Atto di battesimo di Claudio Monteverdi: data, luogo e significato storico

L’atto di battesimo di Claudio Monteverdi riporta la data del 15 maggio 1567 e documenta la nascita del musicista a Cremona, nella parrocchia di San Nazaro e Celso, oggi Sant’Abbondio. Alcuni studiosi sono però concordi nell’attribuire la data corretta del parto a qualche giorno antecedente, più precisamente al 9 maggio.

Il registro dei Battesimi della parrocchia di San Nazaro e Celso costituisce la principale testimonianza documentaria sulla nascita di Monteverdi. La notizia colloca l’origine del compositore nei pressi dell’Ospedale di Santa Maria della Pietà, dove il padre Baldassarre aveva una bottega.

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Che cosa attesta l’atto di battesimo

L’atto di battesimo riporta infatti la data del 15 maggio 1567. Claudio Monteverdi nasce a Cremona il musicista Claudio Monteverdi.

Claudio Giovanni Antonio Monteverdi (Cremona, 9 maggio 1567[1] - Venezia, 29 novembre 1643) è stato un compositore italiano. Nato a Cremona, dove intraprese i primi studi musicali e compositivi, Monteverdi sviluppò la sua carriera prima alla corte di Mantova e poi nella Repubblica di Venezia, dove fu maestro di cappella presso la Basilica di San Marco fino alla sua morte.

La differenza tra il 15 maggio, indicato nel registro dei Battesimi, e il 9 maggio, riportato da alcune ricostruzioni biografiche, riguarda quindi la distinzione tra la data del battesimo e quella attribuita alla nascita. La documentazione battesimale conserva in ogni caso una testimonianza fondamentale per stabilire il legame di Monteverdi con Cremona.

La famiglia e il contesto cremonese

Figlio di uno speziale, un po’ chirurgo, medico e alchimista, ed alchimista egli stesso. Forse l’alchimia fu più di una semplice passione per il divin Claudio Monteverdi, una passione certamente ereditata dal padre Baldassarre, che aveva una bottega nei pressi dell’Ospedale di Santa Maria della Pietà, dove Claudio nacque il 15 maggio 1567, come è scritto nel registro dei Battesimi della parrocchia di San Nazaro e Celso, oggi Sant’Abbondio.

Il padre Baldassarre era speziale, cerusico e medico affermato, nonché personaggio in vista della comunità cittadina. La rete delle conoscenze familiari e la dimensione provinciale consentono di esaltare al massimo, con qualche sproporzione entusiastica, le indiscutibili e precoci manifestazioni del talento di Claudio.

Quando Claudio Monteverdi nasce a Cremona, nel 1567, primo figlio di una famiglia di farmacisti, chi può immaginare di trovarsi davanti il più importante musicista a cavallo tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento? No, nessuna tra le persone che fanno capolino attorno alla culla può ancora saperlo, ma il piccolo Monteverdi diventerà l’ultimo grande polifonista del Rinascimento e insieme il primo geniale interprete della monodia accompagnata.

Un genio capace di farsi ponte tra due epoche. Più di un rivoluzionario, più di un innovatore. Un anticipatore. Che, come tale, brucia subito le tappe.

Cremona, la formazione e il talento precoce

La vita e la produzione di Claudio Monteverdi si articolano in tre fasi corrispondenti alle tre principali città che gli hanno fatto, insieme, da sfondo e da motore: Cremona, Mantova e Venezia. A Cremona, città natale, si svolge l’apprendistato del giovane musicista all’illustre scuola del compositore veronese Marcantonio Ingegneri.

Di talento precoce, iniziò la pratica dell’organo, della viola da gamba e della composizione polifonica con il maestro di cappella del Duomo di Cremona, Marc'Antonio Ingegneri. Istruito sin da piccolo dal famoso Marcantonio Ingegneri, Claudio mostra immediatamente un talento fuori dal comune, iniziando a comporre prestissimo.

