Don Primo Mazzolari fu un sacerdote, parroco e scrittore italiano, nato al Boschetto, frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890 e morto a Cremona il 12 aprile 1959. La sua attività pastorale si svolse soprattutto a Cicognara e a Bozzolo, nella bassa padana, dove maturò uno stile fondato sull’apertura verso i poveri, i contadini, i socialisti, i comunisti, gli anticlericali e tutti coloro che si erano allontanati dalla Chiesa.
Non risulta invece documentata, nel materiale disponibile, una sua esperienza come parroco a Correggio: la sua principale esperienza parrocchiale fu a Cicognara, dal 1921 al 1932, e poi a Bozzolo, dal 1932 fino alla morte. Proprio come parroco, Mazzolari elaborò le sue idee sulla Chiesa, sulla giustizia sociale, sulla pace, sul dialogo con i “lontani” e sulla responsabilità dei cristiani nella vita pubblica.
Origini familiari e formazione
Don Primo Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890, figlio di Luigi e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo affittuario, che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo fu il primogenito, poi vennero Colombina, Giuseppe, detto Peppino, Pierina e Giuseppina.
Nel 1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferì a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo decise di entrare in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei parenti, il seminario di Cremona, città dove era allora vescovo mons. Geremia Bonomelli, uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali, di conciliazione con il giovane Stato italiano.
Il seminario di Cremona, fornito di una ottima biblioteca, offriva un programma di studi ricco e innovativo, comprendente, oltre alle materie tradizionali, anche insegnamenti di agraria, igiene ed economia. Nei confronti di Bonomelli per tutta la vita il Mazzolari avrebbe dichiarato una figliolanza spirituale.
Nel 1905 Mazzolari liceale cominciò a scrivere il Diario nel quale si rilevano momenti emotivi che spingono Mazzolari alla pietà filiale nei confronti del popolo ed una ispirazione rivolta alla sincerità, alla franchezza, allo spirito di sacrificio fedele al credo cristiano; tutto questo per dare sostegno ai sentimenti, alla dignità, ma soprattutto per formare il carattere degli uomini e di ogni persona.
Il M. completò i suoi studi in seminario nell’agosto 1912. Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro per il giovane seminarista. Non si può dimenticare che quelli erano i tempi della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comportò nei seminari l’irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del momento.
Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale, che riuscì a superare grazie all’illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio perché sospettato di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre Gazzola profetizzò al giovane che la sua vita adulta sarebbe stata «una croce».
L’ordinazione sacerdotale e i primi incarichi
Il 24 agosto 1912, nella chiesa parrocchiale di Verolanuova, Mazzolari fu ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia, mons. Giacinto Gaggia. Fu ordinato sacerdote il 25 agosto 1912.
Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario cooperatore a Spinadesco, in provincia di Cremona. Qui rimase circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia natale di Santa Maria del Boschetto. Nell’autunno del 1913 fu nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario di Cremona.
Svolse tale funzione per un biennio, durante il quale utilizzò le vacanze estive per recarsi in Svizzera, ad Arbon, come missionario dell’Opera Bonomelli tra i lavoratori italiani là emigrati. Il giovane sacerdote entrò così in contatto con la condizione degli emigrati e con una realtà sociale più ampia di quella della campagna cremonese.
In questi primi anni di ministero, il giovane prete entrò in amicizia con Sofia e Amilcare Vaggi a Milano. Tramite loro conobbe molti esponenti di un mondo che si prefiggeva di approfondire la propria fede, sognando una Chiesa più aperta al dialogo con i non credenti, oltre che con i fedeli delle altre confessioni cristiane.
La Prima guerra mondiale
Era intanto scoppiata la Prima guerra mondiale e, nella primavera del 1915, si pose con forza il problema dell’atteggiamento italiano. Don Mazzolari si schierò in quel frangente tra gli interventisti democratici, così come altri giovani cattolici, tra i quali Eligio Cacciaguerra, animatore della Lega Democratica Cristiana e del giornale «L’Azione» di Cesena, a cui Mazzolari collaborò con diversi articoli.
