Don Tonino Bello è stato il vescovo della speranza, della pace e della nonviolenza, il fratello vescovo capace di incarnare il Vangelo nella prossimità agli ultimi, nella cura dei volti e nella responsabilità concreta verso l’umanità. Alla categoria dei sognatori appartiene certamente anche don Tonino Bello.
Il vero sognatore, secondo don Tonino, è colui che sa sognare i sogni dei poveri. Per don Tonino, «non c’è bisogno di gente che cammina tra le nuvole, ma di gente che coltiva l’utopia, culla l’utopia, che fa sogni diurni, quelli che si realizzano».
Il vescovo sognatore
La prima impressione che ho sempre ricavato dai suoi discorsi e dai suoi scritti è stata quella di trovarmi di fronte a dei racconti di sogni. Lo stesso stile così traboccante di immagine e di simboli tradisce la radice onirica delle sue parole. Ho sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un instancabile ed incorreggibile “sognatore”.
Un “vescovo” sognatore. Un vescovo che si estasiava dinanzi ai grandi “sognatori” della storia (soprattutto biblica) e continuava a sostenere per il mondo e per la chiesa di oggi, la necessità di uomini ‘capaci di sognare a occhi aperti. Ritorna di frequente nei suoi scritti l’appello a non perdere l’abitudine a sognare.
Una sua lettera a Giuseppe. L’ebreo figlio di Giacobbe comincia proprio così: Carissimo Giuseppe, la domanda la giro a te che te ne intendi: se cioè, la razza dei sognatori sia utile all’umanità oppure va combattuta, proprio per quella carica di fuga che il sogno sembra favorire. E proprio dalla vicenda di Giuseppe, famoso sognatore e interprete di sogni, trae la conclusione che Non bisogna sparare sui sognatori.
Perché, a dispetto di ogni realismo scientifico, che pretende di far tenere ad ogni costo i piedi per terra, coloro che oggi camminano con la testa per aria saranno gli unici ad aver ragione domani. Bisogna abituarsi di più a sognare, a sognare a occhi aperti; i sogni ad occhi aperti si realizzano sempre.
Siamo troppo chiusi nelle nostre prudenze della Carne, non dello Spirito, per cui sembra che siamo i notai dello status quo, e non i profeti dell’aurora che irrompe, del futuro nuovo, dei cieli nuovi, delle terre nuove. Spesso “sembriamo notai dello status quo, dell’esistente, e non i profeti dell’aurora che irrompe, del futuro nuovo, dei cicli nuovi, delle terre nuove”, diceva poeticamente oltre che profeticamente Tonino.
La necessità del cambiamento è stata una costante del suo pensiero e delle sue sollecitazioni. Un vero sognatore è colui che è capace di fare “sogni ad occhi aperti”, guardando in faccia la realtà in tutte le sue molteplici sfaccettature, anche quelle più complesse e contrastanti, conservando la spinta a vedere in profondità, a trasfigurare la realtà, a osare di immaginare l’esistenza in un’altra forma lasciando trasparire tutta la sua bellezza e verità.
Il sogno non è fuga dalla realtà
Non c’è persona che, almeno in un particolare momento della sua vita, non si sia abbandonato a coltivare i sogni. Il sogno è parte integrande dell’esistenza anche se l’uomo tende a lasciarsi irretire troppo dalle urgenze della vita quotidiana al punto da dimenticare i propri sogni.
Se trascurati, i sogni appassiscono come piante lasciate senza acqua. Occorre invece custodirli e coltivarli, perché danno colore, melodia, sapore alla nostra vita. Senza di loro la nostra esistenza diventa piatta e insipida.
Non basta tuttavia evocare il sogno, bisogna anche spingersi fin sul crinale che separa il desiderio dal suo esaudimento, dal momento che proprio su questo fronte gli uomini sovente raggiungono il fine della loro vita oppure falliscono. La vita stessa è sogno, ammoniva il celebre drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca (Madrid 1600-81) nella sua famosa opera intitolata, appunto La vida es sueño (1635).
In essa, interrogandosi sul senso della vita, si domandava se l’esistenza fosse solo una rappresentazione scenica in cui ognuno recita la sua parte e se il sogno fosse solo una finzione o il rovescio della realtà. Una cosa era per lui certa: vivere è sognare! Tuttavia, «realtà o sogno, importa una sola cosa: agire bene».
La speranza è parente stretta del realismo. E' la tensione di chi, incamminatosi su una strada, ne ha già percorso un tratto e orienta i suoi passi, con amore e trepidazione, verso il traguardo non ancora raggiunto. E' impegno robusto, insomma, che non ha da spartire nulla con la fuga.
Sogno. No, ragazzi, non abbiate paura di riscaldarvi adesso. Papini lo diceva: "Quando sarete vecchi vi scalderete alla cenere della brace che è divampata nella vostra giovinezza". Non abbiate paura quindi di innamorarvi adesso, di incantarvi adesso, di essere stupiti adesso, di entusiasmarvi adesso.
Non abbiate paura di guardare troppo in alto, di sognare per paura che poi la realtà vi metta tragicamente di fronte a ciò che è. I sogni diurni si realizzano sempre, diceva.
