Cantare davanti all’altare durante un concerto: punti essenziali

Cantare davanti all’altare durante un concerto richiede rispetto per la chiesa, per l’altare, per il Santissimo Sacramento e per il carattere sacro del luogo. Una chiesa è anzitutto il luogo in cui il popolo di Dio si raccoglie per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i Sacramenti, celebrare l’Eucaristia e adorarla in esso come sacramento permanente.

Il concerto in chiesa non deve trasformare lo spazio sacro in un semplice ambiente per spettacoli, né confondere un’esecuzione musicale con la celebrazione liturgica. La musica può servire l’evangelizzazione e valorizzare il patrimonio sacro, ma deve rispettare la dignità del luogo, le norme ecclesiali e la distinzione tra concerto e liturgia.

Il significato della chiesa e dell’altare

Secondo la tradizione illustrata dal Rituale della Dedicazione della chiesa e dell’altare, le chiese sono anzitutto luoghi dove si raccoglie il popolo di Dio. Esso, adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è la Chiesa, tempio di Dio edificato con pietre vive, nel quale viene adorato il Padre in spirito e verità.

Giustamente fin dall’antichità il nome “chiesa” è stato esteso all’edificio in cui la comunità cristiana si riunisce per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i Sacramenti, celebrare l’Eucaristia, e adorarla in esso come sacramento permanente (cf. benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell’altare, C.E.I., 1980, cap. II, 1).

L’altare è il centro della celebrazione e accanto ad esso si svolgono i principali gesti liturgici. Perché? Perché l’altare è simbolo di Cristo e anche dell’Ultima Cena: “Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui” (Lc 22, 14).

Quando il sacerdote arriva all’altare, si suppone che venga dalla sagrestia e che si sia diretto verso l’altare nella processione d’ingresso. È quanto si deduce dall’Ordinamento Generale del Messale Romano (n. 121): “Durante la processione all’altare, si esegue il canto d’ingresso”.

La processione è formata dal presidente e dai ministri. Lo stesso documento afferma al n. 122 che “Arrivati all’altare, il sacerdote e i ministri fanno un inchino profondo”. A chi? Naturalmente all’altare, che sarà il centro della celebrazione e accanto al quale si trovano.

Non c’è, quindi, alcuna genuflessione a Cristo in croce o all’altare. Se però il tabernacolo con il Santissimo è in fondo al presbiterio, dietro l’altare, presidente e ministri, anziché fare un inchino profondo, si genuflettono al Signore, presente nel tabernacolo.

Solo dopo l’inchino all’altare o la genuflessione al Santissimo “il sacerdote accede all’altare e lo venera con il bacio”. “Fatto questo, il sacerdote si reca alla sede” (IGMR 124).

Altare di una chiesa durante concerto sacro

Come comportarsi davanti all’altare

Ogni fedele, anche se non sta partecipando al momento a una Messa, deve fare lo stesso: passando davanti all’altare deve fare un inchino profondo, ovvero con tutto il dorso; se c’è il tabernacolo, deve fare la genuflessione.

Solo le persone con problemi fisici, ad esempio alla colonna vertebrale, devono astenersi da questa pratica. Va aggiunto che vedo molti fare solo il segno della croce e chinare il capo quando passano davanti all’altare. È sbagliato.

Questi gesti semplici manifestano il rispetto per il luogo e per ciò che esso rappresenta. Durante un concerto, chi canta o suona davanti all’altare deve quindi evitare di trattarlo come un semplice fondale scenico o come una parte qualsiasi del palcoscenico.

La disposizione dei cantori e degli strumenti dovrebbe lasciare riconoscibile la funzione dell’altare e degli altri luoghi liturgici. Il coro e gli strumentisti devono inserirsi nello spazio senza oscurare il centro della chiesa né impedire i gesti di venerazione.

Concerto in chiesa e celebrazione liturgica non sono la stessa cosa

Negli ultimi anni più volte la Chiesa, sia a carattere universale che a carattere particolare, si è espressa mediante specifici documenti sul fenomeno della moltiplicazione di iniziative musicali, che chiedono ospitalità nelle chiese.