Si intendeva sostenere l’intervento militare italiano nella guerra al fine di eliminare per sempre le forme di militarismo simboleggiate dalla Germania e per contribuire ad instaurare un nuovo regime democratico e di collaborazione internazionale in tutta l’Europa. Don Primo possedeva inoltre un robusto senso patriottico, assorbito fin da bambino all’interno della sua famiglia.
La guerra comportò però subito un atroce dolore per il giovane prete. Nel novembre 1915 morì sul Sabotino l’amatissimo fratello Peppino, il cui ricordo rimase sempre vivissimo in don Primo.
Questi, inizialmente riformato dal servizio militare, fu riveduto e chiamato alle armi: fu così inserito nella Sanità militare e impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il desiderio di compiere il proprio dovere stando accanto ai soldati mandati a combattere spinse però don Mazzolari a chiedere il trasferimento al fronte.
Nel 1918 fu destinato come cappellano militare a seguire le truppe italiane inviate sul fronte francese. Rimase nove mesi in Francia. Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino.
Nel 1920 trascorse sei mesi in Alta Slesia insieme alle truppe italiane inviate per mantenere l’ordine in una regione contesa tra la Germania e la neonata Polonia. Tutte le testimonianze concordano nel raccontare dell’impegno e della passione umana con cui don Primo seguì in questi vari frangenti i suoi soldati.
L’esperienza bellica vissuta in prima persona contribuì anche a far nascere in lui i primi ripensamenti sulla legittimità della guerra, portandolo progressivamente a sviluppare l’idea che occorresse opporsi a essa. In quelle terre egli poté toccare con mano i guasti provocati dall’eccessivo nazionalismo.
| Periodo | Incarico o esperienza |
|---|---|
| 1912 | Ordinazione sacerdotale |
| 1912-1913 | Vicario cooperatore a Spinadesco |
| 1913-1915 | Professore di lettere nel seminario di Cremona |
| 1915-1918 | Servizio nella Sanità militare |
| 1918 | Cappellano militare in Francia |
| 1920 | Cappellano militare in Alta Slesia |
| 1921-1932 | Parroco a Cicognara |
| 1932-1959 | Parroco e arciprete a Bozzolo |
Il ministero pastorale a Bozzolo e Cicognara
Smobilitato nell’agosto 1920, don Mazzolari chiese al suo vescovo, mons. Giovanni Cazzani, di non tornare all’insegnamento in seminario, ma di essere destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall’ottobre 1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Santissima Trinità di Bozzolo, un paese in provincia di Mantova, ma dipendente dalla diocesi di Cremona.
Da qui fu trasferito come parroco nel vicino paese di Cicognara, a due passi dal fiume Po, dove rimase per un decennio, fino al luglio 1932. In alcune ricostruzioni la nomina viene collocata al 1° gennaio 1922; il periodo pastorale a Cicognara si estese comunque dal 1921-1922 fino al luglio 1932.
A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando iniziative, riflettendo, annotando idee e, soprattutto, cercando forme nuove per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa. Il paese, infatti, aveva una forte connotazione socialista.
Qui don Primo mise in atto il suo stile pastorale: niente associazionismo cattolico secondo il vecchio schema, per evitare ulteriori divisioni, e apertura massima verso tutti gli abitanti, a qualsiasi fede politica o religiosa facessero riferimento.
Visitava tutte le famiglie, sia socialiste che cattoliche, guardava con simpatia alle lotte sindacali degli operai, condannava dal pulpito le prime violenze fasciste, aboliva le abituali tariffe del servizio liturgico, curava l’assistenza degli ammalati in ospedale.
Don Mazzolari cercò in vario modo di valorizzare le tradizioni popolari contadine, come la festa del grano e dell’uva, ma non trascurò di commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante l’inverno faceva la scuola serale per i contadini, mentre in piena estate organizzava una colonia fluviale per i bambini del paese.
La colonia fluviale aveva lo scopo di far divertire e sorvegliare i bambini, poiché gli annegamenti nel Po erano frequenti. Il sacerdote non si limitava quindi alla predicazione e alla liturgia, ma cercava di rispondere alle necessità concrete della popolazione.