Fra il 1582 e il 1590 (cioè fra i 15 e i 20 anni di vita) vengono infatti stampati ben cinque libri di sue composizioni. La pubblicazione precoce di raccolte monografiche, per di più in vesti tipografiche ricercate, è un privilegio singolare se si pensa ai costi notevoli della stampa musicale, e se si ricorda che molto di rado un compositore poteva ambire alla stampa di un proprio libro prima dei 25 anni.

AnnoRaccoltaEtà indicativa
1582Sacrae cantiunculae15 anni
1583Madrigali spirituali16 anni
1584Canzonette17 anni
1587Primo libro dei madrigali20 anni
1590Secondo libro dei madrigali23 anni

Già nel 1582, a soli quindici anni, pubblicò la raccolta vocale Sacrae Cantiunculae, cui seguirono nel 1583 i Madrigali spirituali a 4 voci, nel 1584 le Canzonette a 3 voci libro I, i Madrigali a 5 voci libro I nel 1587 e il II libro nel 1590.

I primi tre libri monteverdiani, Sacrae cantiunculae del 1582, Madrigali spirituali del 1583, Canzonette del 1584 (finanziati da mecenati locali, dedicatari delle opere) sono lavori di buona fattura, ma di qualità artistica non singolare; hanno quindi il principale scopo di mostrare nel “theatro del mondo” che il loro giovane autore è in pieno possesso di tutte le conoscenze richieste a un musicista professionista.

Il primo e il secondo libro dei madrigali, rispettivamente del 1587 e 1590, testimoniano invece che intorno ai vent’anni Monteverdi era già pervenuto a un alto livello di maturazione compositiva, e stava già elaborando quella cifra stilistica così particolare e originale che in seguito lo avrebbe caratterizzato.

Dal documento locale alla figura storica

L’atto di battesimo acquista un significato particolare perché collega il futuro compositore alla città nella quale si svolsero la sua infanzia e il suo primo apprendistato. L’importanza di Claudio Monteverdi nella storia della musica occidentale si misura su due dimensioni: la qualità estetica delle sue opere, che sono fra le vette più alte della nostra tradizione colta, e l’esemplarità del suo percorso di compositore.

La formidabile sensitività della sua intelligenza creativa e una felice combinazione di condizioni favorevoli gli hanno permesso di conquistare una posizione di assoluto rilievo nella rivoluzione musicale avvenuta tra fine Cinquecento e inizio Seicento. La sua attività artistica segnò il passaggio dalla musica rinascimentale alla musica barocca.

Fu uno dei principali innovatori che accompagnarono l’evoluzione del linguaggio musicale, insieme al “principe dei musici”, Carlo Gesualdo. Monteverdi scrisse una delle prime opere teatrali in cui fosse sviluppabile una trama drammatica, ovvero un melodramma, L'Orfeo.

Pur padroneggiando le tecniche della precedente polifonia rinascimentale, come evidenziato nei suoi madrigali, intraprese grandi sviluppi nella forma e nella melodia e iniziò ad impiegare la tecnica del basso continuo, caratteristica del barocco.

Il giovane Monteverdi e la prima produzione

Specie il secondo libro rivela una nuova attenzione ai contenuti dei testi poetici messi in musica e una concezione estremamente duttile e articolata della costruzione polifonica, che porterà direttamente agli elementi principali dell’idioma musicale barocco (il declamato monodico e lo stile concertato).

Ecco mormorar l’onde del secondo libro, costruito su di un commosso testo di Torquato Tasso che canta l’impalpabile e miracoloso trascolorare della natura nel breve tempo dell’aurora, è già un capolavoro del genere madrigalesco.

Gli ingressi sfalsati e variamente combinati delle cinque voci, con brevi afflati di canto che efficacemente corrispondono alla frammentata meraviglia delle parole di Tasso, introducono l’ascoltatore in un mondo sonoro di sfumature, trasformazioni, echi; una sfera incantata in cui perdono consistenza i confini tra notte e giorno, sonno e veglia, coscienza e incoscienza.

