Nei capitoli 20-43 del Libro X delle Confessioni, Agostino indaga il desiderio universale della felicità, il rapporto tra felicità e verità, la presenza di Dio nella memoria e il cammino dell’anima oltre le realtà sensibili. La domanda centrale è: «Come ti cerco dunque, mio Signore?». Cercando Dio, Agostino cerca la felicità, perché «di te vive l’anima».
La felicità non è però un piacere qualsiasi, né il semplice possesso di beni esteriori: è la gioia della verità, e precisamente la gioia in Dio, da Dio e per Dio. La ricerca conduce così dalla memoria del bene desiderato alla purificazione del desiderio, dall’esperienza della verità all’incontro con Dio, fino alla celebre confessione: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato».
La domanda iniziale: come si cerca la felicità?
Come ti cerco dunque, mio Signore Cercando te, mio Dio, io cerco la felicità Ti cercherò perché l'anima viva; perché vive dell'anima il mio corpo, e di te vive l'anima; e come la cerco, la felicità Finché io non dica "Basta, eccola", io non ce l'ho.
Ma bisogna dire come la cerco: se è perché il cuore ne ha memoria, quasi l'avessi dimenticata senza scordare di averla dimenticata, o per il desiderio di conoscere l'ignoto, sia che non l'abbia conosciuta mai, sia che a tal punto me ne sia scordato, da non aver memoria di questo oblio.
La ricerca di Dio coincide dunque con la ricerca della vita felice. Agostino non considera la felicità un possesso già pienamente disponibile, perché l’anima continua a desiderarla finché non raggiunge una condizione nella quale possa dire: «Basta, eccola». Il desiderio testimonia una mancanza, ma anche una direzione: l’anima cerca ciò verso cui è orientata nel profondo.
Il desiderio universale della felicità
Ma non è la felicità, che tutti vogliono Non c'è assolutamente nessuno che non la desideri; e dove l'hanno conosciuta, per desiderarla così Dove l'han vista, per innamorarsene Eppure noi l'abbiamo, io non so come.
E altro è possederla ora, e ora esser felici, altro è vivere di speranza, felicemente Questo è un modo d'averla inferiore al primo, di chi è felice della cosa stessa, ma superiore a quello di chi non vive né la felicità vera né quella della speranza.
Agostino distingue tre condizioni: la felicità posseduta realmente, la felicità sperata e la condizione di chi non è felice né nella realtà né nella speranza. Anche la speranza, tuttavia, presuppone una qualche conoscenza del bene desiderato: nessuno potrebbe volere la felicità se non ne possedesse almeno una nozione.
Eppure anche questi non desidererebbero tanto la felicità se in qualche senso non l'avessero: e che la desiderino, non c'è alcun dubbio Dunque lo sanno, cos'è: una loro idea ce l'hanno È quest'idea che mi sto sforzando di capire se si trova nella memoria.
Perché se è lì, eravamo felici, una volta Io non mi chiedo ora se lo eravamo come individui, ciascuno per sé, o tutti nell'uomo che peccò per primo, in cui noi tutti siamo morti e da cui siamo nati, infelici: ma chiedo se è nella memoria, quella vita felice.
La felicità è nella memoria?
Perché non l'ameremmo, se non sapessimo cos'è Ne abbiamo udito il nome, e tutti confessiamo di tendere alla cosa: non la parola, è chiaro, ci è gradita.
Quella non piace al greco che la sente pronunciare in latino, perché non sa che cosa significa: ma a noi piace, e anche a lui, se la sente pronunciare in greco, perché non è né greca né latina la cosa stessa: una cosa che tutti si consumano dalla voglia di avere, greci e latini o qualunque sia quella che parlano fra le lingue della terra.
È cosa a tutti nota: e se in un solo colpo si potesse porla a tutti, la domanda se desiderano la felicità, risponderebbero senza alcun dubbio a una voce: sì Così non sarebbe, se non serbassero memoria della cosa che ha questo nome.
Il nome della felicità può essere pronunciato in lingue diverse, ma il desiderio non dipende dalla lingua. La parola cambia, mentre la realtà desiderata resta la stessa. La felicità è quindi riconosciuta interiormente, prima ancora di essere definita con precisione.
