Edda: da Ritmo Tribale a Illusion, il percorso visionario di Stefano Rampoldi

Stefano “Edda” Rampoldi, classe 1963, si mette a nudo e si schernisce - spesso fa entrambe le cose nello stesso preciso istante, innescando un cortocircuito elettrico di malessere e ardimentosa allegria. Dai Ritmo Tribale, prestando contributo all’invenzione del rock in italiano, alla devastazione dell’eroina, sino alla rivelazione di una carriera in proprio che è appena giunta alla tappa del sesto, bellissimo album di studio.

L’album in questione si intitola Illusion, ma per la prima volta Edda appare in copertina, vero, lì davanti a noi. Come appare in carne, ossa e spirito durante la nostra video-chiacchierata. Sono contento, il disco mi sembra bello e dimostra un passo avanti rispetto al musicista e al cantante che ero, a partire dai Ritmo Tribale ma anche in confronto agli altri miei lavori da solista.

Stefano Edda Rampoldi ritratto musicale

Dai Ritmo Tribale alla carriera solista

Stefano Rampoldi, in arte Edda, è un personaggio particolare. Non solo per quello che scrive, ricco di empatia e semplicità come pochi. Non solo perché è stato il cantante di una band di culto come i Ritmo Tribale.

Assolutamente unico nel panorama musicale italiano, Stefano “Edda” Rampoldi, ex cantante dei grandi Ritmo Tribale, ritorna con un nuovo album: “Odio i Vivi”, secondo disco in uscita per l’etichetta Niegazowana (distr. Venus). Edda, dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale, è riapparso, nel 2009 con il progetto solista “Semper Biot”, un album oltre le mode e gli stili, scritto a quattro mani con l’autore e musicista Walter Somà.

Il tarantolato cantante dai capelli lunghissimi degli anni ‘90 non esiste più, dopo 12 anni di assenza segnati da una crisi personale, dalla droga e dalla comunità di recupero, nel 2009 ha ritrovato la musica, sua compagna di vita. E’ l’anno dell’esordio in solitaria Semper Biot, poi sono arrivati i capitoli successivi della sua nuova storia artistica: con Odio i vivi e Stavolta come mi ammazzerai? il nuovo Edda ha conquistato pubblico e critica, restando unico nel suo genere.

Edda è la riprova che se non si può rifuggire il talento, perché altrimenti questo mette la freccia, ti sorpassa e ti taglia la strada. Come è successo a lui, che nel 1996 abbandonò la musica iniziando un percorso interiore duro e reale, come i lavori che ha fatto. La musica ha messo la freccia dopo 20 anni e ce lo ha riconsegnato.

Una discografia costruita sulla trasformazione

Nel 2010, esce “In Orbita”, EP registrato da una live session a Radio Capodistria, nel programma In Orbita di Ricky Russo ed Elisa Russo. Da gennaio 2011 nascono altri pezzi, che lentamente vanno a formare “Odio i Vivi”, titolo che forse racchiude un senso d’amore per la vita.

“Odio i vivi, ho i miei motivi, ma me li tengo per me” canta Edda. Edda è poeta visionario e reale. Spirituale e naif, ma altrettanto terreno e carnale, mette a nudo la sua anima con linguaggio crudo e diretto, spesso impenetrabile se non fuorviante.

Si esprime con frasi a metà, spesso lasciate cadere senza alcun significato apparente, in una sorta di rabdomanzia semantica. Immagini subliminali che puntano dritte all’inconscio e allo stomaco.

Alla produzione artistica di Taketo Gohara si devono invece le raffinate sonorità date dalla mescolanza di tradizione e innovazione con l’uso di strumenti elettrici e acustici, moderni e classici. Il tutto impreziosito dagli arrangiamenti orchestrali di Stefano Nanni.

La registrazione di Odio i Vivi è avvenuta in maniera “itinerante”, snodandosi tra il Noise Factory, dove è stato registrato da Taketo Gohara e Stefania Bonomini, il Perpetuum Mobile Studio, ma anche a casa di Otto, nel garage di Josè, nello studio di Cesare, nella stanza di Francesco, da Daniele Barbato presso Funtana Buddìa Recording studio.

Graziosa Utopia: il desiderio di stare bene

Graziosa Utopia, uscito il 24 febbraio per Woodworm Label è il quarto disco da solista di Edda, un lavoro forte e disperato, denso di suggestioni, spiritualità, provocazioni e amore incondizionato.

Anche se l’artista dialoga con i suoi demoni con insospettabile leggerezza, dispensando immagini e sensazioni di rara forza e indiscutibile serenità, con suoni curati e melodie rotonde, in netto contrasto con i temi del disco: la paura di abbandonarsi, l’esposizione del proprio lato femminile, l’eroina, la vita, la trascendenza, le piccole contraddizioni della vita metropolitana, questa volta descritte attraverso una consapevolezza stilistica che solo un artista con una sensibilità così estrema può raggiungere.

