Il cardinale Parolin, L’Osservatore Romano e l’ONU: il richiamo della Santa Sede al diritto internazionale

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha espresso forte preoccupazione per il venir meno del diritto internazionale e del diritto umanitario, richiamando la necessità di fermare le guerre attraverso la diplomazia, il dialogo e il negoziato.

Nel parlare della guerra a Gaza, del conflitto in Medio Oriente e del ruolo delle Nazioni Unite, Parolin ha condannato sia l’attacco di Hamas contro Israele sia le conseguenze della guerra sulla popolazione palestinese, sostenendo che la legittima difesa deve sempre rispettare il principio di proporzionalità e la tutela dei civili.

La preoccupazione di Parolin per la violazione del diritto internazionale

«Siamo molto preoccupati dalla violazione sistematica del diritto internazionale». Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha espresso a nome della Santa Sede l’apprensione per la «ripresa» o la «continuazione» di tanti combattimenti nel mondo, a partire da quelli nella Striscia di Gaza. Già Papa Francesco, nel testo preparato per l’Angelus domenicale, se n’era detto «addolorato» e aveva chiesto di far tacere «subito» le armi.

Alle parole del Pontefice era seguita una replica dell’ambasciata di Israele presso la Santa Sede attraverso un post sull’account X, in cui si affermava come l’azione dell’esercito israeliano fosse nel rispetto del diritto internazionale. Sollecitato dai giornalisti, Parolin - a margine di un evento a Roma - ha sottolineato che quello del Papa «è un richiamo a smettere, a trovare vie di dialogo e di pace».

«Recentemente - ha riferito il porporato - abbiamo parlato con la Croce Rossa e anche loro sono molto, molto, molto in difficoltà. I bombardamenti sui civili, l’uccisione di operatori umanitari, sono tutte azioni che vanno esattamente contro il diritto umanitario e oggi non c’è rispetto del diritto umanitario. È uno dei grandi limiti di questa stagione: non c’è più rispetto del diritto umanitario».

Gaza e la tutela della popolazione civile

Sul terreno a Gaza d’altro canto è guerra. Secondo i media palestinesi, almeno 23 persone sono state uccise e altre ferite dagli ultimi bombardamenti israeliani a Khan Younis, nel campo profughi di Al Bureij, nella città di Gaza, ad Al Zawayda e a Deir al Balah.

Solo nella prima località del sud della Striscia, riportano fonti mediche, a perdere la vita è stata una famiglia di cinque persone, i genitori e i loro tre figli. Proprio a causa dell’intensificarsi delle operazioni militari, l’Onu ha annunciato la riduzione delle proprie attività nella Striscia di Gaza, dopo che un carro armato israeliano ha sparato contro uno dei suoi complessi la scorsa settimana, uccidendo un membro dello staff e ferendone altri cinque.

Un portavoce delle Nazioni Unite ha inoltre denunciato come quattro ambulanze della Mezzaluna Rossa siano state «ripetutamente» colpite e come dei dieci operatori a bordo non si abbiano più notizie. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha fatto sapere che anche il proprio ufficio a Rafah è stato danneggiato da un’esplosione.

L’esercito israeliano ha poi dichiarato di aver aperto il fuoco su un edificio «dopo aver identificato» dei sospettati, senza sapere che la struttura fosse dell’organizzazione umanitaria.

Distruzione a Gaza e aiuti umanitari

La condanna dell’attacco del 7 ottobre e della guerra

È stato «disumano» l’attacco «terroristico compiuto da Hamas e da altre milizie contro migliaia di israeliani». E sono «disumane» le conseguenze della «guerra che ne è scaturita» a Gaza.

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, si affida allo stesso aggettivo per descrivere la «brutale violenza» del 7 ottobre di due anni fa e il conflitto «devastante» nella Striscia di Gaza che «ha mietuto decine di migliaia di morti»: oltre 67mila, secondo le autorità palestinesi.

Lo fa in una lunga intervista ai media vaticani che viene pubblicata su L’Osservatore Romano ed è firmata da Andrea Tornielli e Roberto Paglialonga. Una conversazione che prende spunto dal secondo anniversario del «massacro indegno», come lo definisce il porporato, contro Israele di fronte al quale «la Santa Sede ha espresso immediatamente la sua totale e ferma condanna, chiedendo subito la liberazione degli ostaggi e manifestando vicinanza alle famiglie colpite».