Le diverse forme della memoria
Ma se ne ha memoria al modo in cui si ricorda di Cartagine chi l'ha veduta No: la vita felice è invisibile agli occhi, perché non ha corpo; allora al modo in cui ci ricordiamo i numeri No: perché chi ne ha nozione non per questo si studia di goderne, mentre la nozione che abbiamo della felicità ci basta per amarla ma non ancora per essere felici, e però noi la vogliamo godere.
Allora è come la memoria che si ha dell'eloquenza No: perché è vero che all'udirne il nome anche quelli che ancora non sono eloquenti si ricordano della cosa, e molti di loro vorrebbero esserlo - il che dimostra che ne hanno nozione -: ma è mediante i loro sensi che costoro si sono accorti dell'eloquenza altrui e ne han provato piacere e il desiderio di possederla a loro volta.
Certo, non ne avrebbero provato piacere senza l'idea che nutrivano nell'intimo, né senza piacere ne avrebbero concepito il desiderio; ma la vita felice, non ci è dato sapere cosa sia negli altri, percepirla sensibilmente.
Agostino mette a confronto la memoria della felicità con il ricordo di una città, dei numeri e dell’eloquenza. Cartagine può essere ricordata da chi l’ha vista; i numeri possono essere posseduti come conoscenza senza essere desiderati; l’eloquenza può essere ammirata negli altri attraverso i sensi. La felicità, invece, non è un oggetto corporeo e non può essere conosciuta semplicemente osservando la felicità altrui.
La memoria della gioia
Allora è come la memoria che si ha della gioia Sì, forse Ricordo una gioia anche se sono triste, come anche nell'infelicità ricordo che cos'era vivere felicemente.
E neppure la gioia l'ho mai vista o udita, mai ne ho sentito il profumo o l'ho toccata: non ne ho esperienza per averla conosciuta coi sensi, ma perché l'ho vissuta nell'animo ogni volta che mi sono rallegrato.
E la nozione che ne ho si è ogni volta consolidata nella memoria, per consentirmi di rievocarla ora con un moto di disprezzo e ora di rimpianto, a seconda dei motivi per cui ricordo di aver gioito.
Perché mi è accaduto di farmi sommergere dalla gioia per motivi vergognosi, cosa il cui ricordo mi fa fremere di sdegno e di riprovazione, ma a volte anche per cose buone e belle, che rievoco con nostalgia, se ora mi mancano: e triste, allora, è il ricordo della gioia di un tempo.
La memoria non conserva soltanto immagini di oggetti, ma anche esperienze interiori. Agostino può ricordare la gioia pur essendo triste, così come può ricordare la felicità pur trovandosi nell’infelicità. Tuttavia non ogni gioia è buona: esistono gioie vergognose, che il ricordo trasforma in disprezzo, e gioie legate a beni buoni e belli, che l’assenza rende oggetto di nostalgia.
Tutti vogliono essere felici
Ma dove e quando ho appreso che cos'era la felicità della mia vita, per averne il ricordo e provarne amore e desiderio E non soltanto io o poche altre persone, ma tutti vogliamo essere felici.
Se non ne avessimo ben precisa nozione, non ne avremmo una volontà tanto decisa Ma che significa questo Prova a chiedere a due persone se vogliono arruolarsi, e uno magari risponderà di sì, l'altro di no; ma chiedi se vogliono essere felici, e subito tutti e due diranno senza dubbio di sì, e anzi non hanno altro scopo che questo, d'esser felici, nel volersi o non volersi arruolare.
Chi si diletta di una cosa, chi di un'altra E così tutti si trovano d'accordo nel desiderio di felicità, così come lo sarebbero nel rispondere all'unisono, se interrogati, che desiderano godersi la vita.
È questo godimento che chiamano vita felice E anche se ciascuno ha il suo modo di godersela, uno solo è lo scopo che tutti si sforzano di conseguire, questo La gioia di vivere, nessuno può dire di non sapere cosa sia; e per questo la si ritrova nella memoria, e la si riconosce, al solo udire il nome della felicità.
Le persone possono divergere sulle scelte concrete, sulle professioni e sui modi di vivere, ma concordano nel desiderio di essere felici. La felicità è quindi il fine implicito delle azioni umane, anche quando gli individui scelgono strade opposte.
La felicità come gioia della verità
Non è certo, allora, che tutti vogliano essere felici: perché chi non cerca il suo piacere in te, che sei la sola vita felice, in realtà non vuole la felicità; o forse sì, tutti la vogliono, ma i desideri della carne sono opposti allo spirito, e quelli dello spirito alla carne, e così non fanno ciò che vogliono: per questo perdono forza fino ad accontentarsi di ciò che è in loro potere, perché dove non valgono non vogliono abbastanza per potere.