“Oggi ci voleva un po’ di ottimismo - ha dichiarato l’artista - alla fine la più grande rivoluzione che un uomo può fare è quella di cambiare se stesso in meglio ed è anche la più difficile da realizzare, al punto di divenire quasi una graziosa utopia”. In sintesi, Graziosa Utopia racconta un sogno condiviso, quello di provare a stare bene, nonostante tutto.

Il disco è prodotto e suonato da Luca Bossi e Fabio Capalbo e vede la partecipazione di ammiratori di Edda, come Federico Dragogna dei Ministri e Giovanni Truppi.

“Graziosa utopia” è melodicamente molto più morbido, è vero. Sul cambio di direzione invece non c’è niente di programmato. Del resto per scrivere un pezzo normalmente inizio pensando alla musica e successivamente, in maniera automatica, si apre una “finestra” mentale dove le parole entrano da sole, senza alcun filtro né preconcetto.

Niente scrittura a tavolino, mai, solo spontaneità. Sì, sono legato alla musica leggera nella misura in cui la mia formazione è stata, dal 1963 al 1977, l’ascolto di canzoni in radio e in tv, con “Hit Parade”, con chiara impronta pop.

Non ho un artista di riferimento, bensì un mondo di riferimento, che mi è stato molto utile per giocare bene con la cosiddetta “forma canzone”.

Noio; Volevam Suonar e l’incontro con Gianni Maroccolo

Entrambi i dischi sono nati durante il lungo periodo pandemico. Noio; Volevam Suonar era stato un disco altrettanto coraggioso, realizzato durante il lockdown, quando eravamo tutti chiusi in casa…

Lì qualcosa dentro di noi si è rotto. Io e Gianni ci siamo trovati in sintonia anche su questioni di ordine sociale, condividendo per principio un’attitudine di rivolta.

A proposito della collaborazione con Gianni Maroccolo, responsabile appunto della produzione artistica e con cui peraltro nel 2020 avevi co-firmato il disco Noio; Volevam Suonar, hai parlato addirittura di un incontro karmico…

Gianni ha creato il sound del disco partendo proprio dalla mia chitarra, sapendo anche che sono uno dei chitarristi più scarsi in circolazione. Lui però probabilmente intravedeva un mondo sonoro in questa chitarra che ha poi - com’è ovvio che sia - prodotto, quindi l’ha editata, tagliata, storpiata…

Il risultato mi appartiene molto perché, anche se dietro c’è un processo di rimescolamento, scaturisce da una cosa che ho fatto io. Gli arrangiamenti elaborati da Gianni sono stupendi, anzi perfetti.

Il disco è come un maglione: io ho portato la lana e lui l’ha cucito.

Illusion: la voce, la pandemia e una nuova dimensione sonora

Adesso che lo devo anche cantare, tutti i giorni, pensa se il disco non mi piacesse che rottura di coglioni allucinante sarebbe… Ci sono alcuni brani che mi piace molto cantare.

La voce è pazzesca su questo disco. Scusami se lo dico. Mi trovavo in uno sato d’animo particolare.

Stavo attraversando la seconda parte della pandemia, quando ci avevano lasciato andare ma eravamo costretti a uscire con le auto-certificazioni. Guardate, sto uscendo, sto andando a prenderlo in culo…

Ci hanno fatto soffrire tantissimo. Eravamo ancora tutti belli fuori di testa, quindi la realizzazione di Illusion è stata subito una corsa in salita.

Forse, mentre cantavo, ero veramente in trance. Ero sotto shock per tante questioni, esterne al disco, interne al disco. Anche perché registrare non è una scampagnata, bensì un lavoro da portare a termine al meglio.

Devo ringraziare anche i tecnici del suono, Vladimir Jagodic e Lorenzo “moka” Tommasini.

La tua voce, la tua persona, tiene incollato tutto in un discorso unico, ma i tuoi album sono abbastanza diversi l’uno dall’altro: c’è quello intimista e quello più orchestrale, quello punk, quello pop e quello synthpop… Questo possiamo definirlo trascendente?

Per quanto riguarda la chitarra, Illusion è stato suonato da me: una scelta produttiva di Gianni Maroccolo.

Il significato del titolo e l’illusione della realtà

Il titolo Illusion, al di là dell’assonanza con la hit degli Imagination, si riferisce a Maya, termine sanscrito che rimanda allo strato superfluo che ricopre la vera essenza delle cose…

Viviamo davvero nell’illusione. La chiamano realtà. In realtà, non c’è né passato né futuro, né presente.

Quando ci addormentiamo, non ci ricordiamo neanche più di essere Stefano o Elena. Lo chiamano sonno, ma in quel momento avviene un distacco dalla coscienza e si diventa altro, si va altrove.

