La parabola del Buon Samaritano, raccontata da Gesù in Luca 10,25-37, insegna che il prossimo non è soltanto qualcuno da riconoscere, ma una persona verso la quale scegliamo di farci vicini con compassione, responsabilità e gesti concreti. L’amore autentico supera le differenze religiose, culturali e sociali, rifiuta l’indifferenza e si traduce nella cura di chiunque si trovi nel bisogno.
Alla domanda «E chi è il mio prossimo?», Gesù non offre una definizione teorica, ma racconta di un uomo ferito che viene ignorato da un sacerdote e da un levita e soccorso da un Samaritano, considerato straniero e nemico. Alla fine domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». La risposta è: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù conclude: «Va' e anche tu fa' lo stesso».
Il testo evangelico: Luca 10,25-37
Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso».
E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».
La domanda sulla vita eterna e il passaggio dalla teoria alla pratica
Gesù racconta questa parabola in risposta a un dottore della legge che gli chiede come ottenere la vita eterna. La risposta di Gesù non è una formula magica, ma un invito ad amare il prossimo come se stessi.
Il dialogo tra Gesù e questo dottore della legge si inserisce bene nel tipo di dialoghi abituali tra i maestri di Israele. Gesù non risponde direttamente al quesito che gli pone, ma gli domanda che risposta darebbe egli stesso alla domanda su che cosa fare per ereditare la vita eterna.
Egli risponde, con grande esattezza, unendo un testo del Deuteromomio intorno al primato dell’amore a Dio (cfr. Dt 6, 5) con un altro del Levitico sull’amore al prossimo (cfr. Lv 19, 18). Conosceva perfettamente la risposta teorica del quesito che aveva proposto a Gesù, ma la sua domanda non fu superflua.
Succede spesso che non basta conoscere la dottrina; le difficoltà sorgono al momento di metterla in prarica. In questo caso non era chiaro chi dovesse essere considerato come “prossimo”, e dunque oggetto dell’amore.
Il brano evangelico contiene quindi due momenti strettamente collegati: prima Gesù conduce il dottore della legge a riconoscere il comandamento dell’amore; poi gli mostra, attraverso una storia concreta, come quell’amore debba diventare azione.
Per ben due volte nel brano, Gesù ci invia: dopo la prima domanda Egli dice al dottore della legge “Hai risposto bene, fa questo e vivrai.” Lo invita ad agire, a non stare fermo, a non basarsi solo sulla legge, ma ad amare davvero e a vivere in pienezza.
Dopo il racconto della parabola, lo invia allo stesso modo “Va' e anche tu fa' lo stesso”. Capiamo così l’ammonimento che Gesù ripete due volte e che insiste sull’agire, sul fare: “Fa’ questo e vivrai!” (Lc 10,28); “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37).
«E chi è il mio prossimo?»
La domanda del dottore della legge sembra cercare un limite: quali persone devono essere amate e quali possono essere escluse? Il dottore della legge vuole metterlo alla prova e gli chiede “E chi è il mio prossimo?” quasi a voler inserire il prossimo in una categoria precisa, con la pretesa di sapere chi deve “essere salvato” e chi invece non lo merita.
Il dottore della legge vuole metterlo alla prova e gli chiede “E chi è il mio prossimo?” quasi a voler inserire il prossimo in una categoria precisa, con la pretesa di sapere chi deve “essere salvato” e chi invece non lo merita. E’ una domanda tutt’altro che scontata, perché in fondo anche oggi pretendiamo di incasellare anche la povertà in categorie predefinite.
Nel linguaggio dell’Antico Testamento il “prossimo” (in ebraico, “re‘a”) non è qualunque essere umano, ma quello che fa parte del proprio villaggio. Sicuramente il sacerdote e il levita ne facevano parte; però nessuno dei suoi contemporanei avrebbe detto che un samaritano fosse il suo “prossimo”.
Gesù mette in difficoltà il suo interlocutore quando gli domanda “chi di questi tre” (il sacerdote, il levita o il samaritano) era il “prossimo” di quell’uomo gravemente ferito. E il dottore della legge, per non dire quello che appariva ovvio, ma che era impensabile per lui - “il samaritano” -, ricorre a un giro di parole: “Chi ha avuto compassione di lui”.
La parabola non risponde semplicemente alla domanda «Chi devo considerare prossimo?», ma la rovescia: «Come posso diventare prossimo di chi soffre?». Il prossimo non viene presentato come una categoria già stabilita, bensì come il risultato di una decisione personale.