In quella «città senza mura» - così don Primo amava definire la sua parrocchia -, diceva la messa, «il dono più importante». «Non una messa pontificale, non una messa in basilica o in una abbazia benedettina, ma la più povera delle messe, celebrata dal più povero dei sacerdoti, la mia messa domenicale».
Per Mazzolari il parroco non doveva sostituirsi al Vangelo, ma renderlo presente nella vita quotidiana della comunità. «Nella messa non sono un inventore, ma un ripetitore. Devo quindi leggere la messa e il Vangelo com’è. Quando predico alla mia povera gente sono il ripetitore della parola di un Altro: devo ripetere quel che Gesù ha detto: non il mio Vangelo, ma il Vangelo di Gesù».
«Mi chino sul pane e ripeto le parole divine. Per queste parole ripetute tremando dal più povero dei preti nella più povera chiesa, Cristo prende posto tra la mia gente e con la sua presenza cambia volto a ognuno».
La predicazione e l’attenzione ai lontani
Nella gestione della parrocchia Mazzolari curò con particolare attenzione la predicazione, divenendo un maestro dell’arte omiletica. Nelle sue carte sono rimasti i tanti quaderni, che chiamava “brogliassi”, dai quali si evince la sua cura nel preparare l’omelia domenicale, i corsi di catechesi per le ragazze o i giovani, i cicli di predicazione per gli adulti.
Aveva sempre desiderato conversare «con autorità caritatevole» e «con senso paterno», ed era convinto che fosse necessario «sentirsi vicina e cara la gente a cui si parla, leggerle nell’animo».
Il discorso evangelico nel dialogo quotidiano secondo Mazzolari deve essere un dono e un’arte capace di scuotere le coscienze dei peccatori. La predicazione doveva quindi nascere dalla vicinanza alla gente e dalla conoscenza concreta delle sue difficoltà.
Aveva sempre dialogato con tutti, senza pretese o preclusioni ideologiche e religiose, perché sapeva che «la fede, uno non se la può dare, né può darla. Posso farla conoscere, renderle testimonianza, ma “l’olio della lampada” viene dal “Padre dei lumi”».
«Si crede», continuava don Primo, «perché si ama (credere senza amare sarebbe l’inferno) e il nostro amore, che fa da sostegno all’assenso di fede, non è che una risposta: la risposta a un appello, a un’iniziativa di Dio che, sotto il dolce e misericordioso nome di grazia, dispone l’uomo alla “novità”».
L’opposizione al fascismo
L’avvento del fascismo vide don Mazzolari fin dall’inizio diffidente e preoccupato, senza celare la propria intima opposizione. Già nel 1922 egli scrisse, a proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che «il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna».
Rifiutava l’esaltazione acritica della guerra e del militarismo e respingeva ogni spirito settario e partigiano. Anche a Cicognara non si preoccupava di promuovere l’associazionismo cattolico, perché non voleva etichettare le semplici iniziative parrocchiali.
Nel novembre 1925 rifiutò di cantare solennemente il Te Deum dopo che era stato sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini. I fascisti avevano costretto la popolazione a riunirsi in chiesa per il solenne evento che il sacerdote avrebbe dovuto presiedere.
Don Primo arrivò per ultimo e, cogliendo di sorpresa i gerarchi del paese, riuscì con la semplice recita del Padre nostro assieme ai fedeli presenti a non sottostare all’ordine impartitogli e a congedare tutti pacificamente.
Anche nel 1929 si differenziò dall’atteggiamento entusiastico di tanti vescovi e preti, non andando a votare al plebiscito indetto da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava di trasformare la vita religiosa in una celebrazione del potere politico.
Così, pur evitando di prendere posizioni di aperta rottura, don Primo fu presto considerato un nemico agli occhi dei fascisti e anzi un vero e proprio ostacolo alla fascistizzazione di Cicognara.
La notte del primo agosto 1931 lo chiamarono alla finestra e spararono verso di lui tre colpi di rivoltella, che fortunatamente non lo colpirono. Le autorità fasciste locali gli rivolsero diverse ammonizioni, mentre discorsi e gesti ritenuti ostili al regime furono segnalati alla curia di Cremona.
La sua coerenza civile e religiosa valse a don Mazzolari un grande prestigio tra la popolazione, la simpatia dei democratici, non poche incomprensioni tra i confratelli e, soprattutto, l’odio dei fascisti.
