Immacolata Adamo, aprile 1960: il ruolo nella camorra di Ercolano

Immacolata Adamo, nata nell’aprile del 1960, è stata considerata un elemento di spicco del clan Ascione-Papale di Ercolano e la reggente dell’organizzazione criminale dopo l’arresto e la morte in carcere del marito Raffaele Ascione, detto ’o luongo.

La donna è stata condannata a 8 anni e 8 mesi di reclusione nel maxiprocesso scaturito dall’operazione “Freedom”, mentre in un successivo provvedimento relativo a un cumulo di pene le è stato contestato l’obbligo di scontare ancora circa due anni e mezzo di carcere.

Immacolata Adamo e clan Ascione Papale

Chi è Immacolata Adamo

Immacolata Adamo è la moglie dell’ex boss Raffaele Ascione, ’o luongo, morto nel 2004 mentre era detenuto nel carcere di Carinola. La vedova del boss Raffaele Ascione è considerata elemento di spicco del sodalizio criminale di Ercolano.

Arrestata Immacolata Adamo, vedova del boss di Ercolano, Raffaele Ascione. Ad eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, che ha portato la 61enne nel carcere di Pozzuoli, i carabinieri della Sezione operativa di Torre del Greco, coadiuvati dai militari della Tenenza di Ercolano.

Adamo - considerata elemento di spicco del clan Ascione-Papale - è stata destinataria di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Napoli; dovrà scontare in regime di detenzione altri due anni e mezzo. Il provvedimento è relativo a un cumulo di pene derivante da una serie di reati associativi.

La successione a Raffaele Ascione

Immacolata Adamo non era semplicemente la moglie di un boss. E dopotutto era impossibile che lo fosse.

Era lei a gestire il clan fondato dal marito Raffaele Ascione detto ‘o luongo dopo la sua morte, avvenuta in carcere nel 2004, era lei a trattare la pace con i Birra e a detenere il controllo dello storico Clan di Ercolano.

La donna dovrà scontare 8 anni e 8 mesi di detenzione perché accusata di aver gestito le attività e gli affari del clan durante l’assenza del marito. Adamo ha impartito ordini e direttive agli uomini del sodalizio dopo che Ascione è stato arrestato.

Secondo Antonio Birra, però, la “vedova nera” della malavita avrebbe tenuto in mano le redini del clan anche prima che suo marito morisse in carcere nel 2004. «Ha diretto il clan sia quando suo marito era ancora vivo ma soffriva periodi di detenzione, si quando il marito è morto in carcere. Anche quando sono stato libero l’ultima volta, nel 2006, Adamo Assunta era la reggente del clan Ascione», le parole di Birra.

Le accuse dei collaboratori di giustizia

Della “vedova nera” della camorra, in questi anni, hanno parlato tanti collaboratori di giustizia un tempo vicini sia al clan Ascione che ai nemici dei Birra. Ed è proprio da un “nemico” che viene fuori un ritratto agghiacciante di quella che è considerata la vera donna boss della malavita vesuviana.

Si tratta di Antonio Birra, fratello del boss Giovanni. Il collaboratore di giustizia - quando i carabinieri gli mostrano la foto della moglie di Raffaele ‘o luongo - non batte ciglio. «E’ Immacolata Adamo - ripete il super pentito della camorra di Ercolano in un verbale del 2016 - Posso affermare, senza timore di smentite che questa donna è stata un capo del clan Ascione».

Accuse chiare che si sommano ai racconti degli alti pentiti. Verbali già finiti agli atti del processo che vede alla sbarra Immacolata Adamo assieme ad altri 20 imputati: tutti accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapine e detenzione irregolare di armi.

Le parole di Birra - la cui attendibilità è però ancora oggetto di valutazioni (non è stato ancora condannato con le attenuanti riservate ai pentiti) - rischiano di aggravare la posizione della vedova nera, finita agli arresti dopo il blitz messo a segno dalla Dda nel luglio del 2016.

Secondo il super pentito della camorra di Ercolano, Immacolata Adamo gestiva un vero e proprio esercito composto da sicari, pusher e affiliati. «Avevo contatti anche con personaggi che gravitavano nell’orbita di quella cosca camorristica che mi confermavano - le parole di Antonio Birra - che agivano in nome, per conto e su ordine e mandato della Adamo».

