Il Crocifisso della peste di Montelupone: storia e significato

Il cosiddetto Crocifisso della peste di Montelupone è legato alla devozione popolare nata intorno alle immagini di Cristo invocate durante le epidemie e le calamità. La sua storia si inserisce nella tradizione delle processioni penitenziali, delle reliquie della Santa Croce e delle immagini sacre considerate strumenti di speranza nei momenti di paura collettiva.

Nel materiale disponibile, tuttavia, la vicenda del crocifisso miracoloso associato alla peste riguarda soprattutto il Crocifisso di San Marcello, custodito nella chiesa di San Marcello al Corso a Roma, mentre le opere attribuite alla cerchia di Baccio da Montelupo documentate in Toscana appartengono a un diverso contesto storico e artistico. Il significato comune è quello della Croce come simbolo di sofferenza, protezione, preghiera e speranza.

Il Crocifisso di San Marcello e la peste di Roma

Nella famosa Via del Corso, una delle vie dello shopping più affollate di Roma, si trova la chiesa di San Marcello, che conserva il venerato Cristo miracoloso. La chiesa risale al IV secolo ed è stata fondata da Papa Marcello I, che venne perseguitato da Massenzio e condannato a svolgere i lavori più pesanti nelle stalle del catabulum (l’ufficio postale centrale dello Stato) fino alla morte per sfinimento. Nella stessa chiesa si trovano anche i suoi resti.

Il crocifisso miracoloso che ha accompagnato Papa Francesco in questo giorno memorabile è il cosiddetto Crocifisso di San Marcello, solitamente custodito nella chiesa di San Marcello al Corso, nel rione Trevi, lungo via del Corso, appunto, una delle vie dello shopping della capitale. La chiesa, risalente nella sua edificazione originaria al IV secolo, custodisce anche i resti di Papa Marcello I, perseguitato da Massenzio e morto di sfinimento nelle stalle del catabulum (ufficio postale centrale dello Stato).

L’incendio del 1519

Nella notte tra il 22 e il 23 maggio 1519, la chiesa subì un violento incendio che la distrusse completamente. All’alba, la gente rimase desolata vedendo le macerie ancora fumanti, ma trovò il crocifisso appeso sull’altare principale provvidenzialmente intatto, illuminato dalla lampada a olio che pur attaccata dalle fiamme ardeva ancora ai suoi piedi.

La leggenda vuole che il 22 maggio del 1519 un terribile incendio abbia raso al suolo la chiesa di San Marcello. Dalle rovine dell’edificio, tuttavia, venne tratto questo antico crocifisso in legno, risalente al XIV secolo, opera di un artista anonimo. Nonostante la distruzione che lo circondava, esso appariva miracolosamente intatto. Ai suoi piedi, ardeva ancora una piccola lampada ad olio.

Tutti gridarono subito al miracolo, e i più devoti iniziarono a riunirsi tutti i venerdì per pregar e accendere lampade ai piedi dell’immagine lignea. Nacque così l’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso in Urbe, attiva ancora oggi. La chiesa venne riedificata e il crocifisso divenne oggetto di devozione popolare.

Come accadeva in quei casi, subito la storia del crocifisso miracoloso volò di bocca in bocca, e nacque un gruppo di preghiera ad esso devoto, che si riuniva ogni venerdì: la Compagnia del SS. Crocifisso, divenuta poi Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso in Urbe, ancora oggi attiva.

La processione durante la pestilenza del 1522

Ma non fu l’unico miracolo del crocifisso. Quello successivo risale al 1522, quando una terribile pestilenza scosse Roma al punto che si temeva che la città avrebbe perso tutti i suoi abitanti. Disperati, i frati dei Servi di Maria decisero di portare il crocifisso in processione penitenziale dalla chiesa di San Macello alla basilica di San Pietro.

Mentre la morte percorreva instancabile le strade della Città Eterna, mietendo vittime, qualcuno ricordò il crocifisso miracoloso di San Marcello. I frati dei Servi di Maria portarono fuori il crocifisso, che per ben sedici giorni, dal 4 al 20 agosto, venne condotto in processione per tutti i quartieri della città.

