Filippo Bernardi, sacerdote a San Valentino di Ala nel 1814

Il riferimento a Filippo Bernardi, sacerdote a San Valentino di Ala nel 1814, si colloca nel contesto storico e religioso del territorio trentino durante gli anni della Restaurazione e del passaggio dai governi napoleonici al dominio asburgico. Il materiale disponibile non contiene però una biografia documentata di Filippo Bernardi né informazioni certe sul suo incarico pastorale, sulla sua famiglia o sulla sua attività nella comunità di San Valentino.

Per questo motivo, l’elemento più sicuro è il collegamento nominale e cronologico tra Filippo Bernardi, il ministero sacerdotale e la località di San Valentino di Ala nell’anno 1814. Le vicende generali dell’epoca aiutano a comprendere il quadro istituzionale nel quale vivevano le comunità religiose e civili del territorio, ma non consentono di attribuire a Filippo Bernardi fatti biografici non attestati.

San Valentino di Ala nel 1814

L’anno 1814 appartiene a una fase di profonda trasformazione politica dell’Italia settentrionale. La disputa lacerante sorta all’indomani del ’97 per ricercare e attribuire le responsabilità politiche della fine della Repubblica di Venezia scatenò un dibattito la cui eco, rimasta in sordina durante il Regno italico, riprese vigore durante il Congresso di Vienna.

A essere riproposta sui tavoli della capitale imperiale non fu solo la questione della forma di governo cui Venezia, con il resto del Veneto, avrebbe dovuto soggiacere. Meno ufficiale, ma non meno urgente, la scelta della classe dirigente cui affidare il governo dei domini asburgici in Italia, in laguna piuttosto che all’ombra del duomo di Milano, non poteva che risentire del clima di sfiducia, spesso di aperta opposizione, vissuto nei confronti dell’antica aristocrazia marciana.

Il 1814 rappresenta dunque un anno di passaggio, nel quale il vecchio assetto politico veneto e il nuovo ordine imperiale si incontravano in modo ancora instabile. Con l’arrivo dell’Austria, il ruolo istituzionale e politico della vecchia classe dirigente fu messo in crisi nella sua stessa natura, equiparato nel rango alla nobiltà del resto dell’Impero, che non conosceva ulteriori distinzioni di lignaggio.

Il contesto politico dopo la fine della Repubblica di Venezia

Ma, dopo Campoformido e nei primi mesi del 1798, la presa d’atto della fine dello Stato marciano era ancora troppo onerosa, per tutti. Le rivendicazioni dei barnaboti, i patrizi poveri che vivevano di sussidi statali, contro l’élite patrizia erano all’ordine del giorno di una memorialistica che comprendeva anche le molte autodifese dei protagonisti della politica dogale, alcune postume come quelle di Ludovico Manin.

Una volta operato questo salutare intervento, le generazioni successive non avrebbero potuto avanzare altre pretese: infatti «quella [generazione] che nacque sotto il Vostro Dominio, nacque suddita e non essendolo divenuta l’è tolta il diritto di gettar dei lamenti e d’arrogarsi delle pretese».

L’intervento imperiale non fu celere come auspicato; nonostante i molti progetti di mano della cancelleria viennese, la piena e ufficiale parità all’interno dell’aristocrazia veneta venne sancita solo con la patente imperiale del 7 novembre 1815, sette mesi dopo l’istituzione del Regno lombardo-veneto.

Divenuto suddito asburgico, Balbi aveva sostituito il destinatario degli encomi e degli opuscoli densi di opportunismo, volti a farsi accreditare presso il nuovo sovrano, mantenendo inalterata la polemica contro gli antichi governanti della Serenissima, apostrofati come «nulli in tutto».

Il ritorno dell’Austria e il quadro istituzionale

Se da un lato quindi il giuramento segnerà, nel 1815, la premessa giuridica al ritorno del Veneto nei domini asburgici, dall’altro esso aveva provveduto a porre sullo stesso piano le diverse aristocrazie dell’ex Stato marciano: ricchi patrizi e barnaboti, titolati imperiali e membri dei consigli delle città di terraferma erano, ormai, tutti semplicemente nobili.

