realizzare l’ingresso nella comunione con il Padre attraverso Cristo.

Una porta stretta per un raduno grande

Parlando di porta stretta si può pensare ad una restrizione. c'è un numero limitato di persone che può passare di lì, e invece sia il profeta Isaia che l'evangelista Luca dilatano a dismisura: Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno.

La porta stretta non è una porta per pochi perché il raduno, al contrario, è grande. Gesù è la porta fatta su misura, lui è colui attraverso il quale abbiamo accesso alla realtà del regno, è colui attraverso il quale abbiamo accesso al Padre.

La realtà della vita cristiana è l'avere accesso al Padre per mezzo del Cristo. Anche il Cristo è passato attraverso la porta della sua umanità, attraverso la porta dell'incarnazione, una porta che lui ha sfondato e ha aperto.

Questo gli ha permesso il suo accesso al cuore del Padre. La porta stretta indica quindi la serietà della sequela, non una volontà di Dio di limitare arbitrariamente la salvezza a pochi.

La sorpresa dei criteri di Dio

A conclusione di una parabola tremenda, un giorno Gesù ebbe a dire a quanti l'avevano rifiutato, lui "pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra angolare: Il regno di Dio sarà tolto a voi e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare" (Mt 21,43).

Sarà la sorpresa sconsolata d'aver sbagliato tutto nella vita, e d'aver perso le occasioni di Dio: "Quando mai, Signore, ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno questi al supplizio eterno" (Mt 25, 44-46).

La salvezza si riconosce anche nella relazione con i piccoli, gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi, i malati e i carcerati. L’incontro con Cristo passa attraverso la responsabilità verso il fratello.

Gli ultimi e i primi

Versetto 30: «Vi sono ultimi che saranno primi»

Il versetto finale che Luca ci presenta non è altro che un’affermazione finale, un segno di una condizione di salvezza. Tale affermazione indica come Dio sconvolge e capovolge i meccanismi della logica umana.

Nessuno deve confidare nelle posizioni che ha raggiunto, ma è invitato a prendere sintonizzarsi continuamente sull'onda del vangelo.

Anche l'appartenenza per generazione al popolo dell'alleanza - e anche alla Chiesa - non è condizione sufficiente per entrare nella piena comunione con Dio; la salvezza non è già confermata con la nascita: risulta invece dono di Dio per tutti, dono da accogliere con uno stile di vita adeguato.

Amare Dio e il prossimo

Il comandamento di Dio è unico: amare lui con tutto il cuore, la mente e le forze e amare il prossimo come sé stessi.

Il prossimo non sono gli altri e non si valuta la loro vicinanza partendo da noi e stabilendo delle misure minime, oltre le quali volgiamo sentirci rassicurati anche se ignoriamo la presenza di altre persone, se pure non le osteggiamo.

Il prossimo siamo noi, chiamati a prestare attenzione a tutti, ad accorciare le distanze che ci siamo magari nella convinzione di difendere Dio e la sua Alleanza.

Passi utili alla meditazione

  • Lc 2,38
  • Lc 9,30-31.51
  • Pr 4,18-19
  • Rm 6,21-23
  • Mt 5,3-6.10
  • Mt 7,22-23
  • Mt 25,10-12
  • Gv 8,33-41
  • Sal 6,9
  • Sal 35,16
  • Sal 37,12
  • Sal 112,10
  • Gb 16,9
  • Is 2,2-5
  • Is 25,6-8

La Lectio divina come ascolto della Parola

La Lectio Divina (lettura divina) è un modo di leggere la Scrittura che risale ai primi tempi del Cristianesimo. È un modo di rispondere a Dio per persone che nutrono una salda fede nella Sua iniziativa nel contattarle.

La parola di Dio giunge al cattolico per mezzo della Scrittura interpretata nella Tradizione della Chiesa Cattolica.