Il prossimo è una responsabilità personale
Alla domanda “Chi è il mio prossimo?” (10,29) posta dal dottore della Legge, Gesù risponde narrando la parabola e ponendo una contro-domanda: “Chi è stato prossimo per l’uomo ferito?” (cf. 10,36). Ovvero, “il prossimo non è un oggetto sociale, ma un comportamento in prima persona” (Paul Ricoeur).
Commentando la stessa parabola Kierkegaard, ha scritto: “Cristo non parla di conoscere il prossimo ma di diventare noi stessi il prossimo: … il Samaritano non provò che il malcapitato era il suo prossimo, ma che egli era il prossimo del malcapitato”.
Il prossimo è responsabilità personale, è azione, azione su di sé. Il prossimo? È la vocazione a cui io sono chiamato. Il prossimo? Non riguarda l’altro, ma me stesso. Il prossimo? Non è una condizione, ma un’azione: “Si fece vicino” dice la parabola (10,34).
Il prossimo non è semplicemente colui che mi è vicino fisicamente, ma è disponibilità a farsi vicino, a divenire vicino, a spostarsi da dove si è per andare là dov’è l’altro. La prossimità non è uno stato, ma un’azione.
E, ripeto, anzitutto un’azione su di sé, in cui io decido di fare qualcosa di me. E lo decido sapendo che l’unico potere che ho e che posso esercitare con tutta legittimità, è quello su me stesso. La prossimità è una responsabilità.
Il Card. Carlo Maria Martini scrisse nella sua celebre Lettera Pastorale Farsi Prossimo: “Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa. Prossimo non è colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima”.
Il contesto storico: Giudei e Samaritani
Al tempo di Gesù, c’era uno scontro acceso tra Giudei e Samaritani: i primi si consideravano i puri discendenti del popolo ebreo e sua legittima continuazione; i secondi erano giudicati quasi come pagani, erano agli occhi dei Giudei, al livello più basso dei valori religiosi e morali.
Uno dei motivi per cui i Giudei consideravano i Samaritani inaccettabili era perché i Samaritani erano in parte Giudei e in parte Gentili e mescolavano le credenze religiose di entrambi. In circostanze normali, questi due gruppi evitavano di mescolarsi.
Non è quindi casuale la scelta della figura del Samaritano: in aperta critica verso quei dottori della legge che vivono quella religione autoreferenziale, limitata al popolo Giudeo, che Gesù intende superare.
Il racconto di questa parabola ha dunque valenza di rivelazione anche per il dottore della Legge e sconvolge una credenza diffusa all’epoca: la domanda “chi è il mio prossimo?” aveva come frequente risposta la successione in ordine di importanza “il sacerdote, il levita, il figlio d’Israele”, mentre il Samaritano era annoverato tra coloro che meritavano l’odio e il rigetto.
Sarebbe stata una parabola bella e istruttiva anche se l’uomo che s’imbatté nei ladroni fosse stato soccorso da un altro giudeo. L’uso intenzionale di giudei e samaritani da parte di Gesù insegna chiaramente che tutti sono il nostro prossimo, e che dobbiamo amarci, stimarci, rispettarci e servirci a vicenda malgrado le nostre più profonde differenze, che possono essere religiose, politiche e culturali.
Nella parabola vi è rovesciamento di situazioni: quelli che bisognava amare in quanto prossimo (il sacerdote e il levita) si rivelano essere quelli che non amano, non esercitano alcuna solidarietà, non fanno misericordia (v. 37), mentre colui che si poteva e doveva odiare (il Samaritano) è colui che concretamente esercita la solidarietà, perché è preso da compassione.
Il sacerdote e il levita: vedere e passare oltre
Per prima cosa, ciò che mi ha colpita, in realtà, non è stato il gesto del buon samaritano, ma sono stati il sacerdote e il levita. Entrambi “passano oltre” davanti all’immagine di quell’uomo, perché lo fanno?
Probabilmente ciò che li spinge è la paura: Paura di dover pagare le conseguenze di un gesto di compassione perché magari i briganti sono ancora vicini, o paura di dover sapere chi è la causa di quello che vedono.
Quanto è in realtà attuale questa paura, è purtroppo comprensibile anche per noi e anche se magari in questo momento ci sentiamo superiori ad essa, ne siamo vittime molto spesso, magari più indirettamente e meno consapevolmente.
La parabola presenta il caso di un uomo che, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico, incappa in briganti che lo feriscono, lo derubano e lo lasciano per strada mezzo morto. Passano di lì prima un sacerdote, quindi un levita, ma entrambi, pur avendo visto l’uomo ferito, passano oltre e non gli prestano soccorso.
Perché questo comportamento? Forse per non contrarre impurità con un uomo ridotto in stato quasi cadaverico, ma forse vi è qualcosa di più radicale: l’uomo malato, il ferito, il sofferente, il morente può farci paura.