Il trasferimento a Bozzolo
Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo dove gli fu chiesto di gestire la fusione delle due parrocchie del paese. Nell’occasione egli scrisse un piccolo opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi parrocchiani, vecchi e nuovi.
Il testo accompagnava il passaggio dalla parrocchia di Cicognara a quella di Bozzolo e rifletteva sulla distanza tra l’ideale sacerdotale e la possibilità che un parroco concreto potesse corrispondervi. Al centro vi era la necessità di amare senza pretendere nulla, proprio come fa Dio.
A Bozzolo don Mazzolari iniziò poi a scrivere in modo regolare, così che gli anni Trenta furono per lui molto ricchi di opere. La sua attività pastorale si accompagnò a un’intensa attività pubblicistica, nella quale la parrocchia diventava il luogo concreto dell’incontro tra il Vangelo e la vita degli uomini.
La parrocchia come casa aperta
Nei suoi libri Mazzolari tendeva a superare l’idea della Chiesa come “società perfetta” e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa.
A suo parere ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai “lontani”, a coloro cioè che si sentivano distanti dalla Chiesa o la avversavano per ragioni politiche, culturali e morali, o magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e degli atteggiamenti non evangelici della Chiesa.
Il testo mazzolariano più importante sulla parrocchia fu la Lettera sulla parrocchia, scritta poco dopo Il mio parroco e pubblicata nel 1937 a firma di un anonimo “laico di Azione Cattolica”.
La parrocchia è definita «la cellula vivente della chiesa … Nella parrocchia la chiesa fa casa con l’uomo». Essa non doveva diventare un fortilizio chiuso, ma una comunità capace di incarnarsi nella realtà quotidiana.
La critica di Mazzolari riguardava anche il rapporto con i laici. La parrocchia rischiava di seguire la strada del «lasciar fare», quella dell’«attivismo separatista» o quella del «soprannaturalismo disumanizzato»; seguendo queste strade, però, la parrocchia declina per «difetto d’incarnazione».
Nel 1957 pubblicò La parrocchia, nel quale tornò a sottolineare che la comunità cristiana doveva essere al servizio dei poveri. «La parrocchia a servizio dei poveri. Una parrocchia senza poveri cos’è mai? Una casa senza bambini, forse anche più triste».
Per Mazzolari servire i poveri significava «amare di più chi ha bisogno di essere amato di più, e non lasciar fuori questi o quelli dal nostro amore».
Egli criticava il pragmatismo, l’efficientismo e la “febbre costruttiva” quando prendevano il posto della vita spirituale. «Quando ci si accorge che abbiamo ammucchiato delle pietre e che le pietre, da sole, non rendono gloria a Dio, prende lo scoramento».
Le opere e i contrasti con le autorità ecclesiastiche
Nel 1934 don Mazzolari pubblicò La più bella avventura, basata sulla parabola del figliuol prodigo. Il libro proponeva un’interpretazione nella quale non veniva criticato soltanto il comportamento del figlio prodigo, ma anche la pigrizia del figlio maggiore, nel quale poteva essere riconosciuta la Chiesa.
Il testo fu condannato l’anno dopo dal Sant’Uffizio, che giudicò «erroneo» il libro e ne impose il ritiro dal commercio. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Il Sant’Uffizio non spiegò al parroco quali fossero le pagine del libro giudicate erronee.
La vicenda mostrò uno dei tratti fondamentali della personalità di Mazzolari: la fedeltà all’autorità ecclesiastica non cancellava la libertà interiore del sacerdote né la sua esigenza di porre domande sulla vita della Chiesa.
Negli scritti di don Mazzolari era inoltre presente l’idea che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri e alla fratellanza.
Nel 1937 e 1938 apparvero altri suoi testi, come Lettera sulla parrocchia, Invito alla discussione, Il samaritano, I lontani e Tra l’argine e il bosco. Quest’ultimo era una raccolta di articoli e scritti vari, dalla quale emergeva la concezione della parrocchia e la capacità di guardare la natura e la realtà della vita di campagna.