Il sogno di una vita nuova
Nel suo diario, annota di aver coltivato, da giovane sacerdote, il sogno di lasciarsi bruciare «dall’ardore di scavalcare i continenti» e il desiderio di partire missionario per avere l’occasione di annunciare il Vangelo a tutte le genti.
Così egli scrive: «Volevo diventare santo. Cullavo l’idea di passare l’esistenza tra i poveri in terre lontane, aiutando la gente a vivere meglio, annunciando il Vangelo senza sconti, e testimoniando coraggiosamente il Signore Risorto. Ora capisco che in questo sogno eroico forse c’entrava più l’amore verso me stesso che l’amore verso Gesù.
Comprendo, insomma, che in quegli slanci lontani della mia giovinezza la voglia di emergere prevaleva sul bisogno di lasciarmi sommergere dalla tenerezza di Dio». Cosa nota è anche il suo insistente invito a coltivare i sogni.
Consapevole che siamo immersi nel progetto nichilista, si domandava dove fossero andati a finire «i grandi sogni che avevano alimentato, nel secolo passato, le grandi ideologie». Per questo, non poche volte, si lamentava che il vero problema dei nostri tempi fosse che i sognatori non erano «troppi, ma troppo pochi».
È in crisi il concetto di “epoca nuova”, avendo l’uomo contemporaneo smarrito il valore della speranza e dell’attesa di un mondo migliore. Ora non si aspetta più nulla.
I sognatori, infatti, non sono ascoltati perché sembrano disturbare l’opinione comune, camminare contro corrente, proporre idee in contrasto con il comune modo di sentire. Sembrano quasi dei disturbatori della quiete pubblica, quando non sono considerati persone dotate di poco senso pratico perché sembrano sempre viaggiare su un altro mondo, avvolti in una realtà parallela, e somigliano a gente con la testa tra le nuvole.
I sogni dei poveri
Il vero sognatore, secondo don Tonino, è colui che sa sognare i sogni dei poveri. Una splendida trattazione su questo tema è lo scritto Chi non sogna in compagnia…
In esso, don Tonino afferma che «il sogno è il teatro dei poveri», il luogo dove si consumano le sorti degli ultimi della terra, non nella forma della commedia o della tragedia, ma dell’assunzione di responsabilità per consentire che la recitazione avvenga non sul palco della finzione, ma della realtà.
Il “teatro dei poveri”, luogo dove si manifestano i “sogni dei poveri”, non trasmette spettacoli di evasione o di puro divertimento, ma mette in fila fatti e storie reali per suscitare una presa di coscienza delle problematiche più urgenti che toccano la vita delle persone, i loro drammi, le loro sofferenza, i loro desideri di riscatto e di liberazione.
Non, dunque, racconti e metafore senza nessun aggancio con la realtà, zone di rifugio dove consumare, in silenzio e in segreto, i propri insuccessi e dare sfogo ai propri lamenti per le grida rimaste inascoltate. Tantomeno recinsioni di “zone franche” o di improbabili isole felici dove poter illudersi di aver superato e sconfitto il male che inesorabilmente circonda e, talvolta, aggredisce con forza, la vita dei più deboli.
Il “teatro dei poveri” è l’ambiente dove sognare «anche per conto terzi». Non si tratta di sogni che riguardano solo la soluzione dei bisogni personali e degli specifici problemi che toccano la propria persona, ma di “sogni planetari”.
I poveri sognano non solo per sé, ma anche per gli altri facendosi interpreti delle speranze di tutti. Non, dunque, “piccoli sogni”, ma “sogni cosmici e universali”, progetti di rinnovamenti globali e di cambiamenti radicali, scenari di un nuovo assetto della società.
I “sogni dei poveri” però hanno bisogno di chi sa decodificarli. I poveri infatti «sognano, ma hanno bisogno di chi interpreti i loro sogni».
Farsi solidali con loro significa «interpretare i (loro) sogni», ossia manifestare una «solidarietà lunga» rispetto alla «solidarietà corta» che è quella di soddisfare solo i bisogni materiali.
Occorre infatti «schierarsi dalla loro parte, dalla parte di coloro che non contano niente, perché Dio li ama, perché Dio sceglie gli straccioni per operare i prodigi del suo annuncio». Modello esemplare di questa attività ermeneutica è Giuseppe, bollato dai fratelli come il “sognatore”, ma che, al momento opportuno è l’unico a saper interpretare i sogni.
D’altra parte, non basta interpretare i sogni dei poveri, occorre soprattutto imparare a «sognare con essi: perché solo chi sogna può evangelizzare». Se, infatti, «uno sogna da solo, il suo rimane un sogno. Ma se sogna insieme con gli altri, il suo è già inizio della realtà».
Questa attitudine a sognare insieme genererà una catena spirituale, una forza d’urto capace di sconfiggere le forze disgregatrici del male. A noi non resta altro se non accogliere il suo invito ad aprire il nostro cassetto perché diventino “sogni condivisi” e illuminino il cammino nostro e dei nostri fratelli.
L’ulivo: il sogno della pace
Ritengo comunque ‘che tutti i sogni di don Tonino possono ricondursi a due fondamentali: “L’ULIVO” per il mondo e “IL GREMBIULE” per la chiesa.