E possiamo voltarci dall’altra parte, o passare dall’altra parte della strada, come il levita e il sacerdote, pur di non incontrare chi soffre. Per entrare nella compassione che porta a fare tutto il possibile per il moribondo, non basta vedere l’uomo ferito, ma occorre anche vedere le proprie resistenze alla compassione, riconoscere che la sofferenza dell’altro ci respinge e suscita in noi anche rigetto e ripugnanza.
Non solo non ci attrae, ma ci impaurisce e ci induce a fuggire. Non è da escludere che la presenza dell’uomo ferito sia stata sentita come una vera e propria scocciatura che riempie di collera sacerdote e levita: “perché costui è là a interrompere il mio cammino, i miei ritmi prefissati, i miei impegni, urgenti e improcrastinabili?
Non posso permettermi di perdere tempo soccorrendolo: i miei doveri hanno la priorità”. Si manifesta allora in me la volontà di escluderlo dal mio orizzonte, perché mi infastidisce: allora passo dall’altra parte della strada. Scansandolo, mi illudo di sgravarmi la coscienza.
Forse nel cuore di questi uomini si sono mossi pensieri di questo tipo. Forse. Tuttavia, credo che per leggere onestamente questa parabola dovremmo non tanto identificarci nel protagonista positivo, il Samaritano, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita, e che i tre personaggi sono tre momenti dell’unico movimento faticoso verso un atteggiamento di vera compassione e prossimità.
Anche noi, per arrivare alla vera prossimità siamo chiamati a riconoscere le opposizioni che in noi ci sono alla solidarietà e alla compassione. Il racconto ci costringe a interrogarci sulle occasioni in cui vediamo il bisogno, ma scegliamo di non lasciarcene coinvolgere.
Il Samaritano: lo straniero che diventa prossimo
Il samaritano, invece, considerato eretico e impuro dai giudei, si accosta all’uomo con profonda compassione. Le sue azioni concrete di cura e di premura verso il ferito sovvertono le barriere religiose e sociali, mostrando un amore autentico che va oltre le divisioni.
Il samaritano è in viaggio, magari ha fretta e deve raggiungere la sua meta al più presto, ma questo all’improvviso passa in secondo piano quando “lo vide” e proprio in questo sguardo è racchiusa la volontà di non ignorare, perché non è lo sguardo degli occhi, ma quello di chi sceglie di “compatire”, di vivere con l’altro la sua sofferenza e di provare anche la sua indignazione.
È proprio in questo atteggiamento che si concretizza l’insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, che invece nelle parole del dottore della legge rimane solo un’arida norma che egli non riesce ad umanizzare nella realtà, anche se magari è convinto di saperlo fare.
Quindi, il samaritano “gli si fece vicino” e questo è l’atteggiamento non dell’eroe che irrompe coraggioso nella scena, ma di chi in punta dei piedi vuole entrare nella vita di un’altra persona e farsi strumento.
Il samaritano rappresenta colui che dimostra amore e compassione verso il prossimo, indipendentemente dalle differenze e dai motivi di attrito. Da un punto di vista simbolico, questo personaggio incarna l’amore universale che va oltre le barriere e le divisioni.
Egli sovverte le aspettative e dimostra che la vera religiosità si manifesta nella compassione e nell’aiuto concreto. Alcuni vedono nel samaritano la figura di Cristo stesso, che si è fatto prossimo all’umanità sofferente.
Altri lo interpretano come un modello di comportamento da seguire per costruire un mondo più giusto e compassionevole. Indipendentemente dall’interpretazione, il buon samaritano rappresenta un ideale di amore e di altruismo a cui tutti possiamo aspirare.
Le azioni del Samaritano
Alla domanda di Gesù su chi tra i personaggi della parabola è stato il prossimo per l’uomo incappato nei briganti, il dottore della Legge risponde: “Colui che ha fatto misericordia con lui” (10,37; lett.), cioè “Colui che ha agito con misericordia nei suoi confronti”.
Ma cosa ha fatto il Samaritano? Sette azioni: “ebbe compassione”; “si avvicinò”; “fasciò le ferite”; “versò olio e vino”; “lo caricò sulla cavalcatura”; “lo portò a una locanda”; “si prese cura di lui”.
| Azione | Significato |
|---|---|
| “Ebbe compassione” | Riconoscere la sofferenza e lasciarsi coinvolgere |
| “Si avvicinò” | Superare la distanza e assumere una responsabilità |
| “Fasciò le ferite” | Intervenire concretamente sul bisogno |
| “Versò olio e vino” | Condividere ciò che si possiede per curare |
| “Lo caricò sulla cavalcatura” | Portare il peso dell’altro |
| “Lo portò a una locanda” | Condurre la persona verso un luogo di accoglienza |
| “Si prese cura di lui” | Garantire una presenza che continua nel tempo |
Con praticità, gli fascia le ferite e condivide i beni (magari riservati per il viaggio) con lo sconosciuto: l’olio e il vino; senza badare a ciò che resterà per se stesso.