Un attacco che, però, scatenato la rappresaglia di Tel Aviv diventata con il passare dei mesi «una carneficina», osserva Parolin. E denuncia: «È inaccettabile e ingiustificabile ridurre le persone umane a mere “vittime collaterali”».

Come vengono chiamate nei dispacci militari. «Persone uccise - afferma il cardinale - mentre cercavano di raggiungere un tozzo di pane, persone rimaste sepolte sotto le macerie delle loro case, persone bombardate negli ospedali, nelle tendopoli, sfollati costretti a spostarsi da una parte all’altra di quel territorio angusto e sovrappopolato».

Legittima difesa, proporzionalità e diritto umanitario

Secondo il segretario di Stato vaticano, «sembra evidente che la guerra perpetrata dall’esercito israeliano per sconfiggere i miliziani di Hamas non tiene conto che ha davanti una popolazione per lo più inerme e ridotta allo stremo delle forze, in un’area disseminata di case e di palazzi rasi al suolo».

Da qui il monito: «È necessario recuperare il senso della ragione, abbandonare la logica cieca dell’odio e della vendetta, rifiutare la violenza come soluzione. È diritto di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della proporzionalità».

La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita.

Non posso che ripetere le parole chiarissime pronunciate in proposito il 20 luglio scorso da Papa Leone XIV: “Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione”.

Gli ostaggi e i negoziati per il cessate il fuoco

Hamas ha intanto diffuso un video di due ostaggi, da quasi 540 giorni nelle mani della fazione islamica a Gaza: si tratta di Elkana Bohbot e Yosef Chaim Ohana, rapiti al festival Nova il 7 ottobre 2023.

Secondo la stampa araba l’Egitto, presentando una nuova proposta per i negoziati sul cessate-il-fuoco che sarebbe stata accettata dai miliziani, aveva chiesto ad Hamas di fornire informazioni dettagliate, fra cui filmati, sugli ostaggi israeliani. Al riguardo, Israele ha fatto sapere di non aver ricevuto alcuna nuova proposta da parte del Cairo per la ripresa della tregua.

Che cosa si sente di dire alle famiglie degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas? Sono purtroppo passati già due anni, alcuni di loro sono morti, altri sono stati rilasciati dopo lunghe trattative.

Mi colpiscono profondamente e mi addolorano le immagini di queste persone tenute prigioniere nei tunnel e ridotte alla fame. Non possiamo né dobbiamo dimenticarci di loro.

Ricordo che Papa Francesco nell’ultimo anno e mezzo della sua vita ha rivolto ben 21 appelli pubblici chiedendo il rilascio degli ostaggi e ha incontrato alcune delle loro famiglie. Il suo successore, Papa Leone XIV, ha continuato a rivolgere questi appelli.

Esprimo loro tutta la mia vicinanza, nella preghiera quotidiana per le loro sofferenze, continuando ad assicurare tutta la nostra disponibilità a fare ciò che è possibile perché possano riabbracciare i loro cari sani e salvi o almeno riavere i corpi di chi è stato ucciso, perché siano degnamente sepolti.

Domenica, durante l’Angelus, Leone XIV aveva spiegato di valutare con favore «alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati». E aveva chiesto a «tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi».

Il riferimento era al piano presentato dal presidente statunitense Donald Trump per arrivare a una tregua. «Qualunque piano - aggiunge Parolin - che coinvolga il popolo palestinese nelle decisioni sul proprio futuro e permetta di finire questa strage, liberando gli ostaggi e fermando l’uccisione quotidiana di centinaia di persone, è da accogliere e sostenere».

Il ruolo della comunità internazionale e delle Nazioni Unite

Ma al tempo stesso il cardinale tiene a far sapere che la comunità internazionale «certamente può fare molto di più rispetto a ciò che sta facendo. Non basta dire che è inaccettabile quanto avviene e poi continuare a permettere che avvenga.

C’è da porsi delle serie domande sulla liceità, ad esempio, del continuare a fornire armi che vengono usate a discapito della popolazione civile. Purtroppo, lo abbiamo visto, finora le Nazioni Unite non sono state in grado di fermare» la guerra.