Il primo grande sogno di don Tonino è stato appunto un mondo nuovo dove “non sono le armi l’unico strumento per risolvere i conflitti internazionali e i conflitti tra i popoli”. Questo suo grande sogno genera in lui la certezza che “le armi hanno ormai il tempo contato.
Quando lo sforzo di coloro che si impegnano per la pace avrà smascherato fino in fondo la gazzarra dei mercanti di armi, allora senz’altro sarà sbrecciata questa catena che collega il business degli affari con la guerra”.
Questo sogno e questa certezza non nascono da una rimozione o da una visione idilliaca della realtà. AI contrario si innestano proprio su una chiara e lucida coscienza della situazione attuale del mondo.
Egli ha ben presente e sente rodersi dentro la reviviscenza continua dell’idra maledetta della guerra, a cui tagli una testa e gliene spuntano cento altre che si placa nel Golfo Persico e divampa nei paesi Balcani per poi tornare convenzionali, che mostra di svuotare gli arsenali della morte mentre sotto sotto continua a militarizzare la scienza e la ricerca.
A questo sogno e a questa certezza non si accompagna l’ingenua illusione che basta “vaticinare” per essere ascoltati. Egli sa benissimo che i faraoni di oggi “non sono più disponibili a dare ascolto ai profeti del sottosuolo… Gli interpreti dei sogni ci sono ancora oggi. Ma sono ridotti a funzione di grillo parlante”.
Ciò nonostante, il suo sogno e la sua certezza non si traducono in evasione e disimpegno anzi, pur ripetendo con convinzione che la vera pace viene dall’alto egli non si stanca mai di ricordare a sé stesso e agli altri che se è vero che la pace è l’insieme dei beni messianici dobbiamo fare della pace il nostro annuncio fondamentale.
Non l’accessorio delle nostre esuberanze omiletiche. Non la frangia marginale dei nostri discorsi. Non l’appendice del nostro impegno cristiano.
Una pace concreta e nonviolenta
Il pacifismo di don Tonino non è il pacifismo generico, astratto, retorico dei politici e perfino dei militari. Diciamocelo francamente: la pace la vogliamo tutti, anche i criminali; e nessuno è così spudoratamente perverso, da dichiararsi amante della guerra.
Ma la pace perseguita da una lobby di sfruttatori è la stessa perseguita dalle turbe degli oppressi? La pace delle multinazionali coincide con quella dei salariati sottocosto? La pace voluta dai dittatori si identifica con quella sognata dai perseguitati politici?
La pace vera è un dono di Dio. Viene dall’alto. E’ Ia pace che la Chiesa è chiamata a proclamare e promuovere.
Ma neppure la Chiesa è sempre credibile quando parla di pace. Non si può scommettere neppure sulla pace proclamata dagli uomini di chiesa se si limitano a chiedere la pace in chiesa e poi non muovere un dito per denunciare la corsa alle armi il loro commercio clandestino.
Per impedire la crescente militarizzazione del territorio. Per smascherare la logica di guerra sottesa a tante scelte pubbliche e private. Per indicare nelle leggi dominanti del mercato i focolai della violenza.
Per accelerare l’accoglimento di criteri che favoriscano un nuovo ordine internazionale. Per tracciare i percorsi concreti di una educazione autentica alla pace. Per esporsi magari anche con i segni paradossali ma eloquenti dell’ obiezione di coscienza, in tutte le sue forme e sui crinali della contradizione.
Le parole di pace non sono credibili se non si traducono in scelte concrete e precise. L’uomo autenticamente pacifico non disdegna “le scelte di campo, le prese di posizione, le decisioni coraggiose, le testimonianze audaci, i gesti profetici”.
La pace sognata da don Tonino non è la pace “armata” dei teorici della deterrenza. Non esige solo l’eliminazione delle armi chimiche e nucleari.
Non condanna solo il commercio clandestino delle armi ma anche il commercio palese e la stessa produzione delle armi. E’ la pace che nasce dal comandamento evangelico dell’amore e quindi radicalmente “disarmata”.
Di qui l’ineludibile scelta della nonviolenza. E’ giunta l’ora in cui occorre decidersi ad arretrare (arretrare o spingere?) la difesa della pace sul terreno della non violenza assoluta… La nonviolenza è la strada che Gesù Cristo ci ha indicato senza equivoci.
La scelta nonviolenta di Cristo non solo deve ripercuotersi nella nostra prassi ma deve anche risuonare sule nostre labbra. Senza tanti “se”, senza tanti “ma”.
Sarajevo: un sogno messo in cammino
Con altri 500 anch’io sono stato a Sarajevo, e sono tornato da lì con delle cicatrici profonde nell’anima, con delle stimmate che chissà per quanto tempo porterò dentro, sicuramente finché camperò.
Perché siamo andati lì? Non per risolvere il problema della guerra. Siamo andati soprattutto per testimoniare a quella gente la nostra solidarietà, per dire che l’Europa non si è dimenticata di loro, per dire che c’è nel mondo gente che ama la pace e che ci sono oggi alternative nuove alla difesa armata, alla guerra.