Lo porta alla locanda e si “prende cura di lui” e il giorno dopo lo affida anche all’albergatore dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”.
Il giorno dopo, prima di partire, spende denaro raccomandando il ferito alle cure del locandiere e preoccupandosi di assicurare che avrebbe speso ancora ciò che si fosse rivelato necessario.
L’amore dev’essere visibile, tangibile. Richiede fatti concreti che aiutino a porre rimedio alle necessità specifiche del prossimo.
La compassione è qualcosa che si fa, è una prassi, non un sentimento. Si situa sul piano dell’effettività, più che dell’affettività.
Comporta movimenti interiori come il rigetto dell’indifferenza e l’assunzione della responsabilità personale. Ma anche esteriori e tangibili come il dare tempo, energie, denaro.
La compassione deve essere più importante delle regole religiose. Il samaritano non si preoccupa di contaminarsi o di infrangere le leggi religiose: si preoccupa solo di aiutare il ferito.
La compassione come condivisione della sofferenza
Non basta vedere il sofferente: occorre fargli spazio in noi, far sì che la sua sofferenza avvenga un po’ in noi. La compassione è la radice della prossimità perché essa dice: “Tu non sei solo perché la tua sofferenza è, in parte, la mia”.
Possiamo dire che la compassione è il “sottrarre il dolore alla sua solitudine”. Davvero dunque i tre personaggi della parabola disegnano un unico percorso e un’unica storia, quella della compassione che fatica a farsi strada in noi, nel nostro cuore.
Occorre saper vedere la propria paura, la mia paura che mi impedisce di cogliere la sua, di lui che è impotente e in balia del primo che si avvicina e gli può dare il colpo di grazia.
Forse la mia paura di fronte all’altro sofferente è la paura dell’isolamento in cui giace il ferito: se io accetto di incontrare in me questa solitudine spaventosa, forse potrò farmi vicino all’altro e diventare presenza nella sua solitudine.
La compassione non consiste soltanto nel provare emozione davanti alla sofferenza, ma nel trasformare quella partecipazione interiore in una decisione concreta. Il Samaritano non si limita a commuoversi: si ferma, si avvicina, cura, accompagna e organizza la continuità dell’aiuto.
L’uomo ferito: la vulnerabilità che accomuna tutti
E forse dovremmo cercare di guardare la scena della nostra parabola mettendoci nei panni dell’uomo ferito. Si entrerebbe in un’altra visione del mondo e si potrebbe entrare nella storia di quest’uomo che conosce quattro tappe:
- È un uomo normale, come me, come tutti, che sta facendo la sua strada (v. 30a).
- L’inatteso rende quest’uomo quasi morto a causa della violenza. Quest’uomo viene picchiato, ferito, rapinato, malmenato, condotto a un passo dalla morte (v. 30b).
- Davanti al sacerdote e al levita quest’uomo diviene colui di cui non ci si prende cura, che patisce l’indifferenza omicida: sperimenta di non essere nulla, uno da evitare (vv. 31-32).
- Davanti al Samaritano egli diviene l’uomo aiutato, soccorso, che conosce chi si prende gratuitamente cura di lui, colui che sperimenta la compassione dell’altro (vv. 33-35).
L’uomo aggredito e lasciato agonizzante lungo la strada, derubato e ferito, è un giudeo, e simboleggia la vulnerabilità e la sofferenza che accomunano tutti gli esseri umani.
Spostiamo infatti il nostro sguardo sull’uomo senza nome che è stato abbandonato dai briganti, quest’uomo è stato percosso, è sicuramente spaventato, diffidente, in molti l’hanno ignorato e non gli hanno prestato soccorso, ma si affida totalmente a chi sceglie di prendersi cura di lui.
Senza dubbio egli si trova in una situazione di “povertà”, proprio lui che sta percorrendo la strada opposta a quella di Gesù: “Da Gerusalemme a Gerico”, un cammino quindi non di Vita, ma di sofferenza; lui che ora si trova in una situazione tale di bisogno da non avere nemmeno la forza di chiedere aiuto a qualcuno, ma rimane inerme.
La parabola ci invita a riconoscere che, in momenti diversi, possiamo trovarci in ciascuna delle posizioni del racconto: possiamo essere feriti e bisognosi di aiuto, possiamo passare oltre, oppure possiamo diventare prossimi di chi soffre.