Tali documenti richiamo principi e considerazioni suggerite dalle convinzioni cattoliche e dall’ esperienza di preghiera, e offrono un corpus di norme per una prassi che sia ecclesialmente corretta.

Il più autorevole di questi testi, a carattere universale, è la Istruzione dal titolo Concerti nelle chiese, emanata dalla Congregazione per il Culto Divino il 5 Novembre 1987.

Sul piano nazionale si registra un intervento della Commissione Episcopale per la Liturgia della C.E.I. (22 luglio 1988). Per quanto concerne la nostra Chiesa locale punti di riferimento imprescindibili sono il documento dell’8 marzo 1981 (Bollettino Ecclesiastico, 4 (1981), il richiamo proposto dal Vademecum per l’Amministrazione della Parrocchia del 6 gennaio 1998 (6.3.2), con i successivi aggiornamenti a carattere regionale, infine il documento emanato dal vescovo Alessandro Maggiolini ed entrato in vigore, con la pubblicazione sul Bollettino Ecclesiastico Ufficiale, a partire dalla Pasqua dell’anno 2000.

Tale documento, sia per la lucidità e la profondità delle premesse teologico-pastorali sia per la chiara prassi indicata rimane in vigore ed è punto essenziale di riferimento.

La Commissione Liturgica Diocesana ha risposto a questa esigenza studiando e aggiornando le indicazioni, anche alla luce dell’attuale contesto normativo civile.

Esaminata la complessità delle situazioni che si presentano e tenuto canto dell’interferenza di tanti fattori, non è certo agevole fissare delle norme sintetiche, applicabili immediatamente, quasi meccanicamente, ai vari casi che si possono presentare.

Un orientamento generale ma prezioso, onde stabilire un primo piano ,di intesa accettabile, sembra il chiarimento, mediante distinzione, circa:

  • ciò che è caldeggiato;
  • ciò che è permesso;
  • ciò che può essere tollerato;
  • ciò che deve essere vietato.

Il concerto deve rispettare la sacralità del luogo

Una rilevanza positiva merita la musica sacra sia vocale che strumentale. Come tale qui intendiamo “quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme” (MS, n. 4a).

La Chiesa la considera come “patrimonio di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte”, le riconosce un “compito ministeriale nel servizio divino” (cf. SC, n. 112); raccomanda che “se ne conservi e si incrementi con grande cura il patri­monio” (cf . SC, n. 114).

La musica sacra può quindi essere eseguita in una chiesa perché possiede una relazione particolare con la preghiera, con la Parola e con la fede della comunità. Tuttavia, anche quando il concerto non fa parte della Messa, l’esecuzione deve conservare un carattere compatibile con il luogo.

La musica non dovrebbe essere presentata come un’esibizione estranea alla chiesa, né l’atteggiamento degli esecutori dovrebbe suggerire che l’edificio sia soltanto una sala da concerto dotata di buona acustica.

Musica e canto cooperano, a loro modo, ad esprimere il sentire della Chiesa che «dialoga» con Dio «attraverso i riti e le preghiere».

Il canto e la musica per la liturgia sono espressione della identità della Chiesa raccolta in preghiera nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La musica sacra costituisce un deposito prezioso che narra il sentire della Chiesa di Cristo. Essa è espressione della fede della Chiesa e del suo sentire comunitario, ben oltre i sentimenti, i gusti e le emozioni soggettive dei singoli attori.

Il ruolo di chi canta davanti all’altare

Quando si suona e si canta dentro la liturgia si è al servizio di essa e prima ancora che musicisti e cantori si è fedeli che partecipano alla preghiera della comunità prestando il loro servizio cantando e suonando.

Canto e musica svolgono il loro servizio liturgico se sono eco della gloria di Dio che si manifesta attraverso i segni. Quando celebrano sé stessi scadono nella idolatria, risultando un ostacolo all’incontro con il Dio vivente.