Non sono più le armi l’unico strumento per risolvere i conflitti internazionali e i conflitti tra i popoli. Le armi ormai, lo dico con speranza, hanno il tempo contato, non potranno reggere a lungo.
Quando lo sforzo di coloro che s’impegnano per la pace avrà smascherato fino in fondo la gazzarra dei mercanti di armi, allora senz’altro sarà sbrecciata questa catena che collega il business degli affari con la guerra.
E proprio noi italiani, la stragrande maggioranza dei 500 che sono andati a Sarajevo, abbiamo trovato lungo le strade sterrate, disseminate per terra, centinaia di mine italiane e questo nonostante gli embarghi.
La gente povera, la quasi totalità, ci veniva incontro con gioia, con speranza. C’era chi ci offriva da bere o da mangiare quel poco che aveva.
Mi ricordo che una signora serba, accortasi in una delle lunghe attese che i 10 autisti dei pullman (tutti croati) erano affamati e intirizziti dal freddo, li ha invitati a casa sua e ha offerto loro il pranzo.
Ricordo ancora che un signore ortodosso serbo mi è venuto incontro e, dopo aver visto la mia croce, l’ha baciata e mi ha chiesto di andare in casa sua dove stavano facendo un banchetto funebre per suo padre morto sei mesi prima.
Quell’uomo mi ha detto: «Io sono serbo, mia moglie è croata, queste mie cognate sono tutte musulmane eppure ci vogliamo bene. Perché la guerra?»
E ancora come dimenticare l’accoglienza che abbiamo avuto a Sarajevo: la gente ci abbracciava da tutte le parti, i ragazzi battevano le mani, le donne dalla finestre sventrate ci mandavano baci da lontano, ci stringevano le mani. Una cosa bellissima.
Ciò dimostra che il popolo la guerra non la vuole. La vogliono solo i signori della guerra, i capi.
Abbiamo voluto dimostrare al mondo, all’Europa, all’Italia che ci sono segni alternativi alla violenza, si può trattare, si può entrare dove avvengono le guerre anche disarmati.
Noi non abbiamo portato nulla né doni né armi. E chi ci voleva bloccare non era la gente che subisce la guerra ma i potenti che la manovrano, quelli che vogliono far credere che la guerra è inevitabile.
Certo il nostro è stato davvero un gesto folle. Come è folle la pace, del resto. Al di fuori, cioè, del buon senso.
Anche l’amore è aldilà del buon senso, della prudenza, dei reticoli delle nostre saggezze carnali. Comunque, al di là di questa lucida follia (per i rischi e i pericoli che comportava), siamo felici di aver dato con questa spedizione dei segnali profetici all’Italia e all’Europa.
La trattativa è possibile. La guerra è ormai incapace di risolvere i conflitti. Il bisogno di pace sta diventando endemico; la gente non vuol sentirne parlare di violenza armata.
Ci è parso poi di aver fatto le prove generali di quelli che saranno eserciti di domani. Pensate al tempo in cui l’ONU si attrezzerà di un esercito di 300-400 mila obiettori di coscienza, esperti di strategie non violente, tecnici della difesa popolare nonviolenta.
Si risolveranno così i conflitti: con strategie preventive e con interventi riparatori nonviolenti! Questo è il futuro che ci aspetta. Questa è la profezia nuova che dobbiamo annunciare.

La pace contro lo scetticismo
È vero. C’è in giro molto scetticismo, anche tra i credenti, circa l’affermarsi definitivo della pace.
Molti dicono: «Ma non vi accorgete? È sempre stato così. La guerra c’è stata sempre. La snidi da un posto e te la ritrovi in un altro. La spegni qui, e si rinfocola là.
Abbandona le armi nucleari e riprende le armi strategiche convenzionali. Insomma, utilizzate diversamente la vostre risorse, perché combattere contro la guerra è tempo sprecato».
È proprio contro questo scetticismo che gli operatori di pace devono impegnarsi. Dobbiamo ripetere a chiare lettere, senza stancarci, quel che più volte Giovanni Paolo II ci ha ripetuto: LA GUERRA E LA NON VIOLENZA NON RISOLVERANNO MAI I CONFLITTI TRA I POPOLI.
La guerra è un’avventura senza ritorno. Dobbiamo essere certi, insomma, che la guerra ha le ore contate, non può durare a lungo, perché dal sottosuolo dell’umanità si vanno sprigionando incontenibili forze di pace.
Non sono parole vuote! Sono le parole che oggi i profeti devono coraggiosamente pronunciare, con la convinzione di chi annuncia l’irrompere dell’aurora.
La Chiesa con il grembiule
Così don Tonino illustra il rito della lavanda dei piedi: “Quel curvarsi sui piedi della gente; (starei per dire: senza guardare in faccia a nessuno, poco importa chi sia il proprietario di quelle impoetiche propagini anatomiche) è l’icona della CHIESA COL GREMBIULE chiamata a servire i fratelli“.
E’ naturale e ovvio che nei sogni di un vescovo ritorni insistente la chiesa ma non-altrettanto ovvio e naturale è che un vescovo sogni la chiesa “col grembiule” una chiesa cioè che sull’esempio di Gesù nell’ultima cena, si alza in piedi, si toglie vestiti, si giunge di un grembiule e si mette a lavare i piedi agli apostoli.