«Nelle nostre società post-moderne, sempre più vissute come folla di solitudini, l’attesa della Parola è divenuta il bisogno vitale di non essere soli, l’urgenza di venire strappati al naufragio e all’abbandono di una vita senza amore che salvi» (B.Forte).

Anche per questo proponiamo la pratica antica e sempre nuova della Lectio divina, per un rinnovamento della nostra esistenza e dell’intera vita ecclesiale.

Leggere la Parola

Guerrico d’Igny, un padre medioevale, scriveva: «Voi che percorrete i giardini delle Scritture, non dovete attraversarli in fretta o con negligenza. Scavate ogni parola per estrarne lo spirito: imitate l’ape operosa che raccoglie da ogni fiore il suo miele».

Ascoltare è apertura verso l’altro; è disponibilità, è libertà che si mette in relazione. Ascoltare è dimorare nella parola altrui, uscendo dall’uomo vecchio tutto centrato su sé.

Nella comunità si impara ad ascoltare attraverso l’atto della lettura. L’esercizio spirituale della Lectio educa il cuore a vivere nell’ascolto.

Nella Lectio occorre mettere insieme il rigore della ricerca esegetica con l’apertura all’opera dello Spirito, che fa scoprire nelle pagine della Bibbia le insondabili ricchezze del progetto salvifico del Padre.

La Lectio è detta divina in quanto ha per oggetto le Sacre Scritture. Esse, perché ispirate, contengono la Parola di Dio.

Ascoltando la Parola noi ci poniamo in ascolto del «Dio invisibile che nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé» (D.V. 2).

Cos’è la Lectio divina

Vari autori hanno tentato di darne una definizione: «E’ una lettura pregata» (J.Leclerq).

«E’ una lettura personale della Parola di Dio durante la quale ci si sforza di assimilarne la sostanza. E’ una lettura nella fede, in spirito di preghiera, credendo alla presenza di Dio che parla nel testo sacro» (L.Bouyer).

«Lettura orante nello Spirito Santo, capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma anche di creare l’incontro con il Cristo, parola divina vivente» (Sinodo sulla Parola, 24 ottobre 2008).

Il metodo della Lectio divina

Nel secolo XII, un monaco certosino di nome Guigo II nell’operetta Scala claustralium, meditando sul passo del vangelo che dice “Chiedete e otterrete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto“, a seguito di quella che descrisse come un’illuminazione, codificò il metodo noto ancor oggi col nome di lectio divina.

La pratica individuale o in gruppo può assumere diverse forme ma la descrizione di Guigo rimane sempre fondamentale. Guigo descrisse le tappe più importanti della lettura della volontà divina.

La scala propone la successione di quattro gradini: Lectio, Meditatio, Oratio, Contemplatio.

Questi vari momenti della Lectio non sono uno schema da interpretarsi rigidamente. Più che una successione cronologica di attitudini e di modi di rapportarsi con la Parola di Dio scritta, sono scelte complementari ed interagenti: rimangono un buon schema di riferimento perché il nostro incontro con la Scrittura viva della oggettività della Parola.

Lectio: leggere e ascoltare

Il primo momento della lectio divina è chiamato semplicemente Lectio: implica la possibilità di avvicinarsi al testo biblico con il desiderio di leggerlo, interrogarlo, ascoltarlo.

E’ il momento della esposizione obiettiva, del commento letterario, storico e teologico, utilizzando ampiamente i risultati del metodo storico-critico.

  • Si può leggere tutta la Bibbia o un singolo libro della Scrittura da cima a fondo: è la “Lectio continua”.
  • E’ preferibile, tuttavia, almeno per chi inizia, seguire il Lezionario liturgico della Messa: è una “lettura semicontinua”, antologica.
  • Quanto alla lunghezza del testo da leggere, sono sufficienti anche pochi versetti.
  • E’ bene leggere ripetutamente il testo e possibilmente farlo risuonare al nostro orecchio mediante una lettura ad alta voce.
  • E’ inoltre cosa molto buona confrontare altre traduzioni o, ancor meglio, leggere direttamente nelle lingue originali: ebraico e greco, o anche la versione latina di Girolamo.
  • Strumenti essenziali per una lettura intelligente sono la Sinossi dei Vangeli o le Concordanze.
  • E’ importante anche leggere con la penna, e non soltanto con gli occhi, sottolineando le cose più importanti: i verbi, i personaggi, le azioni che vengono descritte, l’ambiente, il soggetto che agisce e che riceve l’azione.