Il loro fine, infatti, non è tanto quello di far ascoltare a degli spettatori un’opera musicale fine a sé stessa, quanto di rendere visibile attraverso il suono la dimensione discendente e ascendente della celebrazione cristiana, ossia il dialogo salvifico tra Dio e il suo popolo.

Il servizio fornito dal coro deve essere fatto con umiltà, perché non siamo lì perché siamo i migliori o perché vogliamo metterci in mostra.

Ricordate, il centro della Messa è Cristo, non la nostra voce. Dobbiamo cercare di servire, non emergere o essere applauditi (e tanto meno all’interno della Messa) perché i doni che abbiamo ci sono stati dati liberamente da Dio, e noi li dobbiamo mettere al servizio dell’altro per la gloria di Dio.

Il coro è non un elemento estraneo all’assemblea. Quindi fa parte del popolo di Dio che vive la celebrazione.

Il suo compito è di accompagnare la comunità nella lode di Dio attraverso il canto. Ma deve essere anche accompagnato dalla comunità stessa. Perché è a servizio di essa e non può essere autorefenziale.

Il canto liturgico non è «un’esibizione». E nel rito «va evitato l’“effetto concerto”».

Perché «la liturgia non è spettacolo ma verità. E se il coro è chiamato a dare il meglio di sé, tutto deve avvenire secondo uno spirito di servizio».

La musica come parte dell’azione liturgica

Chi va in chiesa per una celebrazione liturgica, lo fa con uno spirito di partecipazione: con l’ascolto delle letture, la risposta a chi presiede, con il silenzio e, non ultimo, con il canto.

In ragione del mistero del culto cristiano, il Concilio Vaticano II ricorda: «la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma che partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attiva- mente».

Ciò significa che cantare la liturgia non è esattamente come cantare durante una liturgia, e che l’elemento canoro non si pone a lato dei riti e delle preghiere, ma appartiene alla stessa celebrazione.

La musica è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione.

Il punto di partenza è precisamente questo: nella liturgia non si canta per abbellire un rito già compiuto, né per riempire un intervallo.

Cantare e suonare sono essi stessi azione rituale. La musica dà voce alla preghiera, sostiene l’unanimità, apre il cuore all’azione della grazia e conferisce ai gesti celebrativi la loro giusta solennità.

Quando voci differenti si accordano nella lode, la comunione ecclesiale diventa percepibile. Non è annullata la diversità; essa viene ricondotta all’unità.

Il coro, l’assemblea, il salmista, il cantore, il sacerdote e gli strumentisti non sono protagonisti in competizione, ma ministeri differenti dentro un’unica azione.

Anche il silenzio appartiene a questa armonia.

La scelta dei brani

Non ogni canto è liturgico. Ci sono canti estremamente belli che sembrano opportuni per la situazione e coerenti con il Vangelo, ma il nostro compito come coro è di verificare se ciò che cantiamo è appropriato per la liturgia.

Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme.

Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso (MS, 4).

Dobbiamo quindi evitare canti che, pur essendo cattolici, non sono stati creati con questa finalità e intenzione, nonché canti di altre denominazioni del Cristianesimo.

Un canto è liturgico non perché “piace” o è “bello”, ma perché è giusto per quel momento del rito.

I canti vanno scelti tenendo conto della pertinenza liturgica dei brani. Un canto di Quaresima è diverso da uno pasquale. Quelli di Avvento non sono equiparabili a quelli del tempo di Natale.

Il Messale e la Liturgia delle Ore indicano quali contenuti devono avere i brani o a che cosa si devono ispirare.

La questione della scelta adeguata è essenziale perché il canto deve muovere alla preghiera all’interno di un rito.

La musica deve essere appropriata al momento celebrativo, al di là delle mode e delle preferenze individuali. La forma deve essere nobile e semplice, musicalmente valida e realmente eseguibile, soprattutto quando è destinata a tutti.

I testi devono essere profondi ma comprensibili, ispirati principalmente alla Scrittura, ai libri liturgici e alla tradizione spirituale.

In gioco è il principio antico della lex orandi, lex credendi: ciò che la Chiesa canta forma la fede del popolo.