La strada da Gerusalemme a Gerico come immagine della vita
L’incontro sulla strada di Gerico diventa una metafora della vita stessa. Tutti, prima o poi, ci troviamo ad essere come la vittima: vulnerabili e bisognosi di aiuto.
La strada rappresenta il cammino dell’esistenza, con i suoi rischi, le sue ferite e gli imprevisti. L’uomo scende da Gerusalemme a Gerico e, lungo il percorso, viene privato delle sue sicurezze.
Nelle nostre polverose vie per Gerico, veniamo attaccati, feriti e lasciati ad agonizzare. Anche se dovremmo aiutarci a vicenda, troppo spesso passiamo dall’altra parte della strada, per svariati motivi.
Tuttavia, con compassione, il Buon Samaritano si ferma e fascia le nostre ferite con vino e olio. Simboli del sacramento e di altre ordinanze, il vino e l’olio ci indicano la via verso la guarigione spirituale in Gesù Cristo.
Il Buon Samaritano ci mette sul Suo asino o, come narrato in alcune vetrate colorate, ci porta in spalla. Egli ci porta nell’Albergo, che rappresenta la Sua Chiesa.
Nell’Albergo, il Buon Samaritano dice: “Prenditi cura di lui; […] quando tornerò […], te lo renderò” [ Luca 10:35 ]. Il Buon Samaritano, un simbolo del nostro Salvatore, promette di ritornare, questa volta in maestà e gloria.
Il Buon Samaritano come figura di Cristo
Alcuni vedono nel samaritano la figura di Cristo stesso, che si è fatto prossimo all’umanità sofferente. Il Salvatore è il nostro buon Samaritano, mandato “per fasciare quelli che hanno il cuore rotto” [ Luca 4:18 ; vedere anche Isaia 61:1 ].
Egli ci offre aiuto quando gli altri passano oltre. Con compassione, applica il Suo balsamo curativo sulle nostre ferite e le fascia. Ci porta in braccio. Si preoccupa per noi.
In questa lettura, l’uomo ferito rappresenta l’umanità vulnerabile, priva di forza e incapace di salvarsi da sola. Il Samaritano rappresenta Cristo, che si avvicina senza lasciarsi fermare dall’estraneità, dalla colpa o dalla distanza.
Il suo gesto mostra un amore che non rimane esterno alla sofferenza: entra nella situazione dell’altro, ne assume il peso e apre un cammino di guarigione.
La parabola può quindi essere letta sia come invito a diventare buoni samaritani, sia come annuncio di un Salvatore che per primo si fa vicino all’uomo ferito.
La locanda e la collaborazione nella cura
Il Samaritano non agisce da solo. Egli si affida anche alla disponibilità dell’albergatore, perché è nostro dovere aprire gli occhi anche agli altri, essere in qualche modo “contagiosi” nelle nostre azioni.
La compassione esige una collaborazione: il Samaritano ha bisogno di altri e di istituzioni per poter adeguatamente aiutare il ferito. Il locandiere e la struttura in cui egli sarà accolto e curato.
Di certo qui Gesù insegna che la solidarietà è un reale farsi prossimo all’altro nella sua sofferenza. La parabola mostra che l’aiuto personale e le strutture di accoglienza possono sostenersi a vicenda.
Sicuramente il samaritano è stato il vero prossimo di quell’uomo; ma lo è stato anche l’albergatore. È stato lui che per molti giorni si è assunto l’incarico di curargli le ferite fino alla guarigione, di dargli tutto il necessario o di preparargli cibi che fossero appetitosi e lo aiutassero a riprendere le forze.
Tutto ciò senza protagonismo, servendo in silenzio. La cura del prossimo non coincide necessariamente con un gesto clamoroso: può consistere anche nella fedeltà quotidiana di chi accompagna, sostiene e serve senza attirare l’attenzione su di sé.
L’amore supera le differenze e i pregiudizi
La parabola del buon samaritano ci insegna che amore e compassione non conoscono differenze e pregiudizi e che l’unico modo per compiacere Dio è amare il prossimo.
Ecco il messaggio straordinario espresso in questa parabola: aiuta il tuo prossimo, chiunque egli sia, e impara ad amare il tuo nemico.
La parabola del buon samaritano è una sfida per tutti noi. Gesù ci chiede di essere come il samaritano e di aprire i nostri cuori a tutti coloro che hanno bisogno di noi.
È un invito a costruire un mondo più compassionevole e più giusto, dove l’amore vince sull’indifferenza e sull’odio. L’amore non conosce confini.
Dobbiamo amare tutti, anche i nostri nemici e coloro che sono diversi da noi. Le tensioni tra samaritani e giudei amplificano il messaggio dirompente della parabola.