L’immagine di chiesa che maggiormente.si addice ai sogni della maggioranza dei vescovi è quella simboleggiata dal pastorale, dalla casula, dalla mitra. La chiesa col grembiule non mi sembra raggiunga moltissimi indici di preferenza.
Nel simbolo del “grembiule” è racchiuso il sogno di una chiesa “serva” de poveri e di una chiesa “povera” essa stessa.
Una Chiesa incarnata nella storia
Il sogno di una chiesa “serva” implica anzitutto il sogno di una chiesa “incarnata”. Uno dei più grossi problemi con cui Ia chiesa universale e le chiese locali sono perennemente chiamate a cimentarsi è il problema del rapporto col mondo, con la storia.
L’ atteggiamento della chiesa di fronte al mondo si muove spesso tra la contrapposizione, la fuga o la omologazione. La consegna chiara di Gesù ad essere “nel” mondo senza essere “del” mondo viene facilmente ribaltata tanto che le nostre chiese. e gli uomini di chiesa appaiano, e spesso lo sono realmente, molto “del” mondo e poco “nel” mondo.
Don Tonino ha espresso il suo sogno di una chiesa evangelicamente incarnata non immagine della samaritana che, lasciata la brocca e lo stesso Gesù vicino al pozzo, “andò” in città”.
Andare in città significa intraprendere la fatica del viaggio meridiano e andare a piazzarsi nel centro della piazza, dove ferve la vita, dove passa: la gente, dove si costruisce la storia.
Significa piantarsi all’incrocio delle culture non per catturarle o per servirsene. ma per orientarle e servirle. Significa sporcarsi le mani, imbrattarsi il vestito, sperimentare l’inedito.
Significa, in termini concreti, vincere la paura che parlare di poveri, di disoccupati, di marittimi sbarcati e senza lavoro, di sfrattati, di drogati. sia fare sociologismo, sia fare l’orecchiante ai linguaggi di moda, sia fuggire per la tangente della denuncia demagogica e gratuita.
Coraggio, fratelli miei, dobbiamo uscire di più. Dobbiamo innamorarci di più della città. Dobbiamo amare di più le istituzioni.
Dobbiamo collaborare di più con tutti coloro che nella cosa pubblica si impegnano perchè le cose vadano meglio, perchè la gente sia più felice, perchè dorma tranquilla, perchè abbia una casa e un lavoro, perchè sia assicurato il futuro dei giovani.
Servire gli ultimi, non servirsi degli ultimi
Il suo segreto: “Ama la gente, i poveri soprattutto, e Gesù Cristo; il resto non conta”. Ho compreso solo più tardi il segreto di quell’attenzione alla persona, così totale come se fosse l’unica, quando ho letto sul masso che sovrasta la tomba le sue parole: “Ama la gente, i poveri soprattutto, e Gesù Cristo; il resto non conta”.
Don Tonino trovava le sue consolazioni accogliendo nella sua casa immigrati e sfrattati; si sentiva felice quando riusciva a servire gli ultimi, anziché a servirsene, come troppi fanno, anche nelle nostre associazioni e comunità.
Agli ultimi, alle “pietre di scarto”, don Tonino guardava con la irrinunciabile consapevolezza che i poveri, gli esclusi non devono essere oggetto di assistenza, semplici destinatari di servizi o, peggio, di elemosina, bensì soggetti di diritti, cittadini cui riconoscere la dignità, oltre che garantire il soddisfacimento di bisogni.
“I poveri, i poveri veri, hanno sempre ragione, anche quando hanno torto”: questa era la sua convinzione e il messaggio che trasmetteva. Questa è la verità che molti di noi hanno imparato dalla strada, condividendone le fatiche e anche le durezze.
Questa è una verità che, prima ancora, abbiamo imparato dal Vangelo. Laddove siamo invitati a essere giusti, a riconoscere la fame e la sete di giustizia, non semplicemente a essere buoni.
Tonino Bello ci aveva spesso segnalato i limiti di una solidarietà che non sappia farsi ed essere cultura critica, trasformazione dell’esistente, cammino di giustizia.
Perciò la sua opera e profezia è stata scomoda, dunque vera; vera, dunque scomoda. E non c’è verità possibile se non si accetta che essa ci turbi, che ci costringa a cambiare.
Questa è la fede cui Tonino Bello esortava: “II Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno.
Finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.
I poveri hanno sempre ragione, ma troppo spesso vengono usati per quelle “scalate”, per costruire carriere, successo, visibilità, anche nelle nostre associazioni e comunità.
Il servizio come forma del Vangelo
Servizio. Amici miei, ragazzi miei, conta più un gesto di servizio che tutte le prediche, tutte le omelie che, se non sono sorrette da una esemplarità forte, non producono nulla.
Vorrei accendere il vostro cuore ed il vostro impegno per il volontariato, per il servizio nelle comunità parrocchiali a favore dei poveri, oggi in modo particolare a favore dei terzomondiali, che sono nostri fratelli.
Servizio gratuito, senza lusinghe. Se laviamo loro i piedi, se apriamo le case di accoglienza, se facciamo scuole per loro, se difendiamo i loro diritti non è perché abbiamo smanie di accaparramento.