Già, io chiedo a ciascuno: preferisci godere del falso o del vero, e nessuno ha qualche dubbio nel pronunciarsi per il vero, non più di quanti ne abbia ad ammettere che desidera essere felice.
Perché è appunto il piacere del vero, la felicità Dunque è gioire di te, che sei la verità, luce e salvezza dei miei occhi, mio Dio Questa felicità tutti la vogliono, questa vita che è la sola felice, tutti vogliono godere del vero.
La ricerca della felicità si precisa come ricerca della verità. Gli uomini possono lasciarsi dominare dai desideri della carne e accontentarsi di beni inferiori, ma nessuno preferisce consapevolmente il falso al vero. La felicità autentica consiste nel godere della verità, cioè di Dio, che Agostino invoca come luce e salvezza.
Il rifiuto dell’inganno e la resistenza alla verità
Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno Dove hanno appreso allora che cosa sia vivere felicemente, se non dove hanno appreso anche che cos'è verità.
Perché l'amano, è chiaro, se non vogliono essere ingannati: amando la felicità, che non è se non il piacere della verità, debbono pure amare anche la verità Ma come potrebbero, se non ne avessero un'idea, nella memoria?
E allora perché non riescono a goderne Perché non sono felici Perché non si occupano troppo di altre cose: anche se non vi trovano alcuna felicità paragonabile a quella di cui conservano un ricordo così tenue Sì, c'è ancora un po' di luce fra gli uomini: presto, presto, si mettano in cammino, affinché il buio non li sorprenda.
Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno.
Eppure la verità genera odio, e chi l'annuncia in tuo nome si fa nemico agli uomini.
La contraddizione nasce dal fatto che l’uomo ama la verità in quanto desidera non essere ingannato, ma può rifiutarla quando essa smaschera le sue illusioni e le sue colpe. La verità è amata quando conferma ciò che si vuole; è odiata quando corregge e giudica.
Chi crede che ve ne sia un'altra cerca altre gioie, ma non quelle vere Ma è pur sempre un'immagine di gioia a orientare la sua volontà: a questa non volta le spalle.
Eppure la verità genera odio, e chi l'annuncia in tuo nome si fa nemico agli uomini.
Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in te.
Mi hai chiamato, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità. Hai mandato un baleno, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità. Hai effuso il tuo profumo; l'ho aspirato e ora anelo a te. Ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace.
La verità amata e la verità che corregge
Itinque propter eam rem oderunt veritatem, quam pro veritate amant Amant eam lucentem, oderunt eam redarguentem.
La verità è amata quando risplende e mostra ciò che l’uomo desidera; viene invece odiata quando lo corregge e rivela ciò che egli vorrebbe nascondere. L’uomo desidera non essere ingannato, ma talvolta desidera ingannare e conservare le proprie false sicurezze.
Perché non vogliono essere ingannati e vogliono ingannare, amano la verità quando si manifesta da sé e la odiano quando li manifesta a se stessi.
Così l’animo umano, cieco e malato, deforme e indecente, vuole nascondersi, ma non vuole che gli sia nascosta ogni cosa. Vorrebbe che la verità non lo smascherasse, pur continuando a desiderare una qualche forma di verità.
Dio è la gioia dei suoi servi
Via, lontano dal cuore del tuo servo che a te si confida, caccialo via il pensiero che basti a farmi felice il godimento di una gioia qualunque.
C'è una gioia che non è data agli atei, ma a coloro che di te si fanno un disinteressato culto: sei tu la loro gioia.
Ed è già questa la vita felice, la gioia che si cerca in te e deriva da te e per te si prova: questa e non altra.
Agostino rifiuta l’idea che qualsiasi gioia possa rendere felici. Esiste una gioia autentica, che non coincide con il piacere casuale, con il successo o con il possesso di beni. La vita felice è la gioia cercata in Dio, ricevuta da Dio e vissuta per Dio.
La felicità non si definisce soltanto come uno stato psicologico, ma come una relazione con il suo fondamento. La gioia è vera quando il suo oggetto è vero e quando l’anima riconosce che ogni bene deriva da Dio.
La ricerca di Dio oltre le cose create
Ciò di cui in coscienza io non dubito, Signore, è che amo te. La tua parola mi ha colpito in cuore, e io ti ho amato.