Il controllo degli affari del clan

Immacolata Adamo, Donna Imma proprio come la più famosa Savastano della prima serie di Gomorra, era una vera e propria lady camorra e gestiva da casa tutti i traffici dell’organizzazione. A lei gli affiliati chiedevano consiglio e aiuto, a lei le persone della malavita di Ercolano si rivolgevano per ottenere protezione.

Era ancora lei a tessere le fila della cosca e organizzare i summit in casa per delineare strategie e complimentarsi con i killer che stavano decimando gli avversari. “Complimenti per i delitti belli di mamma”: questa la frase che “Donna Imma” rivolse ai suoi figli al termine di una riunione facendo anche scattare l’applauso dei presenti.

Stando alle testimonianze rese da 15 collaboratori di giustizia, sarebbe stata la “vedova nera” del clan a gestire i soldi del pizzo, a pagare gli stipendi ai carcerati, a siglare - per un mese appena - la pax mafiosa con i Birra, i nemici degli Ascione.

Un esponente delle forze dell’ordine si sarebbe perfino messo in ginocchio per chiedere perdono alla donna-boss, dopo un blitz nel quale erano stati arrestati diversi affiliati. «Perdonatemi donna Imma scusatemi se ho dovuto arrestare i vostri uomini»: ripeté, più volte, affranto ed afflitto, l’agente, mentre, in ginocchio e con il capo chino, invocava il perdono della temuta e rispettata donna boss.

A raccontarlo è Fausto Scudo, pentito del clan Ascione-Papale. L’ex esattore dei “bottone” racconta questi ed altri dettagli che concorrono a ricostruire la figura di donna Imma e a chiarire il ruolo che ricopriva all’interno del sodalizio criminale fondato dal marito.

Secondo il pentito, quel rappresentante delle forze dell’ordine “arrotondava” il suo stipendio “lavorando” a tempo pieno al servizio della camorra. «Era stipendiato dal clan Ascione», racconta Fausto Scudo, mentre i suoi ricordi danno forma a uno dei più inquietanti verbali della storia della malavita che smaschera un macabro legame tra Stato e camorra.

«Ero a casa di Assunta, tale soggetto si mise in ginocchio alla sua presenza per scusarsi di alcuni arresti che era stato costretto a fare».

La guerra tra Ascione-Papale e Birra-Iacomino

Immacolata Adamo era diventata proprio per questo un obiettivo del clan rivale, i sodalizio dei Birra-Iacomino. Il super boss Giovanni Birra voleva approfittare della debolezza dei rivali orfani di Ascione infliggendogli il colpo mortale.

Un boss in gonnella che - secondo il racconto di alcuni pentiti - avrebbe partecipato alla sanguinosa guerra tra clan che fino al 2010 ha visti contrapposti gli Ascione-Papale e i Birra-Iacomino.

L’apice della faida che ha insanguinato Ercolano si è avuto quando la Vedova nera ha rifiutato i 25mila euro che i suoi nemici le avevano dato per mettere la parola fine alla guerra e accettare la resa.

«Le offrirono 25 mila euro al mese per uscire dagli affari illeciti - racconta il pentito Giovanni Savino - ma l’accordo durò poco». Circostanza confermata e chiarita dal “pentito di lusso” Antonio Birra.

La trattativa con i Birra e il presunto doppio gioco

Il super pentito chiarisce il ruolo di Immacolata Adamo e in particolare del “doppio gioco” che la moglie del boss avrebbe messo in atto per “stanare” i Birra.

«Una volta uscito dal carcere mio fratello mandò 30 milioni di lire ad Adamo Assunta - racconta il super-pentito - come segno di “rispetto”. Questo gesto di mio fratello era finalizzato di dire alla Adamo di starsene buona e calma e di smettere di delinquere, perchè in quella situazione era lui che comandava».

Un’offerta che la “vedova nera” della camorra avrebbe - in un primo momento - rifiutato, secondo Birra, perché riteneva la somma offerta troppo misera. Al punto che a farsi carico della “trattativa” furono Stefano Zeno - l’altro reggente del clan - e Salvatore Viola: «i personaggi più temuti del clan», come racconta Antonio Birra.

Ma donna Imma non molla. Prima si rifiuta, poi - dopo qualche giorno - si presenta a casa di Giovanni Birra per firmare - secondo il super pentito - un accordo farsa.

«Qualche giorno dopo si presentò nella stalla un affiliato di Caivano - racconta Birra - ci avvertì che la Adamo aveva offerto 100 milioni di lire per uccidere Stefano Zeno e Salvatore Viola. A quel punto fu chiaro il doppio gioco della Adamo che tramava per aggredirci. Evidentemente il denaro offerto doveva essere poco rispetto alle cifre entrate in casa Ascione per gli affari illeciti».