È già la poetica del sogno, del magico, dell’impalpabile, che tanta parte avrà nella letteratura del Seicento, da Shakespeare e Calderón in poi.

Il trasferimento alla corte di Mantova

Tra il 1590 e il 1591 Monteverdi viene assunto come suonatore di viola alla corte di Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, dove una tradizione secolare aveva riservato alla musica un posto d’onore, prima con Isabella d’Este, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, poi con il duca Guglielmo, egli stesso compositore di non infima qualità.

Dal 1590 al 1592 Monteverdi operò alla corte di Mantova in qualità di “violista” nell’accezione più ampia del termine, cioè di suonatore di strumento ad arco non meglio specificato. A 25 anni diventa violista alla corte del Duca di Mantova e qui, con umiltà e dedizione assoluta, impara il mestiere di musico di corte.

Ma un impulso decisivo arrivò a Mantova da Vincenzo, che, assunta la signoria alla morte del padre Guglielmo (1587), spese ingenti somme per affermare una rinnovata e magnificente immagine internazionale del suo ducato, patrocinando costosi e raffinati eventi spettacolari incentrati sulla musica.

L’humus culturale dentro e attorno alla corte è inebriante: Monteverdi conosce Giaches de Wert, le opere di poeti e artisti come Torquato Tasso e Giovanni Battista Guarini, ma anche i virtuosi cantanti di Ferrara.

Il viaggio in Ungheria e nelle Fiandre

Al seguito di Vincenzo, come responsabile di una piccola cappella di quattro musicisti, Monteverdi partecipa a due viaggi: in Ungheria (1595) e ai bagni di Spa nelle Fiandre (1599). Economicamente essi si rivelano per il musicista eventi rovinosi, di cui si lamenterà ancora alcuni anni dopo, perché è costretto a provvedere di tasca propria a ingenti spese personali; musicalmente tuttavia rappresentano occasioni preziose di confronto con altri contesti culturali e con altri professionisti di valore.

Quando il Duca parte per combattere i Turchi in Ungheria, nel 1595, Monteverdi è al suo fianco: non per tattica o strategia bellica, ma per impressionare con la sua virtù la nobiltà alleata e gli infedeli. Missione compiuta.

Quanto sia stato importante per Monteverdi il viaggio nelle Fiandre è attestato dal fratello Giulio Cesare, anch’egli al servizio del duca Vincenzo, quando in uno scritto del 1607 ricorda come Claudio fosse stato il primo a introdurre in Italia il nuovo “canto alla francese in questo modo moderno che per le stampe da tre o quattro anni in qua si va mirando. di quando venne da li bagni di Spà, l’anno1599”.

Il matrimonio e la carriera mantovana

Intanto, nel maggio 1599, erano state celebrate le sue nozze con Claudia Cattaneo, figlia di un collega musicista, anch’essa al servizio del duca come cantante. Il 20 maggio 1599 sposò a Mantova Claudia Cattaneo, cantante alla corte dei Gonzaga e figlia del musicista Giacomo, presso il quale aveva trovato alloggio.

Finalmente alla fine del 1601, morto a sua volta Pallavicino, arriva per lui la nomina a “maestro di musica del serenissimo signor duca di Mantova”, come si legge nel frontespizio del Quarto libro de madrigali (1603). Nello stesso anno fu nominato “Maestro della musica” dal duca Vincenzo.

I suoi compiti comprendevano l’insegnamento, la direzione di un gruppo vocale femminile e la composizione di lavori per il teatro. D’altro canto, Vincenzo I Gonzaga adora la sua musica, tanto da volerlo con sé per vent’anni, a corte e in viaggio, in pace e… in guerra.

Contrastati saranno sempre i rapporti fra Monteverdi e l’amministrazione ducale, che riconosce presto le molteplici doti del musicista e se ne avvale largamente, ma non si mostra altrettanto solerte nel remunerarle. In diverse lettere Monteverdi lamenta pagamenti mancati o fortemente ritardati, e l’ossequiosa prosa cortigiana riesce appena a dissimulare rabbia profonda e oscuro risentimento.