Ma anche il cielo e la terra e tutto quello che contengono mi dicono di amarti, e non cessano di dirlo a ogni uomo, perché non ci sia scusa per nessuno.
Ma cosa amo, amando te? Non la grazia di un corpo, non il fascino del mondo, non la candida luce amica di questi occhi, non la carezza melodiosa dei canti, non il profumo dei fiori o di balsami e aromi, non la manna e il miele degli abbracci e dei desideri carnali.
Non è questo che amo, quando amo il mio Dio.
Agostino non nega la bellezza del mondo sensibile, ma nega che essa sia Dio. Le creature possono orientare l’anima verso il Creatore, ma non devono diventare il termine ultimo dell’amore. La ricerca deve oltrepassare la bellezza visibile per risalire alla fonte invisibile di ogni bellezza.
La luce, la voce, il profumo, il cibo e l’abbraccio dell’uomo interiore
Eppure amo una sorta di luce, una sorta di voce e di profumo e di cibo e una sorta di abbraccio, quando amo il mio Dio: luce, voce, profumo, cibo e abbraccio dell'uomo interiore, dove ogni cosa splende e risuona e profuma per l'anima, e da lei sola si fa assaporare e stringere.
Dove c'è luce non diffusa nello spazio e musica non rapita dal tempo e profumo che il vento non disperde e sapore che la nausea non scema - e un abbraccio che la sazietà non scioglie.
Questo è quello che amo, quando amo il mio Dio.
Le immagini sensibili vengono trasformate in immagini spirituali. La luce indica una conoscenza che non occupa uno spazio materiale; la voce è una verità che non viene consumata dal tempo; il profumo non si disperde; il cibo non produce sazietà; l’abbraccio non si spezza. Queste immagini descrivono una comunione interiore con Dio che supera i limiti delle esperienze sensibili.
Il creato risponde: «Non siamo noi il tuo Dio»
E che significa questo? L'ho chiesto alla terra e mi ha detto: "Non sono io": e tutte le cose che essa contiene hanno fatto la stessa confessione.
L'ho chiesto al mare e ai suoi abissi e ai rettili dall'anima viva e mi hanno risposto: "Non siamo noi il tuo Dio - cerca sopra di noi".
L'ho chiesto al sussurro dei venti e l'intero mondo dell'aria con i suoi abitanti mi ha risposto: "Sbaglia Anassimene: non sono Dio".
L'ho chiesto al cielo, al sole, alla luna e alle stelle: "Neppure noi siamo il Dio che tu cerchi".
Agostino interroga simbolicamente l’intero universo. La terra, il mare, l’aria, il cielo e gli astri non sono Dio, ma rimandano a Dio. La loro risposta non è una parola pronunciata, bensì la loro stessa esistenza: sono realtà create e, proprio per questo, testimoniano l’esistenza del Creatore.
E ho detto a tutte le cose del mondo circostante le porte della mia carne: "Parlatemi del Dio che voi non siete, parlatemi di lui". E a gran voce hanno gridato: "È lui che ci ha fatte".
Le interrogavo con la mia tensione; e la loro risposta era l'idea in cui ciascuna si offriva al mio sguardo.
Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza.
Il creato è quindi una forma di confessione: ogni cosa proclama di non essere Dio e, nello stesso tempo, di essere stata fatta da Dio. La bellezza delle creature è una risposta alla domanda dell’anima, ma soltanto chi sa interrogare comprende il significato della risposta.
Dal corpo all’anima
E poi mi sono rivolto a me stesso e mi sono chiesto: "Tu chi sei?" - "Un uomo".
Ecco qui: corpo e anima, l'uno esterno l'altra interiore.
Quale fra queste due cose è quella con cui avrei dovuto cercare il mio Dio, che già avevo cercato col corpo dalla terra al cielo, fin dove arrivavano i messaggeri dei miei occhi?
L'interiore è migliore.
La ricerca di Dio passa dal mondo esterno all’interiorità. I sensi raccolgono le immagini e i messaggi delle cose, ma è l’uomo interiore a giudicarli e a riconoscerne il significato. L’anima è più preziosa del corpo perché vivifica il corpo, mentre il corpo non può dare vita a un altro corpo.
A questo infatti, al suo superiore giudizio, tutti i messaggeri del corpo riferivano le risposte del cielo e della terra e di tutte le cose che vi sono contenute: "Non siamo Dio", "È lui che ci ha fatte."