Eppure, nel 1798, l’ambiguità persisteva anche a corte, se le istruzioni inviate a Venezia raccomandavano l’assunzione, nei ranghi del governo provvisorio, di «nobili patrizi possessori», ovvero dell’antica classe dirigente con evidente esclusione di coloro che possessori non erano, i barnaboti, appunto.

Così, la perdita di sovranità della città e delle sue classi dirigenti fu dapprima graduale durante il primo governo austriaco, restando pur sempre sede di un governo regionale; drastica nelle forme del Regno italico, semplice capoluogo di prefettura; più subdola e definitiva nell’organizzazione del Vormärz, ritornata capoluogo di un Regno dell’Impero, pur se in coabitazione con Milano, completamente svuotata, negli effetti pratici, di ogni autonomia politica.

Le strutture amministrative e il rapporto con il territorio

Fu allora, quando il mito positivo del buon governo della Serenissima venne recuperato con l’aiuto fondamentale della borghesia professionale - in specie quella mercantile e forense -, che iniziò quella rivalutazione positiva - sia pure in chiave antiaustriaca - del patrimonio istituzionale veneziano, che i suoi più diretti interpreti non erano stati in grado di difendere.

Fu dunque non un caso che la responsabilità del primo governo provvisorio fosse affidata a Giuseppe Pellegrini, un funzionario lombardo proveniente, come tanti altri, dalla Repubblica Cisalpina. Figlio di Antonio, economista e amministratore tra Milano e Vienna, a fianco di Firmian, Pellegrini si era formato nella Lombardia giuseppina di fine Settecento.

I decreti emanati da Wallis tra il 6 febbraio e il 31 marzo 1798 riportavano indietro la situazione storica alla data del 1° gennaio 1796, anteriore all’ingresso delle truppe francesi nei confini dello Stato marciano. Ciò consentiva un iniziale ripristino della legalità e una prima organizzazione amministrativa di Venezia e della terraferma.

Da capitale, Venezia era diventata capoluogo delle province «austrovenete» e qui trovavano posto il governo con i suoi dicasteri, il magistrato camerale, la direzione generale di polizia, i tribunali revisorio e d’appello, oltre a quelli di commercio e di sanità e alle istanze inferiori, presenti anche in periferia.

In terraferma, Pellegrini rimise nel pieno godimento i corpi territoriali, i consigli cittadini e le giurisdizioni feudali che le Municipalità avevano abolito, ripristinando anche i giudizi civili di prima istanza.

La situazione religiosa e il ruolo del sacerdote

In questo quadro, la presenza di un sacerdote in una località come San Valentino di Ala deve essere considerata all’interno della struttura ordinaria delle comunità locali, nelle quali la vita religiosa rappresentava uno degli elementi fondamentali dell’organizzazione sociale. Il materiale disponibile non indica tuttavia quale fosse precisamente la parrocchia affidata a Filippo Bernardi, né specifica se egli ricoprisse il ruolo di parroco, cappellano, curato o sacerdote residente.

La documentazione politica e amministrativa dell’epoca mostra come le istituzioni territoriali fossero sottoposte a una progressiva riorganizzazione. Reintegrare nel ruolo la mole di impiegati «buoni e non buoni, necessari e non necessari», già alle dipendenze della Repubblica, non era solo questione di equità o, al massimo, di ordine pubblico.

Dietro al problema dello stipendio, si celava in realtà l’intenzione di dar vita a un corpo di funzionari per professione, com’era nella tradizione asburgica, e come avverrà solo a partire dal 1801. Proprio in quell’anno infatti, con l’arrivo di Mailath alla guida del governo, verrà dato il via all’organizzazione definitiva, completata poi dal conte di Bissingen.

Questi mutamenti riguardavano direttamente l’ambiente nel quale operavano anche le autorità religiose locali, sebbene non sia possibile ricostruire, sulla base delle informazioni disponibili, il rapporto concreto tra Filippo Bernardi e gli organi civili o ecclesiastici del territorio.

Il nome Bernardi nel materiale disponibile

Il cognome Bernardi compare nel materiale in contesti diversi, che non possono essere automaticamente ricondotti alla persona di Filippo Bernardi. Elia Bernardi dichiara: «La mia famiglia risulta radicata nel territorio da almeno cinquecento anni, se non di più».