Sono da preferire canti con un testo di qualità, possibilmente nutriti di Bibbia e di riferimenti agli scritti dei padri della Chiesa o alle preghiere dei santi.

Fedeltà ai testi liturgici

Il canto deve essere fedele al testo che presenta. Non perché un canto dica “Gloria a Dio”, o “Alleluia” o “Agnello di Dio”, significa che sia possibile utilizzarlo durante la Messa.

Non possiamo modificare delle antichissime preghiere della Chiesa per far “suonare meglio” il canto e per renderlo più bello (cfr. Sacrosanctum Concilium, 121).

È necessario sottolineare che, come nel caso del Credo, del Santo o dell’Agnello di Dio, non è consentito modificare il testo di questo inno, poiché non si tratta di un canto di accompagnamento, ma costituisce un rito a sé stante.

Il rispetto del testo impedisce, in linea di principio, la sua sostituzione con un altro.

I tempi della Messa e la durata dei canti

La Messa ha i suoi tempi, che non sono i nostri. L’Ordinamento Generale del Messale Romano dice al numero 37 che alcune formule costituiscono un rito o un atto a sé stante, come l’inno Gloria, il salmo responsoriale, l’Alleluia e alcune altre.

Lo stesso numero spiega che altre formule, invece, accompagnano un rito, come i canti d’ingresso, di offertorio, quelli che accompagnano la frazione del pane (Agnello di Dio) e la Comunione.

Il coro deve rispettare questi tempi e non estendere i canti più del necessario.

Il canto d’ingresso, ad esempio, ha la funzione di accompagnare la processione di ingresso dei ministri (cfr OGMR, 47).

Dovrebbe dunque protrarsi per tutta la durata della processione dei ministri e dell’incensazione dell’altare (quando c’è).

Una volta che questo rito si è concluso, il canto d’ingresso dovrebbe terminare, evitando di aggiungere inutilmente altre strofe.

Il canto di comunione dovrebbe protrarsi per tutta la durata della distribuzione della comunione ai fedeli, e non dovrebbe essere prolungato fino alla purificazione dei vasi sacri.

La musica, dentro la liturgia, non deve quindi occupare ogni spazio disponibile. Una successione continua di suoni può impedire il silenzio, l’ascolto e la comprensione dei gesti celebrativi.

Il canto d’ingresso

La celebrazione eucaristica si apre con l'antifona o canto d'ingresso, il cui scopo è quello di favorire l'unione di coloro che si sono riuniti, introdurli nel mistero del tempo liturgico o della festa e accompagnare la processione dei sacerdoti e dei ministri.

Per quanto riguarda la modalità di esecuzione, è intonato dal schola e il popolo, o un cantante e il popolo, o tutto il popolo, o solo la schola.

Possono essere utilizzati per questo canto o per l'antifona con il suo salmo, come si trovano nel Graduale romano o nel Semplice graduale, o un altro canto adatto all'azione sacra o alla natura del giorno o del tempo liturgico, con un testo approvato dalla conferenza episcopale.

Il Graduale Romano contiene il repertorio ufficiale proprio e ordinario per le diverse occasioni. Certamente, il confronto con questo innario è una delle varie possibilità per la scelta della musica durante l'Eucaristia.

Tuttavia, oggettivamente è il criterio più solido quando si tratta di stabilire il canto di ingresso della celebrazione.

Per quanto riguarda la durata, è opportuno che questo canto processionale si adatti alle esigenze di durata dell'ingresso della processione iniziale della Messa.

Il Kyrie, il Gloria e l’Alleluia

Con il Kyrie i fedeli acclamano il Signore e chiedono la sua misericordia. Vi partecipano regolarmente il popolo e la schola o un cantor.

Quando forma parte del terzo modo di compiere l’atto penitenziale, il Kyrie è preceduto da tropi, che sottolineano solitamente il carattere di acclamazione attraverso la figura retorica dell’apostrofe, che consiste nel rivolgersi direttamente a Cristo con l’espressione “Tu”.