Così ha fatto Francesco: non si è interessato di andare a convertire il Sultano, è andato soltanto ad annunciargli parole di liberazione per i fratelli.
Questa attenzione, questa spontaneità ci dice dell’intero modo di vivere del vescovo Tonino Bello: preoccupato sì della catechesi, ma attento alla concretezza dell’essere con gli altri. Dell’essere assieme.
Ricordo che, in quell’occasione, siamo andati a prenderlo all’aeroporto: il volo era giunto, ma non lo vedevamo arrivare, nessuno sapeva dove fosse finito, cosa fosse successo.
Poi lo trovammo: aveva incontrato una signora anziana, immobilizzata su una carrozzella e lui, incurante di tutto, si era trattenuto ad assisterla, ad aiutarla a scendere dall’aereo, a occuparsi dei suoi bagagli.
Convivialità delle differenze
Ecco, Dio non discrimina la gente sulla base delle ideologie o delle provenienze sociali o dei partiti o della ricchezza o del censo o della laurea. Gli steccati li facciamo noi. Non lui.
Convivialità. Qualche mese fa, a Ruvo, una città della mia diocesi, abbiamo consacrato una nuova chiesa. C'erano tutte le autorità: il sindaco, il prefetto.
Ebbene, in fondo alla chiesa c'erano dei marocchini. Era gremitissima, la chiesa. Ho detto: "Qui ci sono anche dei nostri fratelli di colore: Mohamed, Said, venite". Sono venuti.
Ho detto loro: "Firmate anche voi! Lo so che siete maomettani; forse sarà la prima volta che sotto un altare cristiano si colloca una pergamena firmata da maomettani". Hanno firmato pure loro.
Si è fatto un gran silenzio, incredibile. Io pensavo che alla fine qualcuno avrebbe urlato o si sarebbe dispiaciuto. E invece, quando ha firmato il secondo, si è elevato uno scroscio di applausi: splendido, bellissimo!
Io penso che nell'alto dei cieli il Signore nostro Padre avrà gioito tantissimo nel vedere i suoi altari contrassegnati anche da questo sigillo dei suoi figli.
Convivialità delle differenze. La Chiesa, eccola! Noi facciamo distinzioni: quelli di serie A e quelli di serie B, quello è più povero, quello è più ricco, quello è più forte, quello meno, quello è di destra e quello è di sinistra, quello di una sigla, quello di un'altra.
Ragazzi, alleniamoci all'esodo dai nostri recinti particolari verso la terra della comunione. Sappiamo andare al di là, ragazzi: incalziamo l'ulteriorità.
Il volto dell’altro
Vorrei chiudere con una bellissima suggestione di Emmanuel Lévinas: "L'altro - dice - è un volto da scoprire, contemplare e accarezzare". C'è tutta la nostra teoria morale: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Rivolti verso l'altro. Volti rivolti.
Se il credente deve cercare il volto dell’altro, anzi, deve contemplarlo o accarezzarlo, come dice Lévinas, non è possibile che coltivi pensieri di odio o di rifiuto o di indifferenza nei confronti dell’altro.
È qui che si gioca il nostro cristianesimo. Ed è da queste paradossali convinzioni, vissute con coerenza, che partono quei segnali di credibilità nei confronti di una Chiesa, che voglia vivere il Vangelo con lealtà e fino in fondo.
Voi tutti siete insegnanti, dal liceo alle scuole materne: avete di fronte l'altro, sapete come bisogna rapportarsi. Io vorrei rievocare la figura del mio maestro delle scuole elementari.
Ma quando, dopo gli acquazzoni di primavera, spuntava l'arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza.
La libertà, la gioia e il coraggio
Sale. Amate la vita, perché lì è perfetta letizia: non tanto nell'essere amati ma nell'amare. Ricordate che non essere amati non è una tragedia; è il non amare la tragedia.
E perfetta letizia sta nel servire, non nell'essere serviti. Questa è la sapienza: da "sapere", sapore, gusto, sale. Questo è il sale della vita: amare!
Che la messa sia danza e concerto di campane. Che sia una liberazione di speranze prigioniere. Che sia una festa dell'anima sospesa tra la notte e l'aurora.
Gente del sud, di tutti i sud martoriati della terra, aprite la finestra alla speranza. E che la strada vi venga sempre dinanzi e il vento vi soffi alle spalle.
Che la rugiada bagni sempre l'erba su cui poggiate i passi e il sorriso brilli sul vostro volto.
Coraggio, fratelli miei, dobbiamo uscire di più. Dobbiamo innamorarci di più della città. Dobbiamo amare di più le istituzioni.
Sulla bocca del vecchio curato di campagna, Bernanos mette una frase splendida: "Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi".
E qui si impone una energica revisione critica circa alcuni nostri atteggiamenti spirituali intrisi di tedio, permeati di rassegnazione, impregnati di fatalismo, corrosi dal tarlo della ineluttabilità.
Per uno strano vizio che sa tanto di computisteria aziendale, siamo portati a contabilizzare le cose che non vanno, più che a decifrare i segni della fecondità silenziosa.