Nel 1939 fu pubblicata La via crucis del povero. Le opere successive finirono però ancora sotto la scure della censura.
Le autorità fasciste censurarono infatti nel 1941 Tempo di credere, ritenuto un libro non conforme allo “spirito del tempo”, quello cioè di un’Italia in guerra. Gli amici di don Primo riuscirono a fare circolare clandestinamente il testo.
Nel 1943 il Sant’Uffizio tornò a occuparsi dell’opera Impegno con Cristo, criticando il modo di esprimersi dell’autore. Tra le opere ricordate figurano anche Anch’io voglio bene al Papa, pubblicato nel 1942, e Tu non uccidere, pubblicato nel 1955.
| Opera | Anno | Tema o vicenda |
|---|---|---|
| La più bella avventura | 1934 | Riflessione sulla parabola del figliuol prodigo; censurata nel 1935 |
| Tempo di credere | 1941 | Censurata durante la guerra |
| Anch’io voglio bene al Papa | 1942 | Riflessione sul rapporto con il Papa |
| Impegno con Cristo | 1943 | Opera criticata dal Sant’Uffizio |
| Tu non uccidere | 1955 | Riflessione sulla pace e sul rifiuto della violenza |
| La parrocchia | 1957 | La comunità cristiana al servizio dei poveri |
Guerra, Resistenza e clandestinità
Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, e all’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre, si aprì la fase più drammatica della storia italiana contemporanea, con la spaccatura del Paese, l’occupazione tedesca, la nascita della Resistenza e subito dopo della Repubblica Sociale Italiana.
Don Primo si impegnò a creare contatti con vari ambienti e personalità cattoliche in vista del domani. Strinse inoltre sempre più rapporti con la Resistenza e con le “Fiamme Verdi”, così che il suo nome circolò sempre più nelle liste di coloro che erano giudicati nemici del regime di Salò.
Ebbe altresì modo di sostenere le iniziative di chi operava in zona per il salvataggio di alcune famiglie ebree. Nel febbraio 1944 fu chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti; seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova.
Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità, nascondendosi a Gambara, in provincia di Brescia. Lasciò così per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di nascosto.
Dovette vivere per alcuni mesi completamente segregato, all’insaputa di tutti, al piano superiore della sua stessa casa e solo dopo la Liberazione poté uscire allo scoperto. Dopo la Liberazione l’ANPI di Cremona riconobbe al sacerdote, a pieno titolo, la qualifica di partigiano.
Testimonianza di quel tempo sono i libri Diario di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati dopo la sua morte. In questi scritti erano presenti le linee di una nuova società fondata sulla libertà, sulla giustizia e sulla responsabilità cristiana.
Il dopoguerra e la “rivoluzione cristiana”
L’impegno per l’evangelizzazione, la pacificazione e la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini dell’impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi.
Figlio della Chiesa del suo tempo, egli era convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore così dell’idea di una vera e propria “rivoluzione cristiana”. I cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti.
Don Primo non perse naturalmente di vista il compito principale della Chiesa, quello dell’annuncio evangelico. Con Il compagno Cristo. Vangelo del reduce, pubblicato nel 1945, cercò di rivolgersi anzitutto a coloro che tornavano dal fronte o dalla prigionia, per additare loro la via tracciata da Gesù Cristo.
Scrisse in quegli anni molti articoli, collaborando con diversi giornali diocesani e politici. Continuò a interessarsi dei “lontani”, particolarmente dei comunisti.
Il rapporto con il comunismo
La sua critica del comunismo fu sempre molto dura, come dimostrò il dibattito pubblico con Guido Miglioli, ex organizzatore sindacale cattolico ed ex deputato del Partito Popolare, che era approdato alla collaborazione stretta con il Partito Comunista.
Mazzolari cercò di limitare il divario politico tra cristianesimo e comunismo, perché valutava le idee e gli atteggiamenti comunisti sugli ideali di pace, suscitando perciò le critiche anche aspre di molti ambienti cattolici.
In ogni caso, come ebbe a dire nel 1949, l’anno della scomunica vaticana verso i comunisti, lo slogan di don Mazzolari era: «Combatto il comunismo, amo i comunisti».