Le espressioni dei tropi hanno un contenuto biblico e ci mostrano aspetti della vita e dell’azione di Cristo. Pertanto, il testo non è mai incentrato sulla condizione peccaminosa dell’uomo, cioè in questo momento non chiediamo misericordia perché siamo peccatori, ma perché Cristo è venuto a concederci il perdono.

Di solito, la domenica e in alcune festività si canta il Gloria. Si tratta di un inno antichissimo con cui la Chiesa glorifica Dio Padre e l’Agnello e presenta le sue suppliche.

È intonato dal sacerdote o, a seconda dei casi, dal cantore o dal coro, e cantato da tutti insieme o dal popolo in alternanza con i cantori, o solo dalla schola.

Dopo la lettura che precede immediatamente il Vangelo è previsto il canto del Alleluia, tranne che durante la Quaresima, quando si canta il versetto prima del Vangelo o un altro salmo o tratto del Graduale.

Il canto ha carattere di acclamazione, costituendo di per sé un rito. Con esso, da un lato, i fedeli accolgono e salutano il Signore, che sta per parlare loro nel Vangelo e, dall’altro, professano la loro fede in Lui attraverso il canto.

Se non vengono cantati, l’Alleluia o il versetto prima del Vangelo possono essere omessi. Questa soppressione, specialmente nei giorni feriali, lungi dal sminuire la celebrazione, aiuta ad esprimere la gradualità della solennità dei diversi giorni.

L’offertorio e il Santo

Nel rito romano si chiama Offertorio il canto che accompagna la processione delle offerte all’altare.

Le norme relative alla modalità di esecuzione coincidono con quelle del canto d’ingresso.

Anche per questo momento sono previste due alternative: in primo luogo, l’esecuzione di polifonia o canto gregoriano attraverso la musica corale; in secondo luogo, l’intervento dell’organista con un brano musicale come solista, senza escludere l’intervento di altri strumenti musicali.

È anche possibile l’uso dell’organo da solo o di qualsiasi altro strumento o insieme di strumenti legittimamente ammessi, prima dell’arrivo del sacerdote all’altare, così come nell’offertorio, durante la comunione e alla fine della stessa.

Non bisogna quindi avere alcun timore nel sostituire la musica vocale con quella strumentale in queste occasioni, avvalendosi dell’aiuto di professionisti della musica.

Il Santo costituisce un’antichissima acclamazione integrata nella preghiera eucaristica. È previsto che l’acclamazione sia proclamata dal popolo insieme al sacerdote.

Essendo il canto principale della Messa, è opportuno valorizzarlo, poiché il suo significato pieno non può essere espresso con una semplice recita.

L’Agnello di Dio e il canto di comunione

Non è prevista l’esistenza di un canto per la pace. Il rito della pace dovrebbe essere un momento breve che non distragga l’assemblea da Colui che è importante e che in quel momento si trova nell’altare.

Questo canto non accompagna la pace, ma accompagna la frazione del pane.

La frazione del pane è uno dei riti più significativi della celebrazione eucaristica, poiché riproduce uno dei gesti più significativi compiuti dal Signore: spezzare il pane.

Il canto del Agnello di Dio ha il compito di accompagnare questo momento in modo litanico. Il messale prevede la partecipazione del popolo, almeno nella risposta.

L’OGMR ci dice al numero 83: “L’invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L’ultima invocazione termina con le parole dona a noi la pace.”

Il canto di comunione è l’ultimo canto comunitario previsto nella Messa.

Il Messale Romano prevede, in primo luogo, il canto che accompagnerà la distribuzione della comunione.

La sua funzione è quella di esprimere, attraverso l’unione delle voci, l’unione spirituale di coloro che comunicano, dimostrare la gioia del cuore e manifestare chiaramente la natura comunitaria della processione per ricevere l’Eucaristia.

Per quanto riguarda il repertorio previsto, è possibile utilizzare l’antifona del Graduale romano, con o senza salmo, oppure l’antifona con il salmo del Graduale semplice, o ancora qualche altro canto appropriato.