Il lamento prevale spesso sullo stupore, lo sconforto, sulla gratitudine. Il calcolo, sulla speranza. E le foglie che cadono ci sgomentano più di quanto non ci facciano trasalire di gioia le gemme che rompono la vecchia corteccia dell'albero.
L’attesa come forma della speranza
Santa Maria, vergine dell'attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori.
Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro, quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l'arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d'inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa.
Il sopraggiungere delle rondini in primavera, l'acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l'incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.
Se oggi non sappiamo attendere più è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio.
E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell'alleanza.
Santa Maria, vergine dell'attesa, donaci un'anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell'avvento.
Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l'aurora.
Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere.
Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell'attesa.
Il cambiamento e la strada verso l’altro
Le costanti su cui corre il cambiamento mi pare si possano riassumere con quattro espressioni. Anzitutto la dilatazione del tempo.
Occorre essere consapevoli che il tempo è diventato un recipiente elastico che contiene un numero sempre più ampio di fatti che per giunta si realizzano sempre più velocemente.
Nell'arco di un anno se ne condensano più di quanti, prima, non se ne concentrassero in un secolo. Non si fa in tempo a comprare una carta geografica, che subito bisogna cambiarla.
In secondo luogo, la concentrazione dello spazio. Non a caso ha fatto tanta fortuna l'espressione "villaggio globale". Oggi, proprio come se stessimo in un villaggio, siamo messi al corrente in tempi reali di quanto accade anche nella zona più remota del mondo.
Dovremmo trarne motivo perché la nostra inerzia subisca continui scossoni. In terzo luogo, l'allungarsi della strada che porta all'altro.
Sembra paradossale, ma mentre il mondo si è rimpicciolito alle dimensioni di «Rio Go», le vie, all'interno del villaggio, sono diventate lunghissime: ci vuole una vita per andare a bussare alla porta del fratello ed incontrarsi finalmente con lui.
Questi percorsi dovremmo accorciarli: c'è un'umanità sofferente e povera di dignità che chiede di essere incrociata, conosciuta, rispettata, accolta.
La testimonianza personale del fratello vescovo
Il mio incontro con don Tonino, verso gli anni ’90, è stato un po’ casuale e un po’ cercato, per quella serie di circostanze che poi lasciano una traccia profonda della vita.
In una rivista capitatami tra mano avevo trovato un articolo dal titolo alquanto particolare, Maria donna feriale, e scorrendolo ero rimasto sorpreso dalla delicatezza e profondità nel cercare di leggere i sentimenti di Maria di Nazareth nel suo vivere quotidiano con la gente, le cose, Giuseppe, il lavoro, gli anni che passano.
E insieme dalla magia delle parole che si succedevano semplici e luminose come le perline di una collana o di una corona del rosario.
Così ho pensato di incontrarlo, raccogliendo l’occasione dell’annuale assemblea dei vescovi italiani, e l’ho cercato in mezzo a tanti durante un intervallo dei lavori.
L’ho trovato solo, assorto, quasi pensoso (anche altre volte l’ho incontrato così, non c’era molta gente intorno a lui), ma appena l’ho salutato ho visto il suo volto illuminarsi e ho avvertito dal suo sguardo, dalla sua voce e attenzione, la presenza di un fratello, di un amico vero.
Ci si accorge subito quando la conversazione è formale e quando invece c’è l’interesse alla persona, l’attenzione vera, la sintonia cordiale, senza la tentazione di seguire con la coda dell’occhio l’andirivieni delle persone per individuare quelle che contano.
Così è nata un’amicizia “da lontano” (ci vedevamo una volta l’anno), e ho cominciato a seguire la sua appassionata opera di pace, a ricercare i suoi scritti con le tante domande che ponevano, fino all’avventura di Sarajevo nell’inverno ’92, meravigliato per l’audace intuizione e colpito dal suo volto emaciato, a causa della malattia che lo insidiava.
Ho appreso della sua scomparsa a Sarajevo, dove eravamo giunti in delegazione Cor Unum e Caritas Italiana, con la quale a quel tempo collaboravo, proprio il 20 di aprile, dopo un viaggio fortunoso, e il giorno dopo la notizia era sulla bocca di tutti, perché ricordavano con commozione la sua presenza che aveva qualche mese prima illuminato la speranza in una città assediata.
Una statura, quella di don Tonino, che è andata crescendo in questi dieci anni dalla sua dipartita da noi e lo attesta il continuo pellegrinaggio alla sua tomba, diventata una meta di speranza; la sorprendente diffusione dei suoi scritti e delle sue parole e la memoria di benedizione di questo fratello vescovo, che amo vedere e definire un profeta, un poeta e un santo.
La malattia e la fedeltà agli altri
Il ciclo di chemioterapia lo aveva distrutto , anche psicologicamente. L’uomo bellissimo , forte e robusto che era solo pochi mesi prima, era diventato irriconoscibile: smagrito nel viso e nel corpo, il sorriso affaticato , era devastato dalla malattia, ma guai a chiedergli di parlarne.
“Quanno je chiedevano come stai? se metteva in imbarazzo. Me disse: Me vergogno a parlà de questo, potrebbe sembrà che ne faccia uno show ascetico-spirituale, come se la sofferenza de un vescovo fosse più interessante, più “aristocratica”, de l’artre sofferenze.