Tuttavia, per saper leggere occorre avere il senso di quello che è un testo: un monumento vivo, un messaggio, una testimonianza che merita assoluto rispetto. Bisogna allora impegnare la parte migliore di noi stessi per accostarci e penetrare tale confidenza.

Una doppia sottolineatura può indicare il punto centrale del brano. Dopo ciò si può anche prolungare questa operazione di “lettura”, cercando i passi paralleli e altri testi di riferimento.

Meditatio: assimilare la Parola

«Meditare significa aderire strettamente alla frase che si ripete, pesarne tutte le parole per giungere alla pienezza del loro senso: significa assimilare il contenuto di un testo per mezzo di una specie di masticazione che ne fa gustare il sapore» (J. Leclerq).

Un aspetto essenziale della Meditatio è l’applicazione a Cristo della pagina biblica, letta e commentata, gustata e assimilata. Anche quando si tratta di testi dell’Antico Testamento.

Tutta la scienza esegetica è la capacità di riconoscere Cristo, “sollevando il velo delle Scritture” (cfr 2Cor 3,13). «La Chiesa, con tutto il suo ardore, cerca nelle Scritture colui che ama»(Onorio).

Solo a questo punto si può parlare di “attualizzazione” della Parola. Essa è la nostra realizzazione della Parola, l’incarnazione della Scrittura nella nostra vita, sull’esempio del compimento definitivo che essa ha avuto in Cristo.

La vera attualizzazione della Parola è ciò che essa opera nella vita dei santi.

Possiamo anche noi mettere in pratica la preziosa raccomandazione di una piccola regola monastica antica: «Che il lettore dal cuore retto vegli a non far obbedire le Scritture al proprio sentimento, ma che faccia obbedire il suo personale sentimento alle sante Scritture» (Regula cuiusdam patris ad monachos).

Oratio: restituire la Parola a Dio

«La preghiera gusta il sapore del cibo che la lettura ha portato alla bocca e la meditazione ha masticato» (Guigo II, Scala dei monaci).

Nella lettura Dio ci dona la sua Parola. Ora noi la restituiamo a lui in un dialogo pieno d’amore.

Dice san Girolamo: «Quando leggi lo Sposo ti parla; quando preghi lo Sposo ti ascolta».

Si tratta di parlare a Dio mediante la medesima Parola con la quale lui ci viene incontro. Don Giuseppe Dossetti dà questo consiglio: «Alternare a più letture lente del testo spazi di invocazione pura, di supplica al Signore Gesù, o di un’altra preghiera ricavata dal testo stesso».

La Parola può raggiungerci come una spada fin nelle profondità del cuore. La conseguenza sono le lacrime, il senso della propria nullità, della propria situazione di peccato e, quindi, l’impegno spontaneo a iniziare un cammino di conversione.

In questo modo la preghiera ci insegna a domandare la salvezza come il pubblicano del vangelo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,9-14).

L’ascolto della Parola diventa preghiera con la quale “osiamo dire”. La preghiera si fa domanda.

L’orante diviene uno con tutto ciò che vive e, fattosi “voce di ogni creatura”, domanda per tutti l’abbondanza del dono di Dio.

E’ la domanda di Qualcuno, non di qualcosa. Nella preghiera domandiamo con insistenza che la ferita aperta del peccato nella creazione e nel cuore dell’uomo sia costantemente curata e colmata dalla misericordia del Padre, dall’amore di Cristo e dalla forza dello Spirito.