Le autorità, temendo il contagio, cercarono di impedire la processione, ma la disperazione collettiva non tenne conto del divieto, e l’immagine di Nostro Signore venne portata per le strade della città per acclamazione popolare. La processione durò vari giorni, il tempo di percorrere tutta Roma, e quando il crocifisso tornò al suo posto la peste era finita e la città si era salvata dallo sterminio.

Alla fine di quel periodo, quando infine il crocifisso giunse in piazza San Pietro, la pestilenza si fermò. A quel punto il potere miracoloso del crocifisso di San Marcello venne riconosciuto da tutti.

Processione del Crocifisso durante peste

Il significato della processione

La processione del 1522 esprime una forma di affidamento collettivo davanti a una minaccia percepita come incontrollabile. Il crocifisso viene portato fuori dalla chiesa e attraversa la città, entrando negli spazi quotidiani della popolazione e diventando il centro visibile di una preghiera comune.

Il significato attribuito all’evento non dipende soltanto dalla sopravvivenza dell’immagine durante l’incendio o dalla cessazione della pestilenza dopo la processione. Il crocifisso diventa il punto di incontro tra memoria del dolore, richiesta di protezione, penitenza e speranza.

Nei secoli si perpetrò l’usanza di portare in processione il crocifisso in occasione del Giovedì santo, il giovedì precedente la Domenica di Pasqua. La processione partiva dalla chiesa di San Marcello e procedeva fino a San Pietro.

Dal 1650 il crocifisso miracoloso viene portato a San Pietro ogni anno santo. Sul retro della croce sono stati incisi i nomi dei Pontefici che si sono succeduti e gli anni in cui hanno avuto luogo i Giubilei.

PeriodoAvvenimento
1519Incendio della chiesa di San Marcello e ritrovamento del crocifisso intatto
1522Processione penitenziale durante la pestilenza di Roma
Dal 1650Trasporto del crocifisso a San Pietro ogni anno santo
2000Esposizione sull’altare della Confessione durante il Grande Giubileo

Il Crocifisso e Papa Francesco

Venerdì 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta, resa ancora più spettrale dalla pioggia battente e dai lampeggianti delle macchine della polizia in lontananza, Papa Francesco ha pregato per la fine della pandemia e ha concesso l’indulgenza plenaria. Si è trattato di una Statio Orbis, un momento di sosta, di sospensione, in cui milioni di persone collegate attraverso la TV e il web hanno assistito e partecipato alla preghiera del Sommo Pontefice.

Lo scenario era drammatico, più di quanto qualsiasi film abbia potuto rendere negli ultimi anni. In sottofondo alla voce del Papa, il suono delle campane e quello incessante delle sirene delle ambulanze. Un dettaglio ha catalizzato l’attenzione di tutti, fedeli e non, che hanno assistito a questa diretta destinata a restare nella storia del nostro tempo: Papa Francesco che pregava davanti a una grande crocifisso in legno.

Impossibile distogliere lo sguardo da quella figura sofferente e magnifica, quel corpo straziato dalle ferite della Passione, l’agonia resa eterna dal legno, dalla mano sapiente di un anonimo artista vissuto molti secoli fa. Eppure sembrava così attuale quel Cristo in croce, così contingente il suo dolore, vicino a quello del Papa che pregava per il mondo, solo, sotto la pioggia che cadeva indifferente. Vicino a ciascuno di noi.

Papa Francesco si è raccomandato al santo crocifisso il 15 marzo di quest’anno, chiedendo la fine dell’epidemia di coronavirus che ha provocato tante vittime in tutto il mondo. Già il 15 marzo Papa Francesco aveva lasciato il Vaticano per recarsi a pregare davanti al crocifisso miracoloso.