Il samaritano, disprezzato e considerato inferiore, si dimostra il vero prossimo del giudeo in difficoltà. Amore e compassione si rivelano come i principi universali che superano ogni divisione e odio.
La parabola stessa invita l’ascoltatore a riflettere e a dare la propria risposta. Il giudeo ferito, colui che ha bisogno di aiuto e di compassione, indipendentemente dalla sua identità o dalle sue azioni passate, rappresenta ogni persona bisognosa.
La parabola ci insegna che il nostro prossimo è chiunque abbia bisogno del nostro aiuto, chiunque incontriamo sulla nostra strada. È un invito di Gesù ad amare tutti, senza distinzioni.
Amore e la compassione sono i soli criteri per definire chi è il nostro prossimo, superando i pregiudizi e aprendoci alle necessità degli altri.
La carità non è un motivo di orgoglio
Alla luce di questo, mi hanno molto colpita le parole di Don Tonino Bello: “Prima di tutto dobbiamo liberarci dall’equivoco che la carità sia frutto del nostro ‘buon cuore’, della nostra bontà, elaborazione delle nostre virtù, merito da vantare davanti a Dio. La carità non è qualcosa per cui Dio debba ringraziarci, ma un qualcosa di cui noi dobbiamo ringraziare Dio”.
Quello dell’umiltà è un cammino faticoso, non è sempre facile per l’uomo riconoscere che c’è Altro dietro le proprie azioni.
Molto spesso, anche nei piccoli gesti quotidiani capita, per esempio, di sentirsi gratificati ed elevati per un “grazie” ricevuto, a tal punto che non si distingue spesso il confine tra ciò che si fa per sé e ciò che si fa per l’altro.
Ma se quel “grazie” non ci fosse, la nostra azione sarebbe poi diversa? Questa domanda mette alla prova la sincerità del nostro servizio e ci invita a considerare se aiutiamo davvero l’altro oppure se cerchiamo anche una ricompensa personale.
L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano.
La paura e l’indifferenza nelle situazioni concrete
Per questo motivo, vorrei leggere il vangelo di Luca in un testo a me molto caro, “La solidarietà e la tenerezza dei poveri” di Padre Franco Nascimbene, ambientato a Guayaquil, in Ecuador.
Due spari nella notte ed un ragazzo cade a terra. La gente accorre ma è troppo tardi. L’auto di Toral, da cui gli spari erano partiti, si allontana nel buio.
Alcuni amici del ragazzo raccontano: “Eravamo in gruppo e ci stavamo drogando quando è giunta l’auto del boss. Vedendola, scappammo. Il boss ci gridò di fermarci. Nessuno gli obbedì. Allora diede l’ordine al suo autista di sparare e quel nostro compagno restò ucciso.”
La sera partecipai alla preghiera nella casa del morto. Lessi il brano di Caino e Abele. Cercammo di rileggere insieme gli avvenimenti che portarono alla morte del ragazzo.
Anche se con un po’ di paura, la gente riconobbe nel boss la figura di Caino. La domenica, dopo la Messa, riunimmo per una sessione straordinaria gli animatori delle comunità chiedendo loro se pensavano che si potesse star zitti e non reagire davanti al boss che uccide.
Ci dissero che era inutile denunciarlo: la mamma del ragazzo l’aveva fatto e dopo tre ore Toral, pagando, aveva fatto sparire la denuncia. E poi era pericoloso: sicuramente sarebbe venuto a sapere da chi era venuta la denuncia e quelle famiglie avrebbero perduto la casa.
Intuimmo che avevano paura l’uno dell’altro. Lasciammo perdere e il giorno dopo andammo a visitarli uno per uno nelle loro case.
Senza che altri li ascoltassero, quattro di loro si dissero disposti ad accompagnarci al comitato cittadino dei diritti umani. Ci presentammo. Ci ascoltarono ed accettarono di fare una denuncia anonima, dicendo che alcuni abitanti di quel quartiere avevano presentato il caso al comitato per i diritti umani.
La polizia, invece di arrestare Toral, gli telefonò per avvisarlo che era arrivata quella denuncia contro di lui. Lui chiese da chi era firmata.
Gli risposero che veniva dal comitato per i diritti umani di Guayaquil, ma che non c’erano i nomi dei denuncianti. Quella sera Toral mandò alcuni dei suoi “cani” a visitare la sede del comitato: entrarono e fecero a pezzi tutto ciò che poterono: telefono, computer, finestre …
Lo sapemmo perché il giorno dopo dal comitato mandarono una persona ad avvisarci dell’accaduto, consigliandoci di non andare alla loro sede perché sicuramente qualche “cane” di Toral era in zona per controllare se qualche persona del nostro quartiere stesse frequentando quell’ufficio.