La seconda pratica

Al primo decennio mantovano è legato un episodio importantissimo, che ci permette di osservare da vicino quale straordinario complesso di problematiche accompagnasse l’evoluzione del pensiero musicale agli inizi del barocco: la disputa sulla “seconda prattica”. Protagonisti sono, da un lato Claudio Monteverdi e suo fratello Giulio Cesare, dall’altro il canonico e teorico bolognese Giovanni Maria Artusi.

Nella sua opera intitolata l’Artusi, overo Delle imperfettioni della moderna musica (1600), quest’ultimo si propone “di dimostrare i traviamenti di certe tendenze compositive moderne che contraddicono in modo palese le regole tradizionali”.

Artusi riconosce in essi una certa qualità generale, ma ne critica aspramente l’eccessiva libertà nel trattamento delle dissonanze, nella commistione dei generi, nella disinvolta manipolazione dei modi, che ai suoi occhi appaiono gravi e ingiustificati arbitri.

Brevemente, la critica mossa dal tradizionalista Artusi, allievo di Gioseffo Zarlino, era che i madrigali di Monteverdi fossero “aspri et all’udito poco piacevoli”, in quanto non osservanti le regole canoniche del contrappunto, e che dunque allontanassero la musica dal suo scopo, che è la pura “dilettatione”.

Monteverdi replicherà solo nel 1605 con un breve scritto in prefazione al Quinto libro; ma la vera risposta ad Artusi arriva nel 1607, in un’ampia Dichiaratione che Giulio Cesare Monteverdi scrive come introduzione agli Scherzi musicali del fratello Claudio.

Nella seconda prattica invece è l’armonia a essere serva dell’oratione; cioè il compositore non esita a eludere o contraddire le regole musicali consolidate, quando la fedele rappresentazione delle passioni lo richieda.

La parola che prende vita in musica come mai prima. Il segreto del suo successo? È presto detto: la sua musica è la prima ad allontanarsi dalle fredde atmosfere cinquecentesche per addentrarsi tra i chiaroscuri dell’animo umano, in una continua ricerca della “verità di espressione”, cioè della perfetta unione tra musica e parola.

L’Orfeo e la nascita del melodramma

Culmine del periodo mantovano sono i due ambiziosi spettacoli del 1607 e 1608, l’Orfeo e l’Arianna. In un gioco al rialzo nell’emulazione fra le corti italiane, essi sono le amplificate risposte del duca Vincenzo alle feste fiorentine del 1600 per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia.

Durante il carnevale del 1607, alla corte di Mantova, venne rappresentata la sua prima opera lirica: L'Orfeo, su libretto di Alessandro Striggio. L'opera, che era stata data in anteprima presso l'Accademia degli Invaghiti, ebbe grande ed immediato successo.

In questo clima intellettuale prende forma L’Orfeo, la sua prima opera teatrale e tra i primissimi esempi di melodramma. L’accoglienza è ottima a tutti i livelli.

Grazie alla buona qualità del libretto, l’Orfeo ha una struttura d’insieme molto armoniosa e allo stesso tempo estremamente variegata, nella ricca e felice alternanza di momenti solistici, passi corali, sinfonie e toccate strumentali, duetti, trii ecc.

Monteverdi fa tesoro delle esplorazioni da lui avviate in nuovi domini musicali lungo il precedente decennio, adattandole alle diverse esigenze drammaturgiche richieste dal libretto. La partitura dell’Orfeo viene stampata nel 1609.

L'ORFEO di Monteverdi - musica antica (for dummies)

L’Arianna e il Lamento

La rappresentazione dell’Arianna resta in forse quando muore di vaiolo la giovane cantante romana Caterina Martinelli che impersona la protagonista. Dopo febbrili e infruttuosi tentativi di trovare un’altra cantante adeguata alla difficoltà della situazione, il ruolo è impersonato da Virginia Ramponi Andreini, formidabile attrice nota come Florinda, che impara a memoria la parte in pochi giorni, rappresentandola poi trionfalmente.