La mattina successiva si ritorna nel proprio corpo, ma chi l’ha detto che non si tratta di un sogno a occhi aperti? Anche perché la notte fai un altro tipo di sogno, a occhi chiusi.

Nel disco, tra “Alibaba” e “Mirai”, si avverte una specie di collisione tra differenti riferimenti temporali: come ti poni tra passato, presente e futuro?

Spiritualità, crisi personale e ricerca di una direzione

Nel corso della mia vita ho fatto tanta fatica, come bambino, come giovane, come uomo, come figlio, come cittadino. Avanti nel percorso, nel mezzo del cammin, iniziai a farmi le pere, sono crollato e poi, vabbè, mi sono risollevato.

Adesso ho quasi sessant’anni e dovrò affrontare la vecchiaia, ma a questo punto non me ne frega un cazzo, vada come vada. Quello che dovevo fare l’ho fatto, OK, però sto aspettando la prossima puntata quindi sono molto sensibile.

Mi rendo conto che l’Italia, o per meglio dire il mondo, non può che sperare che una persona come me non venga mai alla luce. Io non mi riconosco in questo mondo.

Ho constatato, insomma, questa mia difficoltà nel vivere in questo mondo. È difficile per tutti perché tutti, chi più chi meno, siamo in difficoltà.

Anche se magari non si capisce, nei testi di Illusion c’è tutto questo substrato. È come vivere in prigione, ma è inutile lamentarsi che la prigione è brutta perché la prigione deve essere brutta.

La prigione non può diventare un parco di divertimenti: rimarrà sempre la prigione. Però si può uscirne. Si spera.

Io ho fatto una scelta. Io voglio credere ai pazzi del Movimento Hare Krishna, che ho scoperto a vent’anni grazie a Paolo Tofani.

Mi trovo in grande difficoltà come uomo: non mi sono ancorato a questa società, non ho costruito niente. Adesso non ce la faccio più, non ce la faccio a essere fascista, comunista, ricchione, uomo…

Non riesco a identificarmi in niente, neanche a livello sessuale. Dopo tutto quello che mi è successo - amori, sofferenze, tradimenti, la vita in famiglia, la mamma che muore, il papà che invecchia e al quale ora devo fare in pratica da badante… - sono pieno.

Anche se non è facile, per fortuna riesco a fare l’Hare Krishna e, in questa maniera, riesco a vivere, forse. Mi alzo alle tre del mattino per fare i miei esercizi spirituali e cantare le mie preghiere.

Se tutto andrà male, una direzione ce l’ho. Posso allenarmi per la prossima vita.

Nella prossima vita voglio nascere suora o gobbo di Notre Dame, per esempio, ma non voglio nascere intelligente, bello e ricco. Suonare ed essere contento nel farlo, intanto, va benissimo.

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Famiglia, istituzioni e provocazione nei testi

Nello struggente singolo “Lia” omaggi le madri al di là della gabbia sociale della maternità, mentre in “Alibaba” canti Uhh l’oroscopo consiglia uccidere la famiglia, collegandosi alle varie frasi contro l’ipocrisia delle istituzioni familiari già al centro di Stavolta Come Mi Ammazzerai? Tutto torna e ritorna?

Sì, si tratta di uccidere la famiglia come istituzione. I figli bisogna farli soltanto se si è in grado di educarli e, quando parlo di educazione, non parlo di istruzione né tantomeno di insegnamento religioso ma parlo di spiritualità.

Se non sei capace, ed è ovvio che non lo puoi essere perché non ti hanno educato a tua volta, lascia perdere. Eventualmente, sposati e rovina quantomeno una persona sola.

La famiglia è il mattone fondante della società ma, non c’è niente da fare, è anche l’anello più debole.

Io non guardo più la televisione, anche perché ho scoperto TikTok, ma seguo “Chi l’ha visto?” da circa quarant’anni: basta guardare quel programma per avere la conferma che la famiglia, sì, potrà anche aiutare, ma è il contesto più pericoloso in assoluto per l’essere umano.

Il linguaggio oltre il maschile e il femminile

La declinazione del linguaggio al di là del genere maschile e femminile dei tuoi testi, in cui chiunque può infatti proiettarsi, deriva da questo rigetto di una identificazione monosemantica che si trasforma in universalità?

In precedenza parlavo di me al femminile, ma in qualche testo di Illusion uso sia il femminile sia il maschile. Io sono maschio, fingo di essere omosessuale.

Penso al personaggio Arjuna, che compare nel poema epico Mahābhārata, terzo di cinque fratelli, e che per un certo periodo di tempo visse come se fosse una donna.

Anche questa è un’illusione: o sei l’uno o sei l’altro, o sei tutti e due, o sei qualcosa che trascende questa dimensione. Ormai io sono per l’ascesa.