Intanto Toral aveva fatto pubblicare su un giornale cittadino la notizia che quel ragazzo era stato ucciso in un altro quartiere. Che fare?
Andammo a visitare la mamma del morto che si disse disposta a qualsiasi rischio pur di fare un po’ di luce sull’accaduto. Organizzammo un incontro tra lei e la polizia e lei tornò a denunciare l’accaduto, specificando il luogo esatto in cui il figlio era stato ucciso e che a sparare era stato l’autista di Toral.
La polizia andò a trovare Toral e gli disse che dalle investigazioni fatte risultava che l’assassino non era stato lui ma il suo autista. Toral rispose che andassero allora ad arrestare il suo autista che, diceva, suo autista non era mai stato giacché non aveva mai conosciuto una persona con quel nome.
Nel frattempo il suo autista aveva lasciato Guayaquil e naturalmente nessuno sapeva dove fosse andato a vivere.
La polizia andò sul luogo del delitto e cominciò a far domande agli abitanti di quella via. Anche lì la paura condizionò tutti: nessuno aveva udito spari, nessuno aveva visto il morto, nessuno s’era accorto che l’auto di Toral fosse passata di lì quella sera, molti dichiararono che quella sera si trovavano altrove.
La polizia decise così di chiudere il caso dichiarando che l’accusato era introvabile e che comunque c’erano molti dubbi che la cosa fosse accaduta perché gli abitanti di quella via non ne sapevano niente.
Qualche giorno dopo un amico ci avvertì di aver sentito dire che, in una riunione con i suoi intimi, Toral avrebbe dichiarato che sapeva che erano stati i Padri a denunciarlo.
La situazione si faceva pericolosa, ma decidemmo di non fare passi indietro. Toral aveva l’abitudine ogni tanto di far girare un camion carico di alimenti per il quartiere (farina, pesce, banane…) e regalarne un sacchetto ad ogni famiglia.
Non si è mai capito come si procurasse quei carichi di cibo. Certamente però la cosa creava un rapporto di simpatia e riconoscenza verso babbo Toral.
Pochi giorni dopo quei fatti ecco apparire un camion di farina, probabilmente mandato per aiutare la gente a dimenticare l’accaduto.
A coloro che vennero a consegnarci la nostra dose di farina, dicemmo che non la volevamo e che dicessero pure a Toral che a noi non avrebbe chiuso la bocca con un chilo di farina.
Dopo un’oretta, nel quartiere tutti stavano parlando del nostro rifiuto. La situazione tra noi e lui era tesa. Molti avevano paura per la nostra vita.
Qualcuno si ritirò dal cammino delle comunità per timore di essere coinvolto nei nostri problemi. L’impressione che avemmo fu che, invece di farci uccidere, pensò che era meglio fare delle pressioni sulle autorità ecclesiastiche di Guayaquil per spingerle a farci andare via dal quartiere.
Dopo due mesi Toral offrì loro gratuitamente un ampio terreno già bonificato per costruirvi una grande chiesa per tutto il quartiere…
Questo racconto mostra che la paura può indurre a passare oltre, a tacere e a proteggere la propria sicurezza. Mostra anche che la solidarietà richiede discernimento, coraggio e collaborazione, soprattutto quando la situazione è segnata dalla violenza e dall’ingiustizia.
La cura continua nel tempo
Il samaritano si prende cura dell’uomo ferito non soltanto nel momento dell’emergenza. Lo porta alla locanda, paga per le sue cure e promette di tornare.
È un prendersi cura che è instancabile nel tempo e nelle risorse. “Vi darò vita e vita in abbondanza” significa forse proprio questo: non mi prendo cura di te che mi sei accanto solo ora, ma mi accorgo e mi ricordo di te anche domani, e il giorno dopo ancora.
Non si può percorrere una via in pienezza e abbandonarla subito, è una scelta continua e instancabile. La solidarietà non è soltanto una risposta momentanea, ma una disponibilità a restare fedeli al bisogno dell’altro anche quando l’emozione iniziale è passata.
Il samaritano sa inoltre “far rete”; si affida anche alla disponibilità dell’albergatore, perché è nostro dovere aprire gli occhi anche agli altri, essere in qualche modo “contagiosi” nelle nostre azioni.
Le occasioni di servire il prossimo in maniera efficace, come ci siamo impegnati a fare, raramente vengono nel momento più comodo. Ma non si trova il potere spirituale vivendo nelle comodità. Il potere si ottiene osservando le nostre alleanze.