Nella prassi della Lectio divina la preghiera può diventare ripetizione di una breve formula espressa con il cuore pieno d’amore.

I Padri del deserto suggeriscono alcune di queste parole prese dal Vangelo: “Salvami”, “Aiutami”, “Ricordati di me”, “Abbi pietà”.

Da tale tradizione prese avvio quella che viene chiamata “preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù”. Essa si esprime così: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Contemplatio: riposare nella Parola

La contemplazione può essere descritta come una “preghiera di semplice sguardo”.

«E’ un’esperienza che tutti possiamo fare, perché fa parte della vita del battezzato, della vita di fede. E’ l’intuizione profonda ed inspiegabile che, al di là delle parole, dei segni, del fatto raccontato, delle cose capite, dei valori emersi, c’è qualcosa di più grande, c’è un orizzonte immenso. E’ l’intuizione del Regno di Dio dentro di me, la certezza di aver toccato Gesù» (Card. Martini).

Il culmine della contemplazione non sta, allora, nel separare ciò che è “spirituale” da ciò che è “materiale”, ma semmai nel fondere il più perfettamente possibile il cielo e la terra, il divino e l’umano, la dimensione verticale e quella orizzontale.

La contemplazione apre il cuore alla carità e al dono totale di sé. Solo allora la Parola è davvero accolta in un terreno buono, che porta molto frutto.

Le tappe che conducono all’azione

A queste tappe i maestri spirituali odierni aggiungo anche: Consolatio (consolazione).

Questo aspetto consiste nella gioia di pregare che viene da un «gusto» di Dio e delle «cose» di Dio. È un prodotto della Spirito Santo, anche se, naturalmente, lo Spirito Santo non è vincolato alla Lectio Divina dove questo consolazione spesso viene trovata.

Discretio (discernimento): Questo aspetto consiste nell’abilità di discernere il pensiero di Dio come viene espresso nella sua parola, specialmente come viene espresso nel suo Verbo, cioè, in Cristo.

Venendo in contatto con la parola di Dio e con il Verbo di Dio noi riceviamo un istinto per le scelte che sono proprie al cristiano, che sono proprie a me stesso come Dio vuole che io sia.

Deliberatio (scelta): Questo aspetto consiste nella scelta concreta di un’azione da compiere.

È qui che si collocano le scelte implicate nell’elezione di una particolare vocazione, o nel portare avanti una particolare vocazione.

Dio comunica con me in quanto individuale, ed io gli rispondo in base a questa comunicazione individuale.

Actio (azione): Questo aspetto consiste nel mettere in pratica il frutto di tutti gli altri aspetti descritti sopra.

Se mi impegno nella Lectio Divina non è per ricevere la forza di mettere in pratica ciò che io ho deciso, ma per capire meglio ciò che devo rispondere alla parola di Dio attraverso la Scrittura, e come, cooperando con Dio nel dar forma al mio cuore, posso farlo.

L’agire segue l’essere.

La Parola è Cristo

San Paolo parla di un velo che rimane, non rimosso, quando i suoi fratelli ebrei leggono le Scritture. «Ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor 14-16).

L’evangelista Luca, nel racconto dei discepoli di Emmaus, scrive: «E (Gesù), cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).

E’ di fondamentale importanza comprendere lo scopo che la Lectio divina si prefigge: conoscere Gesù Cristo attraverso la testimonianza che gli rendono le Scritture.

Tutta la nostra lettura quindi non può non essere condizionata dalla fede cristologica in Gesù di Nazareth, inseparabilmente vero Dio e vero uomo e, conseguentemente, dal progresso dottrinale realizzato nel tempo dalla Chiesa.

Nel messaggio finale del Sinodo sulla Parola di Dio leggiamo: «Se ci si ferma alla sola ‘lettera’, la Bibbia rimane soltanto un solenne documento del passato, una nobile testimonianza etica e culturale.

La conoscenza esegetica deve, quindi, intrecciarsi indissolubilmente con la tradizione spirituale e teologica perché non venga spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle Scritture».