Il metodo creativo di Edda

Come viene fuori un’(a)tipica canzone di Edda? Le canzoni, come le idee, ci sono già.

Le ho già scritte o le ha già scritte qualcun altro e arrivano, mi arrivano. Sono lì, tutto quello che c’è è già scritto.

Le scoperte, persino nel campo scientifico, derivano sempre da sbagli: cerchi una cosa e ne trovi un’altra che c’è già.

Come quando ti arriva un sms: qualcuno te lo manda e rispondi grazie. Ma allora perché a me mandano sempre delle cagate e agli Aerosmith dei pezzi che funzionano?

Del resto per scrivere un pezzo normalmente inizio pensando alla musica e successivamente, in maniera automatica, si apre una “finestra” mentale dove le parole entrano da sole, senza alcun filtro né preconcetto.

Edda è poeta visionario e reale. Spirituale e naif, ma altrettanto terreno e carnale, mette a nudo la sua anima con linguaggio crudo e diretto, spesso impenetrabile se non fuorviante.

Un artista fuori dalle definizioni

Alcuni mesi fa feci una lunga chiacchierata con Bobo Rondelli, che ribadì spesso e con decisione che l’essere artista, o il creare, deve necessariamente passare dal dolore. Che il cantautore deve in qualche modo essere un po’ “maledetto”. Che ne pensi?

Beh, un grande classico. Partiamo dal presupposto che è problematico definirsi artista, figuriamoci definirsi maledetto.

Direi che non è corretta questa definizione: ci sono molti modi e forme per esprimere qualcosa e codificare non è esatto. Nella vita ci son poche ricette, figuriamoci quella sul come essere musicisti.

Ti associo a personaggi come Lindo Ferretti, Federico Fiumani e Manuel Agnelli (di cui hai anche tantissimo in comune). Sono persone “libere” che hanno fatto delle scelte, spesso molto coraggiose.

Grazie mille delle associazioni, davvero! Mi troverei istintivamente vicino a Federico Fiumani. Una persona che va per la sua strada, che si sente libero per attitudine.

Il lavoro di Edda nei Ritmo Tribale è qualcosa di spettacolare. Ha cambiato la scena musicale italiana e di conseguenza anche parte dei costumi.

Il carisma da marcione di uno come Edda sul palco è indiscutibile.

Edda dal vivo e il rapporto con il pubblico

Come è cambiato il pubblico nei concerti degli anni 90 ad oggi? Ma guarda Riccardo, son sincero: io vado sul palco, chiudo gli occhi e canto.

Non saprei proprio risponderti, perché non mi rendo conto o forse non voglio rendermi conto di quello che succede.

Per i Ritmo Tribale ha realizzato cinque dischi e centinaia di concerti, diventando una delle personalità più interessanti e mature del cantautorato italiano.

A Firenze, l’11 maggio 2017 potremo ascoltarlo: intanto lo incontriamo.

“I concerti del venerdì” dell’Eremo Club di Molfetta proseguono il 19 maggio con Stefano Edda Rampoldi.

Ex frontman dei Ritmo Tribale, band seminale nel panorama del rock alternativo italiano, con cui ha realizzato cinque dischi e centinaia di concerti, oggi una delle personalità più interessanti e mature del cantautorato italiano.

Edda, l’Italia e la libertà personale

Cosa pensi dell’Italia? Sicuramente è un posto migliore tipo dell’Algeria (ride).

Scherzi a parte, se dovessi rinascere vorrei essere italiano ma non in Italia. La situazione nel nostro paese è generalmente deprimente da molti punti di vista, considerando anche le nostre potenzialità.

Viaggi. Dove vorresti vivere per un mese? Una volta ti avrei detto Londra: dopo la Brexit ti dico invece Glasgow, in Scozia. Non è Inghilterra.

Ti offrissero di scrivere per qualcuno, magari uscito da un talent, lo faresti? E nel caso con chi vorresti lavorare? Non conosco quel mondo, sarebbe un dramma e lo eviterei volentieri.

L’unico con cui vorrei collaborare è il progetto POP X, assolutamente il numero uno in Italia adesso. Geniale.

Le tappe principali della carriera

PeriodoTappa artistica
1996Abbandono della musica e inizio di un percorso interiore
2009Ritorno alla musica con il progetto solista Semper Biot
2010Pubblicazione dell’EP In Orbita
2011Nascita dei brani che confluiscono in Odio i Vivi
2020Collaborazione con Gianni Maroccolo per Noio; Volevam Suonar
2022Pubblicazione di Illusion

Oggi ci voleva un po’ di ottimismo - ha dichiarato l’artista - alla fine la più grande rivoluzione che un uomo può fare è quella di cambiare se stesso in meglio ed è anche la più difficile da realizzare, al punto di divenire quasi una graziosa utopia.

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