Mi sembra altrettanto evidente che la comunità internazionale risulti purtroppo impotente e che i Paesi in grado di influire veramente fino ad oggi non l’abbiano fatto per fermare la carneficina in atto.

Ma ci sono attori internazionali che sarebbero invece in grado di influire maggiormente per porre fine a questa tragedia e occorre trovare una strada per dare alle Nazioni Unite un ruolo più efficace nel porre fine alle tante guerre fratricide in corso nel mondo.

Finora le Nazioni Unite non sono state in grado di fermare quanto sta accadendo. Ma ci sono attori internazionali che sarebbero invece in grado di influire maggiormente per porre fine a questa tragedia e occorre trovare una strada per dare alle Nazioni Unite un ruolo più efficace nel porre fine alle tante guerre fratricide in corso nel mondo.

La crisi della diplomazia multilaterale

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, parla con i media vaticani della guerra in corso in Medio Oriente e osserva con preoccupazione che «si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità».

Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto.

Dopo la seconda guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’Onu vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti.

Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”.

Quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto. È certo, invece, che essa produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili.

Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace.

Il rifiuto della guerra preventiva

Come rileva la Carta dell’Onu, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale.

Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme.

È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato.

La Santa Sede continua a chiedere pace, a invitare al dialogo, a usare le parole “negoziato” e “trattativa” e lo fa sulla base di un profondo realismo: l’alternativa alla diplomazia è la guerra perenne, è l’abisso dell’odio e dell’autodistruzione del mondo.

Assemblea generale delle Nazioni Unite

Il declino del diritto internazionale

È venuta meno la consapevolezza che il bene comune giova davvero a tutti, che cioè il bene dell’altro è un bene anche per me, pertanto la giustizia, la prosperità, la sicurezza si realizzano nella misura in cui tutti possono beneficiarne.

Questo principio sta alla base della creazione del sistema multilaterale o di un progetto audace, come quello dell’Unione europea. Questa consapevolezza si è affievolita, facendo crescere l’appetito per i propri interessi.

Questo ha poi un’altra conseguenza: il sistema della diplomazia multilaterale nei rapporti tra gli Stati vive una crisi profonda, inter alia a causa della sfiducia che questi ultimi nutrono verso i vincoli legali che limitano la loro azione.

Tale atteggiamento rappresenta l’altra faccia della volontà di potenza: il desiderio di agire liberamente, di imporre ad altri il proprio ordine, evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati, di vantaggi per sé e concessioni agli altri.

Si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità. Purtroppo, vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra (lo ius in bello).

Viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali.

E soprattutto sembra essersi smarrita la consapevolezza di quanto già Immanuel Kant scriveva nel 1795: “La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”.

Un diritto internazionale applicato senza doppio standard

Ancora più grave, sotto certi aspetti, è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze.

Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”.

Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese.

Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici.

Antisemitismo e discriminazione dei palestinesi

Ancora una volta la Santa Sede invita a distinguere fra le azioni del governo Netanyahu e il “sentire” del mondo ebraico.

Già domenica il Papa aveva ribadito l’“equivicinanza” sia al popolo dell’Alleanza, sia a quello palestinese: dal sagrato della Basilica di San Pietro aveva confidato la sua «preoccupazione per l’insorgenza dell’odio antisemita nel mondo, come purtroppo si è visto con l’attentato terroristico a Manchester avvenuto pochi giorni fa»; e contemporaneamente aveva detto di continuare «ad essere addolorato per l’immane sofferenza patita dal popolo palestinese».

Anche il cardinale Parolin spiega che ci sono «fake news» e semplificazioni della realtà che portano «ad attribuire agli ebrei in quanto tali la responsabilità per ciò che accade oggi a Gaza.

Lo sappiamo che non è così: ci sono anche tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano sta operando a Gaza e nel resto della Palestina dove - non dimentichiamolo - l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato palestinese».

E ripete che l’antisemitismo è «un cancro da combattere e da estirpare». Quindi avverte: «Nessun ebreo deve essere attaccato o discriminato in quanto ebreo, nessun palestinese per il fatto di essere tale deve essere attaccato o discriminato perché - come purtroppo si sente dire - “potenziale terrorista”».