Nei confronti del comunismo esortava la Chiesa e i cattolici a cambiare il caratteristico atteggiamento di rigida ostilità e a distinguere l’errore dall’errante. Invitava a interrogarsi sul perché quell’ideologia riuscisse «a durare e prender piede fra i popoli» e sul fatto che «gli umili e gli onesti» fossero «in sommovimento per condizioni disumane di vita».
Il quindicinale «Adesso»
Nel dopoguerra, come momento di evangelizzazione dei poveri, don Mazzolari fondò il quindicinale «Adesso». Il primo numero uscì il 15 gennaio 1949.
Il giornale era stato progettato per dare spazio alle “avanguardie cristiane” e divenne in breve tempo laboratorio e luogo di confronto e incontro sul terreno della cultura politica e religiosa.
La fondazione del combattivo quindicinale era finalizzata alla messa in campo di uno strumento di analisi e di proposta su diversi temi: il rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i “lontani”, il problema del comunismo, la promozione della pace in un’epoca di grandi tensioni internazionali e di guerra fredda, la messa al bando della bomba atomica.
Don Primo Mazzolari scrisse sul quindicinale «Adesso» una lettera ai vescovi della Val Padana, specificando le condizioni di vita dei braccianti e salariati. Don Mazzolari cercava di scuotere l’animo dei vescovi affinché essi potessero proporre dei cambiamenti, per cercare di migliorare la vita dei contadini che stava sempre più peggiorando.
La lettera citava diversi fatti e numerose considerazioni che dimostravano la pessima vita dei contadini nelle campagne. La scelta di rivolgersi ai vescovi, e non al governo, derivava dalla convinzione che il vescovo fosse il “padre del popolo”, capace di trovare spiegazioni e cercare aiuti per la gente più bisognosa.
Un breve articolo scritto sul quindicinale «Adesso» del 15 dicembre 1957 anticipava alcuni temi relativi alla trasformazione dell’ambiente rurale e alla sua scomparsa in relazione all’ambiente ecclesiale.
«Mai la fiducia del mondo contadino padano nelle istituzioni sindacali, politiche, spirituali è stata così scossa. Gli anziani sono dei rassegnati: i giovani disertano, nonostante le case nuove, la radio, la televisione: nonostante il trattore e la motoretta…».
«Sino a pochi anni fa, non v’era pace nei campi, perché il mondo contadino camminava verso la propria redenzione: oggi, non succede niente, perché quel mondo si va spegnendo sotto piccole concessioni, che gli tolgono di guardare avanti».
«Il mondo salariale e bracciantile, non ha orizzonti né respiro, e la sua rassegnazione è per divenire angoscia, e finirà, senza crederci, a stabilirsi dall’altra parte, per disperazione…».
«E avremo il deserto intorno alle nostre Chiese rurali, e la minaccia di una rivolta, nutrita di segreti rancori e di insensate umiliazioni».
Il foglio ebbe non pochi problemi, sia con i governanti sia con le gerarchie ecclesiastiche; lo si accusò anche di essere finanziato dai comunisti. Il 14 febbraio 1951 giunse a Mazzolari da Roma un provvedimento con la proibizione di scrivere su «Adesso» e in altre sedi senza un’appropriata revisione ecclesiastica e di predicare fuori della sua diocesi.
«Adesso», dopo una sospensione di molti mesi, nell’autunno dello stesso anno riprese le pubblicazioni con una redazione composta da laici e con la direzione di G. Vaggi. Mazzolari continuò a collaborare al suo quindicinale di impegno cristiano scrivendo, sotto pseudonimo, specie sul tema della pace.
Nel giugno 1954 gli fu nuovamente fatto divieto di predicare fuori del territorio della propria parrocchia e di scrivere articoli su “materie sociali”.
Obbedienza, coscienza e libertà interiore
Il tema dell’obbedienza in Mazzolari deve essere considerato entro una linea di innovazione: lo sviluppo cioè della sottomissione preliminare e assoluta alla coscienza rispettosa, ma obiettante.
Mazzolari riusciva quindi a rispettare le regole, ma nello stesso tempo a obiettare e fu per questo definito un “disturbatore della quiete ecclesiastica”. Il pensiero di Mazzolari fu oggetto di critiche da parte della gerarchia ecclesiastica, alle quali seguirono provvedimenti ed ammonizioni.