L'uomo interiore viene a conoscenza di questo servendosi dell'uomo esteriore: io, l'io interiore, io la mente lo so mediante il mio corpo sensibile.
Tu sei già meglio - dico a te, anima - perché sei tu che fai fiorire il corpo, prestandogli la vita che nessun corpo presta a un altro corpo.
Ma il tuo Dio è per te la vita della tua stessa vita.
Perché il creato parla diversamente agli uomini?
Non appare a chiunque abbia conservato la pienezza delle sue facoltà sensoriali, questa bellezza delle idee? Perché non a tutti parla allo stesso modo?
Gli animali, piccoli e grandi, la vedono, ma non la sanno interrogare. Non c'è in loro ragione che presieda nel ruolo di giudice ai messaggi dei sensi.
Gli uomini invece hanno facoltà di interrogare, per vedere e capire le invisibili cose divine attraverso quelle create, ma per amore se ne lasciano soggiogare, e dei succubi non possono fare i giudici.
Il problema non è che la realtà non parli, ma che non tutti sappiano ascoltarla. Gli animali percepiscono il mondo, ma non possono interrogarlo razionalmente. Gli uomini possiedono invece la capacità di risalire dalle cose visibili alle realtà invisibili; tuttavia possono diventare schiavi delle creature che dovrebbero giudicare.
E tutte queste cose d'altra parte non rispondono che alle domande di chi sa giudicare: e la loro voce - cioè la loro bellezza - non muta a seconda che uno si limiti a vederla, oppure la interroghi con lo sguardo, in modo da apparire diversa a ciascuno dei due, ma pur avendo per entrambi lo stesso aspetto, per uno è muta dove all'altro parla.
Anzi per la verità parla a tutti, ma a intenderla sono soltanto quelli che accolgono la voce dall'esterno per confrontarla nell'intimo con la verità.
La bellezza del mondo è la stessa per tutti, ma il suo significato cambia in base alla disposizione interiore di chi la contempla. Per alcuni resta muta; per altri diventa un segno, perché viene confrontata con la verità presente nell’interiorità.
Il limite della materia
Perché la verità mi dice: "Non è la terra e il cielo il tuo Dio, non è alcuno dei corpi". Lo dice la loro natura.
Tutti lo vedono: è massa, dove una parte è minore del tutto.
Mi dice la verità: "Il tuo Dio non è la terra, né il cielo, né alcun altro corpo"; l'afferma la loro natura, lo si vede, essendo ogni massa minore nelle sue parti che nel tutto.
La materia è caratterizzata dalla divisibilità, dall’estensione e dalla composizione delle parti. Dio, invece, non è una massa e non può essere identificato con alcun corpo. Il creato è limitato e dipendente; Dio è la sorgente della vita e dell’essere.
Oltre la forza vitale e la sensibilità
Che cosa amo dunque amando il mio Dio? Chi è questo che si leva in cima all'anima, al di sopra di lei?
Proprio attraverso quest'anima salirò a lui. Passerò oltre la potenza che mi tiene avvinto al corpo e fa che io ne riempia di vita la compagine.
Non è in questa potenza che trovo il mio Dio: se no ce lo troverebbero anche il cavallo e il mulo, che non hanno ragione, ma hanno questa stessa potenza a far vitali anche i loro corpi.
Agostino distingue la forza vitale dalla conoscenza spirituale. La capacità di mantenere in vita il corpo non può essere Dio, perché la condividono anche gli animali. La ricerca deve superare non soltanto la materia, ma anche la semplice vita biologica.
C'è un'altra potenza, la quale mi fa capace di infondere non solo vitalità, ma sensibilità a questa carne che Dio m'ha fabbricato, comandando all'occhio di non udire e all'orecchio di non vedere, ma all'uno di farmi vedere e all'altro di farmi udire, e assegnando a ciascuno dei sensi le sue proprie caratteristiche in base alla sua sede e alla sua funzione.
Diverse azioni che io, l'unica mente, compio per loro mezzo.
Oltrepasserò anche questa forza, che pure condivido col cavallo e col mulo: anche a loro il corpo procura sensazioni.
L’anima coordina i sensi e compie attraverso di essi azioni diverse, ma anche la sensibilità non è ancora il vertice della ricerca. L’uomo deve oltrepassare la vita, la percezione e le immagini corporee, per giungere alla mente e, attraverso la mente, a Dio.