Non possiamo dimenticarci di quanto è accaduto nel cuore dell’Europa con la Shoah, dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze perché questo male non rialzi la testa.

Dobbiamo al tempo stesso fare in modo che mai siano giustificati atti di disumanità e di violazione del diritto umanitario: nessun ebreo deve essere attaccato o discriminato in quanto ebreo, nessun palestinese per il fatto di essere tale deve essere attaccato o discriminato perché - come purtroppo si sente dire - “potenziale terrorista”.

La soluzione dei due popoli e due Stati

Il segretario di Stato vaticano conferma che la via da sostenere è quella dei «due popoli, due Stati» che «la Santa Sede ha perseguito fin dall’inizio».

Dieci anni fa è giunto il riconoscimento vaticano dello Stato palestinese «inclusivo della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza».

La Santa Sede ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina dieci anni fa, con l’Accordo Globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina. Il Preambolo di quell’accordo internazionale supporta pienamente una risoluzione giusta, comprensiva e pacifica della questione della Palestina, in tutti i suoi aspetti, in conformità al diritto internazionale e a tutte le pertinenti risoluzioni dell’ONU.

Al contempo, sostiene uno Stato di Palestina che sia indipendente, sovrano, democratico e praticabile, inclusivo della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza.

Il medesimo accordo individua questo Stato non in opposizione ad altri, ma capace di vivere fianco a fianco dei suoi vicini, in pace e in sicurezza.

«Guardiamo con soddisfazione - prosegue - al fatto che diversi Paesi del mondo lo abbiano riconosciuto. Ma non possiamo non notare con preoccupazione che le dichiarazioni e le decisioni israeliane vanno in una direzione opposta».

Guardiamo con soddisfazione al fatto che diversi Paesi del mondo abbiano riconosciuto lo Stato di Palestina. Ma non possiamo non notare con preoccupazione che le dichiarazioni e le decisioni israeliane vanno in una direzione opposta e, cioè, intendono impedire per sempre la possibile nascita di un vero e proprio Stato palestinese.

Questa soluzione - la nascita di uno Stato palestinese - dopo quanto avvenuto negli ultimi due anni mi sembra ancora di più valida. È la via, quella dei due popoli in due Stati, che la Santa Sede ha perseguito fin dall’inizio. Le sorti dei due popoli e dei due Stati sono interconnesse.

La comunità cristiana di Gaza

I cristiani di Gaza, come abbiamo visto, sono stati anch’essi sotto attacco… Mi commuove pensare a queste persone che sono determinate a restare e che quotidianamente pregano per la pace e per le vittime.

È una situazione sempre più precaria. Cerchiamo di essere loro vicini in tutti i modi, grazie alle attività del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Caritas, ringraziamo i governi e tutte le istituzioni che si impegnano per far arrivare aiuti e per permettere ai feriti gravi di essere soccorsi.

Il ruolo dei cristiani in Medio Oriente è stato e rimane fondamentale, anche se il loro numero si assottiglia. Vorrei ricordare che essi partecipano in tutto e per tutto alle vicende del loro martoriato popolo palestinese, del quale condividono le sofferenze.

In serata, papa Leone XIV ha contattato la parrocchia di Gaza. «Papa Leone mi ha inviato un messaggio per assicurarci le sue preghiere per la pace - ha scritto il parroco padre Gabriel Romanelli, sui social -. Mi ha detto che le sue preghiere ci accompagnano e ha inviato la sua benedizione a tutti».

Preghiera, responsabilità e mobilitazione civile

Il cardinale sottolinea l’importanza della preghiera per la pace. «Siamo seguaci di un Dio che si è fatto Uomo assumendo la nostra umanità e ci ha testimoniato che non possiamo essere indifferenti rispetto a ciò che accade intorno a noi e anche lontano da noi».

E ricorda che «papa Leone ci ha invitato ancora una volta a recitare un Rosario per la pace l’11 ottobre. Ma vorrei anche ricordare che la fede cristiana o è incarnata o non è…

Per questo la preghiera non sarà mai abbastanza, ma non sarà neanche mai abbastanza l’impegno concreto, la mobilitazione delle coscienze, le iniziative di pace, la sensibilizzazione, anche a costo di apparire “fuori dal mondo”, anche a costo di rischiare: c’è una maggioranza silenziosa - composta anche da tanti giovani - che non si arrende a questa disumanità».