Poi, il 27, come abbiamo detto, il crocifisso di San Marcello è stato portato in piazza San Pietro, e con lui la Salus Populi Romani, l’icona bizantina che raffigura la Madonna col Bambino e che si trova nella cappella Paolina o Borghese della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Papa Francesco ha poi voluto che il crocifisso di San Marcello, per l’occasione in parte restaurato, venisse portato nella Basilica di San Pietro e posto sopra l’altare maggiore, sotto il Baldacchino di San Pietro, per la celebrazione della messa della Domenica delle Palme e per tutti i riti della Settimana Santa.

Papa Francesco prega davanti al Crocifisso

Il precedente del Giubileo del 2000

Nella Quaresima del Grande Giubileo del 2000 è stato esposto sull’altare della Confessione a San Pietro, e di fronte ad esso San Giovanni Paolo II ha celebrato la “Giornata del Perdono”. Nel 2000, al culmine della Giornata del Perdono, nell’ambito del Giubileo, l’allora Papa Giovanni Paolo II abbracciò quello stesso crocifisso.

La presenza del crocifisso in occasione dei grandi momenti ecclesiali rafforza il suo valore simbolico. L’immagine non è presentata soltanto come un’opera antica, ma come una memoria viva delle preghiere pronunciate durante incendi, pestilenze, giubilei e periodi di crisi.

Il significato spirituale e umano

Oggi vogliamo parlare di un crocifisso miracoloso. È un tempo che necessità miracoli, quelli che ciascuno di noi può cercare di realizzare ogni giorno, per migliorare il mondo che lo circonda, e quelli più grandi, che vengono dall’alto, per chi sa ancora credere, per chi si rivolge con fiducia a Dio nel bisogno.

Una decisione comprensibile. Oggi più che mai, in questa Pasqua celebrata nelle chiese deserte, senza ulivo benedetto, senza Eucarestia, il bisogno di poter trovare conforto in immagini di bellezza e forte spiritualità e più grande che mai.

Del resto questo è stato da sempre il messaggio portato avanti dall’arte sacra, la volontà di elevare lo spirito e emozionare il cuore davanti a una rappresentazione visiva di ciò che è altrimenti ineffabile, invisibile.

In particolare un’opera come il crocifisso miracoloso di San Marcello, con il suo carico di sofferenza e speranza, con l’eco di secoli di preghiere e devozioni versate sulle sue membra contratte dal dolore, incarna molto bene il dramma in cui il mondo si sta dibattendo.

In questo momento più che mai è necessario cercare conforto in figure capaci di ispirare il bene, ricordare Santi e le Sante guaritori che proteggono e aiutano contro le malattie, o simboli di devozione e fede, come questo crocifisso che salvò Roma dalla peste.

Proprio come ha fatto il Papa, anche noi imploriamo per una pausa, un momento di sospensione, che apra le menti e i cuori e ci conduca a Dio, lasciando entrare la speranza che la Pasqua rappresenta.

Il Crocifisso della peste e la tradizione delle Sante Croci

Nell’imperversare delle numerose epidemie di peste quattro- cinquecentesche, il Tesoro delle sante croci costituisce un punto focale della speranza. Esse rappresentano l’identità civile e religiosa della città, uniscono la fiducia profonda verso i santi patroni Faustino e Giovita al culto della croce; rappresentano il bene più prezioso che la comunità possiede sia da un punto di vista spirituale che materiale; per questo costituiscono la ratio più alta per invocare il perdono e la benevolenza divina, per rendere grazie per lo scampato pericolo.

In quei decenni, la Reliquia Insigne e la Croce del Campo vengono esposte o portate in processione più volte: nel 1438 furono mostrate per l’assedio (di Niccolò Piccino) e per la peste; nel 1450 furono esposte sempre per la peste; dal 1520 al 1527, ogni anno, furono portate in processione verso la chiesa di San Faustino per delle avversità che, visto il periodo, non è improbabile comprendessero anche malattie ed epidemie.

Nel terribile biennio 1576/1577 furono prima esposte alla devozione e poi, cessato il pericolo di contagio, portate in processione. La ritualità della loro esposizione è complessa e ne accresce il valore e la fascinazione.