«La Parola di Dio riceve la sua piena incorporazione nella creazione e, soprattutto, nel sacramento della Santissima Eucaristia.

E’ qui che il Verbo diviene carne e ci permette non soltanto di udirlo o vederlo, ma di toccarlo con le nostre mani, e di farlo parte del nostro stesso corpo e sangue.

Nell’Eucaristia la Parola cessa di essere “parole” e diviene una Persona che incarna in se stessa tutti gli esseri umani e l’intera creazione» (Bartolomeo I).

Gli atteggiamenti necessari

  • Innanzi tutto disponendo il cuore all’ascolto.
  • Occorre creare un contesto di silenzio e di solitudine per poter ascoltare Dio che parla.
  • Dando alla lettura un tempo conveniente e quotidiano.
  • Credendo che lo Spirito Santo è realmente presente nel libro delle Scritture.
  • Chiedendo a Dio il dono della propria conversione, intesa come ritorno al Signore e come riconciliazione con i fratelli.
  • Vivendo un impegno ascetico esigente, tradotto in una vita sobria ed essenziale, lontana dagli idoli del mondo, che ha come obiettivo la purezza di cuore.

Aprire il libro delle Scritture significa passare incessantemente dalla “lettera” allo “Spirito” che conduce, attraverso tutta la Legge e i Profeti, all’incontro con il mistero della morte e risurrezione di Gesù, Parola viva del Padre che interpreta e attualizza tutta la Scrittura.

La Scrittura è la lingua materna della Chiesa. Nella frequentazione assidua della comunità credente, vera scuola del servizio del Signore, ne impariamo la "grammatica" e la "sintassi".

La Parola nella vita quotidiana

La Lectio Divina è stata rivalutata nel XX e XXI secolo. Nel XX secolo Papa Paolo VI, con il suo documento Dei Verbum e la convocazione del Concilio Vaticano Secondo, ha espresso l’importanza di questa antica pratica.

Anche più di recente, nel 2005, Papa Benedetto XVI ha riaffermato il significato della Lectio Divina spiegando che “La Lectio Divina dovrebbe quindi essere incoraggiata sempre di più[…] Non si dovrebbe dimenticare che la Parola di Dio è una lampada per i nostri passi e una luce per il nostro cammino“.

Il confronto con la Parola può diventare un elemento stabile della vita comunitaria e personale. La familiarità con il Vangelo aiuta a riconoscere il senso delle parole di Gesù e a trasformarle in scelte concrete.

La Parola può diventare una sorta di ‘collante’ del gruppo. Tra questi ragazzi c’è poi chi fa la Liturgia delle Ore, chi l’Ufficio delle letture, chi via whatsapp mi chiede il senso di una determinata frase di Sant’Agostino….

E anche dalle meditazioni emerge, oltre al vissuto dei ventenni in questo tempo di quarantena, una profondità che tenta di leggere l’oggi nelle parole della Bibbia.

«Io sono la Via, la Verità e la Vita»

Io sono la Via, la Verità e la Vita.

In Gesù si trova tutto questo perché è il vertice della Rivelazione, un po’ come la Vetta di una montagna in cui convergono tutti i sentieri di quella montagna.

È bellissima questa affermazione di Gesù, io sono la via la verità e la vita, ma noi a volte ce ne dimentichiamo, e ci chiediamo qual è la mia strada? Qual è la verità e in che cosa devo credere?

Ma no, non troverai la risposta a queste domande fino a quando cerchi la tua strada tra le strade del mondo, non troverai la verità fino a quando la cercherai tra i libri, le filosofie, e i ragionamenti, non troverai la vita fino a quando la cercherai nel divertimento o nell’affermazione di te stesso.

La via, la verità e la vita le possiamo trovare in Gesù Cristo, nell’essere uniti a lui, nel compiere le sue opere, nell’ascoltare il suo Vangelo, nel pregare nel suo nome.

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