Anche se a volte queste iniziative, a causa delle violenze di pochi facinorosi, rischiano di far passare a livello mediatico un messaggio sbagliato, mi colpisce positivamente la partecipazione alle manifestazioni, e l’impegno di tanti giovani.

È il segno che non siamo condannati all’indifferenza. Dobbiamo prendere sul serio quel desiderio di pace, quel desiderio di impegno… Ne va del nostro futuro, ne va del futuro del nostro mondo.

Pensare che il nostro ruolo, come cristiani, sia quello di rinchiuderci nelle sacrestie, lo trovo profondamente sbagliato. La preghiera chiama anche ad un impegno, a una testimonianza, a scelte concrete.

Il rapporto tra Parolin e la politica estera vaticana

«Sebbene sicuramente ben intenzionata», afferma una nota stampa diffusa dall’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede, l’intervista “rischia di minare gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza e contrastare il crescente antisemitismo”, soprattutto perché “si concentra sulla critica a Israele, trascurando il continuo rifiuto di Hamas di rilasciare gli ostaggi o di porre fine alla violenza”.

Nel suo ultimo intervento su Gaza, Leone XIV aveva usato parole più moderate di Parolin, come del resto è nel suo stile: “Esprimo la mia preoccupazione per l’insorgenza dell’odio antisemita nel mondo, come purtroppo si è visto con l’attentato terroristico a Manchester, avvenuto pochi giorni fa. Continuo ad essere addolorato per l’immane sofferenza patita dal popolo palestinese a Gaza”.

Prevost, inoltre, aveva ricordato che “nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati.

Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura”.

Il rischio adesso è di una netta frattura nella politica vaticana su Gaza, con ripercussioni diplomatiche difficili da arginare.

Se nel pontificato di Francesco era il Papa a intervenire, spesso a gamba tesa, e Parolin a cercare di far rientrare le tensioni diplomatiche, adesso i ruoli si sono completamente ribaltati.

Leone XIV è molto prudente e misurato nei suoi interventi rispetto al suo immediato predecessore, mentre il suo segretario di Stato sta assumendo sempre più un ruolo di primo piano che con Bergoglio era assolutamente impossibile, soprattutto a causa dell’accentramento papale.

Un ruolo, quello di Parolin, da battitore libero. Francesco gestiva in prima persona ogni cosa, a partire dalla diplomazia vaticana, spesso tenendo all’oscuro la Segreteria di Stato, a iniziare proprio da Parolin.

Leone XIV, invece, si fida totalmente dei suoi collaboratori e ha ridato a ciascuno di loro, all’interno della Curia romana, quelle competenze che, nel pontificato precedente, erano soltanto formali.

Il Papa, infatti, ha subito difeso il porporato: “Preferisco non commentare adesso, il cardinale ha espresso molto bene l’opinione della Santa Sede”.

La diplomazia vaticana davanti alle nuove crisi

Con i cosiddetti “briefing del martedì”, i brevi incontri con i giornalisti all’uscita da Villa Barberini, la residenza di Castel Gandolfo dove il Papa si reca ormai una volta alla settimana per riposare un po’, Leone XIV, paradossalmente, è molto più accessibile alla stampa.

Pochi minuti settimanali per commentare i fatti di cronaca più salienti, a iniziare proprio dalla drammatica situazione di Gaza, argomento più frequente di questi briefing.

È evidente che questa inaspettata e costante esposizione mediatica di Prevost ha dirottato i giornalisti a Castel Gandolfo. Quelli stessi cronisti che solitamente seguivano Parolin nelle sue molteplici uscite pubbliche, sia durante il pontificato di Francesco che in quello di Leone XIV.

Il segretario di Stato, che ai suoi più stretti collaboratori ha espresso il suo totale dissenso per i rischi di questa costante esposizione mediatica papale, è ritornato al centro della scena con l’intervista su Gaza.