Non lasciate mai che un problema da risolvere diventi più importante di una persona da amare.
Il Buon Samaritano nella vita quotidiana
Abbiamo molte opportunità di seguire il consiglio del Salvatore “Va’, e fa’ tu il simigliante” ( Luca 10:37) in molti ambienti diversi in cui ci troviamo, come a casa, a scuola, online, nel nostro rione o ramo e tra gli estranei.
Le azioni parlano più forte delle parole. Non basta dire che amiamo il prossimo; dobbiamo dimostrarlo con le nostre azioni.
Sta solo a noi decidere chi sono i “prossimi” nella nostra vita e scoprire in che modo possiamo essere “buoni samaritani” per gli altri, per costruire un mondo più compassionevole e più giusto.
Ci invita ad amare il prossimo riconoscendo che siamo prossimo, con la nostra povertà e il bisogno dell’altro; a non passare oltre, ma ad essere sempre in cammino; ci invita soprattutto a non chiudere gli occhi e a scegliere ogni giorno di essere vita, anche per gli altri.
Il nostro cammino di fede, soprattutto nei momenti di difficoltà, è proprio quello di sapersi affidare anche dove non c’è una spiegazione razionale a ciò che subiamo, anche quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia; non è facile trovare la serenità nell’altro eppure è proprio nell’altro che Dio si manifesta per noi.
La parabola spiegata ai bambini
C’era una volta un uomo che camminava da Gerusalemme a Gerico. All’improvviso, dei briganti lo assalirono, lo picchiarono e gli rubarono tutto, lasciandolo solo e ferito sulla strada.
Passò di lì un sacerdote, vide l’uomo ferito, ma accelerò il passo e non si fermò. Passò anche un levita, ma si girò dall’altra parte e nemmeno lui si fermò.
Poi arrivò un samaritano. I samaritani e gli ebrei non andavano d’accordo, ma il samaritano non si preoccupò di questo: vide l’uomo ferito e si fermò subito, si chinò su di lui e gli pulì le ferite, versandovi olio e vino per farle guarire.
Coprì le ferite con bende, caricò l’uomo sul suo asino e lo portò a una locanda. Pagò l’albergatore e gli disse: “Abbi cura di lui. Se spendi più di questo, ti pagherò io quando tornerò”.
Il samaritano si è comportato come un vero amico, aiutando l’uomo ferito e in difficoltà, anche se non lo conosceva e non appartenevano alla sua stessa religione.
Questo racconto ci insegna che dobbiamo essere gentili con tutti, anche con le persone che non conosciamo o che sono per qualche motivo diverse da noi.
Dobbiamo aiutare le persone bisognose, mostrare compassione e amore verso tutti. Solo così saremo degni dell’amore di Gesù e lo renderemo fiero di noi.
Domande per la riflessione personale
Quanto senti effettivamente attuale nella tua vita la parabola del buon samaritano? Prova a rivivere alcune situazioni nella tua mente, talvolta riconosci in te il ruolo del sacerdote e del levita che passano oltre?
Quale tra i verbi che indicano le azioni del buon samaritano senti più tuo? A volte hai la sensazione che nei tuoi gesti verso gli altri ci sia bisogno di un ritorno, di un “grazie”?
Riconosci anche tu di essere prossimo? Riesci ad affidarti al “buon samaritano” quando sei in difficoltà?
Gesù non invia solo il dottore della legge, ma invia ciascuno di noi, anche se a volte non è facile capire che Lui è dietro le nostre azioni. Ti senti inviato? Ti senti in cammino o senti di essere fermo?
Pensa a un’occasione in cui qualcuno ti ha aiutato quando ne avevi bisogno. Perché pensi che questa persona ti abbia aiutato? Come ti sei sentito grazie a ciò che ha fatto questa persona?
Rifletti sulla tua probabilità di aiutare una persona nel bisogno e sul perché potresti aiutarla o no. Mentre studi, cerca le verità che impari su Gesù Cristo che potrebbero aumentare il tuo desiderio di aiutare chi è nel bisogno.
Come puoi applicare l’invito del Salvatore nella tua vita? Che cosa ti insegna questo invito sui sentimenti del Salvatore per tutti i figli del Padre Celeste?
Quali sono alcuni modi specifici in cui potresti seguire l’esempio del Salvatore per mostrare amore al tuo prossimo in questo contesto? Che cosa può rendere difficile mostrare amore al tuo prossimo in questo contesto?
Se una persona avesse difficoltà a mostrare amore al prossimo in questo contesto, che cosa potresti insegnarle su Gesù Cristo che potrebbe aiutarla?
Non chiederti: chi è il mio prossimo? Tocca a te farti prossimo di chi è nel bisogno.