La partecipazione della comunità

Esse sono custodite nella cattedrale iemale di Santa Maria Assunta entro un cassone dorato la cui apertura prevede uno buon numero di passaggi che le svelano gradualmente e un altrettanto complesso sistema di serrature e chiavi che sono custodite separatamente dalle autorità religiose e civili oltre che da alcuni anziani della città.

Portate in processione, danno vita a eventi memorabili nella vita quotidiana della città. Toccano i luoghi topici della spiritualità come le due cattedrali (Santa Maria Assunta e San Pietro de Dom che oggi non esiste più ed è stata sostituita dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta e dei santi Pietro e Paolo), come la piccola chiesa di San Faustino in riposo legata al miracolo che diede origine alla venerazione del tesoro o come la chiesa di San Faustino maggiore dove sono conservate le reliquie dei santi patroni.

Fanno tappa anche nei palazzi rappresentativi del potere civile come il Broletto, sede prima del comune medievale e poi dei provveditori veneti. Coinvolgono tutti gli ordini religiosi, le discipline, le confraternite, tutti i rappresentanti della società civile a partire dalle autorità di governo ai paratici delle arti e dei mestieri, i collegi professionali, tutte le classi sociali a partire dalla nobiltà.

Non mancano musica, baldacchini e gonfaloni. Non va dimenticato che, proprio in questi anni, la reliquia della Santa Croce si arricchisce della stauroteca che ancora oggi la custodisce aggiungendo al suo valore spirituale anche quello di una preziosa opera di oreficeria ricca di raffinate lavorazioni e di pietre preziose.

Baccio da Montelupo e i crocifissi lignei

Questo Crocifisso è stato studiato e attribuito a Baccio da Montelupo, amico di Michelangelo. E’ stato probabilmente realizzato intorno ai primi anni del 1500. Proviene da una villa nei dintorni di Firenze e fu donato a questa chiesa nel 1948.

Il Vasari dice che Baccio da Montelupo “intagliò Crocifissi grandi quanto il vivo…. questi sono tutti ripieni di buonissima grazia, ma pure ve ne sono alcuni molto più perfetti degli altri…” Probabilmente siamo davanti proprio ad uno di questi più belli!

Il modellato del corpo è perfetto; Cristo è un uomo prossimo alla morte: gli occhi sono semichiusi, la bocca leggermente aperta, ma questo grande dolore è composto e misurato. E' stato restaurato di recente.

Questi elementi mostrano come il crocifisso, oltre alla funzione devozionale, possa essere considerato anche una testimonianza della cultura artistica fiorentina tra Quattrocento e Cinquecento. L’immagine del Cristo sofferente non è resa attraverso un’esasperazione disordinata del dolore, ma mediante una composizione controllata e intensa.

Una scheda di opera attribuita alla cerchia di Baccio da Montelupo

Il crocifisso reperito nei locali dell'educatorio di S. Monaca è stato collocato sull'affresco del Poccetti in seguito al suo ritrovamento nel 1972. Le dimensioni della croce, le posizioni dei chiodo, la positura delle figure dimostrano che il crocifisso originario era di misure lievemente più ampie- La maddalena doveva infatti abbracciare i piedi del Cristo.

Si tratta del crocifisso ricordato dai Paatz nei locali annessi alla chiesa con un riferimento all'ambito di Baccio da Montelupo. Lisner lo ricorda tra gli esempi di scuola fiorentina da collocarsi nell'ultimo decennio del Quattrocento.

VoceDato
Oggettocrocifisso
Materia e tecnicacartapesta/ pittura legno/ intaglio/ pittura
MisureAltezza: 126 cm; Larghezza: 120 cm
AttribuzioniSinibaldi Bartolomeo Detto Baccio Da Montelupo (cerchia)
Altre attribuzioniScuola Fiorentina
Periodo1490 - 1510

Cristo montato su croce di legno incassata nell'affresco; perizoma in cartapesta.

Il crocifisso ligneo dipinto di dimensioni abbastanza ridotte, sebbene abbia subito in alcune parti delle ricostruzioni e ben cinque ridipinture (quella che si vede oggi è la seconda), che ne avevano alterato l'originario stato, con l'ultimo restauro il Cristo è da inserire senz'altro in ambito fiorentino tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI.