Fu questa - secondo Birra - una delle ragioni scatenanti alla base dell’incredibile guerra che insanguinò le strade di Ercolano.

Il maxiprocesso “Freedom”

L’operazione Freedom ha avuto inizio a luglio dello scorso anno quando un’operazione dei Carabinieri ha dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare contro 18 affiliati al sodalizio che sono stati accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, ricettazione, porto e detenzione di arma da fuoco ed estorsione.

Ercolano - L’ultimo, in ordine di tempo, maxiprocesso ai clan della camorra sotto il Vesuvio si è concluso con 118 anni complessivi di condanne per camorristi e gregari che a partire dal 2000 si son fatti la guerra per il cpontrollo della droga e delle estorsioni a Resina.

Alla sbarra 18 imputati - considerati organici al clan Ascione-Papale - tutti coinvolti nel blitz messo a segno a luglio del 2016. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso alla detenzione di armi, passando per estorsioni, rapina e sequestro di persona.

Ruolo apicale del sodalizio criminale, secondo quanto messo in luce dalle indagini di carabinieri e antimafia, l’ha ricoperto la signora Immacolata Adamo, donna Imma per gli amici e per i nemici.

ElementoInformazione
OperazioneFreedom
Clan coinvoltoAscione-Papale
Clan rivaleBirra-Iacomino
Imputati coinvolti nel blitz18
Condanne complessive118 anni
Condanna di Immacolata Adamo8 anni e 8 mesi
Luogo di detenzioneCarcere di Pozzuoli

La condanna di Immacolata Adamo

La sentenza di primo grado è arrivata dopo la fine del processo "Freedom" Sono più di 100 anni il totale della pena inferta dal collegio giudicante guidata dal Presidente Gabriella Pepe ai danni del clan camorristico Ascione-Papale.

È stata accolta dai giudici la richiesta del Pm Pier Paolo Filipelli che ha avviato l’inchiesta nel 2014.

Al termine di una lunga camera di consiglio, il giudice del Tribunale di Napoli, Gabriella Pepe, ha condannato a 8 anni e 8 mesi lady camorra. La donna è accusata di aver gestito e amministrato gli affari del clan prima e dopo la morte del marito, impartendo ordini e direttive ai soldati della cosca.

La condanna rientra nel procedimento in cui gli imputati erano accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapine, estorsioni, detenzione irregolare di armi e sequestro di persona.

Le indagini e gli arresti

Per fortuna sono intervenute le operazioni della giustizia a sedare il conflitto e stoppare l’escalation di violenza. Infatti sono stati numerosi gli arresti che hanno colpito anche il clan Birra-Iacomino.

Gli investigatori hanno agito grazie all’ausilio di intercettazioni, colloqui in carcere, video ambientali e alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Donna Imma è stata arrestata nell’aprile del 2016, nell’ambito di un’operazione che ha fatto scattare le manette per 23 persone ritenute contigue ai clan Ascione-Papale e Birra-Iacomino. Il mese successivo, il tribunale del riesame le ha negato la scarcerazione.

I carabinieri della sezione operativa di Torre del Greco e quelli della tenenza di Ercolano hanno arrestato Immacolata Adamo, 61enne del posto, esponente del clan Ascione-Papale.

La donna, raggiunta da un ordine di carcerazione emesso dalla procura generale della Repubblica presso la corte di Appello di Napoli, per una condanna di 7 anni e 4 mesi di reclusione, dovrà ancora scontare circa 2 anni e mezzo di carcere per un cumulo di pena derivante da reati associativi. È stata tradotta al carcere di Pozzuoli.

Le vendette attribuite alla cosca

E poi ci sono le macabre vendette, come quella che secondo il pentito Giovanni Savino, la vedova nera ordinò per punire la famiglia di Raffaele Iodice, ragazzo ucciso negli anni ’80, il cui corpo sarebbe stato “esumato” dalla camorra nel cimitero di Ercolano e disperso nella zona di San Vito per punire i familiari che con le loro indagini personali riuscirono a incastrare i killer.

Le accuse e i racconti riportati nei verbali hanno contribuito a delineare il ruolo attribuito a Immacolata Adamo all’interno del clan Ascione-Papale, distinguendo la sua posizione da quella di una semplice coniuge del boss.

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