Il pericolo, però, è quello di una diarchia nella politica estera vaticana, con un cortocircuito che potrebbe creare non pochi problemi alla consolidata e raffinata diplomazia dello Stato più piccolo del mondo.

Un terreno quest’ultimo dove Leone XIV si sente molto a disagio, come lui stesso ha confessato, ma che lo vede protagonista assoluto, soprattutto nei colloqui bilaterali con i capi di Stato e di governo di tutto il mondo.

La Segreteria di Stato ha il compito di preparare dossier accurati per gli incontri del Pontefice con i leader del pianeta, ma poi dev’essere Prevost a studiarli e farli suoi.

A cinque mesi di pontificato sembra essere proprio questo il tallone d’Achille papale.

Gli altri interventi internazionali di Parolin

«La posizione della Santa Sede è sempre per evitare qualsiasi tipo di violenza, evidentemente, e quindi non possiamo accettare episodi del genere».

Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin risponde così ad una domanda sulle vicende che riguardano le operazioni degli agenti dell’Ice in Minnesota, negli Stati Uniti, che hanno causato la morte di due cittadini statunitensi.

«Le difficoltà, i problemi, le contraddizioni si risolvono in altro modo», ha aggiunto il segretario di Stato che si pone in linea con quanto già dichiarato dai vescovi americani, per cui è concorde con il definire la situazione «inaccettabile».

Il segretario di Stato commenta poi la lettera aperta a lui inviata dalla Rete dei Preti contro il genocidio, che invita la Santa Sede a non far parte del “Board di Peace” sulla ricostruzione di Gaza, che si sta costituendo sotto la regia di Trump.

Gli viene chiesto se il Vaticano ha valutato se parteciparvi o meno: «Bisogna sempre rispondere dopo un minuto… lasciateci pensare un attimo», ha risposto Parolin, aggiungendo che comprende la loro preoccupazione.

Quindi ribadisce ciò che aveva dichiarato alla stampa giorni addietro sulla stessa questione. Poi precisa: «Di fronte a questa proposta c’erano veramente dei punti critici che dovevano essere presi in considerazione e che poi sarebbero stati appunto considerati in vista di una risposta.

La risposta non è ancora stata data, però credo che non si può dimenticare le criticità di questo piano».

La richiesta di fermare l’escalation

Se si trovasse faccia a faccia con il presidente statunitense Donald Trump, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin gli direbbe «di finirla al più presto perché veramente il pericolo è di una escalation alle porte. Direi di lasciare stare il Libano…».

Lo stesso messaggio, il cardinale dice che andrebbe «rivolto anche agli israeliani» perché davvero cerchino di «risolvere i problemi che ci possono essere, o che ritengono esserci, attraverso le vie pacifiche della diplomazia e del dialogo».

Il porporato ha condiviso il suo pensiero sullo scenario internazionale, mercoledì 18 marzo, rispondendo alle domande dei giornalisti alla Camera dei Deputati, a margine della presentazione di Leone XIV.

E interrogato dai cronisti su come sia lavorare accanto al primo Pontefice statunitense della storia, il cardinale Parolin ha spiegato che «è molto facile. C’è un bel dialogo, un bello scambio. Lui ascolta molto e c’è un buon rapporto».

La necessità di tornare al negoziato

Quali prospettive a breve termine vede per questa nuova crisi? Spero e prego che l’appello alla responsabilità che Papa Leone XIV ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni.

Auspico che cessi presto il rumore delle armi e si torni al negoziato. Non si deve svuotare il senso dei negoziati: è fondamentale concedere il tempo necessario affinché essi possano giungere a risultati concreti, operando con pazienza e determinazione.

Inoltre, dobbiamo prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’Onu.

Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica.

La Santa Sede, talvolta incompresa, continua a chiedere pace, a invitare al dialogo, a usare le parole “negoziato” e “trattativa” e lo fa sulla base di un profondo realismo: l’alternativa alla diplomazia è la guerra perenne, è l’abisso dell’odio e dell’autodistruzione del mondo.

Dobbiamo gridare con forza: fermiamoci prima che sia troppo tardi. E dobbiamo agire, fare tutto il possibile perché non sia troppo tardi. Tutto il possibile.

I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto Uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata.

Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia.

I nostri popoli chiedono pace! Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace.

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