Pur all’interno di una condizione di forte personale sofferenza, il Mazzolari fu, con grande coerenza, fermo nel suo proposito di «ubbidire in piedi», sottomettendosi sempre all’autorità ecclesiastica, senza perdere la propria dignità e senza mai rinnegare le proprie convinzioni.
Questa posizione non coincideva né con una disobbedienza sistematica né con una sottomissione passiva. Il sacerdote cercava di conservare insieme fedeltà alla Chiesa, responsabilità della coscienza e attenzione alle conseguenze concrete delle decisioni ecclesiali sulla vita dei poveri e dei lontani.
Nella dottrina cristiana cercò sempre più di esaltare e rafforzare la comunicazione immediata con Dio e con ciascuno di noi. In questo il vescovo Bonomelli fu maestro di don Primo Mazzolari per i suoi atteggiamenti di apertura nei confronti della società.
Gli ultimi anni: Montini e Giovanni XXIII
Negli ultimi due anni di vita a Mazzolari fu concesso di uscire dal lungo periodo di isolamento e di emarginazione ecclesiastica. Nel novembre del 1957 l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini lo chiamò a predicare all’interno di un’iniziativa straordinaria di interventi pastorali, la “Missione di Milano”.
Nel 1957 predicò la Missione a Milano, chiamato dal Cardinal Montini. L’invito rappresentò un importante riconoscimento della sua capacità di predicatore e della rilevanza del suo ministero pastorale.
Con l’elezione di Giovanni XXIII entrò nella Chiesa una ventata nuova e le idee di don Primo ebbero piena cittadinanza. Il 5 febbraio 1959 venne ricevuto in udienza privata da Papa Roncalli.
L’accoglienza che egli ebbe dal Pontefice, che lo definì «Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana», lo ripagava di ogni amarezza sofferta. L’incontro fu interpretato come un segno di riconoscimento della sua fedeltà sacerdotale e della forza profetica della sua predicazione.
Don Primo Mazzolari sapeva che la fede non può essere imposta. «La fede, uno non se la può dare, né può darla. Posso farla conoscere, renderle testimonianza, ma “l’olio della lampada” viene dal “Padre dei lumi”».
Le sue parole avevano saputo suscitare non solo polemiche, ma anche fervori e speranze in molti uomini, cristiani e non cristiani. La sua predicazione cercava di avvicinare la Chiesa a coloro che non si riconoscevano più nelle sue forme tradizionali.
La morte e l’eredità pastorale
Don Primo Mazzolari morì il 12 aprile 1959 nella casa di cura San Camillo di Cremona. La sua vita sacerdotale era stata segnata da quasi quarant’anni di ministero parrocchiale, prima a Cicognara e poi a Bozzolo.
Come parroco scrisse i suoi testi più famosi, attraversò il fascismo e la guerra rischiando più volte la morte, subì censure e restrizioni e continuò a considerare la parrocchia il luogo concreto nel quale la Chiesa fa casa con l’uomo.
La presenza di don Primo Mazzolari nella Chiesa e nella vita pubblica del Paese ha rappresentato una testimonianza a tal punto viva da costituire ancor oggi un riferimento cui guardare per i credenti e non solo.
Protagonista di un’epoca attraversata da due conflitti mondiali, dalla dittatura fascista, dai totalitarismi nazista e sovietico e dall’avvio della guerra fredda, il parroco di Bozzolo ha lasciato la propria impronta lungo l’itinerario del rinnovamento della Chiesa e del suo rapporto col mondo moderno.
È noto il suo impegno per i costruttori di pace, per i poveri, per l’attenzione all’ecumenismo e per una presenza dei cattolici in politica nel segno della fedeltà all’ispirazione cristiana e al principio democratico.
Nell’udienza generale del 1° aprile 2009, Papa Benedetto XVI affermò: «Il cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari sia occasione opportuna per riscoprirne l’eredità spirituale e promuovere la riflessione sull’attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento».
Il 2 aprile 2015 la Congregazione per le Cause dei Santi concesse il nulla osta per avviare la causa di beatificazione.