Il canto di comunione può essere eseguito dal coro solo o anche dal coro o da un cantore con il popolo. Per questo momento può essere appropriata anche l’esecuzione di un brano strumentale.

Allo stesso modo, il messale presenta come possibilità il canto di un salmo, un inno o un canto di lode dopo la distribuzione della comunione e il canto che la accompagna.

La Messa non è un concerto

Il centro della Messa è Cristo, non la nostra voce. Il canto liturgico non è un’esibizione e la liturgia non è spettacolo ma verità.

La meta non è produrre più musica né organizzare celebrazioni spettacolari.

La musica dà voce alla preghiera, sostiene l’unanimità, apre il cuore all’azione della grazia e conferisce ai gesti celebrativi la loro giusta solennità.

Un canto modernissimo può essere rituale e dignitoso; un canto antico può essere collocato male.

Allo stesso modo, la semplicità non coincide con la banalità e la complessità non garantisce la bellezza.

Il criterio decisivo è che cosa chiede di compiere questo rito.

Ne derivano repertori casuali, testi fragili, melodie poco adatte all’assemblea, accompagnamenti che coprono le voci, cori che cantano al posto del popolo e una successione continua di suoni che non lascia spazio al silenzio.

Non è anzitutto un problema di stili musicali. È un problema di comprensione della liturgia.

Il coro e l’assemblea

Il cantare esprime l’anima di un popolo, l’identità di una comunità, la sua tradizione, favorendo il senso di appartenenza e di comunione.

Il canto è l’espressione concreta della gioia del cuore e, allo stesso tempo, lo strumento più immediato e comune della preghiera.

Se da un lato, infatti, muove a commozione, propizia la riflessione e la meditazione, unisce le diverse voci, dall’altro, nello specifico liturgico, esalta il significato della Parola, dispone i cuori a Dio, favorisce l’unione dell’assemblea e ne permette la partecipazione più attiva.

Il canto liturgico è il tenero e amorevole linguaggio con cui i fedeli riuniti “dialogano” con Dio.

Il coro non è tanto più liturgico quanto più occupa spazio, ma quanto meglio serve l’azione rituale.

Ha parti proprie, può offrire pagine musicalmente più ricche, ma deve anche sostenere, educare e liberare la voce del popolo.

La sua qualità pastorale si misura pure dalla capacità di far cantare gli altri.

Pure il coro può essere d’auito, per esempio proponendo canti in alternanza con l’assemblea, magari con l’ausilio di una guida che dia gli attacchi al momento opportuno.

La melodia facile e con un’estensione non oltre l’ottava, così da poter essere appresa facilmente deve essere riproposta per un certo tempo anche con l’ausilio di un cantore-guida e con un accompagnamento semplice.

Il ruolo dell’organista e degli strumenti

Importante è il ruolo dell’organista che, quando accompagna il canto - tenendo un occhio allo strumento e uno all’assemblea -, non deve prevalere, ma aiutare a mantenere il tempo e rimanere in tonalità.

La chitarra è uno strumento leggero e delicato che difficilmente riesce a inserirsi in una celebrazione numerosa dove è presente un coro ampio.

In questo caso occorre un sostegno armonico più solido, vale a dire l’organo.

Comunque, in una piccola comunità dove l’organo non è presente la chitarra, può essere un sussidio ma legato alle necessità.

Non va impiegata come si fa nella musica pop. Perché la chitarra è uno strumento a pizzico e non a percussione.

La catechesi papale invita inoltre a custodire il gregoriano, a valorizzare l’organo, a discernere l’uso degli altri strumenti e a prendere sul serio le tradizioni musicali delle diverse culture.

Non servono contrapposizioni ideologiche. Organo e chitarra, gregoriano e nuova composizione non sono schieramenti avversari.

La vera domanda è se una musica sia adatta al rito, alla dignità del luogo, alle possibilità della comunità e all’edificazione dei fedeli.

Silenzio, preparazione e qualità dell’esecuzione

Quando non c’è il coro e quando un’assemblea fa fatica a cantare, meglio il silenzio rispetto ai canti registrati.

Il canto registrato è un falso. È di plastica, come i fiori artificiali.