Leggende a parte, l’unica cosa certa è la presenza stabile di una famiglia che ha onestamente lavorato, umilmente e orgogliosamente servito il Doge prima e il Re poi, e che ha conservato la fede cattolica, quella santa e sola vera fede di cui questa bella terra presenta e conserva una stupenda testimonianza in termini di chiese, oratori e capitelli, disseminati ovunque.

Questo riferimento descrive una memoria familiare e territoriale riferita a epoche e luoghi differenti rispetto alla vicenda di Filippo Bernardi a San Valentino di Ala nel 1814. Il cognome compare inoltre nella voce relativa alla famiglia Bernardi di Crema, ma anche tale riferimento non dimostra un rapporto genealogico con il sacerdote.

La famiglia Bernardi di Crema

La famiglia Bernardi è indicata come «Famiglia aggregata al Maggior Consiglio di Crema, riconosciuta con sovr. risoluz. del 1818». È iscritta nell’Elenco Ufficiale col titolo di «nobile» per mf. in persona di: CORIOLANO, di Gaetano, di Nicolò ed i suoi figli: Teresa, CAMILLO, EUGENIO.

Sono inoltre iscritti nell'Elenco Uff. Nob. Ital. 1933, col titolo di Nobile (mf): OBERTO, di Coriolano, di Gaetano. Figlie di Camillo, di Coriolano, di Gaetano: Renata, Maria, Berta e Marcella Alberta.

ElementoInformazione disponibile
FamigliaBernardi
Località documentataCrema
Riconoscimentoriconosciuta con sovr. risoluz. del 1818
Titolo«nobile» per mf.
ArmaFasciato di rosso e d’oro, al leone del secondo, col capo d’oro, carico di un’aquila di nero, coronata del campo.
CimieroIl leone d’oro nascente.
MottoFortis et patiens.

La presenza di una famiglia Bernardi appartenente alla nobiltà cremasca costituisce un dato araldico e genealogico distinto. Non vi sono nel materiale disponibile elementi sufficienti per stabilire che Filippo Bernardi, sacerdote a San Valentino di Ala nel 1814, appartenesse a quella stessa casata.

La prudenza nell’identificazione biografica

Per identificare correttamente Filippo Bernardi sarebbe necessario distinguere il semplice dato nominale dalle informazioni realmente documentate. Il nome, il cognome, la dignità sacerdotale, la località di San Valentino di Ala e l’anno 1814 costituiscono gli elementi di base, ma non permettono da soli di ricostruire una biografia completa.

Non è quindi possibile affermare, sulla base del materiale disponibile, la data di nascita o di morte di Filippo Bernardi, la sua provenienza familiare, il periodo della sua ordinazione, l’eventuale incarico parrocchiale, la durata della sua permanenza a San Valentino o il suo successivo trasferimento.

Allo stesso modo, non è possibile collegare automaticamente il sacerdote alla famiglia Bernardi radicata nelle colline del Prosecco o alla famiglia nobile di Crema. Il cognome Bernardi è condiviso da più nuclei familiari e il collegamento genealogico richiederebbe una documentazione specifica.

Il significato storico della notizia

La notizia di Filippo Bernardi sacerdote a San Valentino di Ala nel 1814 acquista rilievo perché illumina la dimensione locale di una fase storica dominata da grandi mutamenti istituzionali. Mentre i governi ridefinivano le amministrazioni, i territori e i rapporti di potere, la presenza sacerdotale continuava a rappresentare un punto di riferimento per la vita religiosa della popolazione.

La rilevanza della notizia non dipende soltanto dall’eventuale ruolo personale di Filippo Bernardi, che resta da precisare, ma anche dal suo inserimento in una società nella quale chiese, oratori e comunità religiose costituivano una parte essenziale del paesaggio umano e istituzionale.

In assenza di ulteriori dati biografici, Filippo Bernardi può essere presentato con certezza soltanto come un sacerdote legato a San Valentino di Ala nell’anno 1814, collocato in un territorio attraversato dalla riorganizzazione politica e amministrativa successiva alla fine dell’età napoleonica.

noimgs

tags: #filippo #bernardi #sacerdote #san #valentino #ala