Io nun faccio artro che partecipà alle sofferenze de Cristo , ma anche alle sofferenze de la ggente. C’è tanta ggente che soffre, come me, e nun c’ha li aiuti che c’ho io.
Ppe’ tutta la vita , Tonino ha sempre cercato l’Altro: “Il tuo volto, fratello, io cerco. Non me nasconne il tuo viso che è come ‘no scrigno de tenerezze e de paure, de solitudine e de sofferenze…”
Lui sapeva annà sempre ar nocciolo de le cose; era uno illuminato dar padreterno, era ‘no scopritore de stelle, uno che sapeva vedè le stelle pure quanno er cielo è nuvoloso, oppure non brillano perché se nasconneno.
Ma lui riusciva a scoprille nei luoghi più impenzati, là dove nissuno de noi le potrà mai trovà: ‘Nzomma uno che sapeva scoprì e stelle anche qua su la tera, in mezzo ar fango, tra l’imbriaconi e le mignotte, i ladri, i paraculi, i mascarzoni, i drogati, i barboni e l’avanzi de galera.
La presenza che continua
Mai come in questi mesi mi capita di sentire la presenza di don Tonino Bello. Avete letto bene: dico presenza e non assenza.
Pur se Tonino ci ha lasciato il 20 aprile del 1993, infatti, il suo ricordo forte e la sua presenza attiva ci accompagnano ogni giorno nell’impegno e nella preghiera, nel nostro essere credenti e cittadini, uomini e donne capaci di fede ma anche di criticità, magari capaci come lui ci esortava a fare, di sognare a occhi aperti un mondo migliore.
Specie in questi giorni cupi, in questo clima avvelenato dai preparativi di guerra, noi dobbiamo allora tenere gli occhi bene aperti: per vigilare, ma anche per sognare il cambiamento possibile.
Possibile, se sapremo, appunto, essere e sognare assieme. Noi, comunità di credenti e associazioni di cittadini.
Noi, che vogliamo e possiamo riaffermare la forza delle parole e della Parola. Proprio quando le parole e le scelte dei potenti sembrano non lasciare speranze alla pace, noi, se sapremo essere assieme, potremo costruire alla pace nuove possibilità.
La sua presenza c’è per davvero: basta saperla riconoscere, basta predisporsi a ricordare l’eco delle sue parole, della sua forza profetica.
Basta raccogliere e rilanciare in alto le parole e i semi della pace che lui ha distribuito e reso fecondi lungo tutta la sua vita.
Come, di nuovo, non vederne l’attualità, mentre finalmente milioni di persone vanno ripetendo nelle strade, nei convegni, nel lavoro e nello studio quotidiani che “un altro mondo è possibile”?
Di più: quel mondo nuovo che sogniamo a occhi aperti è già in cammino, è in costruzione. Grazie anche a Tonino.

Le immagini decisive della sua testimonianza
La sua testimonianza si può comprendere attraverso alcune immagini decisive: il grembiule, la strada, il volto dell’altro, la croce, la libertà e la speranza.
Don Tonino ha insegnato che la fede non può restare separata dalla vita, perché il Vangelo chiede di trasformare le vie accecate dall’egoismo in strade illuminate dall’incontro con Gesù e orientate al bene del prossimo.
Don Tonino Bello è stato il vescovo della speranza, della pace e della nonviolenza, il fratello vescovo capace di incarnare il Vangelo nella prossimità agli ultimi, nella cura dei volti e nella responsabilità concreta verso l’umanità.
Nessuno ha saputo incarnare come lui quell’anelito supremo di speranza di pace nel mondo. E’ stato il vescovo più straordinario e popolare che la chiesa italiana abbia avuto dopo il Concilio Vaticano II°, uno di quegli uomini che arricchiscono la storia dell’Umanità.
Ed è per questo che molti lo hanno definito Profeta della Pace e della Non-Violenza, Testimone della Speranza, ma anche il fratello vescovo, il profeta della Chiesa del Grembiule, una Chiesa al Servizio degli umili.
Un pastore autentico, che ha rifiutato onori e titoli per servire gli ultimi, con gesti coraggiosi e il dono carismatico della parola, un uomo che ha sfidato le convenzioni e ha dimostrato fino all’ultimo suo respiro, anche nelle incomprensioni all’interno della stessa Chiesa, l’adesione totale al Vangelo nell’amore del prossimo.
Monsignor Mincuzzi gli aveva profetizzato, nell’omelia della sua consacrazione a vescovo: “Tu farai cose nuove”, ed è stato facile profeta.
“Bastava conoscerlo appena, Tonino, per capire che non era un uomo che s’incontra tutti i giorni. I suoi occhi, il suo volto luminoso proteso verso i suoi interlocutori, le sue parole, tutto rivelava la presenza di un uomo eccezionale, di un santo, di un profeta.
Per incontrare una figura carismatica come don Tonino bisogna risalire ai tempi di san Francesco di Paola per la straordinarietà della sua vita, per le sue imprese, per l’amore alla gente, alla terra, per il coraggio nell’affrontare i potenti…”