Il canto liturgico è espressione di un popolo vero; pertanto non può essere costruito.

Secondo Frisina, ogni celebrazione richiede sempre un’adeguata preparazione anche se i canti sono conosciuti ed eseguiti in precedenti occasioni.

Una preparazione adeguata riguarda il repertorio, i testi, la tonalità, gli attacchi, l’equilibrio tra le voci e gli strumenti, la posizione dei cantori e la durata dei brani.

Occorre anche preparare il modo di stare nello spazio sacro. Chi canta davanti all’altare non deve assumere atteggiamenti da palco, né creare un rapporto di competizione con l’assemblea o con gli altri ministri.

La musica sacra apre al mistero. Tocca il cuore, avvicina i lontani, non ha bisogno di traduzioni.

Essa unisce ed eleva: ecco il suo potere straordinario.

Formazione liturgica e musicale

Si deve sapere che per essere parte di un coro non è importante soltanto saper cantare, ma è anche necessario avere della formazione liturgica.

La Messa ha delle regole da rispettare e la Chiesa, oltre che Madre, è anche una saggia insegnante che da quasi duemila anni ci guida verso la strada giusta per la nostra santificazione.

È la Chiesa ad insegnare come impostare un atto liturgico.

La prima scelta dovrebbe essere l’ascolto. Prima di produrre un nuovo documento o un nuovo repertorio, sarebbe utile conoscere ciò che realmente accade nelle celebrazioni ordinarie: quali canti vengono usati, quanto canta l’assemblea, come viene proclamato il salmo, quale formazione ricevono sacerdoti e operatori, come dialogano coro e popolo.

La seconda scelta riguarda la formazione. In Italia esistono iniziative nazionali qualificate, ma raggiungono inevitabilmente una piccola parte delle migliaia di persone che ogni domenica guidano il canto.

Occorre una formazione diffusa, articolata su più livelli: un percorso parrocchiale essenziale anche per chi non legge la musica; scuole diocesane per cantori, salmisti, direttori e organisti; una formazione nazionale dei formatori.

Non si tratta di trasformare ogni volontario in uno specialista, ma di offrire a tutti gli strumenti minimi per comprendere il servizio che svolgono.

Un capitolo decisivo riguarda i sacerdoti. Nessun rinnovamento sarà possibile se chi presiede rimarrà estraneo alla dimensione sonora della celebrazione.

Al presbitero non si chiede una voce da cantante, ma la capacità di intonare i dialoghi, proclamare con cura, cantillare almeno alcune orazioni, rispettare i ministeri e non parlare sopra il canto o la musica.

Un repertorio essenziale e condiviso

La terza scelta riguarda il repertorio. Il Repertorio Nazionale della CEI conserva una funzione preziosa, soprattutto per i criteri che propone: qualità teologica, dignità linguistica e musicale, cantabilità e pertinenza rituale.

Dopo molti anni sarebbe opportuno aggiornarlo, non per imporre un unico libro, ma per offrire alle comunità un nucleo autorevole di canti sperimentati.

Ogni parrocchia avrebbe bisogno non di centinaia di canti, ma di un repertorio essenziale realmente conosciuto: l’Ordinario della Messa, le acclamazioni, alcuni ritornelli salmodici, canti per i tempi dell’anno liturgico, antifone, forme processionali e qualche pagina gregoriana semplice.

Un patrimonio comune permetterebbe all’assemblea di non ricominciare ogni domenica da zero e restituirebbe al canto la forza della memoria ecclesiale.

Bisogna poi ricostruire il rapporto tra coro e assemblea. Il coro non è tanto più liturgico quanto più occupa spazio, ma quanto meglio serve l’azione rituale.

Ugualmente urgente è la formazione dei salmisti: il salmo responsoriale non è un canto meditativo qualunque, ma Parola proclamata in forma cantata.

Attingere al patrimonio musicale del passato è auspicabile, sottolinea il sacerdote. In particolare al gregoriano che va indubbiamente utilizzato anche se secondo le possibilità della comunità che lo esegue, in quanto non è sempre facile.