Quest’ultima fu rappresentata il 28 maggio 1608, e riscosse grande successo al pari della precedente; la parte di Arianna era sostenuta dalla grande virtuosa Virginia Ramponi-Andreini, nota come La Florinda, che commosse il pubblico con il Lamento di Arianna, unico brano dell’opera giunto fino ai nostri giorni.

Le cronache sono unanimi nel testimoniare che il lungo e straziato lamento di Arianna su uno scoglio sia stato un momento straordinario, che strappò le lacrime a tutti i presenti.

Il Lamento d’Arianna come pezzo staccato circolerà manoscritto per molti decenni, e sarà dato alle stampe solo nel 1623, insieme ad altri brani in “genere rappresentativo”, cioè composizioni da camera che richiedono però dall’interprete l’impiego di una gestualità di natura teatrale.

Da Mantova a Venezia

Monteverdi tornò a Cremona in uno stato di profonda prostrazione, deciso a non lavorare più per la corte di Mantova, sennonché nel corso dell’anno 1609 riprese i contatti con il duca Vincenzo e si produsse in varie composizioni.

Alla morte del duca Vincenzo, avvenuta il 18 febbraio 1612, gli successe il figlio primogenito Francesco, che si impegnò subito in un ridimensionamento del lusso della corte. Monteverdi aveva perduto il suo principale sostenitore.

Così, il 29 luglio Claudio Monteverdi, insieme al fratello Cesare, fu bruscamente licenziato e ritornò a Cremona in precarie condizioni economiche. Tuttavia, il 10 luglio del 1613 morì Giulio Cesare Martinengo, maestro di cappella presso la Basilica di San Marco a Venezia, e Monteverdi venne nominato al suo posto a partire dal 19 agosto.

Monteverdi andò a Venezia e riorganizzò la cappella, ne arricchì la biblioteca e ingaggiò nuovi musicisti. Ora i suoi compiti erano chiaramente definiti e poteva contare sul supporto di assistenti.

Si sentiva rispettato, il suo salario era regolarmente nutrito da gratifiche. Inoltre, la città gli offriva ricche possibilità di lavoro supplementare.

L’interesse per l’alchimia

L’interesse del compositore per l’arte alchemica pare testimoniato da una serie di lettere scritte fra il 23 agosto 1623 e il 28 marzo 1626, in cui Monteverdi, che stava lasciando la corte del suo mecenate don Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova, per divenire Maestro di Cappella della Basilica di San Marco a Venezia, si diceva interessato a praticare l’alchimia.

Sembra che avesse maturato questo interesse, insieme a quello per l’astrologia e le scienze occulte, proprio al seguito del duca di Mantova nel corso di una missione in Ungheria e poi nelle Fiandre nel 1595. Alla corte di Praga Rodolfo II era noto per essere un cultore dell’alchimia.

Chi si è occupato di Monteverdi solitamente ha cercato di minimizzare questo aspetto, considerandolo quasi una sorta di innocente passatempo per non offuscare la fama del grande artista.

In realtà l’interesse del Divin Claudio per l’alchimia è molto concreto e non ha nulla di strano, qualora si dimentichi per un momento il significato riduttivo che noi moderni siamo abituati a dare al termine, considerando l’alchimia alla stregua di una pratica magica, per considerare invece la materia come una disciplina esoterica praticata dalle persone colte per raggiungere gradi sempre più profondi di conoscenza, di se stessi e dell’ambiente.

In un‘epoca in cui non vi era un confine netto tra scienza e stregoneria, astronomia e astrologia, aritmetica e kabbalah, l’alchimia era una scienza che poteva portare ad un livello di conoscenza superiore.

Le lettere a Ercole Marigliani

Le cinque lettere in cui Monteverdi confessa i suoi interessi per l’alchimia sono state scritte a Ercole Marigliani, segretario del duca di Mantova Ferdinando, tra il 23 agosto 1625 e il 28 marzo 1626.