La conduzione del modellato in maniera composta e il carattere espressivo di inflessione patetica, di questo crocifisso, rispecchiano un modulo classicheggiante molto diffuso nella Firenze di quei tempi, avvicinandolo alla produzione giovanile di Baccio da Montelupo.

Tante sono le analogie che intercorrono tra questo di S. Pancrazio e quelli eseguiti da Baccio da Montelupo o dalla sua bottega, come per esempio uno dei tanti fatti per la chiesa di S. Marco a Firenze, di S. Maria Novella e per S. Frediano in Cestello, ma anche per l'Istituto di S. Salvatore.

Altre due sculture di strettissima somiglianza sono il crocifisso del Museo dello Spedale degli Innocenti, che Bellosi assegna a tale bottega, datandolo a cavallo dei due secoli; e quello studiato da John Turner, il crocifisso della compagnia di S. Donato in S. Domenico di Fiesole, attribuito alla figura di Baccio da Montelupo ed assegnato all'ultimo decennio del Quattrocento.

L'oggetto ritirato dalla chiesa per restauro nel giugno del 1996 e depositato nel laboratorio di restauro della Fortezza da Basso, è stato restaurato in esterna nel settembre 1997.

Un’altra opera della bottega di Baccio da Montelupo

Il Cristo è raffigurato nella classica posizione, con i piedi uniti e le ginocchia leggermente flesse; le braccia aperte e appena sollevate sopra il corpo, la testa reclinata in avanti e leggermente spostata sulla spalla destra, con i capelli che ricadono sulle spalle.

Perizoma incrociato sul davanti e annodato sul fianco sinistro con lungo lembo.

La conduzione del modellato in maniera composta e il carattere espressivo di inflessione patetica, di questo crocifisso, rispecchiano un modulo classicheggiante molto diffuso nella Firenze di quei tempi, avvicinandolo alla produzione giovanile di Baccio da Montelupo.

La Chiesa del Santissimo Crocifisso o della Croce

La Chiesa del SS. Crocifisso o della Croce nasce per volere del vicario foraneo Don Luca Piersanti nel 1652, al compimento di una missione popolare. L'edificio reca iscrizioni sui due portali, quella sul prospetto principale riferita alla visione costantiniana del segno della Croce apparso in cielo.

Nella pineta fuori Porta Spoletina si erge la Chiesa del Santissimo Crocifisso o della Croce, edificata da Don Luca Piersanti nel 1652, al compimento della missione di frate Serafino, cappuccino di Castel Sant’Angelo.

L’edificio, attualmente del Consorzio dei Possidenti di Monteleone di Spoleto, ha una semplice struttura a capanna con interno poco adorno, dominato dalla croce lignea applicata alla parete di fondo.

Sull’architrave del portale principale è l’iscrizione “HOC SIGNO (croce a rilievo) VINCENDUM” (Con questo segno desideriamo vincere), ispirata a una prodigiosa visione dell’imperatore Costantino (312), mentre sulla porta laterale è impresso il motto: “HILAREM DATOREM DILIGIT DEUS” (Dio ama chi dona con gioia, 2Cor 9, 7).

Origine della chiesa e missione popolare

La pineta fuori Porta Spoletina si erge la Chiesa del Santissimo Crocifisso o della Croce, edificata per volontà del vicario foraneo Don Luca Piersanti verso la metà del XVI secolo, al compimento della missione di frate Serafino, cappuccino di Castel Sant’Angelo.

Le missioni popolari, ricordate generalmente con l’erezione di una croce, sono adottate come strumento di rinvigorimento religioso da molteplici Ordini (Gesuiti, Cappuccini, Redentoristi, Passionisti, Domenicani). Diffusissime dalla fine del XVI secolo fino alla seconda metà del Novecento, vengono considerate uno strumento di rinnovamento e rafforzamento della fede.

Nella Quaresima del 1652, Fra’ Serafino eleva infatti una grande croce a margine di un pianoro, vicino a una piccola cappella, nei pressi della quale, per devozione popolare, sorge qualche mese dopo la nuova chiesa.