Certo, il gregoriano resta il modello e ci mostra come deve essere un canto liturgico, a partire dal legame con la Parola.

Indicazioni pratiche per chi canta davanti all’altare

  • Ricordare che la chiesa è un luogo sacro e non una semplice sala da concerto.
  • Rispettare l’altare, il tabernacolo, il presbiterio e gli altri luoghi liturgici.
  • Fare un inchino profondo passando davanti all’altare; se c’è il tabernacolo, fare la genuflessione.
  • Non usare l’altare come fondale scenico o come elemento decorativo dell’esibizione.
  • Distinguere chiaramente il concerto dalla celebrazione della Messa.
  • Scegliere musica e testi compatibili con la sacralità del luogo.
  • Evitare l’effetto concerto, la ricerca dell’applauso e ogni forma di protagonismo.
  • Preparare l’esecuzione con attenzione, anche quando i brani sono già conosciuti.
  • Garantire un equilibrio tra coro, strumenti e ascolto.
  • Lasciare spazio al silenzio.
  • Non occupare o nascondere il centro liturgico della chiesa.
  • Verificare le indicazioni della diocesi e le eventuali autorizzazioni richieste.

Autorizzazioni e responsabilità ecclesiale

Negli ultimi mesi, da parte di diversi vicari foranei e parroci, è pervenuta richiesta all’Ufficio per la Liturgia perché ribadisca tali indicazioni di modo che divengano sempre più una prassi comune, a servizio dei parroci e delle comunità parrocchiali, evitando eccessive disparità di comportamento.

Affidiamo questo lavoro a tutti gli operatori pastorali, ai parroci e a tutti i sacerdoti, in primis, per una rinnovata azione di evangelizzazione, attraverso la musica e il canto.

La responsabilità non riguarda soltanto i musicisti. Coinvolge il parroco, la comunità, gli organizzatori, i cantori, gli strumentisti e chiunque abbia un ruolo nella preparazione del concerto.

La comunità deve poter riconoscere che l’evento musicale è compatibile con la natura del luogo e non compromette la preghiera, il raccoglimento o la venerazione del Santissimo Sacramento.

Perché tutto questo non rimanga un elenco di buone intenzioni, la Chiesa italiana potrebbe avviare un percorso di cinque anni.

Ogni diocesi dovrebbe costituire una piccola équipe liturgico-musicale, individuare alcune parrocchie-laboratorio, offrire un itinerario stabile e formare almeno alcuni cantori, salmisti e accompagnatori.

Le parrocchie-laboratorio non sarebbero vetrine di eccellenza, ma comunità ordinarie nelle quali sperimentare un repertorio essenziale, il canto delle parti rituali, l’alternanza tra coro e popolo, il gregoriano semplice e il valore del silenzio.

La finalità spirituale del canto

Perché cantare? Un antico detto recita: «Chi canta, prega due volte». E sant’Agostino aggiunge: «Il cantare è proprio di chi ama».

Perciò il papa riprende sant’Agostino - «cantare è proprio di chi ama» - e presenta il canto come esperienza affettiva della fede, non come semplice esercizio estetico.

La musica sacra non elimina la differenza tra un concerto e una liturgia, ma può condurre all’ascolto, alla contemplazione e alla preghiera quando viene eseguita con rispetto e consapevolezza.

La meta non è produrre più musica né organizzare celebrazioni spettacolari. È una Chiesa nella quale il sacerdote presiede anche con la voce, il salmista proclama cantando, il coro serve e sostiene, l’organista interpreta il rito, il cantore guida senza protagonismo e l’assemblea risponde, acclama, ascolta, tace e canta.

La musica può essere una forma di evangelizzazione, ma conserva questa forza soltanto quando non si separa dalla verità del luogo e dalla dignità della preghiera.

La musica sacra apre al mistero. Tocca il cuore, avvicina i lontani, non ha bisogno di traduzioni. Essa unisce ed eleva: ecco il suo potere straordinario.

tags: #cantare #davanti #altare #concerto #punti #essenziale