Nella prima di queste il musicista descrive in modo molto dettagliato il procedimento della calcinazione dell’oro con il piombo e il recipiente necessario a completare l’operazione, informazioni che avrebbe ricevuto da due esperti della materia, un certo Piscina e un medico chiamato De Santi, citando poi anche una soluzione molto corrosiva di mercurio che chiama “acqua rettificata”.

Nella lettera successiva del 19 settembre 1625 accenna alla realizzazione di un vaso necessario alla fabbricazione di un liquido che poi avrebbe spedito al destinatario in un’ampolla. Passa qualche mese e il 15 febbraio 1626 il musicista scrive ancora a Ercole Marigliani per la spedizione di una libbra di mercurio.

Che Monteverdi fosse poco più di un dilettante della materia lo conferma ironicamente lui stesso con l’ultima lettera inviata a Ercole Marigliani del 28 marzo 1626 dove, prendendo a pretesto una nuova fornitura di mercurio purissimo, dopo aver raccomandato il proprio figlio Massimiliano perché possa esercitare la professione di medico a Mantova, conclude scherzosamente: “Hora son dietro a far foco sotto ad un orinale di vetro con sopra il suo capello per cavarne un non so che per far di poi un non so che, che piacia a Dio che possi allegramente poi esplicare al mio Signor Marigliani questo non so che”.

Certo è poco per farne un alchimista serio: d’altro canto sembra che Monteverdi fosse afflitto da un malanno quasi cronico, dovuto all’assunzione di un catartico a base di mercurio sublimato, medicinale che doveva ben conoscere in quanto, appunto, figlio di un farmacista.

La maturità veneziana

Il contributo di Monteverdi alla nuova opera “pubblica” instaurata a Venezia a partire dal 1637 fu notevolissimo, soprattutto se consideriamo che il compositore aveva già raggiunto i settant’anni.

Egli riprese Arianna per l’inaugurazione del Teatro San Moisè nel carnevale 1639-1640, e più tardi nel corso della stessa stagione produsse Il ritorno d’Ulisse in patria al Teatro San Cassiano.

La terza, L’incoronazione di Poppea, ancora per il Teatro dei SS. Giovanni e Paolo, carnevale 1642-1643, fu uno straordinario successo. Non tutta la musica di quest’ultimo capolavoro, giunto a noi da fonti degli anni cinquanta, è di sicura matrice monteverdiana; probabilmente la scena finale è opera di Francesco Sacrati, tuttavia è una testimonianza dello scintillante successo della carriera degli ultimi anni di Monteverdi.

Ormai è un maestro nel dipingere l’animo umano e lo dimostra più volte: nell’opera Il ritorno di Ulisse in patria, dona a ogni personaggio una musica adatta al suo rango e al suo carattere, sia esso umano o divino, mentre l’Incoronazione di Poppea è la prima opera nella storia della musica a narrare eventi di personaggi in carne ed ossa, con le loro debolezze, passioni e difetti.

La morte e la memoria di Monteverdi

Monteverdi morì a Venezia il 29 novembre 1643, dopo una breve malattia, e fu seppellito nella Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Stanco e anziano, pochi mesi dopo la prima recita dell’Incoronazione, Monteverdi muore dopo una breve malattia. La notizia colpisce con il fragore di una cannonata e a salutarlo per l’ultima volta arrivano tutti, dai nobili, al clero, al popolo: una folla mai vista al funerale di un musicista.

La sua musica ebbe larga diffusione in nord Europa anche attraverso numerose copie manoscritte e contrafacta. La sua influenza fu determinante sia direttamente nella musica vocale sacra e profana dei compositori fino al volgere del secolo, sia indirettamente nella sperimentazione dei nuovi linguaggi strumentali, ispirati in particolare alla scrittura fortemente teatrale della seconda prattica.

L’atto di battesimo del 15 maggio 1567 rappresenta così il punto documentario di partenza della vicenda di un compositore la cui attività segnò il passaggio dalla musica rinascimentale alla musica barocca.

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