Qui viene ricoverata la croce lignea, dalla quale i numerosi pellegrini in preghiera hanno prelevato piccoli frammenti a mo’ di reliquia.

Struttura e iscrizioni

L’edificio si presenta come una semplice struttura a pianta rettangolare, con tetto spiovente a telaio di legno sorreggente pianelle. La facciata è ricoperta di un intonaco listato (ad incisione) che imita il disegno di un finto paramento in pietra.

La porta sotto l’oculo ha un architrave recante l’iscrizione “HOC SIGNO (croce a rilievo) VINCENDUM” (Con questo segno desideriamo vincere), di evidente ispirazione costantiniana.

Nei giorni antecedenti la Battaglia di Ponte Milvio del 28 ottobre 312, all’imperatore Costantino sarebbero apparse in cielo una croce e una scritta in greco che annunciava: “Con questo segno vincerai”; la notte successiva Cristo stesso gli avrebbe ordinato di adottare come suo vessillo questo segno.

Tali prodigi sarebbero alla base della conversione dell’imperatore al Cristianesimo. La porta laterale ha invece il motto: “HILAREM DATOREM DILIGIT DEUS” (Dio ama chi dona con gioia), frase tratta dalla Seconda Lettera ai Corinzi (9, 7).

Nello spazio antistante è una novecentesca fontana in cemento, decorata con pesci dai corpi squamati e code annodate su se stesse. L’interno della chiesa non presenta particolari pregi artistici ma solo un locale poco adorno, con altare sovrastato dalla croce lignea applicata alla parete di fondo.

La festa dell’Invenzione della Santa Croce

Nei decenni passati il complesso era al centro dei festeggiamenti del 3 maggio, giorno della celebrazione dell’Invenzione della Santa Croce, ovvero del Ritrovamento della Croce di Gesù avvenuto nel 327 per merito di Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino.

La processione, con a capo la Reliquia della Santa Croce, si svolgeva dal paese alla pineta della chiesa della Croce e, durante il percorso, veniva impartita la benedizione ai campi e al lavoro degli uomini.

La Chiesa della Croce, dopo una lunga dipendenza dalla parrocchiale di San Nicola, è attualmente gestita dal Consorzio dei Possidenti di Monteleone di Spoleto.

Chiesa del Santissimo Crocifisso nella pineta

Il Crocifisso come memoria della peste

La relazione tra crocifisso e peste nasce dalla necessità di dare un significato religioso a un’esperienza di morte, isolamento e incertezza. Durante le epidemie, le immagini della Croce potevano diventare il centro di preghiere, processioni, voti e ringraziamenti, assumendo al tempo stesso un valore personale e comunitario.

C’è un crocifisso miracoloso, che in tempi lontani salvò Roma dalla peste. Oggi è diventato il simbolo del mondo che prega e lotta contro la pandemia.

Il Crocifisso della peste di Montelupone può essere quindi interpretato all’interno di questa più ampia tradizione: non soltanto come un oggetto artistico, ma come una presenza capace di raccogliere la paura della comunità e trasformarla in una richiesta condivisa di salvezza.

Il suo significato comprende almeno quattro dimensioni: la memoria della sofferenza, la fiducia nella protezione divina, la partecipazione collettiva alla preghiera e la continuità tra passato e presente.

  • Memoria della sofferenza: il corpo di Cristo rappresenta il dolore umano e la morte.
  • Protezione: la Croce viene invocata davanti a malattie, calamità e pericoli.
  • Comunità: le processioni riuniscono autorità, confraternite, ordini religiosi e popolazione.
  • Speranza: l’immagine interpreta la fede come attesa di una liberazione e di una rinascita.

La fama del crocifisso miracoloso è perdurata attraverso i secoli. La sua presenza nelle celebrazioni giubilari e nelle preghiere durante la pandemia mostra come un’immagine nata in un contesto storico lontano possa continuare a essere percepita come vicina alle paure e alle speranze del presente.

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