La memoria come luogo della ricerca
La riflessione sulla felicità conduce Agostino alla memoria. Se tutti desiderano la felicità, e se nessuno potrebbe desiderare ciò di cui non ha almeno una qualche conoscenza, allora la memoria conserva una traccia del bene desiderato.
La memoria non è però soltanto un deposito di immagini del passato. Essa custodisce le esperienze dell’anima, le gioie vissute, le verità riconosciute, i desideri e le attese. La felicità può essere ricordata anche quando non è presente, perché l’anima ne conserva una conoscenza interiore.
L’itinerario di Agostino passa quindi attraverso diversi livelli:
- il mondo sensibile, che mostra la propria dipendenza e rimanda al Creatore;
- il corpo, che riceve e trasmette le impressioni;
- l’anima, che giudica ciò che i sensi comunicano;
- la memoria, che conserva le esperienze e la nozione del bene;
- la mente interiore, che confronta le immagini con la verità;
- Dio, che è la vita della vita dell’anima e la fonte della felicità.
La memoria permette di riconoscere ciò che si ama, ma non coincide ancora con il possesso pieno di ciò che si desidera. Agostino conosce la felicità abbastanza da amarla, ma non la possiede ancora nella forma definitiva. Per questo il ricordo diventa desiderio e il desiderio diventa preghiera.
«Tardi ti ho amato»: il senso della confessione
Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo.
Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in te.
La frase «Tardi ti ho amato» riassume il dramma della ricerca agostiniana. Dio era già presente nell’interiorità di Agostino, ma Agostino cercava fuori di sé, rivolgendosi alle creature e alle loro bellezze. Il problema non era l’assenza di Dio, ma la lontananza dell’uomo da Dio.
La creatura diventa un ostacolo quando viene amata come fine ultimo; diventa invece un segno quando conduce al Creatore. Agostino riconosce di essersi disperso nelle forme belle del mondo, dimenticando la bellezza originaria da cui ogni forma deriva.
Il risveglio dell’anima
Mi hai chiamato, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità.
Hai mandato un baleno, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità.
Hai effuso il tuo profumo; l'ho aspirato e ora anelo a te.
Ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace.
Il linguaggio di Agostino attraversa tutti i sensi: udito, vista, olfatto, gusto e tatto. Dio chiama, illumina, profuma, nutre e tocca. Queste immagini non descrivono un’esperienza materiale, ma il risveglio dell’interiorità alla presenza divina.
La sordità indica l’incapacità di ascoltare la verità; la cecità indica l’incapacità di riconoscere la luce; la fame e la sete indicano un desiderio che non viene eliminato, ma intensificato dall’incontro con Dio; il desiderio della pace indica il compimento verso cui tende l’anima.
Il significato filosofico e spirituale dei capitoli 20-43
Nei capitoli 20-43 del Libro X, Agostino presenta una vera fenomenologia del desiderio umano. Ogni persona cerca la felicità, ma non sempre riconosce il bene capace di renderla felice. Gli uomini possono accontentarsi di beni inferiori, pur conservando nella memoria una traccia della felicità autentica.
La felicità è identificata con la gioia della verità. Poiché Dio è la verità, la felicità consiste nel godere di Dio. La ricerca non procede però attraverso il semplice accumulo di esperienze esteriori: il creato rimanda al Creatore, i sensi trasmettono immagini, l’anima giudica e la memoria conserva.
Il cammino verso Dio richiede quindi una conversione dello sguardo. L’uomo deve passare dalle creature al Creatore, dal corpo all’anima, dalla sensibilità alla mente, dalla dispersione esteriore all’interiorità. Dio non è una cosa tra le cose, ma la vita stessa della vita dell’anima.
Il Libro X è anche una riflessione sulla confessione. Confessare non significa semplicemente raccontare il passato, ma riconoscere davanti a Dio la verità dell’uomo presente: la sua debolezza, il suo desiderio, la sua memoria, la sua incapacità di giudicarsi pienamente e la sua speranza nella grazia.
Un libro di estrema potenza stilistica, ricco di una raffinata retorica posta al servizio della più pura autenticità di mente e di cuore.
Rievocazione pungente del passato e meditazione sul mistero della vita e dell’uomo, le Confessioni - un caposaldo nella storia del pensiero, non solo religioso - riflettono tutti i grandi temi della filosofia agostiniana: la natura di Dio, l’esistenza del male, il libero arbitrio, il ruolo della Grazia, il concetto di tempo.

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